Trent’anni dopo, la verità che non abbiamo voluto vedere

Maggio 2026 🔴 Attilio Bolzoni ➡️ Sul depistaggio sulla strage di Borsellino quattro o cinque di noi lo sapevano perfettamente che Scarantino era tarocco. Perché non ce ne siamo occupati ? Perché io per quanto mi riguarda non volevo esporre il giornale e mettermi contro una procura della Repubblica, giudici di Corte d’Assise, giudici di corte d’appello, giudici di Cassazione. Ma noi avevamo chiaro che non funzionava quella storia. Peró il giornale era già esposto qui in Sicilia su altre cose. Io non lo volevo esporlo ulteriormente. Perché non era mio il giornale. Io non l’ho mai considerato il mio giornale. Io ero un pezzetto di quel giornale e quindi un pó di censura c’è stata per vari motivi abbiamo addolcito qualche volta. Eh il giornale era già esposto sul covo di Riina su altre cose non volevo esporlo su Scarantino andando contro decisioni di trenta giudici e non me la sono sentita. Forse ho sbagliato peró non me la sono sentita.

 


A 34 anni dalla strage di via D’Amelio, questa confessione pesa come una pietra. Non perché riveli qualcosa che non sospettassimo, ma perché conferma ciò che per decenni abbiamo preferito non dirci: il depistaggio su Scarantino non fu solo un “errore giudiziario”, ma anche un fallimento collettivo, un cedimento morale che coinvolse istituzioni, magistratura, investigatori, giornalisti.
E oggi, quando uno dei protagonisti dell’informazione siciliana ammette che “quattro o cinque di noi lo sapevano perfettamente che Scarantino era tarocco”, il silenzio che seguì quelle intuizioni diventa finalmente nominabile.
Le parole che leggiamo non sono un’autodifesa. Sono una resa dei conti.
Bolzoni lo ammette chiaramente: “Non me la sono sentita”.
Non è un alibi, è una confessione. E proprio per questo è devastante.
Perché racconta un clima che oggi rischiamo di dimenticare:un giornale probabilmente già esposto su fronti delicatissimi,una Sicilia dove criticare la Procura significava attirarsi sospetti, ostilità, isolamento, un sistema giudiziario compatto nel sostenere una verità che non reggeva,la paura di essere travolti da un conflitto più grande di sé.
Non è difficile immaginare quel contesto: la strage era ancora una ferita aperta, il Paese chiedeva colpevoli, la magistratura offriva una storia semplice, lineare, rassicurante.
E chi provava a dire che quella storia non funzionava veniva guardato come un disturbatore, un irresponsabile, talvolta un nemico.
Il passaggio più duro è quello in cui il giornalista ammette di aver scelto di non esporre il giornale “perché non era mio”.
È una frase che racconta molto più di quanto sembri.
Significa che la verità non è stata taciuta per mancanza di coraggio individuale, ma per una dinamica più sottile: la percezione di non avere il potere, il ruolo, la legittimazione per sfidare un intero apparato.
Significa che la verità, quando è scomoda, non sempre trova casa: non tutti se la sentono davvero propria, nessuno la rivendica, nessuno la difende.
Oggi sappiamo che il depistaggio su Scarantino fu uno dei più gravi della storia repubblicana.
Sappiamo che costruì un processo falso, che allontanò la verità, che condannò all’ergastolo persone innocenti e tradì la memoria di Paolo Borsellino e della sua scorta.
Ma questa confessione ci obbliga a guardare un altro lato della vicenda: il depistaggio non fu solo opera di chi lo costruì, ma anche di chi non lo contrastò.
Non per malafede. Non per complicità. Ma per paura, prudenza, senso di impotenza, rispetto eccessivo verso l’autorità, timore di essere travolti.
È un meccanismo che riguarda tutti: giornalisti, magistrati, politici, cittadini. E che continua a riguardarci.
“Forse ho sbagliato però non me la sono sentita.”
È una frase che dovrebbe essere studiata nelle scuole di giornalismo.
Perché racconta la fragilità di un mestiere che si vuole libero ma che spesso è incatenato da pressioni invisibili.
E racconta anche la fragilità di un Paese che non ha saputo proteggere chi cercava la verità.
Oggi, a distanza di 34 anni, questa confessione non cambia la storia giudiziaria. Ma cambia la nostra comprensione di quella storia.
Ci dice che la verità non è mancata: è stata lasciata sola.
La verità, quando è fragile, ha bisogno di alleati. Il silenzio anche quando nasce dalla paura, può diventare complicità.
La confessione che leggiamo oggi è un atto di onestà.
Arriva tardi, ma arriva.
E ci obbliga a una domanda che non possiamo evitare: quante altre verità, oggi, stiamo lasciando sole perché “non ce la sentiamo”?