21 giugno 1989 🟧 Fallisce l’ATTENTATO all’ADDAURA a GIOVANNI FALCONE

 

📌 Il borsone contenente l’esplosivo dell’attentato fallito contro il giudice Giovanni Falcone fu ritrovato la mattina del 21 giugno da quattro agenti di polizia (Lo Re, Di Maria, Lo Piccolo e Lindiri) durante un servizio di perlustrazione e vigilanza sulla scogliera antistante l’abitazione estiva del magistrato. Sul luogo del rinvenimento dell’esplosivo veniva chiamato ad intervenire l’artificiere dei carabinieri Francesco Tumino il quale, per impedire l’esplosione della carica radiocomandata, aveva provveduto a fare esplodere una microcarica per disarticolare il collegamento tra la sostanza esplosiva ed il meccanismo di innesco, i cui frammenti erano stati successivamente recuperati anche attraverso l’impiego di sommozzatori nello specchio di mare antistante, prima di aprire la cassetta metallica in cui era stato poi rinvenuto l’esplosivo.

 

Premiati dall’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi con la medaglia d’oro al valor civile.


Il 21 giugno 1989, all’Addaura, un miracoloso intervento degli agenti, tra cui
Roberto Lindiri, sventò un attentato contro Giovanni Falcone. Questo evento, cruciale, rivelò una regia mafiosa e statale, isolando il giudice e segnando l’inizio di una tragica fase, commentata con amarezza da Falcone stesso.

Il 21 giugno 1989, nella splendida località balneare dell’Addaura a Palermo, lo Stato italiano ha rischiato di perdere il giudice Giovanni Falcone tre anni prima della strage di Capaci. Quel giorno si è consumato un pezzo fondamentale e oscuro della nostra storia: il fallito attentato dell’Addaura.
Il magistrato si trovava nella villa presa in affitto per l’estate, dove stava per accogliere i colleghi magistrati svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehemann per un delicato incontro di lavoro sulle piste dei soldi del narcotraffico e del riciclaggio internazionale. Ma Cosa Nostra era già lì, pronta a far saltare tutto in aria.
Intorno alle 7:30 del mattino, a cambiare il corso della storia fu l’eroismo e la prontezza degli agenti di polizia addetti alla vigilanza della villa. Durante una normale ricognizione della scogliera, la squadra composta dagli agenti Lo Re, Di Maria, Lo Piccolo e Roberto Lindiri notò qualcosa di profondamente insolito e sospetto. Tra gli scogli c’erano una muta subacquea, un paio di pinne, una maschera e, soprattutto, una borsa sportiva abbandonata.
Al suo interno, Roberto Lindiri e i colleghi della scorta scoprirono una cassetta metallica micidiale contenente ben 58 candelotti di esplosivo Brixia, già innescati da due detonatori elettrici e collegati a un radiocomando a distanza. Mancavano pochissimi istanti alla tragedia: l’ordigno era pronto per essere attivato e avrebbe devastato tutto nel raggio di 60 metri. L’immediato allarme lanciato dagli agenti permise l’intervento di un artificiere dei Carabinieri che riuscì a disinnescare la bomba ed evitare la strage.
Invece di unire il Paese nella solidarietà, questo miracoloso salvataggio aprì una stagione drammatica per Falcone. Il fallimento dell’attentato scatenò una vergognosa macchina del fango: ambienti istituzionali e mediatici arrivarono a insinuare che il giudice si fosse “organizzato l’attentato da solo” per farsi pubblicità. Fu proprio in quei giorni che Falcone pronunciò una frase profetica ed amara: “Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa, e la bomba non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”.
Ma l’analisi del magistrato andò molto più a fondo. Giovanni Falcone capì subito che dietro quell’azione non c’era solo la manovalanza mafiosa dei killer, ma la regia occulta di “menti raffinatissime”, ovvero di centri di potere e pezzi deviati dello Stato collusi con Cosa Nostra. Il coraggio di agenti come Roberto Lindiri regalò altri tre anni di vita al giudice, ma l’Addaura segnò l’inizio di quel terribile isolamento politico e istituzionale che condurrà Falcone dritto verso l’autostrada di Capaci. Tutto sulla mafia e altre notizie di cronaca

 



ADDAURA – Intervista a Falcone


Dalla SENTENZA

 


 

Fallito Attentato dell’Addaura

Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa, e la bomba non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere. (Giovanni Falcone)


VIDEO


Estratto dal primo grado sentenza Addaura.
“Alle ore 07.30 del 21 giugno 1989 su una piattaforma in cemento sulla scogliera antistante la villa abitata dal giudice Giovanni Falcone in località Addaura, sul lungomare Cristoforo Colombo n.2731, gli agenti di polizia in servizio di vigilanza Lo Re, Di Maria, Lo Piccolo e Lindiri nel corso di una ricognizione rinvenivano una muta subacquea, un paio di pinne, una maschera tipo “Solana” ed una borsa sportiva contenente una cassetta metallica con numerosi candelotti di esplosivo innescato da due detonatori elettrici collegati ad un congegno elettro-meccanico comandato da una apparecchiatura radio-ricevente. Sul luogo del rinvenimento dell’esplosivo veniva chiamato ad intervenire l’artificiere dei carabinieri Francesco Tumino il quale, per impedire l’esplosione della carica radiocomandata, aveva provveduto a fare esplodere una microcarica per disarticolare il collegamento tra la sostanza esplosiva ed il meccanismo di innesco, i cui frammenti erano stati successivamente recuperati anche attraverso l’impiego di sommozzatori nello specchio di mare antistante, prima di aprire la cassetta metallica in cui era stato poi rinvenuto l’esplosivo.
La particolare collocazione della carica esplosiva induceva gli inquirenti immediatamente intervenuti sul luogo a ritenere che la stessa fosse diretta alla realizzazione di un attentato nei confronti del predetto magistrato, da tempo impegnato in prima linea in numerosi processi contro la criminalità organizzata e, in particolare, contro la pericolosa organizzazione mafiosa “cosa nostra”, quale esponente di punta del cd. “pool antimafia” costituito presso l’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo dal consigliere Rocco Chinnici, ucciso pochi anni prima in un attentato realizzato con l’impiego di una auto-bomba collocata difronte all’ingresso della sua abitazione. Invero la carica esplosiva era stata rinvenuta a fianco della scaletta che conduce, attraverso un percorso pressochè obbligato, dalla abitazione estiva del dott. Falcone allo specchio di mare ove il predetto magistrato saltuariamente si recava ed ove, proprio in quei giorni, aveva invitato a prendere un bagno i componenti di una delegazione svizzera, di cui facevano parte il procuratore Carla Dal Ponte ed il giudice Carlo Lehmann, che da pochi giorni si trovava a Palermo per una attività giudiziaria, consistente nell’esame di diversi soggetti, tra cui esponenti di spicco della criminalità mafiosa palermitana, per una indagine collegata ai reati di criminalità organizzata di cui si occupava il giudice Falcone nell’ambito della propria competenza territoriale. Proprio quest’ultima circostanza aveva indotto gli inquirenti a ritenere possibile, anche in considerazione dei pregressi intensi rapporti di cooperazione nell’azione di contrasto alla criminalità mafiosa tra l’autorità giudiziaria italiana e la magistratura elvetica e, in particolare, tra il giudice Giovanni Falcone ed i magistrati elvetici sopra indicati, che l’attentato in questione fosse diretto a colpire, oltre che il giudice Falcone, anche i componenti della delegazione svizzera presente in quei giorni a Palermo”
 

La strage sventata dell’Addaura fu l’inizio della fine di Giovanni Falcone: la pista bresciana

