19 luglio 2019 Strage Via D’Amelio: “la famiglia Borsellino controllata a vista durante le indagini”

 

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Borsellino: la strage e le vicende processuali

Sono passati 27 anni dalla strage di Via Mariano D’Amelio a Palermo, la strage che ha falciato la vita del giudice Paolo Borsellino e quelle della sua scorta (a eccezione che per un agente sopravvissuto, Antonio Vullo): i cinque agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. È il 19 luglio del 1992 e a 57 giorni dall’altra strage, il massacro di Capaci, alle 16.58 un’autobomba mette fine all’ultimo baluardo contro la mafia. Il fumo, le lamiere, i corpi a brandelli, sono l’effetto macabro, palese di un costrutto molto più complesso.

Il 20 aprile del 2017 si è conclusa la storia processuale del procedimento monstre sulla strage con la sentenza della corte d’Assise di Caltanissetta, sentenza preceduta da altre tre vicende processuali (Borsellino I-II e III). Alla decisione i giudici sono arrivati tenendo conto della sentenza del 2006 (frutto dell’unione di due processi, uno stralcio del Borsellino III e parte del procedimento della strage di Via Capaci). I giudici hanno definito la manipolazione compiuta sul “pentito” Vincenzo Scarantino – e quindi, a ridosso, degli altri pentiti che lo hanno affiancato – “il più grande depistaggio della storia della giustizia della Repubblica italiana“.

Intanto, di presenze anomale la procura di Caltanissetta ha trattato, oltre a parlare di “centri di potere” ancora ignoti, tutti dietro al tragico evento. Il sovrintendente Francesco Paolo Maggi, a esempio soltanto nel 2014 rivela per scrupolo di coscienza di aver visto agenti dei servizi segreti a lui noti, e provenienti da Roma, gravitare intorno alla macchina semi-carbonizzata del magistrato. Gli stessi che erano stati visti diverse volte davanti all’ufficio di Arnaldo La Barbera, il discusso super poliziotto (Rutilius per il Sisde ora AISI) che, intervistato da L’Unità il 20 luglio 1994, dopo gli arresti di Scarantino e gli altri, aveva affermato – parlando del successo dell’operazione – che questa risiedeva, parole sue, nell’assioma: «niente burocrazia». A parte il limite di quest’affermazione rispetto al danno imposto alla verità tutta, è possibile però capire quanto questo leit motiv andasse a braccetto con il depistaggio poi applicato.

I buchi neri delle indagini

E’ il nodo di tutto, non soltanto attinente alla eventuale presenza fisica di altri complici, estranei al mondo mafioso sulla scena, ma anche al ruolo avuto come mandanti altri nella strage, intorno alla quale negli anni si sono alternate vicende processuali parallele diverse. Ne abbiamo parlato con il giornalista Giuseppe Lo Bianco, autore insieme a Sandra Rizza del libro appena edito da Chiarelettere “DepiStato” e all’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, fratello del giudice.

“Sicuramente un elemento nuovo è contenuto in una deposizione dell’ex funzionario di polizia Gioacchino Genchi che in una deposizione da lui resa nel gennaio di quest’anno ha parlato di una sorta di controllo scientifico – così lo ha definito – nei confronti della famiglia Borsellino da parte del Viminale” riferisce Lo Bianco.

Scrivono poi nel libro Lo Bianco e Rizza:

“Si studiavano le mosse e gli accorgimenti, si individuò un sacerdote, padre Bucaro (già fondatore del Centro Paolo Borsellino e oggi direttore dei Beni culturali della Diocesi di Palermo nda), si finanziò con centinaia di milioni uno pseudo centro dove poi tutta la contabilità sparì dagli hard disk, e questo prete tallonava la signora Borsellino.

Il prefetto Rossi (Luigi nda), attraverso padre Bucaro, mantenne il controllo e una sorta di ibernazione della famiglia Borsellino affinché non potesse nuocere alla gestione che continuava a fare. Perché era chiaro che la famiglia Borsellino non poteva tollerare La Barbera”.

