30 giugno 1963 🟧 La strage di Ciaculli.

 

L’esplosione di quel 30 giugno 1963 travolse la vita di sette uomini delle forze dell’ordine, lacerando nel profondo il Paese e lasciando una traccia indelebile nella storia di una Sicilia dilaniata dalla lotta interna alla criminalitĂ  organizzata. Si è parlato dell’attentato come dell’atto terminale della prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, una guerra per la conquista della supremazia nella speculazione edilizia e nel traffico di droga, allora in intensa espansione. Indagini successive ipotizzarono un attacco rivolto ai Carabinieri della Tenenza di Roccella, ed in particolare al loro tenente Mario Malausa, autore dei primi rapporti alla magistratura sul rapporto tra la mafia e la politica locale. Ancora oggi, però, non sappiamo dare un nome al mandante e agli autori della strage.


La strage di Ciaculli: l’autobomba che cambiò la storia della lotta alla mafia

 

 

Nei primi anni sessanta, la Sicilia divenne il teatro di un conflitto interno a Cosa Nostra di inusitata violenza, storicamente classificato come la prima guerra di mafia del dopoguerra. Questa faida non rappresentò soltanto uno scontro per il controllo del territorio palermitano, ma segnò una transizione epocale e strutturale all’interno dell’organizzazione criminale. Come evidenziato nelle analisi storiche di studiosi come Salvatore Lupo e nelle sentenze del giudice Cesare Terranova, il conflitto non fu una semplice disputa tra fazioni, bensì una profonda riorganizzazione degli equilibri di potere di Cosa Nostra, determinata dal passaggio da una mafia rurale e latifondista a una mafia urbana, finanziaria e imprenditoriale, arricchita dalle speculazioni edilizie del sacco di Palermo e proiettata verso i mercati internazionali.
La scintilla originaria della guerra nacque attorno alla gestione dei proventi di una spedizione di eroina proveniente dall’Egitto, destinata a essere smistata negli Stati Uniti. Questa operazione era stata finanziata da un consorzio di famiglie mafiose palermitane, tra cui spiccavano i Greco di Ciaculli e il boss di Cinisi Cesare Manzella. L’incarico di sovrintendere al viaggio della droga e di incassare il denaro fu affidato a Calcedonio Di Pisa, stimato esponente della cosca di Palermo Centro e membro della Commissione provinciale. Al termine dell’operazione, tuttavia, i partner americani a New York, la cui operatività era fortemente pressata dalle inchieste federali promosse dal dipartimento di giustizia sotto la guida di Robert Kennedy, consegnarono una cifra inferiore a quella pattuita, lamentando una mancanza nel peso della merce.
I fratelli Angelo e Salvatore La Barbera, capi dell’influente mandamento di Palermo Centro e Porta Nuova, accusarono apertamente Di Pisa di aver sottratto una parte dell’eroina per rivenderla in proprio. La Barbera mal sopportava l’autorità della Commissione, da lui percepita non come uno strumento di coordinamento paritario, ma come un governo ombra oligarchico teso a frenare la sua ascesa criminale. Nonostante la Commissione, guidata da Salvatore “Cicchiteddu” Greco, avesse formalmente assolto Di Pisa da ogni accusa di appropriazione indebita, i La Barbera rifiutarono il verdetto. Il 26 dicembre 1962, Calcedonio Di Pisa venne freddato in piazza Principe di Camporeale a Palermo.
L’omicidio di Di Pisa, attribuito nell’immediato ai La Barbera, era stato in realtà eseguito da Michele Cavataio, boss della cosca dell’Acquasanta, con l’obiettivo deliberato di scatenare una guerra fratricida. Cavataio intendeva aizzare i Greco contro i La Barbera per destabilizzare l’intera Commissione e impadronirsi dei mercati urbani. La reazione dei Greco fu immediata e spietata: Salvatore La Barbera fu vittima della lupara bianca, strangolato dopo essere stato attirato in un tranello, mentre il fratello Angelo sfuggì miracolosamente alla morte in un drammatico agguato a Milano, dove venne ferito e successivamente arrestato dalle forze dell’ordine in ospedale. Nel frattempo, gli alleati dei Greco colpirono duramente la fazione avversa, utilizzando per la prima volta su vasta scala l’autobomba come strumento di sterminio militare, come accadde a Cinisi nel maggio del 1963, dove Cesare Manzella venne dilaniato dall’esplosione di una Fiat 1100 carica di tritolo.