Brixia. È l’antico nome romano della città di Brescia. Ma è anche una marca particolare di esplosivo. Nel 1989 almeno due killer di Cosa Nostra hanno collocato 58 candelotti di Brixia tra gli scogli dell’Addaura, davanti alla casa al mare affittata da Giovanni Falcone, per uccidere il giudice antimafia. L’attentato è fallito solo perché la borsa piena di esplosivo fu scoperta, alle 7.30 del mattino del 21 giugno 1989, da quattro poliziotti della scorta. L’ordigno era pronto a scoppiare e poteva ammazzare chiunque nel raggio di 60 metri (come hanno accertato quattro periti, sbugiardando le voci di un finto attentato, diffuse dai mafiosi e rilanciate anche da personaggi delle istituzioni) con due detonatori già in funzione, attivabili con un radiocomando. Tre anni prima della strage di Capaci, quell’attentato sventato fu l’inizio della fine di Falcone: isolato, calunniato e delegittimato da mesi, il magistrato avvertì subito la gravità dell’attacco parlando di «menti raffinatissime». Parole rimaste enigmatiche, nonostante diversi processi e le condanne definitive dei boss mafiosi capeggiati da Totò Riina.
Le sentenze confermano l’assoluta segretezza dell’attentato dell’Addaura anche all’interno di Cosa Nostra. Tra centinaia di pentiti di mafia, pochissimi ne hanno saputo qualcosa. Il primo a parlarne, solo nel luglio 1996, fu Giovambattista Ferrante, un collaboratore di giustizia di comprovata attendibilità, che aveva custodito e preparato l’esplosivo Brixia. L’attentato fu deciso non dalla commissione, la cosiddetta cupola che riuniva tutti i capi-mandamento, ma da un vertice ristretto dei boss corleonesi. Come mandante è stato condannato l’allora capo dei capi Salvatore Riina, come organizzatori il suo braccio destro Salvatore Biondino e il boss palermitano Antonino Madonia, come autori materiali due mafiosi della famiglia assegnataria del territorio dell’Addaura, Angelo e Vincenzo Galatolo. Nei primi processi erano rimasti «avvolti nell’oscurità più profonda», come si legge nelle sentenze, perfino i nomi degli esecutori.
Dopo Ferrante, un altro pentito, Francesco Onorato, ha descritto la riunione preparatoria con Madonia e Biondino, che solo «cinque o sei giorni prima» gli diede l’ordine di spiare la casa di Falcone. Quando ha confessato i suoi delitti, Giovanni Brusca ha potuto aggiungere solo un’allusione successiva di Riina: una settimana dopo la strage di Capaci, nel famigerato brindisi tra boss per festeggiare la morte del magistrato, Biondino attaccò Madonia per aver fallito l’attentato di tre anni prima, affidandolo a giovani «picciutteddi» incapaci. E Riina, senza smentirlo, gli intimò di tacere: «Ora lo abbiamo fatto, non ne parliamo più».
Le parole di Falcone sulle «menti raffinatissime» hanno spinto diverse procure a indagare su complicità esterne alla mafia, o quantomeno convergenze di interessi, e possibili coperture istituzionali. Il pentito Francesco Di Carlo ha parlato di quattro emissari dei servizi segreti, un italiano e tre stranieri, che dopo l’Addaura, nel 1990, gli chiesero di trovare un killer di mafia per eliminare Falcone. Mentre Angelo Siino ha chiamato in causa un big della massoneria. I sospetti di depistaggio sono rafforzati dalla condanna per falso documentale e falsa testimonianza dell’artificiere dei carabinieri, Vincenzo Tumino, che arrivò solo alle 11.30 all’Addaura, dove decise di distruggere con una micro-carica il congegno d’innesco, eliminando così una prova: ai processi, di fronte ai giudici e ai periti che gli rimproveravano quel «grave errore tecnico», ha cambiato versione più volte, accusando altri ufficiali (innocenti) o inventandosi di aver visto un timer, che invece non c’era.
Le indagini degli ultimi anni ipotizzano anche legami con l’omicidio del poliziotto Antonino Agostino, ucciso con la moglie a Palermo nell’agosto 1989, e con la tragica scomparsa del suo collega Emanuele Piazza. I sospetti su apparati deviati dei servizi sono talmente diffusi che il boss Madonia ha potuto strumentalizzarli per proporre una pista alternativa a Cosa Nostra, stroncata dalla Cassazione che reso definitive le condanne dei mafiosi. Tra tante ipotesi investigative in attesa di conferme, indagini da approfondire, testimonianze parziali, depistaggi e illazioni dietrologiche, questa inchiesta giornalistica ricostruisce, semplicemente, le cose che stavano davanti agli occhi di Falcone quando fu trovata la bomba dell’Addaura. Prima di tutto, quel tipo di esplosivo, con la X di Brixia in evidenza in tutte le foto, che permisero al pentito Ferrante di riconoscerlo con certezza. Cosa Nostra lo ha usato solo per un’altra strage: l’attentato in autostrada contro un altro giudice, Carlo Palermo, ferito dall’autobomba che il 2 aprile 1985, a Pizzolungo (Trapani), distrusse una macchina in transito e uccise una madre, Barbara Rizzo, con i suoi gemellini di 6 anni, Salvatore e Giuseppe Asta. Per quella strage sono stati condannati Riina, un boss di Trapani e altri due mafiosi dell’attentato all’Addaura. Carlo Palermo si era trasferito da Trento a Trapani per portare avanti le indagini di un magistrato, Giangiacomo Ciaccio Montalto, il primo a indagare sulla mafia di quella provincia e sui traffici di droga e armi da guerra, che fu ucciso da tre killer nella notte del 25 gennaio 1983. A Trento il giudice Palermo aveva aperto la prima istruttoria su quei traffici internazionali, fondata su un rapporto del Viminale che segnalava l’arrivo in Siria e Turchia di navi che partivano dalla Sicilia con armi da guerra, da scambiare con carichi di droga. Attaccato dal Psi di Craxi, il giudice si vide scippare e insabbiare l’inchiesta. Prima dell’attentato di Pizzolungo, si è sentito e incontrato con Falcone, che era amico anche di Ciaccio Montalto, che negli anni ’70 lo aveva salvato dall’aggressione di un detenuto.
Falcone ha difeso anche pubblicamente le indagini dei colleghi. Ha scelto di farlo a Brescia, nel febbraio 1984, a un convegno all’università dove ha lanciato l’allarme sulla «saldatura fra traffici internazionali di armi e di stupefacenti». Ha parlato di «gravi e complesse istruttorie» che hanno «accertato scambi tra eroina e forniture di armi sofisticate in Medio Oriente da parte di organizzazioni mafiose siciliane». Falcone a Brescia ha denunciato anche «l’intima connessione» di quei traffici con «le attività finanziarie di riciclaggio internazionale del denaro, effettuate da menti esperte».
Nei giorni dell’attentato dell’Addaura, Falcone stava indagando con due magistrati elvetici, Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, proprio sul riciclaggio dei soldi accumulati dalla mafia nelle banche svizzere. A Lugano, nel febbraio 1989, avevano interrogato insieme un imprenditore di Brescia, Oliviero Tognoli, arrestato dopo cinque anni di latitanza. È l’inchiesta che ha poi portato alla condanna di Vito Roberto Palazzolo, il grande riciclatore dei tesori di Cosa Nostra, sequestrati solo in minima parte negli anni successivi. Falcone aveva accolto a Palermo i colleghi e li aveva invitati a fare il bagno all’Addaura proprio nel giorno in cui fu scoperta la bomba. Dopo la sua morte, i due magistrati svizzeri hanno testimoniato sotto giuramento che Tognoli in Svizzera aveva iniziato a parlare, confidando tra l’altro che era stato il poliziotto Bruno Contrada, nel 1984, a fare la soffiata che gli permise di scappare, ma rifiutandosi di sottoscrivere l’accusa in un verbale, per paura. In Italia Contrada è stato condannato con sentenza definitiva, che però è stata cancellata da un discusso verdetto della Corte europea, che ha dichiarato inapplicabile l’accusa di concorso esterno, senza smentire i fatti accertati. Le sentenze sull’Addaura confermano il «legame evidente» tra l’attentato e la missione a Palermo dei magistrati svizzeri, finiti con Falcone nel mirino della mafia.
Contrada ha sempre smentito ogni accusa. E il suo lunghissimo processo non è bastato a chiarire perché avesse tradito il pool antimafia per favorire proprio quell’imprenditore di Brescia. L’Espresso ora ha scoperto che, nei mesi che precedono l’attentato all’Addaura, Falcone stava lavorando a un’indagine più ampia sulla finanza bresciana. E ha rintracciato uno dei testimoni, un nobile che vive in uno splendido castello vicino a Parma: il principe Diofebo Meli Lupi di Soragna. In salotto, accanto al suo cane da caccia, il nobile aggrotta le ciglia mentre si sforza di ricordare tutti i dettagli dell’interrogatorio con Falcone: «Mi aveva convocato a Palermo come consigliere d’amministratore della Fintbrescia, la società di leasing del gruppo Finbrescia. Ho preso l’aereo e ho dormito in albergo. Falcone mi ha sentito nel suo ufficio, seduto alla sua scrivania. Voleva sapere perché una società di Brescia aveva finanziato una ditta siciliana, mi pare di trasporti, poi fallita, e chi aveva deciso quell’operazione. Ricordo la sua cordialità e gentilezza: era un vero signore, serio e correttissimo. Era molto interessato alle mie risposte e mi ha salutato calorosamente. Quando sono tornato a Brescia, mi è arrivata in ufficio una sua lettera personale di ringraziamento».
Più di trent’anni dopo, il principe non sa precisare il nome della società siciliana su cui indagava Falcone. La Fintbrescia è fallita nel 1990, proprio per aver prestato troppi soldi a imprese disastrate. A comandare nell’intero gruppo Finbrescia, ricorda il nobile, erano quattro grandi azionisti, tutti bresciani, che negli anni d’oro erano ricchissimi e controllavano decine di aziende con soci eccellenti, dalla Valtur al Banco Ambrosiano. Al nome di Tognoli, il principe risponde che ne aveva sentito parlare perché frequentava uno degli azionisti, ma non ricorda altro. Dopo l’Addaura, quando Falcone è stato esautorato, di questa indagine si è perso anche la memoria.
Scavando nel passato, oggi emerge un’impressionante catena di coincidenze che legano Brescia e Palermo. I candelotti dell’Addaura sono stati prodotti dalla Sei (Società esplosivi industriali) nella fabbrica di Ghedi, che ha chiuso nel 1985. La mafia di Trapani ne aveva a quintali. Il pentito Ferrante ricorda di averne portati «diversi sacchi a Palermo, circa 200 chili» prima dell’attentato al giudice Carlo Palermo. A consegnare il carico fu un colletto bianco della mafia di Trapani, Bruno Calcedonio: «un architetto, molto distinto, alto, con barba e capelli brizzolati, ben curati». Cinque anni dopo la strage di Pizzolungo, per colpire Falcone e i magistrati svizzeri all’Addaura, i boss Riina e Madonia decisero di usare proprio l’esplosivo bresciano, rimasto fino ad allora imboscato vicino a Palermo: una richiesta che sorprese i custodi mafiosi. Ebbene: il gruppo Finbrescia, tra le sue partecipazioni, aveva il 18 per cento della Misar, una fabbrica bresciana di mine fondata nel 1977 da ex tecnici della Valsella, che aveva come fornitore la Sei di Ghedi. Le mine della Misar, in pratica, venivano riempite con esplosivo prodotto dalla stessa fabbrica del Brixia.
Altro tragico collegamento. Riccardo Pisa, uno dei grandi azionisti del gruppo Finbrescia, è nato a Palermo, dove si era trasferito e aveva fatto fortuna il padre, Piero, che nel capoluogo siciliano ha fondato grosse società di costruzioni, come Cpc e Abc (Anonima bresciana costruzioni), che hanno edificato tra l’altro l’aeroporto di Punta Raisi. Piero Pisa è stato ucciso dalla mafia a Palermo il 4 gennaio 1982. Si è detto che si era rifiutato di pagare il pizzo. Ma l’omicidio è rimasto impunito: un caso irrisolto.
Ultima suggestiva coincidenza, tra le tante che si potrebbero citare. Antonio Spada, socio fondatore e grande azionista della Finbrescia, è stato sentito nel processo sulle stragi mafiose del 1993, come testimone, perché era il tesoriere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Un ente cavalleresco con 1500 affiliati, da principi borbonici a vertici militari e leader politici, che riuniva la sua giunta esecutiva all’interno di uno dei monumenti che furono scelti come bersagli di Cosa Nostra (non si è mai saputo da chi e perché): la chiesa di San Giorgio al Velabro. Nelle sentenze sull’Addaura si legge che sulla borsa sportiva che custodiva l’esplosivo della mafia c’era un marchio vistoso: «Veleria San Giorgio» 18.5.20222 L’ESPRESSO