Si scopre infatti, leggendo e ascoltando l’udienza di Genchi, che Arnaldo La Barbera deceduto nel 2002 era in qualche modo succube del prefetto Luigi Rossi, allora capo della Criminalpol, il quale secondo l’ex poliziotto Genchi “era diventato il dominus della situazione”. Fatto questo che sposta il focus dallo stesso La Barbera a piani superiori.

Il trait d’union fra servizi segreti, funzionari di Stato e criminalità organizzata

L’avvocato Fabio Repici, che sin dal 1998 si occupa di processi che hanno attraversato, modificandoli, gli anni della prima Repubblica (il caso Attilio Manca, quello di Graziella Campagna, l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, il delitto del magistrato Bruno Caccia, per citarne solo alcuni) fa un discorso molto chiaro sulla questione dei mandanti esterni (e nel video è possibile vedere scorrere la documentazione a conferma delle parole del legale, una serie di verbali di collaboratori credibili che sin dal 2009 hanno parlato di questi legami, su tutti l’ultimo grande pentito, Vito Galatolo).

Elementi veri ed elementi falsi sono stati sapientemente mescolati ma “il punto vero nel depistaggio operato, attraverso la manipolazione del pentito Vincenzo Scarantino, si va a individuare nella sapiente estromissione durante le deposizioni, dei personaggi che avevano un ruolo altro all’interno di Cosa Nostra, con legami diretti con forze dell’ordine e servizi segreti, il ruolo specifico cioè di mantenere dei rapporti con loro”. E’ il caso di Gaetano Scotto (e di altre nove persone) nei cui confronti la Corte d’Appello di Catania. nel 2017, aveva già revocato la condanna per concorso in strage. Ma Scotto è tuttora indagato per l’omicidio di Nino D’Agostino e di sua moglie (anche questo caso seguito da Repici come legale della parte civile). Le deposizioni di Vito Lo Forte e di Vito Galatolo, così come di altri, hanno tutte indicato in Scotto, la persona in stretto contatto con settori dei servizi segreti e con funzionari di polizia. La matassa da dipanare risiede anche qui: da un lato Scotto, la cui condanna per la strage emessa nel 1999 è stata annullata (ma Scotto ha chiesto alla Cassazione di revocare la condanna anche per associazione mafiosa); dall’altra il suo eventuale ruolo al netto della strage stessa in altri casi.

La conferenza stampa del 19 luglio 1994

I racconti che stridono gli uni con gli altri si sono moltiplicati in questi anni di mezze verità e processi nuovamente istruiti, uno su tutti resta a scolpire la vicenda intera. Si tratta della conferenza stampa indetta dall’allora pool di Caltanissetta, guidato dal procuratore ormai defunto Giovanni Tinebra, del 19 luglio 1994. Il magistrato Ilda Boccassini, tra i convenuti, esprimerà parole chiare di soddisfazione lodando l’intero pool e gli investigatori (riferendosi indirettamente dunque anche a coloro che oggi sono imputati in un processo apposito, i tre poliziotti – Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo – ex appartenenti del gruppo Falcone-Borsellino, che indago’ sull’attentato: l’accusa è di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra):

Ascolta dal minuto 12 l’audio su Radio Radicale:

“A questo punto però va detto che il lavoro di questa procura è stato possibile perché come diceva il procuratore Tinebra, tutti i pezzi dello stato si sono compattati (…) E poi afferma:” I collaboratori di giustizia sono una realtà essenziale di questo paese, lo ha dimostrato ancora una volta l’indagine sulla morte di Paolo Borsellino, ma è arrivata, ripeto, perché vi erano già delle indagini che hanno consentito di valutare appieno quello che Scarantino Vincenzo ci diceva“. E’ una affermazione che riletta oggi non solo fa l’effetto del rumore sordo del metallo che stride, ma fa riflettere su un dato: le indagini e le deposizioni sommate ad arte per arrivare a un risultato che è poi stato smentito dal pentito Spatuzza e dai riscontri che questi ha potuto fornire. E in realtà anche Salvatore La Barbera (stesso cognome del superpoliziotto ma non parente) all’epoca dirigente della sezione “Omicidi” della Squadra Mobile di Palermo, deponendo nel processo in corso a Caltanissetta sul depistaggio relativo alle indagini ha riferito nella sostanza le stesse parole pronunciate dalla Boccasini in conferenza:

“Tutte le attività di indagine sono partite da elementi oggettivi che abbiamo puntualmente riscontrato e le piste investigative ricostruite hanno avuto sempre piena rispondenza con gli elementi delle indagini”.

