
Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo. PAOLO BORSELLINO
- ANDREOTTI GIULIO
- BERLUSCONI SILVIO
- CIANCIMINO VITOÂ
- DELL’UTRI MARCELLO
- FORTUGNO FRANCESCO
- GIOIA GIOVANNI
- GUNNELLA ARISTIDEÂ
- INSALACO GIUSEPPE
- LA TORRE PIO
- LANZETTA MARIA
- LIMA SALVO
- MANNINO CALOGERO
- MARTELLI CLAUDIO
- MATTARELLA PIERSANTI
- REINA MICHELE
- VASSALLO ANGELO
Mafia e politica – Commissione Parlmentare Antimafia 6.4.1993
- MAFIA E POLITICA TRA LO SBARCO ALLEATO E Â LA FINE DEGLI ANNI CINQUANTA
- MAFIA E POLITICA UN MODELLO BASATO SULLA TEORIA ECONOMICA
- ‘NDRANGHETA E POLITICA
- VOTO DI SCAMBIO
- SCAMBIO ELETTORALE POLITICO MAFIOSO
- QUANDOÂ UOMINI DELLO STATO TRATTARONO CON COSA NOSTRA
- L’intreccio mafia e politica lungo quanto la storia d’Italia I processi ad Andreotti e a Dell’Utri, la morte di Falcone e Borsellino, il pentitismo e Cosa Nostra 3.0
- Sulle convergenze tra mafia e politica
- MAFIA E POLITICA: parla Tommaso Buscetta (AUDIO)
- Mafia e programmi elettorali 2022Â
- MAFIA E POLITICA ATTRAVERSO LA STORIA DI LUCIANO LIGGIO/LEGGIO
IL RAPPORTO FRA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA EÂ GOVERNI LOCALI
Mafia e politica tra fascismo e postfascismo
IL RAPPORTO âAMMINISTRATORI SOTTO TIROâ. AVVISO PUBBLICO: FARE IL SINDACO Ă ANCORA UN MESTIERE PERICOLOSO
Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dellâordine a occuparsi esse solo del problema della mafia [⌠]. E câè un equivoco di fondo: si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non lâha condannato, ergo quellâuomo è onesto⌠e no! [⌠] Questo discorso non va, perchĂŠ la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, beâ ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che questâuomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè questâuomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto! PAOLO BORSELLINO
Il boss, prima di essere interrogato e rivelare i segreti di Cosa Nostra  lo aveva avvertito: “Ti distruggeranno professionalmente e poi…”
La profezia del pentito Buscetta Tre anni fa il primo tentativo di ammazzare Giovanni Falcone  Se c’era una parola, un’accusa che lo feriva era quella parola e quell’accusa che ha dovuto leggere sui giornali, che è risuonata nei convegni, che gli rotolava alle spalle – alle spalle, mai sulla faccia – di essere ormai “andato”, di essersi “piegato”, di essere ormai – nĂŠ piĂš nĂŠ meno – un “reggicoda” del potere politico che voleva – nĂŠ piĂš nĂŠ meno – strozzare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che voleva – nĂŠ piĂš nĂŠ meno – impedire allo Stato di recidere il legame doppio tra mafia e politica.
Erano parole, era un’accusa che aveva dovuto leggere e sentire – alle spalle, mai sulla faccia – dal 13 marzo 1991 quando aveva accettato di diventare direttore degli Affari Penali del ministero di Grazia e Giustizia. Gli avevano impedito di essere consigliere istruttore (gli avevano preferito per “anzianitĂ ” Antonino Meli), avevano distrutto il pool (era diventato un “centro di potere”, avevano detto), avevano smembrato l’inchiesta-collettore su Cosa Nostra (“è un’organizzazione che non ha struttura priramidale”, avevano sentenziato). Lo avevano costretto in un ruolo subalterno alla Procura della Repubblica. Aggiunto procuratore, appunto.
Aveva detto di sĂŹ a Roma, allora. Lo aveva detto con la disperazione impotente che hanno i meridionali che sono costretti a partire, a emigrare, a lasciare ciò che si ama, i luoghi della memoria, le “radici antropologiche” diceva lui, per ricominciare altrove il discorso che era stato interrotto e che andava completato.
Giovanni Falcone quando parlava della sua Sicilia, della sua Palermo sceglieva un verso: “Nec tecum nec sine te vivere possum”. E spiegava quella frase con le parole di Leonardo Sciascia, un altro grande siciliano che non sempre gli fu amico: “Amare una terra e una gente al tempo stesso che si detesta, sentirsi somiglianti e diversi, volere e disvolere, bisogna riconoscere che è un bel guaio. In questo guaio viviamo tutti noi siciliani e un guaio non è mai bello. E’ certo piĂš difficile essere siciliani che milanesi. E’ forse per questo faccio il lavoro che faccio. Perchè la mafia non è la Sicilia e il siciliano non è un mafioso”.
Era questa fiducia in se stesso e nella sua terra e nei siciliani che quelle parole, quell’accusa schiacciava. Giovanni Falcone ne era offeso, umiliato, ma non era uomo (era un siciliano, no?) da darlo a vedere piĂš di tanto. Buttava giĂš il boccone amaro, prendeva tempo (si versava da bere, si guardava intorno), strizzava gli occhi, sorrideva a labbra strette, alzava le spalle con un gesto nervoso e significativo, piĂš eloquente di qualsiasi parola. Se lo conoscevi bene, potevi notare che c’era una piega amara all’angolo della bocca e una luce triste in quegli occhi che, al contrario, erano sempre vivi e luccicanti di ironia, di passione, di eccitazione “perchĂŠ c’è tanto da fare e bisogna farlo presto e bene”.
Giovanni Falcone, 54 anni, padre funzionario della provincia, madre molto religiosa (della fede sentirĂ sempre “una nostalgia rispettosa”) si era assegnato un compito. Se l’era assegnato molto tempo fa quando, tra le possibili frasi che sceglie ogni ragazzo per orientare (impregnare) la sua vita, lui aveva scelto una – “un po’retorica” ammetteva – di Giuseppe Mazzini. Era questa. PiĂš o meno. Falcone la ricordava cosĂŹ: “La vita è missione e il suo dovere è la legge suprema”. La missione che s’era scelto era sconfiggere la mafia, annientare Cosa Nostra. “Fin da bambino – ha raccontato a Marcelle Padovani in un libro (Cose di Cosa Nostra) che è ora, tragicamente, il suo testamento spirituale – avevo respirato giorno dopo giorno aria di mafia, violenza, estorsioni, assassini. C’erano stati poi i grandi processi che si erano conclusi regolarmente con un nulla di fatto. La mia cultura progressista mi faceva inorridire di fronte alla brutalitĂ , agli attentati, alle aggressioni: guardavo a Cosa Nostra, come all’idra dalle sette teste: qualcosa di magmatico, di onnipresente e invincibile, responsabile di tutti i mali del mondo. Nell’atmosfera di quel tempo respiravo anche una cultura ‘istituzionale’che negava l’esistenza della mafia e respingeva quanto vi faceva riferimento. Cercare di dare un nome al malessere sociale siciliano equivaleva ad arrendersi agli ‘attacchi del Nord’!”.
Invece Cosa Nostra si poteva sconfiggere. Giovanni Falcone lo ripeteva da anni. Ogni volta che era possibile e anche, in anni e in luoghi, dove non era possibile. “Chi ha voglia di capire e ha voglia di lavorare – diceva – può farcela. Ho sempre saputo che per dare battaglia bisogna lavorare a piĂš non posso…”. Mise da parte l’intenzione di iscriversi a medicina, accantonò l’idea di diventare ufficiale di Marina e, laureato in giurisprudenza, a venticinque anni fece il concorso in magistratura. Giovanni Falcone cominciò a farsi le ossa, come diceva, a Trapani.
“La mafia entrò subito nel raggio dei miei interessi professionali – raccontava – Dieci assassini e la mafia di Marsala dietro le sbarre. Mi indicarono un armadio pieno di pratiche, dicendomi: ‘Leggile tutte’. Era il novembre del 1967 e puntuali come un orologio svizzero cominciarono ad arrivarmi cartoline con disegni di bare e di croci. E’ una cosa che tocca gli esordienti e non ne rimasi colpito piĂš di tanto”. Non era facile da Trapani o da Marsala “avere una visione unitaria del fenomeno mafioso”.
Nel 1978 torna a Palermo. Chiese di essere assegnato all’Ufficio istruzione. Lo spediscono al Tribunale fallimentare. Ci resta un anno. Impara a leggere un bilancio, a inseguire i sentieri di un assegno, la discreta presenza di un conto bancario. Impara a orientarsi nei canali finanziari utilizzati da Cosa Nostra per riciclare le ricchezze del narcotraffico. Quando arriva nel pool del consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici, Falcone sa quel che c’è da fare, sa come farlo. E’ in buona compagnia. “Quando Tommaso Buscetta, nel luglio del 1984, ci capita davanti – ricordava – avevamo giĂ quattro anni di lavoro duro alle spalle. Conoscevamo Cosa Nostra nelle sue grandi linee. Ero in grado di capire Buscetta e, quindi, pronto ad interrogarlo”. Prima di Masino Buscetta, lo Stato italiano aveva una conoscenza superficiale del fenomeno mafioso. “Con Buscetta abbiamo avuto finalmente una visione globale del fenomeno, delle sue strutture, delle sue tecniche di reclutamento, delle sue funzioni, del suo linguaggio, del suo codice”.
Fu Buscetta a dirglielo: “L’avverto, signor giudice. Dopo quest’interrogatorio lei diventerĂ forse una celebritĂ , ma la sua vita sarĂ segnata. Cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi che il conto con Cosa Nostra non si chiuderĂ mai. E’ sempre del parere di interrogarmi?”.
Quando Falcone raccontava le lunghe ore dell’interrogatorio con Buscetta i suoi occhi si illuminavano come devono essersi illuminati in quel benedetto, maledetto giorno in cui finalmente “si avvicinò sull’orlo del precipizio”, quando gettò uno sguardo oltre l’omertĂ , oltre quel muro insuperabile che sempre ha protetto Cosa Nostra. Quasi ridevano quegli occhi. Tornavano ad essere entusiasti. Quasi dicevano (e qualche volta arrivava anche a dirlo): “Ormai ho la chiave per capire, sĂŹ ho capito, devo avere ora soltanto gli strumenti per avvicinarmi a quella porta, senza fare passi falsi”. Il “passo falso” era la sua ossessione. “Occuparsi di indagini di mafia – diceva – significa procedere su un terreno minato: mai fare un passo prima di essere sicuri di non andare a posare il piede su una mina antiuomo”.
Lo diceva ma non si era accorto che giĂ si era incamminato lungo quel sentiero. Come gli aveva anticipato Buscetta, avevano cominciato ad attaccarlo professionalmente. Doveva essere il successore di Rocco Chinnici (ucciso dal tritolo), il Csm gli preferisce burocraticamente Antonino Meli. Negano il suo intero lavoro istruttorio con disprezzo definito il “teorema Buscetta”, meglio il “teorema Falcone”. Un Corvo lo accusa di aver consegnato licenza d’uccidere al “pentito” Salvatore Contorno. La mafia sistema 50 chili di tritolo sotto la sua casa all’Addaura e nessuno crede all’attentato. C’è chi dice (a Palermo, a Roma): se l’è preparato da solo. Lo accusano di aver “insabbiato” le indagini sui delitti politici. “Corre” per il Csm, lo impallinano i suoi stessi compagni di corrente. Ripiega a Roma, al ministero. Gli dicono che si è inginocchiato al Palazzo.
E’ candidato alla Superprocura. Il Csm lo boccia. Sono gli anni amari di Giovanni Falcone. Aveva gli occhi tristi quando ne parlava. Con orgoglio concludeva: “Alla fine, vedrete, la ragione prevarrĂ ”. Il terreno, invece, era pronto per l’ultimo atto. La mafia doveva solo presentare il conto. Lo ha presentato ieri. Come aveva previsto Buscetta. Come molti, troppi non hanno voluto prevedere.  La Repubblica 24 maggio 1992 di GIUSEPPE D’AVANZO
Paolo Borsellino: âPolitica dovrebbe fare pulizia di coloro che sono raggiunti da fatti inquietanti, anche se non sono reatiâ
Il 26 gennaio del 1989, il giudice Paolo Borsellino incontrò gli studenti di Istituto professionale âRemondiniâ di Bassano del Grappa. Il giudice, nel suo intervento, affrontò i temi che gli stanno piĂš a cuore: la legalitĂ e i rapporti fra mafia e politica
 âSono emerse dalle nostre indagini tutta una serie di rapporti tra esponenti politici e organizzazioni mafiose che nella requisitoria del Maxiprocesso vennero chiamati âcontiguitĂ â, cioè delle situazioni di vicinanza o di comunanza di interessi che però non rendevano automaticamente il politico responsabile del delitto di associazione mafiosa. PerchĂŠ non basta fare la stessa strada per essere una staffetta, la stessa strada si può fare perchĂŠ in quel momento si trova â almeno da punto di vista strettamente giuridico â si trova conveniente o fare convergere la propria attenzione sullo stesso interesse. Questo non ci ha consentito dal punto di vista giudiziario di formulare imputazioni sui politici, però stiamo attenti, vi è un accertamento rigoroso di carattere giudiziario che si esterna nella sentenza nel provvedimento del giudice e poi successivamente nella condanna, che non risolve tutta la realtĂ , la complessa realtĂ sociale. Vi sono oltre ai giudizi del giudice, esistono anche i giudizi politici, cioè le conseguenza, che da certi fatti accertati, trae o dovrebbe trarre il mondo politico. Esistono anche i giudizi disciplinari, un burocrate, un alto burocrate, che ad esempio, dellâamministrazione ha commesso dei favoritismi, potrebbe non aver commesso automaticamente, perchĂŠ manca qualche elemento del reato, il reato di interesse privato in atto dâUfficio, ma potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare perchĂŠ non ha agito nellâinteresse della buona amministrazione.