Con l’espressione Fallito Attentato dell’Addaura” ci si riferisce storicamente al progetto di agguato contro il giudice Giovanni Falcone, avvenuto il 21 giugno 1989 nei pressi della villa al mare che il magistrato aveva affittato per l’estate nella località palermitana dell’Addaura.

L’attentato

La mattina del 21 giugno, alle 7:30, gli uomini della scorta di Falcone, durante una ricognizione diretta al mare sulla spiaggia antistante la villa sul lungomare Cristoforo Colombo n.2731, ritrovarono accanto a uno scoglio una borsa sportiva contenente una cassetta metallica con 58 cartucce di esplosivo Brixia B5, per un peso complessivo di 8 kg, insieme a una muta subacquea e a delle pinne abbandonate. Il giudice quel giorno attendeva l’arrivo dei colleghi svizzeri Carla del Ponte e Claudio Lehmann per discutere alcuni aspetti dell’inchiesta Pizza Connection[1].
Secondo quanto riferito dal pentito Angelo Fontana[2], l’attentato fallì a causa della mancata realizzazione del programmato bagno a mare insieme ai componenti della delegazione elvetica e grazie alla ricognizione degli agenti di scorta, che spaventarono gli attentatori.
Data la gravità della situazione e l’evidente difficoltà di operare su un congegno sconosciuto, gli agenti della scorta decisero di richiedere l’intervento di un artificiere esperto in anti-sabotaggio. Nella tarda mattinata del 21 giugno giunse sul luogo l’artificiere dei Carabinieri Francesco Tumino, il quale, dopo avere esaminato l’ordigno ed avere fatto sgombrare l’area, temendo che un intervento immediato potesse fare deflagrare l’ordigno per la possibile presenza di congegni antirimozione o a tempo, decise di disattivare l’ordigno utilizzando una microcarica per disarticolare i collegamenti tra il meccanismo di innesco e l’esplosivo. Questa tecnica, se permise di analizzare in condizioni di maggiore sicurezza il contenuto della borsa, danneggiò tuttavia fortemente il comando di attivazione della carica esplosiva, costringendo gli inquirenti ad una delicata e laboriosa opera di rastrellamento estesa anche allo specchio di mare antistante la piattaforma con unità subacquee, allo scopo di ricercare tutti i frammenti che componevano il congegno esplosivo.

Antefatti e contesto storico

L’attentato si inserisce in una lunga serie di avvenimenti orientati a indebolire l’azione del Pool Antimafia e a screditare la figura di Giovanni Falcone, con l’unico fine di far saltare l’impianto accusatorio del Maxiprocesso di Palermo.
A tal proposito, subito dopo l’arresto di Salvatore Contorno, che decise, dopo Tommaso Buscetta, di collaborare con il Pool, iniziarono a circolare le c.d. “Lettere del Corvo“, che contenevano accuse dirette nei confronti di magistratura e forze di polizia, soprattutto nei confronti di Giovanni Falcone e di Gianni De Gennaro. Tra le tante, vi era quella che il Pool stesse favorendo Contorno e la famiglie perdenti della Seconda Guerra di Mafia per contrastare i Corleonesi ed eliminarne i capi. Le informazioni calunniose presenti in quelle lettere si rivelarono completamente false e ancora oggi vi è il sospetto che provenissero da ambienti istituzionali interni al Palazzo di Giustizia di Palermo, soprannominato infatti “il Palazzo dei Veleni“.
L’altro episodio fu l’omicidio del barone Antonio D’Onufrio, ucciso a Palermo il 16 marzo 1989, utilizzato per screditare la figura e l’uso dei collaboratori di giustizia da parte del Pool Antimafia. In particolare, nel giugno dello stesso anno venne fatta circolare la notizia di un colloquio tra D’Onufrio, Buscetta e De Gennaro[3], tesa a dimostrare l’irregolare gestione dei collaboratori al di fuori dellel aule di giustizia. Nell’udienza del 17 luglio 2000 il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato smentì la notizia, confermando l’affidamento di Buscetta alle autorità statunitensi fino al 1989 con controlli rigorosi che non avrebbero permesso alcuna possibilità di spostamenti di questo genere.
L’eliminazione di Falcone in quel determinato momento storico era tesa non solo ad eliminare uno dei simboli dell’accusa del Maxiprocesso di Palermo, già vincente in primo grado con oltre 360 condanne, ma anche per bloccare le indagini relative alla Pizza Connection che riguardavano il finanziere Olivero Tagnoli, stabilitosi in Svizzera e collegato a Cosa Nostra.
Diciannove giorni dopo il fallito attentato, Giovanni Falcone rilasciò un’intervista a Saverio Lodato in cui affermò:

«Ci troviamo di fronte a mentì raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi»[4].