Ma di più, in quell’intervento la Boccassini si lancia in una reprimenda su alcune notizie emerse dalle fonti investigative e comunicate alla stampa, le quali riferivano di un contrasto fra le deposizioni di Scarantino e quelle di un mafioso vero, Salvatore Cancemi, e la responsabilità dei fratelli Graviano nella strage (come poi è emerso). Boccassini urlava contro la stampa che invece quel giorno diceva già la verità:

Indagini sulla magistratura

Dal giugno di quest’anno, infatti, la vicenda del depistaggio operato da funzionari dello Stato ha visto l’apertura parallela di un filone che riguarda il ruolo di alcuni magistrati del pool che indagava sulla strage di via D’Amelio, Carmelo Petralia (procuratore aggiunto a Catania) ed Annamaria Palma (attualmente avvocato generale a Palermo), con l’accusa di concorso in calunnia aggravato dall’avere favorito Cosa nostra. A questo proposito Repici ci ha detto di avere una posizione diversa e di ritenere che la responsabilità sia da addebitarsi all’ormai defunto procuratore Giovanni Tenebra e non al ruolo dei due magistrati.

L’accusa di calunnia contro i due magistrati, sulla quale sta indagando la competente procura di Messina, consisterebbe nell’aver imbeccato tre falsi pentiti, costruiti a tavolino, tra cui Vincenzo Scarantino, suggerendo loro di accusare falsamente dell’attentato persone ad esso estranee. Ma per conoscere l’esito di questa indagine si dovrà attendere appunto la magistratura.

Nel libro dei due giornalisti Lo Bianco e Rizza, che mette in fila tutti i buchi neri della strage, è inciso un concetto sul quale è necessario riflettere:

“In questa storia anche i buoni si rivelano cattivi. E i cattivi non sono solo i mafiosi che mettono le bombe, ma anche gli investigatori che indagano per scoprire i bombaroli e tuttavia, invece di cercare la verità, si mettono a fabbricare prove false per arrestare le persone sbagliate. Questa è la storia del depistaggio di via D’Amelio”.

La Commissione Antimafia toglie il segreto dai documenti

Intanto è notizia dello scorso 16 luglio che la Commissione parlamentare antimafia ha deciso all’unanimità di togliere il segreto da tutti gli atti fino al 2001. Il materiale, dal 1963 al 2001, viene raggruppato nel nuovo sito, all’indirizzo antimafia.parlamento.it, che consente di fare ricerche relative a tutte le precedenti legislature: si tratta di oltre 1600 documenti. Ma, ci spiegano fonti dalla stessa Commissione: “Saranno molti di più in quanto questi 1600 documenti non sono coperti da segreto, solo non vi era la possibilità a oggi di poterli visionare. Noi abbiamo in Commissione antimafia documenti che nel tempo si sono secretati all’interno delle varie legislature e che gradualmente saranno desecretati passando prima però dagli enti o le persone che hanno chiesto il segreto”.

Insomma ci vorrà un pò di tempo ma, affermano sempre le fonti, “la volontà politica è unanime quindi non avremo ostacoli in questa nostra iniziativa”. Mano a mano, dunque, nel motore di ricerca si verseranno tutti i documenti non coperti da segreto, ma ignoti all’opinione pubblica. Via via sarà la volta del materiale che questa Commissione, presieduta da Nicola Morra, con la consulenza del pm Roberto Tartaglia, già magistrato del pool che ha condotto il primo grado del processo sulla trattativa Stato-mafia, renderà libera dal segreto. Tra i primi contenuti resi pubblici lo sfogo amaro di Paolo Borsellino che, in una delle sue audizioni effettuate tra il 1984 e il 1991, denunciava i problemi di sicurezza che lo circondavano: “Ci danno le auto blindate solo di mattina. Così di sera possiamo essere uccisi”, riferiva in Commissione Borsellino.