La dinamica dell’eccidio di fondo Sirena

L’escalation stragista raggiunse il suo culmine nella giornata del 30 giugno 1963. Durante la notte, nella borgata di Villabate, un’Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivo, abbandonata davanti all’autorimessa del boss locale Giovanni Di Peri, esplose distruggendo l’edificio e uccidendo il custode Pietro Cannizzaro e il fornaio Giuseppe Tesauro. Questa prima esplosione rappresentò il tragico preludio strategico di una trappola ancora più complessa concepita per la contrada agricola di Ciaculli, un territorio densamente coltivato a mandarini e saldamente controllato dal clan dei Greco.
A metà mattinata del 30 giugno, giunse una telefonata anonima alla Questura di Palermo che segnalava la presenza di un’Alfa Romeo Giulietta di colore azzurro abbandonata in una stradina sterrata che collegava la provinciale di Gibilrossa a fondo Sirena, nei pressi di Villa Serena, un’area adiacente alle proprietà del boss Giovanni Prestifilippo, strettamente legato ai Greco. La vettura presentava gli sportelli accostati e uno pneumatico posteriore forato. Sul posto si diresse immediatamente una pattuglia di Carabinieri guidata dal tenente Mario Malausa, comandante della tenenza di Roccella, insieme ad agenti della Squadra Mobile della Polizia di Stato.
Ispezionando visivamente l’abitacolo dell’auto, i militari notarono sul sedile posteriore una bombola di gas liquido da cui fuoriusciva una miccia rudimentale della lunghezza di circa venti metri, che appariva parzialmente bruciata ed estinta. Sospettando la presenza di un’autobomba legata alla faida in corso, gli investigatori isolarono la zona e richiesero l’intervento urgente degli artificieri dell’Esercito Italiano, di stanza a Palermo presso il 46° Reggimento Fanteria.
Sul posto giunsero d’urgenza il maresciallo Pasquale Nuccio, richiamato dal riposo domenicale in virtù della sua trentennale esperienza nel disinnesco di ordigni bellici, e il soldato Giorgio Ciacci. Dopo un attento esame della bombola posta sul sedile, il maresciallo Nuccio recise la miccia e mise in sicurezza l’ordigno esterno, dichiarando lo scampato pericolo e autorizzando l’avvicinamento al veicolo.
Ciò che nessuno poteva immaginare era che la Giulietta azzurra fosse stata allestita come una micidiale trappola a doppio innesco. La bombola sul sedile posteriore era solo un’esca visiva studiata per indurre i soccorritori ad abbassare la guardia una volta neutralizzata. Attorno alle ore sedici e quindici, il tenente Mario Malausa si avvicinò alla parte posteriore del veicolo per completare l’ispezione, inserì la chiave nella serratura del portabagagli e sollevò il cofano.
L’apertura del bagagliaio azionò un dispositivo di innesco collegato a una massiccia carica di tritolo stipata all’interno del vano. La deflagrazione fu devastante: l’automobile si disintegrò all’istante, scagliando schegge metalliche e resti umani a grande distanza, sradicando gli agrumi circostanti e lasciando un profondo cratere nell’asfalto. Sette servitori dello Stato rimasero uccisi sul colpo o morirono poco dopo il ricovero, mentre il brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Muzzupappa, posizionato a circa cento metri per vigilare sulla zona, e l’appuntato Salvatore Gatto rimasero gravemente feriti ma riuscirono a sopravvivere. L’appuntato Gatto, sebbene ferito e sotto shock, riuscì a trasmettere la richiesta di soccorso via radio utilizzando l’apparecchio di una camionetta rimasta parzialmente indenne.