Il magistrato sempre in quell’occasione aggiunse: «Sto assistendo all’identico meccanismo che portò all’eliminazione del generale Dalla Chiesa. La ricorda l’operazione di sterminio denominata Carlo Alberto? Il copione e quello. Basta avere occhi per vedere».

Le indagini

Le indagini si mossero subito nella direzione dell’attentato mafioso. Le consulenze esplosivistiche permisero di ricostruire con sufficiente chiarezza la dinamica del programmato attentato, mentre solo con le dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia, tra cui, tra cui innanzitutto Giovan Battista Ferrante e Francesco Onorato si riuscirono a individuare Salvatore Biondino, Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo e Angelo Galatolo come autori materiali dell’attentato e Salvatore Riina come mandante.

Gli errori dell’artificiere Tumino

Altro argomento diventato oggetto d’indagine fu l’intervento dell’artificiere Francesco Tumino, brigadiere dei carabinieri. Sin dall’inizio, l’operato di Tumino fece emergere molti dubbi, in quanto la tecnica utilizzata distrusse il meccanismo di attivazione della carica, ritenuto di fondamentale importanza per le indagini. Inoltre, Tumino in più dichiarazioni mentì ripetutamente al fine di coprire i propri errori tecnici commessi durante l’operazione di disinnesco dell’esplosivo anche se, come successivamente confermato dalle indagini, non poteva esserci alcun dubbio di rischio come “tipologia di timer” o “sensori di movimento” da impedire un’altra modalità di intervento molto meno dannosa e rischiosa rispetto a quella usata dall’artificiere. Per questa ragione Tumino venne condannato il 22 settembre 1993 a sei mesi e 20 giorni di reclusione[5]

Processo

Il processo si aprì a Caltanissetta e il 15 giugno 1998 vennero rinviati a giudizio Totò Riina, Antonio Madonia, Salvatore Biondino, Francesco Onorato, Giovan Battista Ferrante e Angelo e Vincenzo Galatolo per i reati di strage e di porto e detenzione illegale di esplosivi .

Sentenza di 1° grado

Il 27 ottobre 2000 il tribunale di Caltanissetta condannò Totò Riina, Antonio Madonia e Salvatore Biondino a 26 anni di carcere ciascuno, mentre Francesco Onorato fu condannato a 10 anni e Giovan Battista Ferrante a 3 anni, più una multa di 1.200.000 lire. Tutti furono poi condannati al risarcimento delle parti civili, costituite da Maria Falcone, Anna Falcone Cambiano, Carla Del Ponte, Comune di Palermo, Provincia di Palermo, Regione Siciliana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero di Giustizia e Ministero dell’Interno, per un totale di 25.842.500 lire. Vennero, invece, assolti Vincenzo e Angelo Galatolo.

Ulteriori gradi di giudizio

Appello

La Corte di Assise d’Appello di Caltanissetta l’8 marzo 2003 confermò le condanne nei confronti di Riina, Madonia e Biondino, mentre ridusse quelle a Ferrante e a Onorato (2 anni e 8 mesi, più 600 euro di multa, per il primo, 9 anni e 4 mesi per il secondo). Condannò, inoltre, Riina, Madonia, Ferrante e Onorato alle spese processuali, pari a 15.000€ per il 1° grado e 15.751.99€ per il 2°. Infine, confermò l’assoluzione per Galatolo Vincenzo e Galatolo Angelo.

Cassazione

La II sezione penale della Cassazione, presieduta dal Dott. Francesco Morelli, confermò il 6 maggio 2004 le condanne emesse nei precedenti gradi di giudizio. Condannò, inoltre, Riina, Madonia, Biondino e Onorato al pagamento delle spese processuali sostenute da Maria Falcone, Anna Falcone e Carla Del Ponte per un totale di 3mila euro. Infine, annullò la sentenza impugnata nei confronti di Vincenzo e Angelo Galatolo, rinviandola a un nuovo giudizio presso la Corte di Assise di Appello di Catania. Successivamente Angelo venne condannato a 13 anni di reclusione Galatolo, mentre Vincenzo fu condannato a 18 anni.

La riapertura delle indagini

Nel 2008 le indagini vennero riaperte in seguito alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Fontana e Vito Lo Forte.

La testimonianza di Angelo Fontana

Il 26 febbraio 2009 Angelo Fontana dichiarò davanti al pm Nicolò Marino e all’ispettore capo Claudio Castagna che, benché si fosse affiliato ufficialmente a Cosa Nostra solo dal 1990, la notizia dell’omicidio di Falcone era nota già dalla metà degli anni ’80. Oltre a indicare in un edificio in vicolo Pipitone a Palermo la sede delle riunioni, dichiarò che il giorno dell’attentato il commando partì con due auto, una con Madonia appostato su un villino ad altezza strada, l’altra contenente l’esplosivo che venne poi collocato in una borsa da sub e posizionato sugli scogli da cui distava circa 50 metri Angelo Galatolo, pronto ad azionare il telecomando per l’esplosione. Infine, riferì che l’attentato fallì perché, in seguito al segnale di Madonia di rientrare a causa della presenza della Polizia, Galatolo, per timore di essere scoperto, si buttò in acqua perdendo il telecomando. Le dichiarazioni di Fontana portarono i pm a richiedere un’analisi del DNA sulle tracce biologiche recuperate dalla polizia scientifica sugli oggetti abbandonati[6]. Al termine delle operazioni tecniche i periti affermarono che dai reperti rinvenuti presso l’Addaura era stato possibile estrapolare 4 profili genetici e solo uno di questi corrispondeva al profilo di uno degli indagati, Angelo Galatolo, già condannato per la fallita strage. Sugli altri 3 profili sono ancora in corso accertamenti attraverso le banche dati di polizia e carabinieri.

Le dichiarazione di Vito Lo Forte

Secondo il pentito Vito Lo Forte all’Addaura ci sarebbe stata pure la presenza di uomini dei servizi segreti (Lo Forte fa riferimento all’agente Nino Agostino e all’ex poliziotto Emanuele Piazza). Per questa ragione, i magistrati disposero anche il confronto fra i Dna ritrovati sulla scogliera dell’Addaura e quelli di Agostino e Piazza, ma nulla emerse, quindi le dichiarazioni di Lo Forte, rese ai magistrati il 10 agosto 2009 non hanno trovato alcun riscontro. L’ipotesi investigativa dei magistrati di Palermo è che Agostino e Piazza fossero impegnati nella ricerca dei latitanti, nell’ambito di strutture riservate collegate con i servizi segreti.

Note

  1. Francesco Morelli, Sentenza n.826/2004 contro Riina Salvatore + 3, Corte di Cassazione – II Sezione Penale, 6 maggio 2004, p.3
  2. * Nicolò Marino, Verbale di interrogatorio di Angelo Fontana, Tribunale di Caltanissetta, 26 febbraio 2009, p.3
  3. Attilio Bolzoni, Antimafia, anche Buscetta era a Palermo, La Repubblica, 6 giugno 1989
  4. Giovanni Falcone, intervista a Saverio Lodato, l’Unità, 10 luglio 1989
  5. Attentato dell’Addaura, reclusione per un artificiere, La Repubblica, 23 settembre 1993
  6. Sergio Lari, Procedura n. 1207/08 R.G.N.R. mod. 21, Tribunale di Caltanissetta – Direzione Distrettuale Antimafia, 12 maggio 2010, pagg. 2-4 e 7-8

Bibliografia

  • Lari, Sergio. (2010). Procedura n. 1207/08 R.G.N.R. mod. 21, Tribunale di Caltanissetta – Direzione Distrettuale Antimafia.
  • Marino, Nicolò (2009). Verbale di interrogatorio di Angelo Fontana, Tribunale di Caltanissetta, 26 febbraio.
  • Morelli, Francesco (2004). Sentenza n.826/2004 contro Riina Salvatore + 3, Corte di Cassazione – II Sezione Penale, 6 maggio.