Ora lâequivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con lâorganizzazione mafiosa, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E no! Questo discorso non va, perchĂŠ la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire questâuomo è mafioso. Però siccome dallâindagine sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma erano o rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perchĂŠ ci si è nascosti dietro lo âschermoâ della sentenza e detto: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perchĂŠ non ci sono le prove per condannarla, però câè il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia e non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al proprio interno di tutti coloro che sono raggiunti, ovunque, da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reatoâ (Paolo Borsellino – 26 gennaio del 1989)
Borsellino: “La mafia ĂŠ alternativa allo Stato”
Politica e mafia. Da Nord a Sud si dividono il potere. La storia recente scritta da Falcone e Borsellino lo testimonia. Gli avvenimenti passati e recenti testimoniano un tragico contendersi gli ambiti politici da parte di persone perbene e malavitosi, il cui potere economico si è generato attraverso il crimine. Lo Stato Italiano è stato teatro di contese efferate sorte tra politica e mafia, che ha preteso prepotentemente, con lâausilio dei propri sconfinati mezzi economici, di sedersi sugli scranni del Parlamento. La storia recente scritta da Falcone e Borsellino lo testimonia. Noi uomini perbene, per i quali la verità è attestata dai fatti, ci chiediamo: âEâ veramente riuscita la mafia ad introdursi nella vita dello Stato italiano o si tratta di un timore fondato certamente sulla constatazione di fenomeni reali e concreti che minacciano la vita delle Istituzioni?â Gli arresti di alcuni malavitosi appartenenti a cosche mafiose, verificatisi negli ultimi mesi in Calabria ed in Sicilia, fanno comprendere che esiste la volontĂ forte e decisa da parte delle nostre Istituzioni di combattere le organizzazioni criminali o meglio di arginarne gli influssi negli ambiti decisionali. Non vi è dubbio che la partecipazione della mafia alla vita dello stato italiano possa estrinsecarsi in modo indiretto, attraverso favoritismi e clientelismo, ottenuti con tangenti e corruzione (vedi recenti arresti in Lombardia). Non tutto il panorama politico è corruttibile, perchĂŠ, se cosĂŹ fosse, non vi sarebbe la lotta delle Istituzioni alla mafia e, piĂš genericamente, alla delinquenza che ha fonti economiche smisurate. Possiamo ancora sperare che lâonestĂ governi la nostra Italia? Certamente, anche se essa deve fare i conti con la disonestĂ , anche quella piĂš efferata di chi fa del crimine il proprio cavallo di battaglia. Non è, tuttavia, una battaglia impari. LâonestĂ ha la forza del sapere e dellâintelligenza, in quanto essa vive nellâanimo delle menti piĂš eccelse che non hanno bisogno di ricorrere alle strategie orrende del crimine per realizzare i propri obiettivi. Eâ vero che il malaffare è scaltro e sa infiltrarsi ovunque, ma è altrettanto vero che esso viene smascherato quando la creativitĂ prende il posto dellâovvietĂ , del âcosĂŹ è perchĂŠ lo decido io che ho potereâ. Lâeconomia stessa ha bisogno di menti pensanti e creative e non di strategie del crimine: è questa la speranza che sorregge lâonestĂ di molti che operano nel contesto politico, sociale ed economico. LâItalia certamente è contesa da due poteri: quella distruttiva del crimine organizzato e quella costruttiva del potere creativo e generativo di benessere per tutti, che sappiamo essere il potere proprio dellâintelligenza . Noi siamo certi che avrĂ la meglio il potere dellâintelligenza creativa. di Biagio Maimone amduemila 2 Agosto 2019
Comunali a Palermo, Fiammetta Borsellino: âLe cosche non sparano piĂš ma fanno alleanze con politica ed economiaâ

ÂŤLe organizzazioni criminali continuano a trovare alleanze nei settori strategici dellâeconomia e della politica: per questo non bisogna mai abbassare la guardiaÂť. Ne è convinta Fiammetta Borsellino, terzogenita di Paolo, il magistrato ucciso trentâanni fa nella strage di via DâAmelio: ieri, insieme con un nome storico della sinistra, lâex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, ha portato la sua testimonianza in chiusura della campagna elettorale della lista âSinistra civica ecologistaâ che a Palermo sostiene il candidato sindaco del centrosinistra Franco Miceli. Una giornata segnata dallâarresto del candidato forzista al Consiglio comunale Pietro Polizzi per scambio elettorale politico-mafioso.
Che sapore ha questa notizia a pochi giorni dal voto a Palermo?
ÂŤSolo perchĂŠ la mafia non spara piĂš non significa che non esista: le organizzazioni criminali sono bravissime a adeguarsi ai nuovi contesti socio-economici e vivono di alleanze fuori dallâorganizzazione. La mafia non è forte in quanto tale, ma perchĂŠ trova alleanze allâesterno. Lâarresto del candidato di Forza Italia dimostra tutto questo. Non bisogna mai smettere di parlare di mafia e di questione moraleÂť.
Il sistema politico non ha ancora anticorpi per difendersi?
ÂŤNo. Ecco perchĂŠ tutti noi dobbiamo avere un compito di vigilanza, indipendentemente dagli schieramenti politici. Si tratta di forze che lavorano sottobanco e possono riemergere. Siamo molto distanti dallâaverle eliminate. Tutti siamo responsabili, in un momento in cui la cittĂ , in vista delle elezioni, può crescere e svilupparsi o fare al contrario un enorme passo indietroÂť.
Vede un passo indietro nel sostegno di Totò Cuffaro e Marcello DellâUtri al candidato sindaco del centrodestra Roberto Lagalla?
ÂŤNon è moralmente e politicamente accettabile che persone condannate per mafia influenzino lâandamento elettorale o appoggino candidati con le loro liste. Bisogna dire chiaramente da che parte si staÂť.
Palermo, dunque, è a un bivio?
ÂŤA un bivio importante. Tutti siamo coinvolti, anche se non assumiamo direttamente degli incarichi. Oggi unâamministrazione può governare bene solo se ha la collaborazione di tutta la cittadinanzaÂť.
Il suo impegno antimafia a chi si rivolge?
ÂŤAi ragazzi: sono tornata a occupare i banchi di scuola. Questa è la mia pratica dellâantimafia quotidiana. Ogni giorno parlo con i ragazzi e li convinco che scegliere il male è sbagliato e non porta vantaggi, se non apparenti. Lo faccio attraverso esempi positivi da seguire: sicuramente mio padre ma anche tanti altri. Trasmettere valori positivi è il miglior modo per togliere consenso alle mafie. Mio padre, del resto, ha fatto della lotta alla mafia una questione di vitaÂť.
Palermo è irredimibile?
ÂŤCome è stata capitale della mafia, è stata anche capace di dare vita al piĂš grande movimento antimafia mai esistito al mondo. Dobbiamo prenderne atto. Credo nelle persone, credo nei giovani. Câè tanta gente che vuole che le cose cambino e sono le persone che lavorano piĂš in silenzio. Come i docenti delle scuole, per esempio. Nutro unâenorme speranza che Palermo possa riscattarsiÂť. LA REPUBBLICA 10.6.2022

POLITICA e MAFIA. Il rapporto tra politica e mafia è certamente uno degli aspetti piĂš inquietanti e controversi del fenomeno mafioso e della storia delle forze politiche e delle istituzioni del nostro Paese. Nonostante lâabbondante produzione di materiali sullâargomento, sotto forma di libri e servizi giornalistici di denuncia, di documenti politici, di relazioni di organi ufficiali, non possiamo dire che finora il tema sia stato adeguatamente affrontato in tutte le sue implicazioni. I concetti impiegati per designare i rapporti tra politica e mafia e viceversa sono spesso generici o inadeguati: si parla di contiguitĂ e di coabitazione, mentre rimangono in secondo piano o restano irrisolti o neppure affrontati problemi di fondo che riguardano la definizione di mafia e la configurazione dei rapporti di dominio e subalternitĂ cosĂŹ come si sono determinati nello scenario politico-istituzionale italiano. Nel tentativo di contribuire a chiarire questi temi di fondo propongo, per ragioni di ordine espositivo, un rovesciamento dei due termini. Prima affronteremo il tema dalla parte della mafia e dopo dalla parte della politica.
Dalla parte della mafia.  La mafia come soggetto politico e la produzione mafiosa della politica Si è discusso se la mafia abbia una strategia politica o se intrecciando rapporti con soggetti dellâuniverso politico si limiti a stringere alleanze tattiche. Secondo la relazione su mafia e politica della Commissione antimafia, Cosa nostra, che rappresenta il gruppo piĂš consistente della mafia siciliana, âha una propria strategia politica. Lâoccupazione e il governo del territorio in concorrenza con le autoritĂ legittime, il possesso di ingenti risorse finanziarie, la disponibilitĂ di un esercito clandestino e ben armato, il programma di espansione illimitata, tutte queste caratteristiche ne fanno unâorganizzazione che si muove secondo logiche di potere e di convenienza, senza regole che non siano quelle della propria tutela e del proprio sviluppo. La strategia politica di Cosa nostra non è mutuata da altri, ma imposta agli altri con la corruzione e la violenzaâ (Commissione antimafia 1993). Resta da vedere se questa strategia non venga praticata anche in forza di convergenze di interessi e di accordi stipulati senza bisogno di ricorrere alle armi e alle minacce. Per qualche studioso si tratterebbe solo di alleanze tattiche (Lupo 1993, p. 229). Per avere una visione piĂš adeguata bisognerebbe in primo luogo interrogarsi sulla natura dellâassociazionismo mafioso. Ad avviso di chi scrive, anche utilizzando la letteratura piĂš avvertita, la mafia può considerarsi soggetto politico, in duplice senso:
- in quanto associazione criminale la mafia è un gruppo politico, presentando tutte le caratteristiche individuate dalla sociologia classica per la definizione di tale tipo di gruppo;
- essa concorre come gruppo criminale e con il blocco sociale di cui fa parte alla produzione della politica in senso complessivo, cioè determina o contribuisce a determinare le decisioni e le scelte riguardanti la gestione del potere e la distribuzione delle risorseâ (Santino 1994, pp. 12 s.).
Per la definizione di gruppo politico possiamo rifarci alla classificazione di Max Weber che nel primo volume della sua Economia e societĂ , dedicato alla Teoria delle categorie sociologiche, comincia con il definire il gruppo sociale: âUna relazione sociale limitata o chiusa verso lâesterno mediante regole deve essere chiamata gruppo sociale quando lâosservanza del suo ordinamento è garantita dallâatteggiamento di determinati uomini, propriamente disposti a realizzarlo â cioè di un capo e, eventualmente, di un apparato amministrativo, che in dati casi ha anche potere di rappresentanzaâ.
Un gruppo sociale è sempre un gruppo di potere quando esiste un apparato amministrativo e per potere âsi deve intendere la possibilitĂ di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenutoâ. Segue la definizione di gruppo politico: âUn gruppo di potere deve essere chiamato gruppo politico nella misura in cui la sua sussistenza e la validitĂ dei suoi ordinamenti entro un dato territorio con determinati limiti geografici vengono garantite continuativamente mediante lâimpiego e la minaccia di una coercizione fisica da parte dellâapparato amministrativoâ. La riflessione viene perfezionata con la seguente definizione di Stato: âPer Stato si deve intendere unâimpresa istituzionale di carattere politico nella quale â e nella misura in cui â lâapparato amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio della coercizione fisica legittima, in vista dellâattuazione degli ordinamentiâ (Weber 1981, pp. 47 ss.).
Come associazione criminale con caratteri specifici (si possono richiamare gli elementi indicati dallâart. 416 bis della legge n. 646 del 13 settembre 1982, o legge antimafia: forza di intimidazione del vincolo associativo, condizione di assoggettamento e di omertĂ che ne deriva per commettere delitti e per acquisire direttamente o indirettamente la gestione e il controllo di attivitĂ economiche, concessioni, appalti ecc. o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sĂŠ o per altri) la mafia presenta i caratteri fondamentali dei gruppi politici: un ordinamento, cioè un insieme di norme, una dimensione territoriale, la coercizione fisica, un apparato amministrativo in grado di assicurare lâosservanza delle norme e mettere in atto la coercizione fisica. Per designare sinteticamente questa pluralitĂ di funzioni ho adoperato lâespressione signoria territoriale, una forma totalitaria di controllo allâinterno e allâesterno, che va dalle attivitĂ economiche alla vita personale e relazionale.
La mafia concorre alla produzione della politica agendo allâinterno del blocco sociale o sistema relazionale egemonizzato da soggetti illegali e legali (borghesia mafiosa), in vari modi: uso politico della violenza, formazione delle rappresentanze nelle istituzioni, controllo sullâattivitĂ politico-amministrativa.
Lâuso politico della violenza si realizza attraverso lâideazione e lâesecuzione dei cosiddetti delitti politico-mafiosi e delle stragi. I delitti politico-mafiosi mirano a colpire non solo uomini politici o membri della magistratura e delle forze dellâordine ma anche altri impegnati a vario titolo contro la mafia e lâillegalitĂ e obbediscono a esigenze complessive di salvaguardia degli interessi delle organizzazioni mafiose e di altri soggetti ad esse collegate, interrompendo processi orientati in senso sfavorevole o innescando e rafforzando dinamiche socio-politiche favorevoli al perseguimento di determinati interessi. Si tratta il piĂš delle volte di atti di violenza mirata ma possono esserci anche atti di violenza diffusa, come nel caso delle stragi che hanno colpito indiscriminatamente militanti e partecipanti alle manifestazioni del movimento contadino.