Ritratti e profili biografici delle vittime

Il bilancio di sangue di fondo Sirena cancellò le vite di sette rappresentanti delle istituzioni, le cui storie individuali si unirono in un unico e tragico destino collettivo.
Il tenente dei Carabinieri Mario Malausa, ventiquattrenne nato a Tripoli il 27 gennaio 1938, era un ufficiale di eccezionale valore, proveniente dalle fila dei carristi dell’Esercito prima di transitare nell’Arma. Originario di Barge, in provincia di Cuneo, Malausa si era distinto per la sua determinazione nel mappare la rete dei clan suburbani di Palermo. Nei suoi rapporti alla magistratura, l’ufficiale aveva tracciato con precisione i nomi dei capimafia locali e le loro protezioni nell’amministrazione pubblica, sollevando un velo di trasparenza sulle speculazioni fondiarie della periferia est. Il padre, Natale Malausa, veterinario condotto, si spense pochi mesi dopo consumato dal dolore per la perdita del figlio, mentre il fratello Franco fu il primo familiare di una vittima di mafia a costituirsi parte civile in un processo penale.
Il maresciallo di Pubblica Sicurezza Silvestro Silvio Corrao, nato a Palermo il 1° novembre 1917, era uno dei migliori investigatori della Sezione Omicidi della Squadra Mobile della Questura di Palermo. Soprannominato il “maresciallo-letterato” per la sua passione per la letteratura classica e i saggi storici, frequentava assiduamente la libreria Flaccovio, fulcro della vita culturale cittadina. Corrao aveva compreso le dinamiche sotterranee della faida tra i Greco e i La Barbera per il controllo del traffico di droga. Quella domenica decise di intervenire sul posto per affiancare i colleghi dell’Arma, convinto della necessità di una totale sinergia tra le forze dell’ordine sul campo. Di lui rimasero soltanto pochi oggetti personali restituiti alla moglie: la fede nuziale, la fondina della pistola, una scarpa e la cinghia dei pantaloni.
Il maresciallo capo dei Carabinieri Calogero Vaccaro, quarantotto anni, nato a Naro, in provincia di Agrigento, nel 1919, era il comandante della stazione dei Carabinieri di Roccella. Sposato e padre di tre figli, tra cui Ignazio, Vaccaro era un sottufficiale esperto e stimato, capace di operare con fermezza in un territorio ostile e fortemente segnato dall’omertà delle popolazioni locali, ottenendo per la sua abnegazione un encomio solenne alla memoria.
L’appuntato dei Carabinieri Eugenio Altomare, trentuno anni, nato a Rogliano, in provincia di Cosenza, il 21 gennaio 1931, si era sposato soltanto quindici giorni prima della strage. Altomare perse la vita mentre partecipava attivamente all’ispezione perimetrale dell’autovettura, venendo insignito della Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria per il coraggio dimostrato di fronte all’altissimo rischio di attentati.
L’appuntato dei Carabinieri Marino Fardelli, venti anni, nato a Caira, una frazione di Cassino, il 16 giugno 1943, era il più giovane del gruppo. Fardelli non morì sul colpo, ma spirò poco dopo il ricovero all’ospedale Santa Sofia di Palermo a causa delle spaventose mutilazioni riportate. La sua tragica fine destò immenso sdegno nella sua comunità d’origine nel Lazio. La sera del 30 giugno, circa cento cittadini di Caira si erano riuniti nella sezione locale della Democrazia Cristiana per seguire le trasmissioni televisive sull’insediamento di Papa Paolo VI, quando l’edizione straordinaria del telegiornale interruppe la diretta per annunciare l’attentato. Poche ore dopo, i Carabinieri si recarono a casa della famiglia Fardelli per comunicare la notizia allo zio Francesco, il quale dovette informare i genitori del giovane. La salma di Fardelli rientrò in treno a Cassino il 3 luglio, accolta da una folla commossa, e i funerali solenni si tennero il giorno successivo in una cappella provvisoria allestita a Caira, alla presenza delle massime autorità provinciali.
Il maresciallo maggiore artificiere dell’Esercito Italiano Pasquale Nuccio, nato a Palermo il 24 luglio 1916, era un militare di grande competenza tecnica, esperto nel disinnesco di cariche complesse. Nuccio, che si trovava in licenza straordinaria, non aveva esitato a rispondere alla chiamata d’urgenza del comando militare per sventare il pericolo. Di lui vennero ritrovate soltanto la giubba militare sfigurata e le mostrine metalliche del bavero, grazie alle quali i suoi allievi artificieri poterono identificarlo tra i resti dell’esplosione.
Il soldato Giorgio Ciacci, diciannovenne originario di San Leo, in provincia di Pesaro e Urbino, prestava servizio di leva presso il 46° Reggimento Fanteria di Palermo ed era stato assegnato come assistente e aiuto artificiere del maresciallo Nuccio, trovando la morte al suo fianco nell’adempimento del dovere.