WIKIMAFIA


TESTO


 

FALCONE, l’Addaura le talpe a Palazzo di Giustizia

 

CAPACI e ADDAURA – I processi

 

FALLITO ATTENTATO A GIOVANNI FALCONE ALL’ADDAURA – Perizia DNA

 

 

Il 21 giugno 1989 Cosa Nostra tentò di uccidere Giovanni Falcone all’Addaura collocando candelotti di esplosivo davanti alla sua villa, ma l’attentato fallì grazie al ritrovamento  dell’ordigno da parte della scorta.
Alle 7:30, gli agenti della scorta di Falcone trovarono su una scogliera dell’Addaura un borsone contenente:

• 58 cartucce di esplosivo Brixia B5 (circa 8 kg)
• una cassetta metallica con due detonatori
• una muta subacquea e delle pinne

L’ordigno era perfettamente funzionante e avrebbe potuto uccidere chiunque nel raggio di 60 metri. Falcone quel giorno attendeva i magistrati svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann per discutere aspetti dell’inchiesta Pizza Connection.
Secondo diverse ricostruzioni, l’attentato fallì perché la scorta fece una ricognizione anticipata, sorprendendo gli attentatori. 

Chi organizzò l’attentato

Le sentenze definitive della Corte di Cassazione (2004 e 2007) hanno stabilito che:

• Mandante: Salvatore Riina
• Organizzatori: Salvatore Biondino, Antonino Madonia
• Esecutori materiali: Vincenzo e Angelo Galatolo, Francesco Onorato, Giovan Battista Ferrante

Un’impronta di DNA di Angelo Galatolo trovata su una maglietta vicino all’ordigno ha confermato il coinvolgimento del clan dell’Acquasanta.

 Perché l’attentato fu così importante L’attentato dell’Addaura segnò:

• l’inizio della delegittimazione pubblica di Falcone, accusato da alcuni di aver “inscenato” l’attacco;
• un salto di qualità nella strategia mafiosa, preludio alle stragi del 1992;
• la dimostrazione che Falcone stava toccando interessi enormi.

Processo

Il processo si aprì a Caltanissetta e il 15 giugno 1998 vennero rinviati a giudizio Totò Riina, Antonio Madonia, Salvatore Biondino, Francesco Onorato, Giovan Battista Ferrante e Angelo e Vincenzo Galatolo per i reati di strage e di porto e detenzione illegale di esplosivi .

Sentenza di 1° grado

Il 27 ottobre 2000 il tribunale di Caltanissetta condannò Totò Riina, Antonio Madonia e Salvatore Biondino a 26 anni di carcere ciascuno, mentre Francesco Onorato fu condannato a 10 anni e Giovan Battista Ferrante a 3 anni, più una multa di 1.200.000 lire. Tutti furono poi condannati al risarcimento delle parti civili, costituite da Maria Falcone, Anna Falcone Cambiano, Carla Del Ponte, Comune di Palermo, Provincia di Palermo, Regione Siciliana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero di Giustizia e Ministero dell’Interno, per un totale di 25.842.500 lire. Vennero, invece, assolti Vincenzo e Angelo Galatolo.

Appello

La Corte di Assise d’Appello di Caltanissetta l’8 marzo 2003 confermò le condanne nei confronti di Riina, Madonia e Biondino, mentre ridusse quelle a Ferrante e a Onorato (2 anni e 8 mesi, più 600 euro di multa, per il primo, 9 anni e 4 mesi per il secondo). Condannò, inoltre, Riina, Madonia, Ferrante e Onorato alle spese processuali, pari a 15.000€ per il 1° grado e 15.751.99€ per il 2°. Infine, confermò l’assoluzione per Galatolo Vincenzo e Galatolo Angelo.

Cassazione

La II sezione penale della Cassazione, presieduta dal Dott. Francesco Morelli, confermò il 6 maggio 2004 le condanne emesse nei precedenti gradi di giudizio. Condannò, inoltre, Riina, Madonia, Biondino e Onorato al pagamento delle spese processuali sostenute da Maria Falcone, Anna Falcone e Carla Del Ponte per un totale di 3mila euro. Infine, annullò la sentenza impugnata nei confronti di Vincenzo e Angelo Galatolo, rinviandola a un nuovo giudizio presso la Corte di Assise di Appello di Catania. Successivamente Angelo venne condannato a 13 anni di reclusione Galatolo, mentre Vincenzo fu condannato a 18 anni.

La riapertura delle indagini

Nel 2008 le indagini vennero riaperte in seguito alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Fontana e Vito Lo Forte.

La testimonianza di Angelo Fontana

Il 26 febbraio 2009 Angelo Fontana dichiarò davanti al pm Nicolò Marino e all’ispettore capo Claudio Castagna che, benché si fosse affiliato ufficialmente a Cosa Nostra solo dal 1990, la notizia dell’omicidio di Falcone era nota già dalla metà degli anni ’80. Oltre a indicare in un edificio in vicolo Pipitone a Palermo la sede delle riunioni, dichiarò che il giorno dell’attentato il commando partì con due auto, una con Madonia appostato su un villino ad altezza strada, l’altra contenente l’esplosivo che venne poi collocato in una borsa da sub e posizionato sugli scogli da cui distava circa 50 metri Angelo Galatolo, pronto ad azionare il telecomando per l’esplosione. Infine, riferì che l’attentato fallì perché, in seguito al segnale di Madonia di rientrare a causa della presenza della Polizia, Galatolo, per timore di essere scoperto, si buttò in acqua perdendo il telecomando. Le dichiarazioni di Fontana portarono i pm a richiedere un’analisi del DNA sulle tracce biologiche recuperate dalla polizia scientifica sugli oggetti abbandonati[6]. Al termine delle operazioni tecniche i periti affermarono che dai reperti rinvenuti presso l’Addaura era stato possibile estrapolare 4 profili genetici e solo uno di questi corrispondeva al profilo di uno degli indagati, Angelo Galatolo, già condannato per la fallita strage. Sugli altri 3 profili sono ancora in corso accertamenti attraverso le banche dati di polizia e carabinieri.


Giovanni Falcone e le menti raffinatissime

Nel trentaquattresimo anniversario della Strage di Capaci
Il 23 maggio 1992 un attentato mafioso uccideva i giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro
23 maggio 202
 
Il 10 luglio 1989 Giovanni Falcone parlò di menti raffinatissime, a proposito dei mandanti del fallito attentato in suo danno del 21 giugno precedente, in un’intervista del giornalista Saverio Lodato, pubblicata su L’Unità.

Ebbi l’occasione, verso la fine di agosto di quell’anno, di chiedergli in modo espresso e diretto a chi si riferiva; e lui mi rispose che conosceva “perfettamente questi signori” ai quali aveva voluto mandare un messaggio, perché lo lasciassero “in pace”.

È un colloquio che, sotto il vincolo del giuramento, ho riferito ai giudici della Corte di Assise di Caltanissetta che si sono occupati di quel fallito attentato e che, qualche anno dopo, ho ribadito anche ai giudici del dibattimento per la strage in cui perse la vita Paolo Borsellino.

Il fallito attentato dell’Addaura rappresentò uno spartiacque nel percorso professionale di Giovanni Falcone, nel senso che vi fu un prima ed un dopo e, per noi colleghi che eravamo stati a lui più vicini, fu grande il disagio per taluni suoi comportamenti apparentemente inspiegabili che, dopo la tragedia di Capaci, abbiamo preferito rimuovere, piuttosto che affrontare.