A innescare questa vera e propria politica della violenza possono concorrere vari soggetti (gruppi criminali, gruppi terroristici, logge massoniche, servizi segreti ecc.) in nome di una convergenza di interessi e con la mobilitazione di una pluralitĂ di autori; ma la corresponsabilitĂ di piĂš soggetti, ipotizzabile nella ricostruzione delle dinamiche che portano allâevento criminoso, è difficilmente dimostrabile in sede giudiziaria, non solo per difficoltĂ oggettive ma soprattutto per effetto di operazioni di nascondimento e di depistaggio quasi sempre portate a buon fine. Non per caso gran parte delle stragi consumate nel nostro Paese, con o senza la partecipazione di soggetti mafiosi, è rimasta impunita. La formazione delle rappresentanze istituzionali può avvenire attraverso la selezione dei quadri, il ruolo nelle campagne elettorali, il controllo del voto o anche attraverso la partecipazione diretta di membri delle organizzazioni mafiose o di soggetti ad essa legati alle competizioni elettorali e alle assemblee elettive. Il controllo sullâattivitĂ politico-amministrativa si realizza attraverso rapporti con gruppi politici e apparati burocratici, dagli enti locali alle istituzioni centrali, e dĂ vita a una tipologia variegata che va dallo scambio, limitato o permanente, allâidentificazione-compenetrazione, allâaffinitĂ culturale e alla condivisione degli interessi. La produzione mafiosa della politica implica una visione della mafia che rifugge da stereotipi diffusi come quelli dellâantistato o del vuoto di Stato. Si è parlato di mafia come antistato soprattutto in relazione ai delitti che hanno colpito uomini delle istituzioni e il vuoto di Stato è un luogo comune che attraversa la storia della Sicilia e dellâintero Mezzogiorno, segnata dalla costituzione di una forma-Stato che ha istituzionalizzato i rapporti di forza esistenti. In realtĂ la mafia ha un doppio volto. Per un verso ha un suo ordinamento e un sua giustizia (lâomicidio per i mafiosi non è un reato ma una sanzione applicata a chi non si piega ai loro voleri o si contrappone ai loro interessi) e su questi terreni non riconosce il monopolio statale della forza, quindi è fuori e contro lo Stato. Per un altro verso, per le sue attivitĂ legate al denaro pubblico e la sua partecipazione attiva alla vita pubblica, la mafia è dentro e con lo Stato. A questa doppiezza della mafia corrisponde, come vedremo, una doppiezza dello Stato, nel senso che esso rinuncia parzialmente al monopolio della forza, legittimando la violenza mafiosa attraverso lâimpunitĂ , tutte le volte che viene operata una delega di fatto alla mafia di compiti repressivi. Abbiamo parlato di una variegata tipologia di rapporti ed espressioni come âcontiguitĂ â (impiegata, ad esempio, nella requisitoria del maxiprocesso: in Santino 1992, ma ampiamente diffusa) e âcoabitazioneâ (impiegata nella Relazione su mafia e politica del 1993) colgono una parte di tali rapporti, mentre per altri è piĂš adeguata lâespressione âcompenetrazione organicaâ (impiegata sempre nella requisitoria del maxiprocesso). LâUfficio Istruzione che ha preparato il maxiprocesso, nel commentare le affermazioni della requisitoria, riprendeva lâespressione âcontiguitĂ â ma a proposito degli omicidi politici ne sottolineava lâinadeguatezza: âNella requisitoria del P.M. si fa riferimento alla âcontiguitĂ â di determinati ambienti imprenditoriali e politici con Cosa nostra. Ed indubbiamente questa contiguitĂ sussiste anche se è stata scossa, ma non definitivamente superata, dai tanti tragici eventi che hanno posto in luce il vero volto della mafia. Ma qui si parla di omicidi politici, di omicidi cioè in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi ed oscuri interessi attinenti alla gestione della Cosa pubblica; fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti, che vanno ben al di lĂ della mera contiguitĂ e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole veramente âvoltare paginaââ (in Santino 1992). La sentenza di primo grado riprendeva le varie espressioni impiegate per designare il rapporto tra mafia e politica e tracciava un profilo sintetico della natura istituzionale di Cosa nostra, che sarebbe insieme: contropotere, per la sua natura criminale; potere annidato nel contesto sociale, capace di adattarsi ai mutamenti delle condizioni storiche; ordinamento giuridico che ha in comune con la forma Stato i caratteri essenziali: un territorio, un codice, affiliati che vi si attengono e altri che vi si adattano; gruppo di pressione che programma e realizza piani di estensione geografica e di rafforzamento del ruolo a livello nazionale e internazionale (in Santino 1992,1994) Una rappresentazione che coglieva la complessitĂ del fenomeno mafioso e lâarticolazione dei ruoli che esso ha esercitato nei suoi rapporti con la politica e lâassetto istituzionale.
Il cosiddetto terzo livello. Negli ultimi anni, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, lâidea piĂš diffusa è stata che il rapporto mafia-politica si sia concretato con lâoperare del cosiddetto terzo livello. Lâespressione veniva impiegata in una relazione del 1982 presentata al Consiglio superiore della magistratura da Giovanni Falcone e Giuliano Turone, dal titolo Tecniche di indagine in materia di mafia, in cui si parlava di tre livelli dei reati di mafia. Reati del primo livello sono i reati rientranti âin attivitĂ criminali direttamente produttive di movimenti di denaroâ (estorsioni, contrabbando di tabacchi, traffico di droghe ecc.); reati del secondo livello sono quelli âche si collegano comunque alla logica mafiosa del profitto ed alle relative lotte fra le cosche per il controllo dei campi di attivitĂ â (omicidi interni); reati del terzo livello sono i delitti âche mirano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (âŚsi pensi ad esempio allâomicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per lâassetto di potere mafioso)â (Falcone 1994, pp. 221-255).
Successivamente, soprattutto ad opera dei mezzi di informazione, lâespressione âterzo livelloâ è stata usata non piĂš con riferimento ai reati di mafia ma allâorganizzazione mafiosa nel suo complesso, rappresentata come un edificio a tre piani o livelli: al primo livello sono gli esecutori materiali dei delitti; il secondo livello è formato dai capimafia; il terzo livello da un vertice politico-finanziario, una sorta di supercupola, formata da uomini politici, finanzieri, esponenti della massoneria, uomini dei servizi segreti ecc., che sarebbe sovrapposta alla commissione o cupola mafiosa, cioè lâorgano direttivo a livello provinciale di Cosa nostra, organizzazione unitaria, piramidale e verticistica.
Le polemiche che per vari anni hanno segnato il dibattito sui rapporti tra mafia e politica erano suscitate da due diverse visioni della mafia e della sua relazione con il mondo politico-istituzionale. Lâesistenza del terzo livello era sostenuta da quanti ritenevano che il rapporto mafia-politica fosse organico e pensavano che esso si materializzasse in unâentitĂ sovraordinata allâorganizzazione criminale; è stata negata da quanti ritenevano che il rapporto mafia-politica non andasse al di lĂ dei collegamenti episodici fra qualche boss e qualche politico e consideravano la mafia come unâorganizzazione criminosa chiusa in se stessa. E siccome Falcone aveva usato quellâespressione solo per i reati di mafia e non per lâorganizzazione mafiosa e sosteneva che non esisteva un terzo livello cosĂŹ come veniva rappresentato, qualcuno, piĂš o meno interessatamente, gli ha rimproverato di ignorare il rapporto mafia-politica e ha avanzato il sospetto che tenesse nei cassetti le prove dellâesistenza di tale rapporto (cfr. Santino 1997a, pp.102-116). Una pagina decisamente brutta nella storia della lotta alla mafia e del nostro Paese, frettolosamente dimenticata dopo la strage del 23 maggio 1992 in cui Giovanni Falcone cadeva assieme alla moglie e agli uomini della scorta.
In una relazione del 1989 Giovanni Falcone ribadiva la sua convinzione: ââŚal di sopra dei vertici organizzativi non esistono âterzi livelliâ di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa nostraâ. Lâorganizzazione mafiosa stringe rapporti con organizzazioni similari, ci sono convergenze di interessi fra mafia e altri centri di potere, ci sono uomini politici adepti della mafia ma non in posizione di potere. âInsomma Cosa nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia mai però in posizioni di subalternitĂ â. In ogni caso non câè una âdirezione strategicaâ occulta di Cosa nostra (in Santino 1994). Tale visione non esclude affatto il rapporto mafia-politica, nega soltanto che esso sia configurabile come supercupola. GiĂ nel 1987, in unâordinanza-sentenza contro 163 mafiosi, Falcone richiamava la criminalitĂ dei colletti bianchi, le connivenze e le collusioni di rappresentanti delle pubbliche istituzioni, la convergenza dâinteressi di vari soggetti col potere mafioso, per sottolineare lâesigenza di elaborare la fattispecie del concorso in associazione mafiosa per persone esterne allâorganizzazione ma collegate con essa, nella convinzione che la convergenza di interessi âcostituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa nostraâ (Tribunale di Palermo 1987). Su questa base lâelaborazione giurisprudenziale porterĂ allâuso della fattispecie di concorso esterno in associazione mafiosa per affrontare in sede giudiziaria il problema della responsabilitĂ penale di uomini politici e di altri soggetti che fanno parte del sistema relazionale entro cui agiscono i gruppi criminali.
Mafia e forze politiche La mafia non ha ideologia ma ha una spiccata e scaltrita cultura del potere. Nei rapporti con le forze politiche la mafia siciliana ha mostrato una grande capacitĂ di elasticitĂ e di adattamento al mutare del quadro politico e al succedersi dei detentori del potere. CosĂŹ essa è stata, esclusivamente o prevalentemente, liberale, democristiana e ora è legata ai soggetti politici affermatisi negli ultimi anni. Significativo il comportamento dei mafiosi nelle fasi di transizione, quando varie forze politiche sono in corsa per il potere. Limitandoci al secondo dopoguerra, nei primi anni Quaranta del XX secolo, il ricorso al separatismo, a ridosso dei grandi proprietari terrieri, ebbe soprattutto il significato di unâoperazione strumentale mirante ad ottenere unâautonomia regionale che salvaguardasse gli interessi e il potere degli strati dominanti. Alcuni capimafia, come Calogero Vizzini, costituivano insieme la sezione del Partito separatista e quella della Democrazia cristiana, puntavano contemporaneamente su due cavalli, attivandosi per assicurare lâaffermazione di quello che si presentava piĂš favorito per vincere la corsa. La vittoria del Blocco del popolo alle elezioni regionali del 20 aprile 1947 stimola lâaccentuazione della violenza, giĂ messa in atto per fermare lâavanzata del movimento contadino, e si avrĂ la strage di Portella del primo maggio, che in concorso con altre scelte maturate a livello nazionale e internazionale, avrĂ una immediata valenza strategica con lâespulsione delle sinistre dal governo nazionale e con il divieto al loro ingresso in quello regionale. La fase dei governi centristi vede la mafia solidamente attestata con il partito di maggioranza relativa e pronta a ricorrere ancora alla violenza, garantendosi il ruolo di forza armata e di baluardo contro il comunismo, fino alla sconfitta finale del movimento contadino (con una controriforma agraria che stimola gran parte del mondo contadino a scegliere la via dellâemigrazione) e allâassottigliamento della consistenza delle forze di opposizione, emarginate dallâassetto di potere costituito. In questa fase che va dagli anni â50 agli anni â60 la mafia si assicura un canale privilegiato di accesso al denaro pubblico, estendendo e radicando il suo sistema relazionale con i rapporti intessuti con professionisti, imprenditori, amministratori e politici, configurandosi come una forma di borghesia di Stato (Santino â La Fiura 1990, pp. 111 ss.). Il rapporto pattizio si incrina per il lievitare dellâaccumulazione illegale e della richiesta di occasioni di investimento e di spazi di potere. I delitti che colpiscono uomini del partito di maggioranza (Michele Reina nel 1979, Piersanti Mattarella nel 1980) hanno un preciso significato: la mafia non tollera le aperture politiche verso lâopposizione e in particolare verso il Partito comunista e considera un intralcio ai suoi interessi le azioni moralizzatrici che toccano terreni scottanti come quello degli appalti di opere pubbliche. Il messaggio arriva a segno: le aperture vengono archiviate e al governo della regione vanno personaggi piĂš affidabili (Santino 1989, pp. 287 ss.). Il patto viene definitivamente sciolto con lâuccisione di Salvo Lima (12 marzo 1992), a cui si rimprovera di non aver cancellato gli effetti del maxiprocesso che si è concluso con pesanti condanne per una serie sterminata di omicidi, interni ed esterni, che hanno insanguinato gli anni â80. Il delitto, che colpisce uno dei personaggi piĂš emblematici del rapporto mafia-politica per decenni, è una sorta di lastra tombale su un intero periodo storico. La mafia ora è alla ricerca di nuovi interlocutori allâinterno di un quadro politico profondamente mutato, in cui figurano forze politiche nate sulle ceneri di partiti storici, travolti dai processi per corruzione (la cosiddetta Tangentopoli). Nel 1989 è caduto il muro di Berlino, il socialismo reale è imploso e la mafia ha perduto il suo ruolo storico di baluardo contro il comunismo, in un contesto formalmente aperto ma in realtĂ sbarrato alle forze di sinistra (quella che ho chiamato âdemocrazia bloccataâ: Santino 1997b). Lâondata di stragi del 1992 e â93 è il frutto del delirio di onnipotenza criminale dei cosiddetti corleonesi o è suscitata anche da altri soggetti che mirano a condizionare le dinamiche in atto per determinare i nuovi assetti di potere? La risposta giudiziaria, che ha colpito capi e gregari di Cosa nostra, ha lasciato irrisolto questo interrogativo che rischia di aggiungere un altro capitolo al libro dei cosiddetti misteri italiani Quel che è certo è che mafiosi hanno capito che per stringere nuove alleanze debbono controllare la violenza, soprattutto quella rivolta verso lâalto, e per gli ultimi anni si parla di âmafia sommersaâ o inabissata, capace di controllare capillarmente il territorio, di inserirsi nella spartizione del denaro pubblico destinato alle grandi opere, sorretta da una borghesia mafiosa diffusa, forte di legami con personaggi del nuovo scenario politico. Stando anche a inchieste giudiziarie in corso, le forze politiche a cui si rivolgono le maggiori attenzioni sono Forza Italia e lâUdc, che rappresenta nella realtĂ siciliana la linea di continuitĂ con il sistema di potere democristiano.
