La mitomania digitale, il caos comunicativo e la spirale dei minacciatori seriali

 

C’è un fenomeno che attraversa la nostra epoca con la velocità di un messaggio inoltrato: la proliferazione dei mitomani digitali, persone convinte di essere protagonisti di una saga epica che esiste solo nella loro testa. Scrivono post interminabili, mail fiume, commenti compulsivi. Non comunicano: invadono. Non informano: si autocelebrano. Non dialogano: monologano in pubblico.
La mitomania come carburante del caos online La mitomania non è nuova, ma la rete le ha dato un megafono. Prima il mitomane parlava al bar, annoiando tre persone. Oggi può raggiungere migliaia di utenti, spesso convinti che dietro ogni gesto quotidiano si nasconda un complotto, un destino speciale, un nemico invisibile. Ogni mail diventa un manifesto, ogni post un proclama, ogni notifica un SOS che nessuno ha chiesto.
Il risultato è un ambiente digitale saturo di narrazioni deliranti, dove la realtà viene piegata per adattarsi all’ego di chi scrive. E chi legge deve districarsi tra verità, invenzioni e fantasie di protagonismo.
La retorica del “fuori di testa” che si crede un profeta.
I mitomani, veri e propri fuori di testa comunicativi, quelli che trasformano ogni piattaforma in un palcoscenico per le loro ossessioni. Scrivono mail minacciose, post confusi, messaggi pieni di accuse, rivelazioni immaginarie, teorie che oscillano tra il comico e il tragico.
La loro forza non sta nella credibilità, ma nella quantità. Bombardano, insistono, ripetono. E in un mondo dove l’attenzione è fragile, la ripetizione diventa potere.
In questi anni abbiamo ricevut0 oltre un migliaio di mail da questi soggetti in vario modo catalogabili. Tutto archiviato. Non si sa mai.
Nel loro mirino, oltre a noi naturalmente, anche uomini delle istituzioni, della politica, delle forze dell’Ordine, della magistratura, dell’imprenditoria, della Chiesa, dell’avvocatura ecc. ecc.
Accanto ai mitomani e ai fuori di testa, c’è una categoria ancora più inquietante: i minacciatori seriali. Non solo scrivono post e mail fuori controllo, ma lo fanno con un tono intimidatorio, ossessivo, spesso violento. E, cosa ancor più grave, perseverano anche dopo essere stati denunciati, condannati, ammoniti.
Per loro la legge non è un limite, ma un fastidio. La condanna non è un deterrente, ma un motivo per rilanciare. Ogni denuncia diventa carburante per un nuovo messaggio: più lungo, più confuso, più aggressivo. È una spirale che non nasce da un semplice impulso, ma da una disconnessione profonda dalla realtà, da un bisogno compulsivo di sentirsi al centro di un conflitto che esiste solo nella loro testa.
La giustizia interviene, con i suoi tempi, ma spesso non basta. Chi vive in uno stato di mitomania aggressiva probabilmente interpreta la condanna come una conferma del proprio ruolo immaginario: “Mi perseguitano perché ho ragione”. “Mi denunciano perché dico la verità”. “Mi condannano perché ho scoperto qualcosa di enorme”.
E così, invece di fermarsi, raddoppiano: nuove mail, nuovi post, nuove minacce. Un’escalation che non ha logica, ma ha una costante: l’incapacità di riconoscere i confini tra sé e il mondo.
Questi individui non sono solo un problema per chi li subisce direttamente. Sono un problema per la comunità, per le istituzioni, per la cultura digitale. Perché normalizzano l’idea che si possa minacciare senza conseguenze, ignorare la legge, trasformare la comunicazione in un’arma.
E soprattutto diffondono un messaggio tossico: che la perseveranza nel delirio sia una forma di forza. Non lo è. È una fragilità che diventa pericolosa.
Dal nostro osservatorio emerge infine un dato assai singolare: solo una minima parte di questi soggetti utilizza l’anonimato o falsi profili. Alcuni arrivano addirittura a denunciare fatti gravi inviando copia del loro documento d’identità, file audio di telefonate registrate, immagini di varia natura e molto altro ancora… 

CR

 

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