
Il nuovo saggio di Maurizio De Lucia e Salvo Palazzolo spiega la metamorfosi di cosa nostra passata dalla fase delle stragi a quella delle criptovalute
Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti ma quanto siamo stati credibili. E’ una frase del giudice Rosario Livatino assassinato nel 1990 da cosa nostra. Da allora e prima di allora ci si chiedeva cose fosse la mafia. Poi sono arrivare le stragi, di Capaci prima dove perse la vita Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta e appena 57 giorni dopo quella di via D’Amelio dove morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Una scia di sangue, una guerra potremmo dire più o meno dichiarata al Paese, nella quale a perdere la vita sono stati i servitori dello Stato. Come sosteneva Giovanni Falcone, “si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere…”.
Da qui, la domanda. Ma dopo la stagione delle stragi e dopo gli arresti eccellenti, il carcere duro ai boss, la mafia esiste ancora? A rimettere ordine nell’operato di cosa nostra, a penetrare nelle pieghe della mafia di oggi per spiegarne la sua evoluzione, la sua metamorfosi ci ha pensato il capo della procura di Palermo Maurizio De Lucia – il magistrato che con le sue indagini ha messo fine dopo quasi trent’anni alla latitanza del boss Matteo Messina Denaro – che insieme a Salvo Palazzolo, giornalista e scrittore tra i più attenti per conoscenza e nelle analisi del fenomeno mafioso hanno dato alle stampe il volume “La mafia che cambia” (Saggi Rizzoli-Bur).
Un saggio, gli autori lo definiscono anche glossario del linguaggio e che rifocalizza l’attenzione non tanto e non solo sul fenomeno mafioso ma quanto e soprattutto sull’efficienza e la capacità di cosa nostra di adattarsi e rigenerarsi ai mutamenti del Paese, della società, delle collusioni in Sicilia ma non solo. E lo fanno partendo da dati oggettivi, ricostruendo attraverso le intercettazioni degli esponenti di cosa nostra il passaggio da una politica della violenza e dell’arroganza, aggiungerei quasi infallibilmente cruenta, una più silenziosa ma non meno efficace “invadenza”, pervasione, osmotica infiltrazione negli apparati politici ed economici del Paese.
La mafia, dunque, spara di meno ma investe di più, in mercati nuovi dove riciclare è più semplice e vantaggioso. L’interesse dei padrini – sintetizzano bene gli autori del volume “La mafia che cambia. Dalle stragi ai Bitcoin. Cosa nostra oggi” – è focalizzato sulle criptovalute, con l’uso di chat criptate per coordinare a distanza le estorsioni, i grandi traffici internazionali di droga che restano, comunque, “il bancomat principale dei vari mandamenti e il collante per alleanze con altre organizzazioni nazionali e straniere”. Per questo De Lucia e Palazzolo nella loro prefazione avvertono che “l’organizzazione mafiosa è solo cambiata nei modi ma resta sempre la stessa. Però è importate cogliere il cambiamento che sta portando i mafiosi ancora più dentro la società, l’economia, i palazzi delle istituzioni, come non accadeva da tempo…”
Paolo Festuccia
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