Dalla parte della politica. La criminalitĂ del potere e la produzione politica della mafia Abbiamo giĂ accennato al ruolo della Democrazia cristiana, per quasi mezzo secolo partito di maggioranza relativo e architrave del sistema di potere. Nella relazione di maggioranza che chiuse i lavori della Commissione parlamentare antimafia (1976) si dice che la mafia è un fenomeno di classi dirigenti (affermazione che valeva soprattutto per le origini), che la sua specificità è âcostituita dallâincessante ricerca di un collegamento con i pubblici poteriâ, che la DC presentava un indice di personalizzazione (rapporto tra voti di lista e voti di preferenze) piĂš elevato di altri partiti e che il voto di preferenza favoriva lâinfiltrazione mafiosa e si puntava il dito sul ruolo di Vito Ciancimino, dirigente democristiano, assessore comunale e per qualche tempo sindaco di Palermo. La relazione di minoranza presentata dal PCI indicava nel gruppo dirigente democristiano siciliano, che avrebbe imbarcato forze liberali e monarchico-qualunquiste legate ai boss mafiosi, il referente politico di una mafia capace di adattarsi ai mutamenti del contesto (Commissione antimafia 1976).
Successivamente nella riflessione su fenomeni come la loggia massonica P2, i comportamenti dei servizi segreti cosiddetti âdeviatiâ, il ricorso alle stragi per arrestare processi di rinnovamento del quadro politico che mettevano in forse lâassetto internazionale, si è utilizzato un concetto elaborato per lâanalisi dello Stato nazista (Fraenkel 1983). Mi riferisco alla teoria del âdoppio Statoâ, fondato su una duplice lealtĂ dei gruppi dirigenti, verso il proprio Paese e verso lo schieramento internazionale (De Felice 1989). Anche chi scrive ha parlato di una doppiezza dello Stato come schema teorico utilizzabile per analizzare fenomeni come la legittimazione della violenza mafiosa e lâuso illegale della violenza da parte di apparati istituzionali o di soggetti ad essi legati, senza però farne una sorta di dogma interpretativo multiuso (Santino 1994, 1997b)
In sintesi violenza e illegalitĂ sono state una risorsa a cui si è fatto ricorso quando la normale dialettica non riusciva a governare il conflitto sociale o a controllare le dinamiche politiche. Si può parlare di criminalitĂ del potere, con riferimento a tutti quegli eventi che dimostrano che per salvaguardare un determinato assetto di potere, perpetuare lâegemonia di determinate forze politiche, garantire il rispetto dei limiti imposti dalla spartizione del mondo in grandi aree di influenza, non si è esitato ad ideare ed eseguire atti criminosi, come le stragi, o a tollerane il compimento, depistando o insabbiando le indagini per accertare le responsabilitĂ .
Con lâespressione produzione politica della mafia si possono intendere le varie forme con cui forze politiche e istituzioni âcontribuiscono a sostenere e sviluppare la mafia, dallâassicurazione dellâimpunitĂ per i fatti delittuosi alle attivitĂ collegate con il funzionamento delle istituzioni stesse e con lâuso del denaro pubblico. Tali forme possono arrivare fino a configurare unâistituzionalizzazione formale o sostanziale della mafia (criminocrazia) e/o la mafiosizzazione delle istituzioniâ (Santino 1994). Questo non significa che tutto è mafia, ma che si sono realizzate forme di privatizzazione-clandestinizzazione-criminalizzazione delle attivitĂ politiche, configurabili come una sorta di forma-mafia, che ha visto soggetti come i gruppi neofascisti, legati a uomini di potere, i servizi segreti, le logge massoniche in cui figuravano vertici delle istituzioni, mettere in atto eventi criminosi che niente avevano a vedere con lâuso legittimo del monopolio della forza.
Per quanto riguarda piĂš precisamente il rapporto con la mafia, la legittimazione della violenza con la garanzia dellâimpunitĂ ha comportato una demonopolizzazione, cioè una rinuncia al monopolio della forza, elemento costitutivo della moderna forma-Stato (Bobbio 1976). Lo Stato ha recuperato il monopolio della forza per tamponare unâescalation di violenza che tracimava oltre i limiti consentiti, come nel caso della strage di Ciaculli (1963), in cui caddero sette uomini delle forze dellâordine, dei delitti e delle stragi che hanno colpito personaggi come Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino (sono questi i delitti che hanno scatenato rilevanti effetti boomerang). E questo recupero è stato effettuato in una logica piĂš emergenziale che strategica. Questo è stato il limite di fondo delle politiche criminali del nostro Paese.
Anche per quanto riguarda piĂš propriamente il terreno politico, cioè delle competizioni elettorali e della selezione delle rappresentanze, non si andati al di lĂ dellâelaborazione di fattispecie inadeguate e parziali, come quella che prevede lo scambio elettorale politico-mafioso, limitato alla compravendita di voti, attraverso lo scambio tra somme di denaro e la promessa di voti (legge 7 agosto 1992 n. 356, art. 11 ter). La formulazione iniziale era piĂš ampia e piĂš rispondente alla realtĂ , prevedendo lâacquisizione di concessioni, autorizzazioni, appalti ecc., ma è stata ristretta tanto da ridurne, se non cancellarne, lâefficacia.
La responsabilitĂ politica, di cui parlava la relazione della Commissione antimafia del 1993, approvata in pieno clima di emergenza, che dovrebbe concretarsi in un giudizio di incompatibilitĂ con lâesercizio di una funzione pubblica per le persone responsabili di fatti non necessariamente definibili come reati ma pur sempre gravi, è rimasta sulla carta e negli ultimi anni si è assistito a un fatto inedito nella storia dellâItalia repubblicana: la candidatura e lâelezione di personaggi sotto processo per mafia, accompagnate da attacchi di inusitata violenza alla magistratura, responsabile di perseguire uomini di potere, in nome dellâeguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Unâaltra forma di legalizzazione dellâillegalitĂ che si aggiunge alle leggi a tutela di interessi personali e a salvaguardia dellâimpunitĂ di personaggi che si sono dati alla politica per sfuggire ai loro problemi giudiziari e che un elettorato non molto dotato di senso civico premia con valanghe di voti, anche come effetto di un sistema maggioritario che cancella e mortifica le minoranze.
In questo clima i processi ai politici e ai rappresentanti delle istituzioni incriminati per i loro legami con la mafia (da alcuni politici locali ad Andreotti, il cui processo si è concluso con un esito bifronte) hanno avuto risultati impari rispetto a quelli che riguardano lâala militare, lâaccertamento della veritĂ sulle stragi segna il passo e lâintreccio tra il potere del crimine e la criminalitĂ del potere vive una stagione di cui non si vede la conclusione.
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Riferimenti bibliografici Bobbio Norberto, voce Politica, in Dizionario di Politica, diretto da N. Bobbio e N. Matteucci, Utet, Torino 1976, pp. 728-737. Commissione parlamentare antimafia, Relazione conclusiva (Carraro), Relazione di minoranza (La Torre e altri), VI legislatura, Doc. XXIII, n. 2, Tipografia del Senato, Roma 1976.
Commissione parlamentare antimafia, Relazione su mafia e politica, Roma 1993, in Mafia e politica, Laterza, Roma-Bari 1993.
De Felice Franco, Doppia lealtĂ e doppio Stato, in âStudi storiciâ, n. 3, 1989, pp. 493-563.
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Fraenkel Ernst, Il doppio Stato. Contributo alla teoria della dittatura, Einaudi, Torino 1983.
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Santino Umberto â La Fiura Giovanni, Lâimpresa mafiosa. DallâItalia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1991.
Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione, giudice Giovanni Falcone, Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 162, Palermo 1987, vol. 2°, pp. 429 ss.
Weber Max, Economia e societĂ , vol. I, Edizioni di ComunitĂ , Milano 1981.
Mafia e politica dalla prima alla seconda Repubblica  Mi chiedo che senso abbia oggi parlare di mafia e in particolare di mafia e politica. Me lo chiedo non perchĂŠ sono dâaccordo con quanti sostengono che la mafia ormai è a pezzi (come si leggeva nella pagina su Palermo del sito Internet delle Nazioni Unite nel dicembre 2000, quando era in corso la conferenza sul crimine transnazionale1)  o perchĂŠ ritengo che sullâargomento ormai si sia detto tutto, o quasi tutto, ma perchĂŠ penso che il quadro in cui viviamo sia cosĂŹ gravemente compromesso da indurre il ragionevole convincimento che sia inutile parlarne. Le analisi, le riflessioni, le proposte hanno un senso se riescono a intrecciare il percorso della conoscenza con quello di una possibile incidenza sulla realtĂ . E la realtĂ non mi pare che sia molto propensa a farsi influenzare dalle analisi e dalle riflessioni. Non solo per quanto riguarda la mafia. Il 2001 è stato lâanno del terrorismo internazionale approdato nel cuore degli Stati Uniti, della guerra in Afghanistan che minaccia di non avere limiti di spazio e di tempo (come dice la stessa sigla prescelta: Enduring Freedom, dopo averne scartato unâaltra ancora piĂš âimpegnativaâ: Infinite Justice), del contagio epistolare di carbonchio preludio a una psicosi collettiva. LâumanitĂ ha imboccato un tunnel di cui non si vede la fine e il terzo millennio, che era stato salutato come lâera della globalizzazione del mercato e della concorrenza, è cominciato con la globalizzazione del terrore e dellâinsicurezza. Per il nostro paese, il 2001 è stato lâanno della vittoria della âCasa delle libertĂ â. AvrĂ giocato la sua parte il sistema elettorale, ibrido prodotto dellâaccoppiamento tra maggioritario e proporzionale, ma non possiamo nasconderci che lâelettorato italiano ha scelto inequivocabilmente di portare al potere uomini e forze politiche che per la loro storia e i loro programmi non si prestavano certo a equivoci e a fraintendimenti. Comâè potuto accadere che buona parte del paese, dopo le stragi mafiose, dopo i maxiprocessi, dopo Tangentopoli, abbia votato per personaggi che erano protagonisti di vicende giudiziarie, vuoi di corruzione vuoi di mafia, ancora in corso? Gli italiani hanno dimenticato, hanno corta memoria o proprio quelle vicende hanno agito da incentivo a votare quei candidati e quei partiti?