Le indagini, la regia mafiosa e la veritĂ  storica

Le prime indagini sulla strage di Ciaculli si mossero in un clima di estrema incertezza e confusione, alimentato dai depistaggi interni orditi dalle cosche mafiose. Gli atti investigativi e i rapporti giudiziari dell’epoca indicarono inizialmente i fratelli La Barbera e Pietro Torretta come i principali sospettati della pianificazione dell’attentato, ipotizzando una ritorsione diretta contro il feudo dei Greco.
La verità storica ed evolutiva sulla strage di Ciaculli emerse in modo definitivo solo a distanza di vent’anni, grazie alle rivelazioni fornite nel 1984 da Tommaso Buscetta e successivamente confermate da Antonino Calderone davanti al giudice istruttore Giovanni Falcone. Buscetta rivelò che la Giulietta imbottita di esplosivo a Ciaculli era stata interamente allestita e posizionata per ordine di Michele Cavataio, capo della famiglia dell’Acquasanta.
Cavataio, soprannominato “Il Cobra” per la sua spietatezza, aveva compreso che l’unico modo per scardinare il potere oligarchico della Commissione e dei Greco era scatenare una reazione repressiva dello Stato così violenta da costringere i vertici di Cosa Nostra alla fuga o all’arresto. Per fare ciò, egli si servì della tecnologia stragista dell’autobomba, simulando un attacco dei La Barbera contro il fondo dei Greco. L’abbandono del veicolo in quella stradina di campagna non fu un errore dovuto a uno pneumatico forato, ma una spietata imboscata volta a colpire le forze dell’ordine o, in alternativa, i guardiani dei Greco che avrebbero ispezionato il mezzo.
Questo retroscena evidenzia la complessità delle strategie mafiose di quel periodo, in cui l’attacco alle istituzioni veniva utilizzato come uno strumento di regolamento di conti interno e di ristrutturazione degli organigrammi mafiosi. Lo studioso Giuseppe Casarrubea avanzò inoltre l’ipotesi di un coinvolgimento di elementi dell’eversione neofascista nella preparazione tecnica della trappola di Ciaculli, ravvisando analogie operative con le dinamiche della successiva strage di Peteano del 1972, sebbene tale pista non abbia mai trovato conferme processuali definitive.

L’iter processuale: dal “Processo dei 117” alle sentenze della Cassazione

L’iter giudiziario per i delitti della prima guerra di mafia e per la strage di Ciaculli fu caratterizzato da una lunga e complessa trafila di procedimenti penali. L’istruttoria fu condotta a Palermo dal giudice Cesare Terranova, il quale raccolse una mole impressionante di prove e testimonianze, firmando i mandati di cattura contro i principali esponenti delle fazioni in lotta. Per ragioni di ordine pubblico e legittima suspicione, il processo fu trasferito presso la Corte d’Assise di Catanzaro, dando vita al celebre “Processo dei 117”, svoltosi tra il 1965 e il 1968 all’interno di una palestra scolastica adibita ad aula di tribunale.
Il processo vedeva alla sbarra tutti i capi delle cosche palermitane e corleonesi, tra cui Luciano Liggio, Salvatore Greco, Tommaso Buscetta, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Giuseppe Calò. Il presidente della Corte d’Assise, Francesco Ferlaino di Nicastro, pronunciò la sentenza di primo grado il 22 dicembre 1968. Il verdetto rappresentò un duro colpo per le speranze di giustizia dello Stato. Pietro Torretta fu condannato a ventisette anni di reclusione per il duplice omicidio di Pietro Garofalo e Girolamo Conigliaro, commesso nel giugno 1963. Angelo La Barbera ricevette una condanna a ventidue anni e sei mesi di carcere. Salvatore Greco e Tommaso Buscetta, entrambi giudicati in contumacia poiché fuggiti all’estero, furono condannati a dieci anni di reclusione ciascuno.