Personalmente giunsi, già in quegli anni, a determinate conclusioni ma ogni mio tentativo di farne oggetto di riflessione collettiva non sortì alcun risultato.

Intendo adesso rimediare.

In questo mio rievocare fatti e pensieri di oltre trent’anni fa, è necessario preliminarmente far comprendere come è possibile che i miei ricordi siano così precisi e, soprattutto, che genere di confidenza avevo con il collega ucciso a Capaci.

La spiegazione riposa nel fatto che, nella primavera del 1993, a distanza di circa un anno dalle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, ero sempre più convinto che dovevo offrire il mio contributo di conoscenza ai magistrati di Caltanissetta che indagavano, riferendo loro talune circostanze apprese dalla viva voce di Giovanni Falcone e da quella di Paolo Borsellino.

Non ero in grado di valutare quanto potessero essere utili le mie informazioni, in ipotesi nulla, ma ritenevo doveroso rappresentarle a coloro che avrebbero potuto utilizzarle come tasselli di un più ampio mosaico.

Auspicavo, comunque, che in un’eventuale mia audizione fossi in grado – nel riferire fatti e circostanze – di trasmettere al meglio ai magistrati inquirenti quello che ritenevo il filo conduttore dei diversi episodi.

Ci tenevo, inoltre, a far capire in quale contesto di relazioni personali erano maturate le condizioni grazie alle quali magistrati del loro valore avevano ritenuto di potersi confidare con un collega assai più giovane e, per di più, estraneo al loro specifico ambiente lavorativo.

Dovevo riuscire a far comprendere, in particolare, come e perché di Giovanni Falcone ero stato amico, così evitando di apparire vanaglorioso e vanificare il senso delle confidenze ricevute, che ritenevo di dover riferire ai colleghi che indagavano per dare un nome ed un volto ai suoi assassini.

Dovevo spiegare anche, come e perché Paolo Borsellino, che conoscevo bene ma con il quale non avevo un particolare rapporto di confidenza, ritenne di mettermi al corrente di circostanze che sicuramente meritavano di essere riferite.

Sono state queste le ragioni per le quali ho cominciato a prendere appunti.

Con il passare dei giorni, gradualmente, mi sono accorto che questi miei appunti, via via arricchiti da particolari e da valutazioni, andavano perdendo il significato di semplice promemoria o traccia da utilizzare per una mia testimonianza; e mi sono accorto anche che il ripercorrere, con lo scrupolo che la scrittura richiedeva, i momenti essenziali del mio rapporto di conoscenza (che ho sempre pudore nel chiamare rapporto di amicizia) con Giovanni Falcone mi dava conforto.

La ragione originaria e contingente di questi miei appunti è ben presto svanita e, senza chiedermi come potesse essere definito il lavoro che stavo realizzando e quale potesse o dovesse essere la sua utilizzazione, sono andato avanti per alcuni mesi.

Non conoscevo ancora la funzione della scrittura come strumento di auto terapia, ma in quei mesi avevo evidentemente bisogno di mettere ordine alle mie paure ed ai miei sogni, con Palermo straziata dalle bombe, con i militari dell’esercito schierati a difesa delle case e dei luoghi frequentati da coloro che erano più a rischio e, in generale, con un futuro incerto per la terra dove erano nate e dovevano ancora crescere le mie figlie.

E quella scrittura mi diede conforto.

In questa mia rievocazione lo chiamerò memoriale del 1993, un memoriale che ha riposato per decenni nella memoria informatica dei miei pc.

Tornando alla confidenza sulle menti raffinatissime, ricordo che ero andato a fare visita a Giovanni Falcone una sera di agosto del 1989, proprio all’Addaura nella villa sopra la scogliera, dove un paio di mesi prima era stato piazzato l’esplosivo.

Lui era in partenza per gli Stati Uniti e sua moglie Francesca lo stava aiutando a fare la valigia.

All’inizio qualcosa andò storto e Giovanni fu scortese, prima con Francesca e subito dopo con me.

Dovrò spiegare meglio, per il momento posso solo anticipare che, quando gli accennai che avevo qualcosa da dirgli sui servizi segreti, lui prima si rabbuiò e, poi, quando subito dopo comprese che non mi riferivo ai servizi che aveva in mente lui, la sua espressione tornò normale.

Dal giorno del fallito attentato Giovanni restava a dormire all’Addaura per non dargliela vinta diceva, però pretendeva che Francesca rientrasse ogni sera in città.

Verso le undici restammo così soli, se si prescinde dalla decina di uomini armati che proteggevano la villa e che noi non vedevamo ma sapevamo che erano li, e ci accomodammo sul patio a prendere il fresco.

Era stato già chiarito che le informazioni sui servizi che volevo dargli non avevano per lui alcuna importanza, ma poiché c’ero rimasto male per il modo brusco con cui me lo aveva quasi gridato in faccia, Giovanni volle farsi perdonare e, con lo sguardo ed i modi, si mostrò accogliente per qualunque altro argomento.

E questo mi indusse ad essere spontaneo, al limite dell’impudenza.

Nel memoriale del 1993, quando dunque i ricordi erano ancora vividi, ho così riportato quella nostra chiacchierata, che è stata oggetto, dopo tanti anni, della mia testimonianza.

– Qualche settimana fa ho letto l’intervista, almeno così è stata presentata – Giovanni mi fece cenno con gli occhi di andare avanti – in cui parli anche dell’attentato… ma, a proposito, dov’era stata posata la borsa da sub?

Sostanzialmente non mi interessava affatto vedere il punto esatto dello scivolo a mare dove era stato piazzato l’esplosivo.

Giovanni non mosse neppure le braccia dalla poltroncina e accompagnandosi con un impercettibile movimento del capo sussurrò “lì sotto”, lasciando intendere che non si sarebbe certo alzato per indicarmi il punto prescelto dai mancati assassini.

– Ho sempre apprezzato la tua riservatezza, anche con i colleghi, figuriamoci con i giornalisti; ed è per questo che mi è sembrato strano che in questa intervista, riferendoti ai possibili attentatori, hai parlato di menti raffinatissime.

Giovanni mi lasciò proseguire, attento e sereno come se ci tenesse a sapere – probabilmente è stato proprio così – quali impressioni avevo tratto dalla lettura di quell’intervista.

– L’espressione era inserita in un passo virgolettato, e la cosa è strana perché è una espressione troppo precisa… e come se tu sapessi chi è stato. Queste menti raffinatissime, queste parole ti sono sfuggite senza rifletterci? E il giornalista le ha virgolettate? Non posso credere che si è inventato tutto lui… è una persona seria, non è vero?

Non voleva essere un rimprovero; volevo capire come era potuto accadere, anche a lui, di fare un passo falso così evidente con un giornalista; e come aveva pensato di rimediare.

Ero certo che di quella intervista e, in modo particolare, di quella espressione non era rimasto contento; erano anni che andava ripetendo che non avrebbe mai detto nulla a questa o a quella assemblea, a questo o a quel convegno per evitare che le sue parole venissero strumentalizzate o, peggio ancora, che potessero costituire spunto per ulteriori polemiche.

Ero, però, anche certo che, per orgoglio, non avrebbe ammesso di essersi pentito di quelle dichiarazioni indiscutibilmente avventate,

– Guarda che il giornalista me lo sono chiamato io – ci tenne preliminarmente a chiarirmi, senza spendere ulteriori parole per escludere ciò che non poteva essere neppure ipotizzato e, cioè, che quelle dichiarazioni gli erano sfuggite perché infastidito da un cronista in corridoio.

E, d’altra parte, non poteva essere altrimenti: un’intervista di un’intera pagina su un quotidiano nazionale non è frutto di estemporanee dichiarazioni sfuggite in ascensore ma, a determinati livelli, è frutto di un ben preciso accordo che prevede anche la correzione congiunta del testo.

– Ho voluto mandare un messaggio, conosco perfettamente questi signori e ho voluto dire loro che mi devono lasciare in pace.

Parlava di qualcosa di molto grave, di coloro i quali lo avevano voluto morto. Non c’era spazio per approssimazioni e per venature scherzose.