Leggiamo cosa ha scritto sulle pagine del quotidiano piĂš prestigioso dâItalia un prestigioso editorialista, preoccupato dello scarso credito di cui gode lâattuale capo del governo allâestero:  A noi piacerebbe tuttavia che nel denunciare l’âanomalia Berlusconiâ, la stampa straniera cercasse anche di spiegare ai suoi lettori perchĂŠ tanti italiani, non necessariamente cinici e amorali, abbiano votato per lui. Potrebbe raccontare ad esempio che lâItalia è stata per molti anni pericolosamente vicina a una rivoluzione giudiziaria. Potrebbe scrivere che un gruppo di magistrati inquirenti (funzionari, assunti per pubblico concorso, privi di qualsiasi mandato popolare) si sono creduti autorizzati a comportarsi come un potere dello Stato e ancora non smettono di pensare che la loro volontĂ debba prevalere su quella del Parlamento. Potrebbe raccontare che le indagini giudiziarie hanno demolito soltanto una parte del palazzo politico e ne hanno profondamente alterato il funzionamento. Potrebbe dire che ciò non sarebbe accaduto se la sinistra, anzichĂŠ trarre profitto da una immeritata impunitĂ , avesse collaborato a restaurare lâordine democratico. I suoi lettori capirebbero meglio allora perchĂŠ molti italiani e lo stesso presidente della Repubblica, pur con grande disagio, abbiano finito per accettare la legge sulle rogatorie2. Tante cose potrebbe scrivere la stampa estera, che almeno fino a oggi ha tirato dritto per la sua strada, e tantissime ne potrebbe scrivere quella italiana ma ormai, grazie alla penna di tanti prestigiosi editorialisti e soprattutto grazie a quella Grande Famiglia che è la televisione di casa nostra, si è fatta strada una veritĂ che ha insieme il crisma dellâufficialitĂ e lâavallo della condivisione diffusa: negli ultimi 50 anni in Italia hanno dominato i comunisti, ma per fortuna a un certo punto è âsceso in campoâ un personaggio che ha riportato la democrazia nel nostro paese. Le âtoghe rosseâ hanno cercato di âcambiare il corso della storiaâ, incriminando il nostro eroe e riconsegnando il potere nelle mani dei comunisti, ma gli italiani hanno sventato il âgolpe giudiziarioâ e hanno ridato il potere al nostro eroe e ai suoi amici, alfieri della libertĂ e campioni dellâanticomunismo. Il prestigioso editorialista è uomo di cultura cosĂŹ larga da rasentare lâonniscienza nonchĂŠ di multiforme esperienza e certamente non ignora che la divisione dei poteri (e quello giudiziario è fino a prova contraria uno dei tre poteri, accanto al legislativo e allâesecutivo, ma a quanto pare sono in corso le prove generali per ridurlo a una dĂŠpendance del secondo) è il fondamento di una democrazia, come non ignora quel che realmente è accaduto nel nostro paese, ma di fronte alle bordate di testate notoriamente sovversive e al soldo della sinistra italiana, come il New York Times, Le Monde, Business Week e lâEconomist, vivaddio, il sangue non è acqua e dopo tutto non lo dicono gli inglesi: Right or wrong my country3? Dunque: il problema non è la corruzione, non è la mafia, non è il rapporto con la mafia e le pratiche di corruzione addebitabili a uomini politici, non è il conflitto di interessi che rende lâItalia un unicum tra i paesi occidentali; il problema è il ruolo eversivo di un drappello di magistrati, vincitori di concorso e non eletti dal popolo, e quindi soltanto pubblici impiegati, come si diceva una volta delle mezze maniche, in siciliano dei suca ânchiostru, che volevano sovvertire il quadro politico del paese. Berlusconi ha parlato di âguerra civileâ; il sottosegretario agli interni, che è stato e ha continuato a essere avvocato di imputati illustri e boss notori, dopo la sentenza della Cassazione che ha assolto Berlusconi ma condannato i dirigenti della Fininvest (particolare ignorato o frettolosamente accantonato), ha proposto di processare i giudici e successivamente ne ha chiesto lâarresto (e quando è stato costretto a dare le dimissioni, il ministro della giustizia ha letto in Parlamento un testo che suona come una condanna inappellabile dei magistrati-persecutori); altri si sono limitati a parlare di âgiustizialismoâ e di âeccessi giacobiniâ. Voglio essere franco: espressioni come âRovescerò lâItalia come un calzinoâ, âIo quello lo sfascioâ (detto da Di Pietro per Berlusconi e riferito dal procuratore Borrelli in udienza e davanti alle telecamere), andavano evitate, come pure a mio avviso non câera nessun bisogno di inviare la comunicazione dellâincriminazione a Berlusconi mentre si svolgeva la conferenza internazionale di Napoli, e lâuso della carcerazione preventiva per indurre a confessare, le manette a Enzo Carra in aula, come a simboleggiare la Dc in catene, destarono allora e continuano a destare ancorâoggi in chi scrive grandi perplessitĂ . Ma i magistrati non vengono criticati o censurati per le loro intemperanze verbali, per gli errori anche gravi che possono aver commesso; vengono esplicitamente e duramente accusati per avere fatto quelle inchieste, avere sostenuto lâaccusa in quei processi, avere osato indagare e avere portato in giudizio uomini di potere, avere ottenuto delle condanne anche se successivamente cancellate o ridimensionate. Ora vanno in scena la rivalsa, il processo sommario e il linciaggio per i giudici piĂš impegnati nelle inchieste piĂš difficili, e gli avvocati diventati uomini di governo incorporano una sorprendente dualitĂ : sono insieme ipergarantisti, quando si tratta dei loro clienti imputati eccellenti, ormai ai vertici del potere, e supergiustizialisti di fronte ai giudici sotto accusa. Non si tratta, come qualcuno ha detto, di un complotto, ma di una strategia apertamente e spettacolarmente dispiegata. Non si usano il fioretto o la sciabola, ma i carri armati. Si potrebbe dire: nulla di nuovo sotto il sole italico. Riaffiora, con una classe dirigente che si presenta come nuova ma è in gran parte riciclata, lâItalia profonda, riemerge lâItalia sommersa, ritorna lâeterno fascismo italiano di cui parlava Carlo Levi4, e potremmo tratteggiare un identikit delle classi dominanti ricordando che la nostra borghesia ha una lunga storia di convivenza con il crimine e lâillegalitĂ , dallâunitĂ dâItalia a oggi. La mafia è stata una modalitĂ dellâaccumulazione e del potere e la sua violenza è stata legittimata da una secolare storia di impunitĂ . I nemici erano coloro che mettevano in forse lâassetto di potere e contro di loro ogni mezzo era buono, purchĂŠ ottenesse lo scopo di disperderli e sconfiggerli. Potremmo ricordare i massacri del movimento contadino, dai Fasci siciliani a Portella della Ginestra e agli anni â50, la scelta fascista e nel secondo dopoguerra la chiusura a ogni possibilitĂ di cambiamento che ha portato alle stragi mafiose, neofasciste, piduiste ecc. ecc. Potremmo ricordare gli scandali che hanno costellato la storia patria, dalla RegĂŹa dei tabacchi e dalla Banca romana ai nostri giorni, per i quali nessuno dei potenti coinvolti ha pagato. Con le inchieste su Tangentopoli però si è andati al di lĂ di piccoli imprenditori o di politici di terza e seconda fila ed è questo che oggi viene contestato proprio da chi ha ricavato i maggiori vantaggi dalle conseguenze politiche di quelle inchieste, ma non tollera di essere stato e di essere ancora sotto tiro. Non è una grande scoperta ricordare che in uno Stato in cui lâeguaglianza formale dei cittadini non cancella la stratificazione di classe la giustizia non riesce a non essere classista e usa due pesi e due misure e che i magistrati che infrangono questa regola non scritta vanno facilmente incontro al fallimento. E questo se vale per la corruzione vale ancora di piĂš per la mafia e per i rapporti tra mafia e politica. Come vedremo, dal sostituto procuratore Giacosa che indagava sui mandanti illustri dei pugnalatori di Palermo del 1862, a Caselli non è cambiato molto. I cosiddetti delitti politico-mafiosi qualche volta possono vedere puniti gli esecutori, ma mai i mandanti. Ma il piĂš delle volte non hanno nĂŠ esecutori nĂŠ mandanti. Per la strage di Portella della Ginestra hanno pagato i banditi della banda Giuliano, ma per le centinaia di omicidi di dirigenti e militanti del movimento contadino non ha pagato nessuno. Nei palazzi di giustizia campeggia la scritta âLa Legge è uguale per tuttiâ ma la realtĂ parla una lingua diversa. Chiedo venia, ma voglio richiamare due proverbi siciliani, un poâ âfortiâ, che possono ascriversi alla sapienzialitĂ mafiosa o filomafiosa: La furca è pri lu poviru, la giustizia pri lu fissa. Cu avi dinari e amicizia teni ânculu la giustizia, che forse si attagliano di piĂš allâeffettivo andamento delle cose, non solo in terra di Sicilia. Basta guardare alla composizione della popolazione carceraria italiana per averne conferma: la maggioranza è composta da tossicodipendenti e marginali. E quello che sta avvenendo in questi giorni ricorda da vicino lâamara denuncia di Ferruccio Parri che nel settembre del 1945 dichiarava: âcapita di assistere a un processo di inversione per cui i rei finiscono per giudicare i giudiciâ5. Sul piano della giurisdizione penale dagli anni â80 in poi era accaduto qualcosa di nuovo: per la prima volta lâimpunitĂ mafiosa aveva ricevuto dei colpi, capimafia e gregari sono stati arrestati, processati e condannati e questo non si era mai verificato prima, se non per qualche caso isolato che rappresentava piĂš lâeccezione che la regola. Dopo la strage di Ciaculli del 30 giugno 1963 il processo di Catanzaro si era risolto in un buco nellâacqua, la Commissione antimafia aveva raccolto magazzini di documenti, ma nulla ne era scaturito sul piano concreto. Negli anni â80 e â90 si era aperta una breccia: la violenza mafiosa era andata oltre i limiti consentiti, colpendo uomini delle istituzioni, alcuni dei quali tanto noti da essere assurti a eroi dellâimmaginario collettivo, e la guerra interna era stata cosĂŹ sanguinosa da aprire larghe falle da cui sarebbe fluito il fiume dei âpentitiâ. Sul piano internazionale mutava lo scenario, con il crollo dellâequilibrio bipolare. La mafia cessava di essere lâesercito di riserva contro il pericolo comunista, lâItalia non era piĂš a âsovranitĂ limitataâ. Si diffondeva lâaspettativa che si potesse guardare oltre la formazione militare, esplorare lâarea della cosiddetta contiguitĂ , cioè dei rapporti tra mafia e mondo economico, tra mafia e contesto politico-istituzionale. I giudici si trovarono ad avere un ruolo mai avuto prima. PiĂš che su singoli delitti e singoli imputati, essi indagavano e mettevano sotto accusa una catena di crimini e un sistema di potere, una classe dirigente: imprenditori, professionisti, tra cui anche magistrati, amministratori, politici. Ma mentre il potere giudiziario era impegnato con le sue forze migliori, gli altri poteri si defilavano o limitavano la loro attivitĂ al tamponamento delle âemergenzeâ, con leggi e provvedimenti dettati dalla necessitĂ di far fronte in qualche modo ai grandi delitti e alle stragi. E qui câera un pericolo che si sarebbe avvertito solo dopo, troppo tardi. Passata lâemergenza, esauritasi lâondata della delittuositĂ eclatante, si poteva considerare esaurita la necessitĂ di intervenire. E oggi ci troviamo in una situazione segnata da gravi difficoltĂ : nessuno piĂš nega, come si faceva fino a pochi anni fa, lâesistenza della mafia, ma dopo lâesito fallimentare dei processi ai personaggi piĂš noti, il tema âmafia e politicaâ è diventato un tabĂš ed è diventato pericoloso perfino parlarne.
Parole-chiave: contiguitĂ , terzo livello, coabitazione Nel corso degli anni â80 e nei primi anni â90 sul tema dei rapporti tra mafia e politica le parole-chiave piĂš diffuse erano: contiguitĂ , terzo livello, coabitazione. Attraverso le dichiarazioni dei primi pentiti era emersa lâimmagine di Cosa nostra come organizzazione unitaria, piramidale, verticistica; si riproponeva, con una base di documentazione piĂš consistente e dettagliata, capace di resistere al vaglio dibattimentale, il quadro giĂ tracciato alla fine del XIX secolo dai Rapporti del questore di Palermo Sangiorgi, con lâarticolazione dellâorganizzazione mafiosa in gruppi di base, coordinati tra loro e soggetti alla direzione di un capo7. Un quadro allora disatteso in sede giudiziaria e destinato ad essere cancellato da quasi un secolo di stereotipi sulla mafia priva di struttura organizzativa, intesa come mentalitĂ , subcultura, modo di sentire e di essere dei siciliani. La Procura di Palermo nella requisitoria prodotta nel 1985 in preparazione del maxiprocesso sosteneva che le risultanze processuali avevano consentito di âfocalizzare âcosa nostraâ non solo nelle sue strutture militari ma anche nelle sue ramificazioni politico-finanziarieâ 8 e un capitolo, il quinto, aveva per titolo: Lâarea delle contiguitĂ sociali, politiche, economiche.  LâUfficio Istruzione riprendeva le affermazioni della requisitoria e a proposito dei delitti che avevano colpito uomini politici e rappresentanti delle istituzioni cercava di andare oltre: Nella requisitoria del P.M. si fa riferimento alla âcontiguitĂ â di determinati ambienti imprenditoriali e politici con âCosa Nostraâ. Ed indubbiamente questa contiguitĂ sussiste anche se è stata scossa, ma non definitivamente superata, dai tanti tragici eventi che hanno posto in luce il vero volto della mafia. Ma qui si parla di omicidi politici, di omicidi cioè in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi ed oscuri interessi attinenti alla gestione della Cosa Pubblica; fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti, che vanno ben al di lĂ della mera contiguitĂ e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole veramente âvoltare paginaâ9.
La sentenza di primo grado della Corte dâAssise riprendeva di peso quelle parole, sempre a proposito dei cosiddetti omicidi eccellenti:  à lecito supporre che per tali omicidi si sia verificata una singolare coincidenza, ovvero, cosa piĂš probabile, una deliberata convergenza di interessi, rientranti tra le finalitĂ terroristico-intimidatrici dellâorganizzazione, ed interessi connessi alla gestione della âcosa pubblicaâ. Tale ultima ipotesi, se esatta, presuppone un intricato intreccio di segreti collegamenti tra i detentori delle rispettive leve del potere politico e mafioso, che vanno, certamente, al di lĂ della prospettata âcontiguitĂ â. La requisitoria del 1985 parlava anche di âinterazioneâ e di âcompenetrazione organicaâ e richiamava i casi di Ciancimino e dei Salvo. Nellâordinanza-sentenza del maxiter, del 1987, il giudice istruttore Giovanni Falcone si poneva il problema dellâipotizzabilitĂ del delitto di associazione mafiosa per i comportamenti che rientrano nellâarea della contiguitĂ e prospettava lâuso della fattispecie del concorso nel delitto di associazione e del concorso eventuale nel reato plurisoggettivo da parte di persone diverse dai concorrenti necessari12.  Se non erro, parte da quelle considerazioni il percorso che porterĂ a utilizzare la figura del concorso esterno in associazione mafiosa nelle indagini che hanno riguardato personaggi molto noti Comâè risaputo, i magistrati Falcone e Turone in una relazione del giugno 1982, presentata a un seminario del Consiglio superiore della magistratura, avevano parlato di tre livelli di reati e consideravano reati del terzo livello i delitti che mirano a salvaguardare il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (âŚsi pensi ad esempio allâomicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche istituzioni, considerati pericolosi per lâassetto di potere mafioso)13. La distinzione, per effetto della disinformazione e della superficialitĂ dei media, doveva essere applicata allâorganizzazione mafiosa, rappresentata come un edificio a tre piani o livelli: il primo costituito dagli esecutori dei delitti, il secondo dai capi, il terzo da un vertice politico-finanziario, una sorta di supercupola. Non mi sembra fuori luogo ricordare le polemiche degli ultimi anni di vita di Falcone, gli attacchi di tanti che di fronte alle affermazioni con cui rifiutava quella rappresentazione sostenevano che cosĂŹ negava lâesistenza del rapporto tra mafia e politica, che teneva chiuse nei cassetti le prove di quel rapporto ecc. ecc. Quelle polemiche, per il modo in cui furono condotte, rientrano tra le vergogne nazionali ma sono ancora piĂš vergognose le santificazioni di Falcone dopo la sua morte da parte di molti che da vivo gli davano del traditore. Ai molti che da denigratori si sono trasformati in santificatori preferisco i pochi che se avevano critiche da fare a Falcone, le facevano quando era vivo e continuano a farle anche dopo la sua morte.