Tutti gli altri imputati principali, inclusi i vertici dei Corleonesi, vennero assolti per insufficienza di prove dall’imputazione di associazione per delinquere, e i mandati di cattura emessi nei loro confronti furono revocati. La giurisprudenza italiana dell’epoca, infatti, non disponeva ancora di strumenti idonei a sanzionare l’appartenenza strutturale a un’organizzazione mafiosa, limitandosi ad applicare l’articolo 416 del codice penale sulla base di prove di reati specifici che la barriera dell’omertà rendeva impossibili da dimostrare.
Parallelamente, si sviluppò un secondo filone processuale, noto come il processo “Albanese Giuseppe + 74” (derivato dal rinvio a giudizio originario contro 113 imputati), incentrato sull’imputazione di associazione per delinquere semplice. Anche in questo caso, le sentenze emesse nei tre gradi di giudizio evidenziarono l’inadeguatezza del codice penale Rocco di fronte alla mafia moderna. La sentenza di primo grado del 29 luglio 1974 irrogò pene estremamente lievi, tra cui due anni e undici mesi a Tommaso Buscetta, tre anni a Stefano Bontate e due anni e sei mesi a Salvatore Riina. In appello, il 22 dicembre 1976, sotto la presidenza di Michelangelo Gristina, le condanne si ridussero a soli sedici imputati, decisione che divenne definitiva con la sentenza della Corte di Cassazione del 28 novembre 1979.
Le conseguenze di questo fallimento giudiziario collettivo furono devastanti. Come rilevato nei successivi rapporti firmati dal colonnello Carlo Alberto dalla Chiesa e dal capo della Squadra Mobile Giorgio Boris Giuliano, le assoluzioni di massa e le scarcerazioni dei capimafia conferirono un rinnovato prestigio sociale e un’autorità indiscussa ai boss che erano usciti indenni dai processi, alimentando un profondo senso di sfiducia nell’opinione pubblica siciliana e nazionale. La cosiddetta “pax mafiosa” che era seguita alla strage del 1963 si interruppe bruscamente il 10 dicembre 1969 con la strage di viale Lazio, in cui un commando composto da killers dei Corleonesi e dei Bontate giustiziò Michele Cavataio all’interno dei suoi uffici, vendicando i disastri e la repressione che la sua personale strategia stragista aveva attirato su Cosa Nostra.

Le reazioni dello Stato, della stampa e della societĂ  civile

La strage di Ciaculli scosse violentemente le istituzioni dello Stato repubblicano, costringendole a rompere un lungo silenzio sul fenomeno mafioso. Nei giorni immediatamente successivi all’eccidio, il Ministro dell’Interno Mariano Rumor si presentò alla Camera dei Deputati e al Senato per esprimere il cordoglio del governo e assicurare l’adozione di misure straordinarie per sradicare la delinquenza organizzata in Sicilia. Le forze di polizia, affiancate da reparti dell’Arma dei Carabinieri, diedero vita a una repressione imponente: nella sola notte del 2 luglio 1963 vennero eseguiti oltre duemila arresti e perquisizioni a tappeto nei quartieri palermitani e nei comuni della provincia, spingendo Tommaso Buscetta a dichiarare successivamente che l’apparato repressivo statale si era mosso come se fosse impazzito dalla rabbia.
A questa mentalità si oppose con forza l’azione civile e culturale del quotidiano palermitano “L’Ora”, guidato da Vittorio Nisticò, che divenne la voce più autorevole della denuncia antimafia in Sicilia. Il giornale pubblicò un’edizione straordinaria il 1° luglio 1963 per raccontare la tragedia di Ciaculli e, nei mesi successivi, sfidando querele e minacce fisiche, diede ampio risalto al “Rapporto dei 54” e al “Rapporto Malausa”, svelando le trame finanziarie delle cosche e le coperture politiche di cui godevano i Greco a Palermo.
Sul piano istituzionale, l’eccidio fornì un impulso decisivo all’insediamento della prima Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla mafia, di cui il senatore Girolamo Li Causi fu vicepresidente e animatore infaticabile, denunciando apertamente i legami tra le cosche locali, il mercato ortofrutticolo e gli esponenti della politica regionale.
Ciaculli rimase una ferita aperta anche nelle comunità d’origine delle vittime, in particolare a Caira e Rogliano, dove la memoria dei carabinieri Marino Fardelli ed Eugenio Altomare è rimasta viva nel corso dei decenni attraverso l’intitolazione di caserme, piazze e monumenti solenni, a testimonianza di come il dolore per il sacrificio di quei giovani abbia segnato profondamente la coscienza civile nazionale ben oltre i confini della Sicilia.