Riservatissimo ma non di ghiaccio, come ho avuto modo di verificare personalmente anche in altre occasioni, a volte gli succedeva di condividere con un amico un frammento di confidenza, per attenuare la pressione cui era sottoposto, per stare meglio e continuare a lavorare; pur avendo cura di non offrire la chiave di lettura di queste sue inoffensive esternazioni, e ciò ad evitare che si trasformassero in violazione di un segreto, in cedimento della sua leggendaria professionalità.

Quando penso a ciò non posso fare a meno di riflettere che, per forza di cose, la sua valvola di sfogo obbligata fosse Francesca Morvillo, la quale più di tanti altri era testimone di tanti suoi segreti; e che, forse, è morta proprio per questo.

– Vuoi dire che sai chi è stato?

– Sì, lo so perfettamente; ma non avendo elementi sufficienti, non ho neppure pronunziato questa mia idea ad alta voce, me la tengo per me… ma a loro ho voluto far capire che ho capito e che mi devono lasciare in pace.

– Ma almeno hai scritto da qualche parte questa tua sensazione?

– No, non farò come Rocco Chinnici, questa cosa me la tengo per me… ma non è una sensazione, è una cosa di cui sono certo, e generalmente non mi sbaglio.

Restai interdetto.

Non ebbi la forza ed il coraggio di farmi avanti come possibile destinatario dei suoi segreti: non ritenevo affatto di avere un tale rapporto da propormi quale amico fidato cui affidare confidenze a futura memoria; e, d’altra parte, mi aveva anche insegnato che non apprezzava coloro che, nel ricevere una confidenza, facevano domande che potevano anche essere indiscrete o, comunque, non gradite.

In ogni caso, mi sembrò piuttosto macabro insistere, dando per scontata la necessità di affidare ad uno scritto o ad un amico i suoi sospetti e gli elementi a sua disposizione.

Pensai anche che, a volte, Giovanni nella valutazione delle persone non era infallibile e che era anche eccessivamente sicuro di sé; che, quindi, poteva anche sbagliarsi e che, pertanto, faceva bene a non dire niente a nessuno di quella sua intuizione.

Di cui, però, lui era sicuro.

E questa sua sicurezza su chi fossero le menti ispiratrici dell’attentato, per il prosieguo delle mie riflessioni è ciò che più conta, perché dal giorno del fallito attentato molto è cambiato nei suoi comportamenti e nel rapporto con i colleghi magistrati che a lui erano più vicini.

Ma quella che sembrò una sua metamorfosi, addirittura una resa, si rilevò una metamorfosi apparente, anche se noi, nei mesi che precedettero il suo martirio, non lo avevamo capito.

Sono magistrato dal 1981, per quasi un ventennio ho fatto parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo e sono stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura dal 2002 al 2006; attualmente presto servizio presso la Procura Generale di Palermo e sono ormai prossimo alla pensione.

In questa mia stagione di consuntivi, ho avuto modo di rileggere documenti datati e, fra questi, il memoriale del 1993.

Riannodati certi fili, riapparse emozioni che sembravano sopite, avverto forte l’esigenza di condividere vecchi ricordi e riflessioni attuali sul mio rapporto con Giovanni Falcone, del quale, con umiltà e deferenza, posso dire di essere stato amico.

Ho frequentato l’illustre collega dall’ottobre del 1985 a poco più di un anno prima della strage di Capaci, per l’esattezza era il 10 maggio del 1991, quando al Ministero della Giustizia ci salutammo in modo brusco per un contrasto che non immaginavo restasse irrisolto a causa della sua tragica fine.

Ho già scritto che nella primavera del 1993, nel prendere appunti per una testimonianza che avrei dovuto rendere ai magistrati di Caltanissetta che indagavano sulla sua morte, ho cominciato a svuotare la mia coscienza, ripercorrendo i momenti salienti di un rapporto professionale ed umano che, nei decenni successivi, ha continuato a guidare il mio agire da magistrato.

All’epoca non ebbi il coraggio di rendere pubbliche quelle mie riflessioni di autocritica personale e collettiva, per i dispiaceri e le delusioni che i magistrati, anche quelli a lui più vicini, gli hanno regalato negli ultimi due anni della sua esistenza.

Oggi forse i tempi sono maturi e, certamente, lo sono per me; spero lo siano anche per la magistratura intera, quella attuale e non anche quella ben diversa del passato, espressione della borghesia mafiosa isolana, magnificamente descritta da Peppino Di Lello nel saggio Giudici pubblicato nel 1994 da Sellerio Editore.

Le difficoltà, le gelosie, l’ostracismo e gli ostacoli, mi riferisco a quelli interni all’ordine giudiziario, che hanno reso ancora più gravosi il lavoro e l’esistenza di Giovanni Falcone è argomento che la magistratura non ha mai voluto affrontare; ed il fatto che sono ben superiori le responsabilità esterne all’ordine giudiziario non ne alleggerisce il peso

I fatti che mi accingo a raccontare su questa Rivista possono rappresentare una prima, sia pure tardiva, parziale risposta.

Intendo procedere per gradi, senza limiti di spazio e senza esigenze o finalità diverse da quella di aprire uno squarcio sul rapporto fra Giovanni Falcone ed i suoi colleghi magistrati, per un dovere di verità e per rispetto della memoria innanzi tutto.

Uno squarcio, beninteso dalla mia prospettiva e nei limiti propri di un singolo rapporto interpersonale.

Una semplice testimonianza, dunque, che può però costituire stimolo per ulteriori contributi o approfondimenti su una personalità complessa, che a giusto titolo fa ormai parte della nostra Storia repubblicana e che ci resterà per i tempi a venire.

Era da anni che meditavo di affrontare questo percorso, ma soltanto in questi ultimi mesi ho intuito quali possono essere le modalità e la sede e, cioè, una serie di interventi su questa Rivista del Movimento per la Giustizia e, cioè, del gruppo di magistrati che, soprattutto nella sua origine, è indissolubilmente legato alla vicenda umana e professionale di Giovanni Falcone.

In altri termini, mi accingo a parlare del collega trucidato da Cosa Nostra in un luogo dove vivono ancora ideali che erano anche i suoi.

Dovrò parlare anche di me e la cosa mi imbarazza, ma è inevitabile perché devo offrire una cornice di credibilità alle cose che intendo raccontare.

Cercherò di essere quanto più possibile non protagonista, anche se devo capire e far capire perché sono stato destinatario di determinate confidenze e come è stato possibile che certi accadimenti sono stati da me direttamente percepiti; perché, in altri termini, certe mie conclusioni, seppure non debbano essere necessariamente condivise, meritano un’attenta considerazione.

Il mio primo incontro con Giovanni Falcone avvenne nell’ottobre del 1985, nell’aula C della Pretura, nello smisurato piano terra del Palazzo di Giustizia di Palermo, in occasione di una riunione di magistrati; a pochi metri dal luogo dove, poco più di sei anni dopo, venne riposta la sua bara, accanto a quella di Francesca e dei ragazzi della scorta.

Si trattava di una riunione di Unità per la Costituzione, corrente alla quale eravamo iscritti; e si trattava, per me, della riunione di esordio, dopo il rientro in Sicilia dalla mia prima sede genovese.

Non esistevano cellulari e non esisteva internet e per essere informati e partecipare bisognava necessariamente andare alle riunioni e, così, quel pomeriggio anticipai il rientro dalla Pretura di Castellammare del Golfo.

Al termine, in uscita dall’aula, fu Giovanni Falcone ad avvicinarsi ed a presentarsi con un sorriso ironico, consapevole che io sicuramente sapevo chi fosse; sorrisi anch’io e gli dissi che per me il suo era un viso noto, per ovvie ragioni.

Avevo ventotto anni, lui quarantasei.

Giovanni mi invitò ad andarlo a trovare nella sua stanza e quando, dopo qualche giorno, esaudii la sua richiesta (con enorme piacere e con enorme curiosità, come è facile intuire), mi disse che un amico comune, Mario Almerighi, gli aveva anticipato il mio trasferimento da Genova a Castellammare del Golfo e lo aveva invitato a tenermi in considerazione perché ero collega e persona di cui lui poteva fidarsi.

In un ambiente molto difficile come era il Palazzo di Giustizia di Palermo.