In una relazione del 1989 Falcone esplicitava il suo pensiero:  âŚal di sopra dei vertici organizzativi non esistono âterzi livelliâ di alcun genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa Nostra. Ovviamente, può accadere ed è accaduto che, in determinati casi e a determinate condizioni, lâorganizzazione mafiosa abbia stretto alleanze con organizzazioni similari ed abbia prestato ausilio ad altri per fini svariati e di certo non disinteressatamente; gli omicidi commessi in Sicilia, specie negli ultimi anni, sono la dimostrazione piĂš evidente di specifiche convergenze di interessi fra la mafia ed altri centri di potere. Cosa Nostra, però, nelle alleanze non accetta posizioni di subalternitĂ ; pertanto è da escludere in radice che altri, chiunque esso sia, possa condizionarne o dirigerne le attivitĂ . E, in veritĂ , in tanti anni di indagini specifiche sulle vicende di mafia, non è emerso nessun elemento che autorizzi nemmeno il sospetto dellâesistenza di una âdirezione strategicaâ occulta di Cosa Nostra14.
Nellâaudizione davanti al Csm del 15 ottobre 1991, Falcone richiamava la sua tesi sui tre livelli dei reati e commentava:  Come da questo si arrivi allâaffermazione che io sostenevo il terzo livello, cioè una direzione strategica che ordinava alla mafia di comportarsi ora in questa maniera, ora in quellâaltra maniera, ripeto, tuttora non riesco a capire. Devo dedurre che non si è voluto comprendere questo, perchĂŠ si continuano a fare queste affermazioni ad effetto: âFalcone ha cambiato idea! Prima parlava del terzo livello, ora non ne parla piĂšâ. Io aggiungo qualcosâaltro. Affermo che non parlare di un terzo livello non è un fatto benefico a favore della classe politica, perchĂŠ magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe una sorta di Spectra, basterebbe James Bond per togliercelo di mezzo. Ma purtroppo non è cosĂŹ. Abbiamo dei rapporti molto intensi, molto ramificati e molto complessi. Questo è il punto cruciale su cui bisogna lavorare. Questo ho sostenuto allora e devo dire che questi anni mi hanno sempre piĂš rafforzato in questa idea15. Falcone teneva a precisare: un conto sono le indagini giudiziarie, un altro âla guerra santa alla mafiaâ16 e ribadiva la sua filosofia giudiziaria che lo aveva portato a scontrarsi con i colleghi: I motivi dei miei contrasti, spesso con colleghi un poâ piĂš anziani di me, derivavano proprio da questa differenza di mentalitĂ . A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nella assoluta aleatorietĂ del risultato giudiziario. Non si può ragionare âintanto io contesto il reato, poi si vedeâ, perchĂŠ da queste contestazioni poi derivano, soprattutto in determinate cose, conseguenze incalcolabili17. Non ho nessuna intenzione di stendere un velo pietoso sulle vicende che portarono nella seduta plenaria del Csm del 19 gennaio del 1988 alla bocciatura di Falcone come Consigliere istruttore: a mio avviso, piĂš che il tradimento di qualche âGiudaâ, ha pesato una profonda incomprensione del fenomeno mafioso da parte di tanti componenti del Csm e dei rappresentanti di Magistratura democratica, con lâeccezione, tra gli altri, di Gian Carlo Caselli. In Md, dopo un interesse iniziale che va dal seminario di Palermo dellâaprile del 1980 a quello di Cosenza dellâottobre del 1982, che vide la corrente dei magistrati democratici allâavanguardia nella riflessione sulla mafia, prevalse lâidea che si stesse adoperando sul terreno della mafia qualcosa di molto simile al âteorema Calogeroâ elaborato nei confronti del terrorismo. Ho il massimo rispetto per le preoccupazioni garantiste, ovviamente non per quelle, strumentali e pretestuose, di chi delinque e fa di tutto per sottrarsi alla giustizia, appellandosi a un garantismo a senso unico, se non âpersonalizzatoâ, ma il garantismo non è un testo sacro e immodificabile, come il Talmud degli ebrei di stretta osservanza o il Corano dei talebani. Ma credo che abbia influito anche una scelta culturale. Ricordo gli entusiasmi di molti per le tesi di Arlacchi, che negava lâesistenza di unâorganizzazione segreta (per scoprirla doveva parlare anni dopo con Antonino Calderone), ipotizzava il passaggio negli anni â70 da una fantomatica âmafia tradizionaleâ, in competizione per lâonore, a una âmafia imprenditriceâ, che avrebbe scoperto solo allora la competizione per la ricchezza, e la commistione tra uso della violenza e attivitĂ imprenditoriale veniva avventurosamente assimilata allâinnovazione schumpeteriana18.Sul tema dei rapporti con la politica nei primi anni â80 la tesi prevalente era che la mafia fosse o tendesse ad essere autonoma: cosĂŹ venivano interpretati, scorrettamente, i delitti che colpivano uomini delle istituzioni19. Non per caso ne sono passati tanti, di anni, dal seminario di Cosenza del 1982 a questo incontro di Palermo, alla fine del 2001. Come sappiamo, la via crucis di Falcone era destinata a continuare e, prima del calvario finale, doveva avere unâaltra stazione nelle polemiche con cui si cercò di bloccare la sua nomina a superprocuratore antimafia: veniva giudicato inaffidabile e Martelli-dipendente20.E anche Paolo Borsellino doveva percorrere una sua via crucis: dopo le denunce sullo smantellamento del pool antimafia nel luglio del 1988, le audizioni davanti al Csm lo videro quasi come imputato; i processi ai giudici seriamente impegnati non sono cominciati ora. Dovevano venire le stragi di Capaci e di via DâAmelio per consentire alla Commissione parlamentare antimafia di approvare a larga maggioranza, nel 1993, una relazione su mafia e politica che è fino a oggi il massimo a cui si è arrivati in sede istituzionale. Sembrava lâinizio di un percorso ma la strada doveva interrompersi. Come si ricorderĂ la relazione parlava di coabitazione con la mafia, di rapporti tra istituzioni e mafia come relazioni tra due distinte sovranitĂ . Il termine âcoabitazioneâ ricorda quello di contiguitĂ e nel testo della relazione si parla anche di integrazione, di legittimazione della mafia da parte dei pubblici poteri e viene presentata una documentazione che va piĂš nel senso della compenetrazione e dellâinterazione che in quello della coabitazione. La relazione si soffermava sulla distinzione tra responsabilitĂ penale e responsabilitĂ politica. La prima  è accertata dalla magistratura attraverso le regole formali e certe del processo, e si concreta in sanzioni giuridiche prestabilite. La responsabilitĂ politica si caratterizza per un giudizio di incompatibilitĂ tra una persona che riveste funzioni pubbliche e quelle funzioni, sulla base di determinati fatti rigorosamente accertati, che non necessariamente costituiscono reato, ma che tuttavia sono ritenuti tali da indurre a quel giudizio di incompatibilitĂ . Le funzioni politiche si fondano su un principio di fiducia e di dignitĂ . Ciascun politico ha una sua responsabilitĂ aggiuntiva rispetto agli altri cittadini, perchĂŠ egli coinvolge la credibilitĂ delle istituzioni in cui opera21. Parole che lette a meno di dieci anni di distanza suonano lontane anni luce. La responsabilitĂ politica, essendo priva di sanzione, richiamava la necessitĂ di codici di autoregolamentazione che non sono mai stati adottati e cosĂŹ siamo arrivati alla candidatura, con elezione quasi plebiscitaria, di imputati in processi di mafia in corso. Ai tempi della vituperata egemonia democristiana una cosa del genere, che io ricordi, non era mai accaduta.
Secondo la relazione su mafia e politica della Commissione antimafia,  Cosa Nostra ha una propria strategia politica. Lâoccupazione e il governo del territorio in concorrenza con le autoritĂ legittime, il possesso di ingenti risorse finanziarie, la disponibilitĂ di un esercito clandestino e ben armato, il programma di espansione illimitata, tutte queste caratteristiche ne fanno unâorganizzazione che si muove secondo logiche di potere e di convenienza, senza regole che non siano quelle della propria tutela e del proprio sviluppo.
La strategia politica di Cosa Nostra non è mutuata da altri, ma imposta agli altri con la corruzione e la violenza. Si potrebbe osservare che non sempre sono necessarie lâimposizione, la corruzione e la violenza; spesso la strategia politica mafiosa si fonda sullâinterazione e sul consenso, frutto della comunanza di interessi e della condivisione di codici culturali. In questo contesto le riflessioni delle scienze sociali, per quel poco che si sono sviluppate, si sono poste il problema se il rapporto mafia-politica, materializzato nelle relazioni con soggetti come massoni, in particolare della loggia P2, membri dei servizi segreti e dei gruppi terroristici, in particolare di quelli neofascisti, amministratori e politici, fosse il frutto di un progetto politico coerente o solo di alleanze tattiche. La mafia è un soggetto politico consapevole, con una sua linea dâazione, un programma, o svolge soltanto una funzione politica? Agisce come un gruppo di pressione (la âlobby politico-mafiosaâ) o è qualcosa di piĂš? Manca a tuttâoggi una ricerca che si sia misurata con una fenomenologia complessa e con un quadro in evoluzione. Nei primi anni â90 una ricerca sulla politica in Sicilia, condotta da un gruppo di politologi, ha studiato soprattutto le scelte elettorali, riscontrando un primato siciliano delle astensioni, unâaccentuata personalizzazione del voto, attraverso lâuso delle preferenze plurime23. Alla domanda se ci fosse un rapporto accertabile scientificamente tra mafia e voto di preferenza (cavallo di battaglia di tutte le frequentazioni giornalistiche in tema di mafia e politica), i ricercatori, studiando lâandamento dei voti di preferenza in 52 comuni ritenuti a piĂš alta mafiositĂ , hanno riscontrato che i tassi di preferenza in questi comuni risultano piĂš bassi che in altri comuni con popolazione inferiore ai 20.000 abitanti e che se la Dc era il partito che faceva registrare nei comuni mafiosi il piĂš alto incremento del tasso di preferenza tra il 1986 e il 1991, pari a oltre sei punti percentuali, immediatamente dopo venivano i Verdi, con un incremento di cinque punti. La provincia con i piĂš alti tassi di preferenza era quella di Messina, in quegli anni ancora etichettata come âprovincia babbaâ, cioè immune dalla mafia24.
La mafia come soggetto politico, produttrice e prodotto della politica  Nellâambito del progetto di ricerca su âMafia e societĂ â del Centro Impastato pensavamo a una ricerca su mafia e politica che si è realizzata solo in parte. Ricordo i contributi piĂš significativi: una relazione al convegno del 1993 su âLa mafia, le mafie, tra vecchi e nuovi paradigmiâ, lâopuscolo La mafia come soggetto politico, il volume Lâalleanza e il compromesso, in cui ho raccolto, tra lâaltro, materiali di una mia battaglia, isolatissima, contro Salvo Lima25. In un periodo in cui si passava da quella che ho chiamato l’âindigestione di informaleâ all’âoverdose del superstrutturatoâ, cioè da una visione della mafia come mentalitĂ e comportamento, amebica e invertebrata, a unâaltra occupata da una mafia iperorganizzata e cartesiana, elaborando il âparadigma della complessitĂ â ho cercato di costruire una griglia interpretativa adeguata, facendo interagire aspetti diversi: crimine, accumulazione, potere, codice culturale, consenso. Dal punto di vista strutturale ho proposto di studiare lâorganizzazione criminale, documentata e documentabile ben prima dellâepifania di Buscetta, allâinterno di un sistema relazionale (espressione che continuo a preferire a ârelazioni esterneâ, che possono essere eventuali, episodiche, sporadiche), un vero e proprio blocco sociale transclassista, dominato da soggetti illegali e legali (professionisti, imprenditori, pubblici amministratori, politici) per i quali ho proposto la denominazione di âborghesia mafiosaâ, utilizzando indicazioni che vanno dal liberale Leopoldo Franchetti al comunista eretico Mario Mineo26.  Definizione in cui parecchi hanno voluto vedere la riproposizione di ideologismi morti e sepolti ma che a me sembra la risultanza, si potrebbe dire obbligata, di elementari constatazioni di fatto. I mafiosi affiliati a Cosa nostra e ad altre associazioni similari sono poche migliaia e quasi tutti con un bagaglio culturale molto scarso; sia per le attivitĂ illegali complesse, come i traffici di droghe e di armi, il riciclaggio del denaro sporco, e ancor piĂš per le attivitĂ legali, a cominciare dagli appalti di opere pubbliche, la cooperazione di vari soggetti, appartenenti alle classi medio-alte e comunque meglio dotati sul piano delle conoscenze e delle esperienze, è assolutamente indispensabile. Immaginate analfabeti o semianalfabeti come Totò Riina e Binnu Provenzano cimentarsi da soli e con altri loro pari con i traffici internazionali, con il riciclaggio dei capitali, con gli investimenti, con le speculazioni in borsa, con gli swaps e i derivati. Qualcuno dei rampolli si è avventurato sulle strade di Internet ma anche per questo non ha fatto ricorso al know how dei padri, certamente piĂš utile su altri piani, dalle pratiche minatorie alle tecniche omicidiarie. Per quanto riguarda lâevoluzione storica, rispetto allo stereotipo mafia vecchia â mafia nuova, riverniciato da dichiarazioni di mafiosi collaboratori di giustizia, secondo cui a una mafia rispettosa delle regole sarebbe subentrata una mafia degenerata, qualcosa di molto simile alla distinzione tra âmafia tradizionaleâ e âmafia imprenditriceâ, e a periodizzazioni tagliate con lâaccetta, mi è sembrato piĂš consono alla realtĂ ricostruire lo sviluppo del fenomeno mafioso, come del resto di tutti i fenomeni di durata, come un intreccio di continuitĂ e trasformazione-innovazione, per cui convivono la persistenza di alcuni aspetti, come la signoria territoriale, e lâelasticitĂ e capacitĂ di adattarsi ai mutamenti del contesto e di cogliere le opportunitĂ che esso offre27. Nelle formulazioni di uso comune i rapporti tra mafia e contesto sociale vengono letti nellâottica separatezza-infiltrazione (si parla infatti di mafia e economia, mafia e potere, mafia e politica, mafia e istituzioni ecc.), come se si trattasse di mondi diversi, in contatto tra loro per una sorta di disfunzione patologica. Ho cercato di rovesciare lâottica separatezza-infiltrazione sostituendola con quella unitĂ -distinzione, che vuol dire analisi del contesto e individuazione della specificitĂ . Dico subito che se non si vuole fare di ogni erba un fascio o limitarsi alla registrazione di casi piĂš o meno significativi, ma scollegati tra loro, bisogna rifuggire da una duplice tentazione: la generalizzazione (per cui tutto è mafia: capitalismo, Stato ecc. = mafia) e il riduzionismo, che considera impraticabile qualsiasi tentativo di analisi complessiva e etichetta come scientifici solo i modelli parcellari che si limitano a ispezionare frammenti del reale.  Ho cercato di studiare il rapporto mafia-politica ponendomi il problema della politicitĂ del fenomeno mafioso come dato costitutivo e non eventuale e aggiuntivo, chiedendomi se fosse possibile utilizzare le categorie classiche della sociologia e della politologia e in particolare le indicazioni di Weber nella sua Teoria delle categorie sociologiche sui gruppi sociali, gruppi di potere e gruppi politici28. Riassumendo le conclusioni della mia analisi, la mafia è soggetto politico in duplice senso:
- in quanto associazione criminale essa presenta i caratteri fondamentali dei gruppi politici: un ordinamento, o quanto meno un insieme di norme, una dimensione territoriale, la coercizione fisica, un apparato amministrativo per assicurare lâosservanza delle norme e attuare la coercizione. Delle due fonti di finanziamento indicate da Weber (prestazioni volontarie e estorte) prevalgono le seconde e lâestorsione è una forma di tassazione, il prezzo della sicurezza che non significa lâassicurazione della protezione in un mondo genericamente insicuro ma lâastensione dal mettere in atto la minaccia con cui il gruppo mafioso induce insicurezza. Per usare il linguaggio di Popitz, la mafia, una volta soddisfatta la sua richiesta, sospende il suo potere di azione, inteso come âpotere di recar danno agli altri con unâazione diretta contro di essiâ ma è pronta a riprenderlo alla prima occasione;
- la mafia come gruppo criminale e con il blocco sociale di cui fa parte è insieme produttrice e prodotto della politica, cioè determina o contribuisce a determinare le decisioni e le scelte riguardanti la gestione del potere e la distribuzione delle risorse, ma assieme a questa produzione mafiosa della politica si può parlare di una produzione politica della mafia per tutte quelle forme con cui le istituzioni contribuiscono a sostenere e a sviluppare le attività mafiose.