Roberto Greco

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Nel cuore della notte sul 30 giugno 1963, gli abitanti di Villabate, paese alla periferia di Palermo, vennero svegliati da un tremendo boato. Era deflagrata una carica di esplosivo posta su un’autovettura, lasciata di fronte all’autorimessa del mafioso Giovanni Di Peri, parente della famiglia Greco, coinvolta, sin dall’anno precedente, nella c.d. prima guerra di mafia con la famiglia La Barbera. L’attentato provocò il crollo dell’intero primo piano dell’edificio e la morte di due innocenti.

Poche ore dopo, una telefonata anonima, segnalava la presenza in Ciaculli di una Alfa Romeo Giulietta sospetta. Il tenente Mario Malausa, comandante della tenenza di Roccella, comprese subito l’importanza della notizia, perché proprio dove era stata segnalata l’autovettura, abitava Totò Greco, uno dei capi dell’omonima famiglia mafiosa. Inviò quindi sul posto una pattuglia dell’Arma, per il sopralluogo, con l’ordine di “ non toccare assolutamente nulla”.
Portatosi sul posto, con il maresciallo Calogero Vaccaro, Malausa trovò i due carabinieri di pattuglia, Marino Fardelli, appena ventenne, ed Eugenio Altomare, che avevano provveduto, con il maresciallo PS Silvio Corrao, ad isolare la zona. Notato che all’intero della giulietta si trovava una bombola di gas da cui fuoriusciva una miccia, veniva richiesto l’intervento degli artificieri. Gli stessi, il maresciallo Pasquale Nuccio e l’aiuto Giorgio Ciacci, provvidero a disinnescare l’ordigno apparentemente artigianale, dando il “cessato pericolo”.
Malausa e tutti i militari presenti si avvicinarono allora all’autovettura. Poco dopo un boato assordante. La bombola di gas aveva rappresentato solo una trappola. Un seconda carica di tritolo, collegata al portabagagli, era stata involontariamente attivata dal tenente Malausa che lo aveva aperto. L’opinione pubblica e la stampa si resero interpreti dell’orrore per il vile attentato, che costò la vita a sette servitori dello Stato. L’anno successivo venne istituita la commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia.
Sei anni dopo, in pieno centro di Palermo, si verificò uno dei più cruenti regolamenti di conti della storia. Un commando di killer, appartenenti alle famiglie di mafia di Corleone, di Santa Maria di Gesù e di Riesi, fecero irruzione, con indosso divise di agenti di Polizia, negli uffici del costruttore Moncada, ubicati a Palermo, in viale Lazio, covo del boss Michele Cavataio “il cobra”, ritenuto responsabile di aver scatenati la prima guerra di mafia. I killer fecero fuoco su tutti i presenti con pistole, mitra e lupare. Rimasero uccisi Michele Cavataio, che riuscì però a colpire uno dei killer, Calogero Bagarella, tre dipendenti dell’impresa, ed altre due persone estranee ai fatti .
Gen. Angiolo Pellegrini
 


Carabinieri   #30 giugno 1963, Palermo: con una telefonata anonima viene segnalata una Giulietta Alfa Romeo sospetta in Borgata Ciaculli. Gli artificieri impiegano un’ora per disinnescare una bomba presente all’interno, che si pensa destinata ad uno dei boss della zona in cui è in corso una sanguinosa guerra tra cosche mafiose. Il Tenente dei Carabinieri Mario Malausa decide di aprire il bagagliaio della vettura per verificarne il contenuto: purtroppo al suo interno è nascosta una seconda bomba, che fa esplodere l’auto investendo in pieno, uccidendoli, lo stesso Ufficiale, il Mar. Calogero Vaccaro, gli App. Eugenio Altomare e Marino Fardelli, il Mar. dell’Esercito Italiano Pasquale Nuccio, il Soldato Giorgio Ciacci e il Mar. di Pubblica Sicurezza Silvio Corrao. Ricordiamo i Carabinieri caduti nella lotta alle mafie: un dovere, un onore al loro sacrificio e un segno di profonda riconoscenza.
 