Senza parole di circostanze mi raccontò di quanto stimasse il collega Almerighi, per lui punto di riferimento al Consiglio Superiore della Magistratura, negli anni difficili che precedettero e seguirono la terribile strage del 29 luglio del 1983, in cui aveva perso la vita il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo Rocco Chinnici.

Un’autobomba nella Via Federico Pipitone, che fece accomunare Palermo alla martoriata Beirut.

Mario Almerighi, dalla morte del giudice Gian Giacomo Ciaccio Montalto, ucciso dalla mafia trapanese nel gennaio del 1983, era diventato per Giovanni Falcone un interlocutore romano sicuro e, poi, anche un amico.

Al termine dell’esperienza consiliare, Mario era rientrato a Genova, nuovamente pretore, e fu a Genova che lo conobbi iniziando a frequentare la locale sezione di Unità per la Costituzione; ne divenni amico anch’io.

Fin dall’inizio, dunque, il mio rapporto di conoscenza con Giovanni – auspice Mario Almerighi – fu caratterizzato, più che da un’intesa mai formalizzata, da qualcosa che soltanto adesso a distanza di tanti anni riesco a descrivere: io, per lui, potevo essere una sorta di sensore esterno alla sua stanza blindata e, cioè, potevo, essere un collega fidato, in grado di rappresentargli umori, malumori e maldicenze di un ambiente, quello del Palazzo di Giustizia di Palermo, molto permeabile alla borghesia mafiosa isolana degli anni Ottanta del secolo scorso.

Scrivere di Giovanni Falcone – per me che l’ho conosciuto e frequentato soprattutto in ambito associativo – ha significato rivivere l’esperienza del nostro gruppo, il Movimento per la giustizia, nei suoi anni iniziali, esaltanti e drammatici soprattutto con riferimento proprio a Lui che, dopo essere stata la nostra bandiera, ce lo siamo visti scivolare verso posizioni che non erano o che non sono apparse le nostre.

Il gruppo dei Verdi – come pure ci chiamavamo dal colore del primo documento che ci identificava, se non erro, del 1984 – si era formalmente costituito dandosi uno statuto, era domenica 17 aprile 1988, a seguito di una sconcertante vicenda consiliare, che fece esplodere in tanti magistrati l’esigenza di prendere le distanze, in modo netto, da un certo modo di fare associazionismo e, soprattutto, da una gestione dell’autogoverno troppo distante dalle esigenze del Paese.

Il punto di rottura è stato avvertito quando il Consiglio Superiore della Magistratura procedette, a maggioranza, alla nomina al posto di Consigliere Istruttore di Palermo, di Antonino Meli, un anziano magistrato, prossimo alla pensione, preferendolo al giovane cinquantenne Giovanni Falcone, che aveva dimostrato in quegli anni le sue straordinarie attitudini, il suo coraggio e la sua immensa professionalità.

Nel breve volgere di qualche mese (come era prevedibile e, per alcuni, come era stato lucidamente perseguito) quella infelicissima scelta dell’organo di autogoverno di giudici e pubblici ministeri venne a determinare un sostanziale smantellamento del lavoro di quel pool di magistrati, che avevano istruito i primi grandi processi a Cosa Nostra.

La maggioranza del Consiglio aveva così mostrato di anteporre modesti interessi corporativi, nella migliore delle ipotesi, all’esigenza di collocare il magistrato più adatto al vertice dell’Ufficio giudiziario più importante nel contrasto al crimine mafioso, che da decenni insanguinava la Sicilia ed era prossimo a tracimare nel resto del territorio nazionale.

E questo rappresentò qualcosa di non più tollerabile per non pochi magistrati che fondarono o presto aderirono al nuovo Movimento per la giustizia, abbandonando le vecchie correnti di appartenenza.

Paradossalmente, dopo appena quattro anni, nella primavera del 1992, all’interno del Movimento, che era nato a tutela di ciò che rappresentava Giovanni Falcone, eravamo incerti e divisi su una mozione di sostegno per la sua nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.

Perfettamente intuibili il disorientamento, il disagio, le lacerazioni.

Indagare su questo rapporto di Giovanni Falcone con i falconiani (come, con sarcasmo, ci chiamavano al Palazzo di Giustizia di Palermo, i colleghi non falconiani), rapporto che da simbiotico si era trasformato in qualcosa di molto diverso (è inutile negarlo), è diventato l’oggetto del mio scritto del 1993.

Ho così coltivato l’ambizione o l’illusione di spiegare – quanto meno a me stesso – cosa era successo e di analizzare, senza scorciatoie o comode dimenticanze, i nostri atteggiamenti personali e di gruppo; non già per rimestare o rinvangare, quanto piuttosto per sanare una contraddizione che, per fortuna, è stata soltanto apparente: sono state queste le conclusioni della mia analisi impietosa ma, in ultima analisi, assolutoria.

Quel mio racconto l’ho poi riposto in un cassetto, preoccupato che potesse apparire un ulteriore borioso contributo di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere e frequentare in vita Giovanni Falcone; ma anche per la consapevolezza che i tempi non erano maturi per una riflessione collettiva di questo genere.

Il 23 maggio del 1999 – a distanza di sette anni dalla morte di Giovanni e Francesca – per ricordare i colleghi uccisi, che all’epoca riposavano ancora insieme al cimitero di Sant’Orsola, ho deciso di mettere in rete il capitolo introduttivo (una sorta di premessa), con una breve nota di accompagnamento, ma nessuno degli oltre mille colleghi iscritti alla mailing‑list del Movimento ha ritenuto di dover accettare la sollecitazione, se si prescinde da pochissimi, che però non sono andati oltre poche e vuote parole di circostanza.

Troppo tardi o ancora troppo presto per affrontare l’argomento, non saprei dire.

Sta di fatto che questo silenzio assordante, si scrive così in questi casi, mi ha convinto che era meglio tenere per me le mie riflessioni.

Trascorso un quarto di secolo, ormai prossimo alla pensione, ho ritrovato il manoscritto, seppellito da mille altre cose, e l’ho riletto, con commozione devo dire, per aver riscoperto e rivissuto sensazioni che il tanto tempo trascorso aveva oscurato e indurito ma evidentemente non cancellato.

Ad esser precisi, non si tratta di un manoscritto ma della stampa, su carta ormai ingiallita, di un documento scritto al computer in epoca pre‑word, del quale ho anche ritrovato i files originari di ogni singolo capitolo conservati su un dischetto rigido.

Ma il vero fascino, almeno per me, di questo documento dipende dal fatto che si tratta delle mie riflessioni di giovane magistrato negli anni a cavallo delle stragi; riflessioni, con corrotte dal senno del poi e neppure dall’inevitabile trascorrere del tempo.

Oggi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fanno parte della storia del nostro Paese e non solo di quella giudiziaria; centinaia di strade, di piazze, di scuole, di palestre, di centri sociali, di biblioteche, di aule nei palazzi di giustizia sono a loro intitolate.

Chi arriva a Palermo, capitale mondiale della lotta al crimine organizzato e, soprattutto, della possibilità di riscatto, atterra all’aeroporto Falcone‑Borsellino.

Il sacrificio dei due colleghi si è trasformato in mito e la loro mitizzazione, in una Nazione alla disperata ricerca di valori e di alte figure di riferimento, è ancora in una fase crescente.

Di Giovanni Falcone si sono già occupati ed ancora si occuperanno gli storici e gli storici cercheranno di capire quale è stato il suo percorso umano e professionale ed anche, in particolare, le ragioni del suo progressivo isolamento negli ultimi anni all’interno della magistratura, finanche del suo stesso gruppo associativo, oltre che le ragioni delle polemiche con l’antimafia politica palermitana, del suo (fittizio) avvicinamento ad un certo mondo politico romano, del suo trasferimento dal Palazzo di Giustizia di Palermo al Ministero della Giustizia, della sua metamorfosi apparente e, specularmente, della metamorfosi reale del Ministro socialista Claudio Martelli.

Questo mio racconto credo che possa essere utile ed è per questa principale ragione che intendo renderlo pubblico.

 

 

 

GIOVANNI FALCONE e il fallito ATTENTATO all’ADDAURA del 21 giugno 1989