La mafia concorre alla produzione della politica nei seguenti modi:
- uso politico della violenza, con i cosiddetti delitti politico-mafiosi;
- formazione delle rappresentanze nelle istituzioni;
- controllo sullâattivitĂ politico-amministrativa.
Delitti politico-mafiosi, pluralitĂ di soggetti e convergenza di interessi I delitti politico-mafiosi non sono qualificabili come tali solo per la personalitĂ della vittima (uomini politici, membri della magistratura e delle forze dellâordine ma anche altri, impegnati a vario titolo contro la mafia) ma anche per la finalitĂ che essi perseguono: obbediscono a esigenze complessive dei gruppi mafiosi e costituiscono un pesante intervento sul quadro generale, nel senso che mirano a bloccare processi che possono svilupparsi pericolosamente per i mafiosi e i loro alleati e a innescare dinamiche favorevoli. Come abbiamo giĂ visto, questi delitti sono lâesempio piĂš noto delle contiguitĂ , della convergenza di interessi con altri soggetti e quindi della plurisoggettivitĂ nella progettazione e nellâesecuzione. Dai primi passi dellâunitĂ dâItalia, con i pugnalatori di Palermo, il delitto Corrao del 1863 e poi il delitto Notarbartolo del 1893, le centinaia di delitti che hanno colpito dirigenti e militanti del movimento contadino, fino agli anni piĂš recenti e alle stragi degli anni â90, nei casi in cui le indagini hanno dato vita a procedimenti penali, che giĂ sono in numero abbastanza limitato rispetto alla totalitĂ dei delitti, non si è mai andati oltre lâindividuazione dei soggetti criminali e mafiosi direttamente responsabili e giĂ questo veniva considerato un successo, quasi unâanomalia, se si tiene conto che nella stragrande maggioranza dei casi i processi finivano con lâassoluzione tipica dei processi di mafia: per insufficienza di prove. Gli investigatori hanno cercato di guardare piĂš in lĂ ma senza riuscirci. Sentiamo cosa scriveva il sostituto procuratore di Palermo, il piemontese Guido Giacosa, che indagava sui pugnalatori del 1862, che si può considerare il primo caso di strategia della tensione nello Stato italiano. I fatti sono noti: il primo ottobre del 1862 ci furono dodici accoltellati per le strade di Palermo; uno dei pugnalatori, Angelo DâAngelo, inseguito e catturato, collabora con la giustizia (potremmo considerarlo il primo âpentitoâ, anche se per questa vicenda non si parla ancora di mafia), fa i nomi dei complici, indica come finanziatori e mandanti il principe di SantâElia, senatore del Regno, e il principe di Giardinelli. Gli esecutori vengono condannati, tre di essi a morte. Il giovane sostituto procuratore non crede al coinvolgimento del principe di SantâElia (âuno dei piĂš bei nomi della Sicilia, un nome che non si pronuncia senza essere accompagnato dal plauso degli onesti. Io ho profferito arrossendo quel nome. Iddio perdoni a chi profferĂŹ lâempia calunniaâ), ma successivamente cambierĂ avviso e dovrĂ constatare che la giustizia usa due pesi e due misure: Con basi assai meno imponenti sono stati condannati quei dodici disgraziati, tre dei quali pagheranno tra poco alla giustizia con terribil fio. (âŚ) Gli indizi per noi esistevano ed erano di una gravitĂ e importanza innegabili. Dico di piĂš: gli indizi contro i principi di SantâElia e Giardinelli erano maggiori e piĂš imponenti di quelli contro tutti gli altri imputati Se per i delitti politico-mafiosi antichi e recenti non si è riusciti a ricostruire e a sanzionare la trama delle contiguitĂ e della plurisoggettivitĂ (e anche le inchieste sulle stragi piĂš recenti sembrano avviate sullo stesso binario), le inchieste che hanno riguardato uomini politici o funzionari dello Stato solo in alcuni casi si sono concluse con condanne. Ă stato condannato per associazione mafiosa lâex senatore democristiano e assessore nelle giunte Orlando Vincenzo Inzerillo; sono stati condannati per concorso esterno: lâesponente di Alleanza nazionale Filiberto Scalone, lâex assessore regionale democristiano Franz Gorgone, il magistrato Giuseppe Prinzivalli, il funzionario di polizia Ignazio DâAntone; il funzionario di polizia e dei servizi segreti Bruno Contrada è stato condannato in primo grado e assolto in appello, mentre il giudice di Cassazione Corrado Carnevale è stato assolto in primo grado e condannato in appello. Come sappiamo, gli imputati piĂš noti (il presidente della provincia di Palermo Francesco Musotto, lâex presidente del Consiglio e senatore a vita Giulio Andreotti, lâex ministro Calogero Mannino) sono stati assolti. Gli inquirenti hanno utilizzato la fattispecie di associazione mafiosa, per Andreotti, e di concorso esterno in associazione mafiosa, negli altri casi, fattispecie di elaborazione giurisprudenziale che però ritroviamo giĂ nellâOttocento, come è stato documentato da una spigolatura tra vecchie pagine (probabilmente con una ricerca apposita si troverebbero altri casi). Ma un conto è âavere scientemente somministrato ricovero⌠vettovaglie e vestiâ ai banditi della banda Capraro, di cui si legge nelle pagine ingiallite del âCircolo giuridicoâ, che riportano una decisione della Corte di Cassazione di Palermo â Sezione penale del 17 giugno 1875, un altro incriminare Andreotti e altri esponenti politici. Recentemente Caselli e Ingroia si sono posti il problema della giustizia, forte con i deboli e debole con i forti, quasi negli stessi termini in cui se lo poneva il giovane Giacosa. Secondo i dati relativi al 2000 il Tribunale di Palermo ha inflitto o confermato 116 condanne allâergastolo per omicidi di mafia a imputati interni a Cosa Nostra, ma non ci sono state condanne per imputati esterni. I due magistrati si chiedono a cosa possa essere dovuto uno scarto cosĂŹ clamoroso e formulano tre ipotesi: la Procura è efficiente nei processi agli affiliati ma non lo è negli altri casi; la prova è piĂš difficile quando si tratta di ârelazioni esterneâ; i criteri di valutazione della prova non sono omogenei. Gli autori inclinano per la terza ipotesi e nei motivi dellâappello alla sentenza per il processo Andreotti presentato dalla Procura si parla di âanalisi atomisticaâ degli elementi probatori e di âdestrutturazione del compendio probatorioâ36. Si potrebbe dire che anche i magistrati respirano lâaria in circolazione, che è poi quello che gli stessi Caselli e Ingroia lasciano intendere quando scrivono che âle oscillazioni degli indirizzi interpretativi, soprattutto in tema di valutazione della prova, specialmente nei processi di mafia, potrebbero per certi versi ricollegarsi al mutamento degli orientamenti politico-culturali dominanti in un dato momento storicoâ. E il momento storico che attraversiamo è davvero prodigo di mutamenti, non solo sul terreno della mafia e del rapporto mafia-politica. Riguardo alla contrapposizione tra il âmetodo Falconeâ e quello di Caselli e dei suoi collaboratori, mi limito a osservare che, ovviamente, ognuno ha la sua personalitĂ e questa non può non pesare nellâattivitĂ professionale, ma mi pare che ancora una volta si ricorra a un vecchio espediente: la santificazione del morto e la delegittimazione dei vivi. E forse, nella storia della magistratura italiana, nessuno è mai stato tanto delegittimato, da vivo, come Giovanni Falcone.
Mafia, sistema elettorale e rappresentanza  In materia di rappresentanza, di sistema elettorale e di votazioni, si è insistito sullâuso mafioso delle preferenze plurime, delle cordate, sui vizi del proporzionale e le virtĂš del maggioritario, e si è fatta la scelta di un sistema elettorale (un maggioritario ibridato di proporzionale) di cui personalmente penso tutto il male possibile. Anche se non ci sono dati scientificamente raccolti e interpretati, non mi pare che con il nuovo sistema elettorale i mafiosi abbiano difficoltĂ a individuare e a appoggiare i loro referenti. Non sono neppure dellâavviso che lâelezione diretta del sindaco o del presidente della regione abbia portato vento nuovo: una volta caduta qualsiasi considerazione per la responsabilitĂ politica o accountability che dir si voglia, la strada è perfettamente spianata, come e forse piĂš di prima, per lâinfluenza della mafia sulle elezioni. Le elezioni ora avvengono allâinsegna dellâillegalitĂ piĂš smaccata, con la diffusione infestante di gigantografie e manifesti, le campagne elettorali permanenti, la lievitazione incontrollabile delle spese. Ormai si è cosĂŹ abituati a questo straripamento dellâillegalitĂ che non ci si pone neppure il problema di applicare le norme vigenti. Ognuno si sente autorizzato a emulare e a superare gli altri in questa corsa allâesibizionismo, solo che la disparitĂ di mezzi (altro che par condicio!) è cosĂŹ schiacciante che i candidati dello schieramento avverso possono fare soltanto la figura degli straccioni. Le leggi n. 55 del 19 marzo 1990 e n. 16 del 18 gennaio 1992 prevedono le preclusioni alla possibilitĂ di candidarsi alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali per chi è sottoposto a giudizio penale o a misura di prevenzione, ancorchĂŠ non definitiva, per associazione mafiosa o per favoreggiamento, o per altri reati, ma alle elezioni politiche câè il via libera alla candidatura di imputati per gli stessi reati e cosĂŹ sono stati candidati con la âCasa delle libertĂ â Marcello DellâUtri e Gaspare Giudice, eletti a Milano e a Palermo. A Bari è stato eletto nella lista di Forza Italia Gianstefano Frigerio, successivamente arrestato per una condanna definitiva per corruzione, concussione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento dei partiti, reati commessi quando era segretario della Dc lombarda. Tra le aziende che avevano pagato tangenti câera la Edilnord di Paolo Berlusconi. Dato che è vano sperare in codici di autoregolamentazione, non si dovrebbe disporre che, con i processi in corso, non ci si possa candidare alle elezioni politiche? La risposta è scontata: non lo si è fatto prima e adesso una tale richiesta sarebbe bollata come âaccanimento persecutorioâ. Lâart. 11 ter della legge n. 356 del 7 agosto 1992 ha introdotto il reato di scambio elettorale politico-mafioso, che consiste nella promessa di voti fatta dallâaffiliato allâassociazione mafiosa che in cambio riceve somme di denaro. La formulazione del disegno di legge era piĂš ampia: prevedeva anche, come contraccambio alla promessa di voti, lâimpegno di agevolare lâacquisizione di concessioni, autorizzazioni, appalti, contributi, finanziamenti pubblici o, comunque, la realizzazione di profitti illeciti. Questo scambio voti-denaro è una fattispecie rachitica, di difficilissimo riscontro (credo che ci siano stati pochissimi casi: il piĂš recente riguarda un certo Alfonso Lo Zito, presidente provinciale dellâUdeur e candidato in quel di Agrigento per lâUlivo), assolutamente inadeguata per rappresentare la complessitĂ dello scambio elettorale. Esso non è a senso unico: non sono i mafiosi a cercare i candidati, ma spesso sono questi ultimi che ricorrono ai mafiosi. E lâoggetto dello scambio non è tanto la dazione di una somma di denaro o lâadozione di un provvedimento determinato, quanto lâavvio di un rapporto che tornerĂ utile quando si presenterĂ lâoccasione. Per lâennesima volta il legislatore ha avuto una visione riduttiva e parziale del fenomeno mafioso, ma giĂ la stessa legge antimafia del 1982, che pure rappresenta un fatto storico per lâindividuazione dellâassociazione mafiosa come reato, anche se con piĂš di un secolo di ritardo, era arretrata rispetto alla realtĂ , bloccata comâera a una visione della mafia detentrice di beni immobili o dedita ad attivitĂ imprenditoriali, quando giĂ negli anni â70 si era fatta strada a grandi passi la âmafia finanziariaâ38. Nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica la parola dâordine piĂš diffusa è stata la lotta contro la partitocrazia, indicata come la responsabile di tutti i mali, che ha assunto i caratteri di una vera e propria campagna di antipolitica, e le presunte grandi novitĂ sono state il trasversalismo e la personalizzazione della politica. Con la crisi della forma-partito storica sono subentrate forme di rappresentanza caricaturali, come le liste nominative, i partiti personali, il partito-azienda, il padrone-leader, la politica come spettacolo e prodotto pubblicitario, il contratto diretto con gli elettori firmato negli studi televisivi, la nuova piazza mediatica in cui si esibiscono personaggi che sembrano tratti dalle commedie di Aristofane, come il conciapelli Paflagone e il salsicciaio Vincipiazza protagonisti de I cavalieri. Con tutti i loro limiti e con i gravi compromessi che sappiamo, i partiti politici erano il frutto di una storia, avevano una visione della societĂ , una cultura, un galateo; ora sono stati sostituiti da macchine manageriali ancora piĂš costose, da programmi-spot, dallâinsulto e dalla diarrea iconografica, dallâarroganza tipica dei nuovi ricchi e dei loro clientes, dalla filosofia secondo cui tutto è permesso se hai mezzi e facciatosta per farla franca. Per la mafia, che pure ne ha conosciute di annate ricche, forse non câè mai stato un contesto piĂš ospitale di questo.