 
 

Strage di Ciaculli, storia di un giovane carabiniere ucciso. Il libro del nipote su una delle sette vittime dell’attentato

 

MARINO FARDELLI: I MANDARINI ROSSI DI CIACULLI (GEMMA EDIZIONI, 198 PAGINE, 15,20 EURO) Dopo 60 anni è ancora una strage dai contorni foschi.

 

Nell’esplosione di una Giulietta morirono sette militari, e tra le vittime c’era anche un giovane carabiniere originario di Cassino, Marino Fardelli, che aveva solo vent’anni. E proprio alla storia umana di una vittima minore e dimenticata si ispira il libro del nipote omonimo, coordinatore dei difensori civici delle Regioni, che a quel tempo non era neanche nato. Il volume, presentato alla Fondazione Federico II, è piĂš di un viaggio nella memoria: è una pagina di storia ancora tutta da rileggere, un momento tra i piĂš efferati dello scontro tra la mafia e lo Stato.   È questa anche l’opinione di Pietro Grasso, ex presidente del Senato ma soprattutto ex capo della Procura nazionale antimafia e prima ancora giudice a latere del maxiprocesso a Cosa nostra. “Si è parlato dell’attentato – scrive nella prefazione del volume – come dell’atto terminale della prima guerra di mafia che vedeva contrapposti i clan Greco e La Barbera, una guerra per la conquista della supremazia nella speculazione edilizia e nel traffico di droga, allora in intensa espansione. Indagini successive ipotizzarono un attacco rivolto ai carabinieri, e in particolare al tenente Mario Malausa, autore dei primi rapporti alla magistratura sulle relazioni tra la mafia e la politica locale”. 
La strage di Ciaculli, una borgata dove si producono i famosi mandarini “tardivi”, colpĂŹ un’Italia che viveva la fase politica della congiuntura e l’elezione del nuovo papa, Paolo VI.
Rappresentò quel feroce attentato un punto di svolta nella lotta alla mafia. Accelerò la costituzione della prima Commissione parlamentare antimafia e diede un impulso alle indagini sul potere criminale di Cosa nostra: 114 mafiosi tra cui Totò Riina, Tommaso Buscetta, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Salvatore Greco furono processati a Catanzaro. Il processo si concluse nel 1968 con alcune condanne ma solo per associazione a delinquere e varie assoluzioni.


I mandarini rossi di Ciaculli, la prima strage di mafia contro i carabinieri a Palermo

A metà strada tra le memorie personali e le vicende che hanno segnato un’epoca, l’autore Marino Fardelli ripercorre la vita dello zio, giovane carabiniere e vittima innocente di cui porta stesso nome e cognome.

 

È stato presentato all’Oratorio di Sant’Elena e Costantino, sede della Fondazione Federico II, il libro “I mandarini rossi di Ciaculli”. Domani, infatti, ricorrono i 60 anni da quella che viene ricordata come la prima strage di mafia nei confronti delle Forze dell’Ordine, avvenuta a Palermo il 30 giugno 1963: la Strage di Ciaculli, che continua purtroppo a rappresentare una delle tante tragedie impunite della memoria collettiva. A metĂ  strada tra le memorie personali e le vicende che hanno segnato un’epoca, l’autore Marino Fardelli ripercorre la vita dello zio, giovane carabiniere e vittima innocente di cui porta stesso nome e cognome.

Persero la vita sette servitori dello Stato: Eugenio Altomare, Carabiniere; Giorgio Ciacci, Soldato artificiere dell’Esercito; Silvio Corrao, Maresciallo della Polizia di Stato; Marino Fardelli, Carabiniere; Mauro Malausa, Tenente dei Carabinieri; Pasquale Nuccio, Maresciallo artificiere dell’Esercito Italiano; Calogero Vaccaro, Maresciallo Capo dei Carabinieri. Oltre all’autore, erano presenti il Presidente dell’Ars e della Fondazione Federico II, Gaetano Galvagno, il Comandante della Legione Carabinieri Sicilia, Generale di Divisione Rosario Castello, il Comandante dell’Esercito in Sicilia, Generale di Divisione Maurizio Scardino, il Presidente della Fondazione Occorsio, già procuratore della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi e il Direttore Generale della Fondazione Federico II, Patrizia Monterosso.

“È un momento importante di memoria in cui ricordiamo i nostri caduti – ha detto a margine della presentazione il Comandante della Legione Carabinieri Sicilia, Generale di Divisione Rosario Castello -. Fino alla strage di Ciaculli la mafia era un fenomeno sottaciuto, si parlava di guerra fra bande. Fu allora che si capĂŹ che c’era un’organizzazione mafiosa e si registrò un momento di riscatto delle Istituzioni. Oggi è cambiata la strategia per contrastare la mafia che va combattuta in modo sistemico”. “Quando ho scritto questo libro – afferma l’autore Marino Fardelli – mi sono posto molte volte il problema se la sua stesura rispondesse ad un’esigenza ipocrita: usare la tragedia di quel Marino Fardelli per fare risaltare la verve di calamo o il percorso di vita meno alto di questo Marino Fardelli. E a quella domanda, che cento volte mi sono posto, ho trovato cento volte la stessa risposta, netta e nitida come il giudizio di un bambino su un dolce: è stato giusto farlo per mettere in guardia gli altri, non conveniente per mettere in luce me”.

“Il libro ha due aspetti di grande interesse – ha detto nel suo intervento il Presidente della Fondazione Occorsio, Giovanni Salvi, giĂ  procuratore della Corte di Cassazione -: “il ricordo dello zio, vittima della mafia, che l’autore non ha mai conosciuto ma che ha segnato le sue scelte di vita. L’altro aspetto da sottolineare è la ricostruzione attenta della strage di Ciaculli che oggi risulta utile a evitare che il clima di tranquillitĂ  apparente che stiamo vivendo faccia dimenticare che la criminalitĂ  organizzata continua a essere una sfida grandissima per la Sicilia”.

“Perpetuare la memoria oggi a 60 anni dalla strage di Ciaculli – ha detto il Direttore Generale della Fondazione Federico II, Patrizia Monterosso – ci permette di rallentare il passo per stimolare una riflessione sulla societĂ  in cui vivevamo allora e viviamo oggi, evidenziando il profondo cambiamento nel contrasto alla criminalitĂ  organizzata. Dal volume traspare il travaglio interiore con cui l’autore, familiare di una delle vittime, ha deciso di contribuire alla ricerca e alla ricostruzione della veritĂ : per questo va dato grande merito al all’autore che rimette in ordine le immagini genuine del suo vissuto e dĂ  finalmente voce ai sette servitori dello Stato che persero la vita”. “Una telefonata anonima – scrive nella prefazione Pietro Grasso ricordando quel giorno – segnala una Giulietta abbandonata nella campagna di Ciaculli nella periferia di Palermo. Gli uomini delle forze dell’ordine ispezionano la vettura e disinnescano una carica esplosiva. Non possono sapere che ce n’è un’altra nascosta nel bagagliaio, che esplode non appena viene aperto. CosĂŹ, per mano mafiosa, muoiono in un istante sette uomini. La strage di Ciaculli provocò grandissimo sdegno nell’opinione pubblica siciliana e nazionale ma sarebbero serviti molti anni e molte altre vittime perchĂŠ si prendesse piena coscienza della presenza di Cosa nostra e si iniziasse veramente a combatterla”. “La strage di Ciaculli – si legge nella postfazione del Generale di Divisione Pasquale Angelosanto, Comandante del ROS Carabinieri – è rimasta impunita ed è ancora una ferita aperta per le Istituzioni e per l’Arma dei Carabinieri. Ma il tempo ha dimostrato altrettanto certamente quanto disastrosa sia stata, per la mafia, la decisione di porre in atto quell’attentato, qualunque fosse l’obiettivo. Il sistema antimafia italiano, inteso sia come quadro normativo sia come struttura dell’apparato istituzionale deputato al crimine organizzato, è il risultato di un lungo processo evolutivo, scandito dalle sollecitazioni emergenziali conseguenti a eclatanti fatti di sangue, e Ciaculli è uno di questi”. Giornale di Sicilia 30.6.2023

 

 

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