Controllo sullâattivitĂ politico-amministrativa  Il controllo della mafia sulle istituzioni si è configurato come identificazione-compenetrazione con gruppi politici e burocratici, come rapporto di scambio, permanente o limitato, e si è concretato con la presenza in organi elettivi come i consigli comunali (dal 1991 a oggi ne sono stati sciolti 109, ma lâapplicazione della legge n. 221 del 22 luglio 1991, che prevede lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, non sempre è apparsa limpidamente motivata) e con il ruolo negli appalti di opere pubbliche. Dalla lettura delle motivazioni dei decreti di scioglimento dei consigli comunali si ricavano indicazioni significative sulle modalitĂ di attuazione del controllo mafioso sulle istituzioni. I mafiosi sono presenti direttamente come consiglieri comunali, assessori o sindaci, oppure hanno rapporti di parentela, di amicizia o di affari con rappresentanti delle istituzioni e in tal modo esercitano un condizionamento che si concreta nellâinosservanza del principio di legalitĂ , nel mancato soddisfacimento dei diritti dei cittadini, nel favorire gli interessi di mafiosi e privati. Si rispettano le forme della democrazia rappresentativa ma essa viene svuotata dei suoi contenuti. Gli appalti sono stati considerati il punto dâincontro tra mafia, imprenditori, funzionari e politici e anche inchieste recenti hanno confermato il perdurare di una situazione che era emersa negli anni â80. Prima si parlava di âaccordi triangolariâ, tra imprese, politici, pubblici funzionari, governati da un âambasciatoreâ di Cosa Nostra o di un âcomitato di gestioneâ formato da imprenditori sotto la supervisione dellâassociazione mafiosa (il âtavolinoâ), e si pensava che in seguito alle rivelazioni di Angelo Siino e di altri e ai processi a imprenditori coinvolti in queste spartizioni le cose fossero cambiate. Ora si scopre che a vincere le gare dâappalto sono imprese esterne alla Sicilia con ribassi dellâuno per cento, mentre la media nazionale è del 16, e che le gare dâappalto indette dallâAnas sono controllate da un cartello di imprese di amici e prestanome di Bernardo Provenzano, latitante da 39 anni. In queste mani rischiano di finire i 18.600 miliardi di Agenda 2000. Provenzano, dopo aver praticato intensamente lo stragismo prima con Luciano Liggio e poi con Totò Riina, si sarebbe riconvertito alla mediazione e sarebbe il capo della cosiddetta âmafia sommersaâ, da alcuni scambiata per sconfitta e inesistente39. A riprova che la mafia è stata e continua a essere un sistema adattivo: formalmente rigida e abbarbicata alle sue radici, di fatto elastica e aperta a tutte le possibilitĂ di affari e di alleanze offerte dal contesto.
La relazione della Commissione antimafia su mafia e politica del 1993 aveva indicato con chiarezza quali sono gli obiettivi della mafia sul terreno degli appalti: âŚlucrare tangenti, collocare mano dâopera nei subappalti, far acquisire le forniture alle ditte âamicheâ. Ma lâobiettivo generale è piĂš ambizioso: con le mani sugli appalti Cosa Nostra riesce a controllare gli aspetti essenziali della vita politica ed economica del territorio, perchĂŠ condiziona gli imprenditori, i politici, i burocrati, i lavoratori, i liberi professionisti. Questo aspetto contribuisce a rafforzare il dominio sul territorio, consolida il consenso sociale, potenzia le singole famiglie mafiose nel territorio, nella societĂ e nellâambiente politico ed amministrativo40. Le mani sugli appalti sono insomma una delle forme piĂš significative dellâesercizio di quella che ho chiamato âsignoria territorialeâ, un dominio totalitario che costituisce una caratteristica storica della mafia siciliana41. Evidentemente gli interessi sono tali che molti pensano che bisogna continuare imperterriti su questa strada. In Sicilia ci sono 530 stazioni appaltanti, con tutto quello che ciò significa come possibilitĂ di condizionamento e di spartizione della torta, e la proposta di ridurre il numero drasticamente a 9 (una per provincia) finora è rimasta nei cassetti.
Come la politica produce mafia. DualitĂ della mafia e dello Stato  La politica contribuisce a perpetuare e a sviluppare il fenomeno mafioso, assicurando lâimpunitĂ , che è una forma di legittimazione, facendo funzionare le istituzioni in modo da ospitare e favorire soggetti e attivitĂ direttamente o indirettamente collegati con i mafiosi, erogando il denaro pubblico ai mafiosi e ai loro alleati, criminalizzando le istituzioni con lâintroiezione di metodi e comportamenti illegali e mafiosi. à un discorso che comincia da lontano e che finora non è stato smentito. Si è parlato di âlegalizzazione della mafiaâ per la politica della Sinistra negli anni Ottanta del XIX secolo e si possono ricordare la repressione del movimento contadino con lâuso intrecciato della violenza mafiosa e istituzionale che ha spianato la strada allâaffermazione del dominio mafioso, il ruolo della spesa pubblica nella nascita della mafia urbano-imprenditoriale come âborghesia di Statoâ (senza il capitale pubblico e senza il rapporto con le istituzioni non sarebbero nati i mafiosi-imprenditori degli anni â50 e â60), il ruolo dei servizi segreti regolarmente deviati e delle logge massoniche come la P2, fantasma dissoltosi ormai nellâaria, in cui figuravano vertici istituzionali, le pratiche di corruzione sistemica che hanno coinvolto imprese, partiti e istituzioni. Tutto questo non rientra nel novero delle disfunzioni e delle deviazioni, ma si inscrive in una sorta di codice genetico dello Stato cosĂŹ come si è concretamente configurato. Secondo uno stereotipo corrente la mafia, per i suoi delitti che colpiscono uomini delle istituzioni, si porrebbe come un âantistatoâ; in effetti la mafia piĂš che violare il diritto nega il diritto perchĂŠ non riconosce il monopolio statale della forza, ha un suo codice di regole e una sua giustizia e usa lâomicidio come una sanzione equivalente alla pena di morte. Quindi essa è fuori e contro lo Stato, ma per le sue attivitĂ legate allâuso del denaro pubblico e la sua partecipazione attiva alla vita pubblica, nelle forme che abbiamo giĂ richiamato, la mafia è dentro e con lo Stato. A questa dualitĂ della mafia corrisponde una dualitĂ delle istituzioni e dello Stato. In tutta la vicenda del movimento contadino, dallâultimo decennio del XIX secolo agli anni â50 del XX, con la parentesi del ventennio fascista, il monopolio statale della violenza, formalmente costituito, conviveva con la violenza privata mafiosa, funzionale al mantenimento dellâassetto di potere, e anche se le inchieste sui delitti politico-mafiosi e sulle stragi che hanno insanguinato il nostro paese, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, non dovessero arrivare a risultati giudiziari, come tutto lascia pensare, si può considerare un dato acquisito come veritĂ storica che settori delle istituzioni hanno avuto un ruolo, quanto meno, nel coprire i responsabili e nellâostacolare la ricerca della veritĂ giudiziaria. Ă significativo che la Commissione stragi non sia riuscita a approvare una relazione ufficiale, per cui i membri del gruppo Democratici di sinistra hanno pubblicato una relazione di minoranza e il presidente della Commissione ha usato le pagine di un libro-intervista per dire che lâItalia ha vissuto una tragica esperienza di frontiera: una democrazia giovane e fragile con una collocazione geografica di confine e questo spiega tante cose43. Riprendendo unâespressione coniata da Ernst Fraenkel per analizzare la politica dello Stato nazista, lo storico Franco De Felice ha parlato di âdoppio Statoâ a proposito dello Stato italiano nel periodo della guerra fredda. Lo Stato avrebbe incorporato una doppia lealtĂ , cioè una doppia fedeltĂ , alle alleanze internazionali e alla Costituzione, e questa doppiezza spiegherebbe il comportamento dei servizi segreti, le vicende di Gladio e della P2 ecc.. Uno studioso americano, Alan Wolfe, negli anni Settanta aveva parlato di dualitĂ dello Stato individuando una duplice articolazione nella politica degli Stati Uniti: da un lato i poteri ufficiali che prendevano le decisioni, dallâaltro gli apparati per la creazione del consenso, operanti in segreto e nellâ ombra. Non è questo il luogo per riprendere la vexata quaestio della sovranitĂ limitata, se non per dire che non condivido una visione secondo cui tutti gli ordini, da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, venivano da Washington: in realtĂ piĂš che il frutto di unâimposizione esterna la storia dâItalia dal dopoguerra a oggi è il prodotto di un matrimonio consensuale in cui si sono ritrovati interessi geopolitici e interessi nazionali e locali46. Lo Stato duale di Wolfe e il doppio Stato di De Felice sono elaborazioni teoriche che rispondono a esigenze analitiche determinate: il primo per lo studio della politica americana, il secondo per lâanalisi del periodo della guerra fredda e dellâequilibrio bipolare. Non sono passe-partout buoni per tutti gli usi, con cui spiegare tutte le dicotomie istituzionali. Ciò non toglie che alcune indicazioni possano essere utilizzate purchĂŠ si abbia cura di adattare gli strumenti analitici alla realtĂ ricostruita attraverso una documentazione adeguata. Per quasi mezzo secolo in Italia si sono confrontate la doppiezza dello Stato e la doppiezza del Pci, legato per lungo tempo a Mosca, e se lâantifascismo, da cui è nata la Costituzione, ha fatto da cemento unitario, ha agito una costituzione materiale che prevedeva il ricorso a qualsiasi mezzo pur di tenere lontani i comunisti dal potere istituzionale. La violenza mafiosa e stragista sono state usate a questo scopo. E per lunghi anni lâantimafia ha visto alla testa i partiti della opposizione social-comunista e si è scontrata con le istituzioni saldamente in mano ai partiti conservatori. Con la caduta del âsocialismo realeâ e con la dissoluzione del Pci, la doppiezza, che faceva convivere legalitĂ formale e illegalitĂ di fatto, dovrebbe essere finita ma il quadro attuale è ben lontano dal somigliare al migliore dei mondi possibili.
Quadro attuale: la legalizzazione dellâillegalitĂ Â Recentemente ha suscitato comprensibili reazioni una dichiarazione del ministro dei lavori pubblici Lunardi che diceva che âcon la mafia bisogna convivereâ, come si convive con gli incidenti stradali che, tra lâaltro, fanno piĂš morti delle stragi mafiose. Al di lĂ della battuta, la politica dellâattuale governo nei suoi primi cento giorni va ben oltre la convivenza con la mafia. Con una serie di provvedimenti che hanno tutta lâaria di essere i passaggi di una strategia ideata e attuata con la massima coerenza, il governo delle destre procede spedito sulla strada di una vera e propria legalizzazione dellâillegalitĂ . Ci troviamo di fronte a qualcosa di inedito che va oltre le politiche classiste. Potremmo chiamarlo: interesse privato in atti legislativi. La detassazione delle donazioni e delle successioni, la depenalizzazione del falso in bilancio, la legge sullâinutilizzabilitĂ delle rogatorie, lâincentivazione al rientro dei capitali sono in primo luogo regali che il capo del governo fa a se stesso, ai suoi familiari e ai suoi soci in affari. Le giornate di Genova ci hanno mostrato cosa i nostri governanti intendono per ordine pubblico e la rimozione del Commissario antiracket Tano Grasso dĂ unâidea di che cosâè lo spoils system in versione italiana. La televisione pubblica si può dire giĂ privatizzata. Sono in cantiere la riforma del Csm e la separazione delle carriere dei magistrati. Questi non sono problemi di categoria; se crolla lâindipendenza della magistratura, crolla uno dei pilastri della democrazia. Con la prioritĂ sbandierata ai quattro venti della âguerra al terrorismoâ, tutto il resto, a cominciare dalla mafia, diventa marginale e trascurabile, ma le rogatorie internazionali se non hanno un bollo a ogni pagina sono carta straccia, perchĂŠ neppure la lotta al terrorismo può avere partita vinta contro gli interessi del presidente del consiglio e dei suoi amici che hanno diritto a prevalere su tutto. Il no del governo italiano a inserire tra i reati per cui si prevede il mandato di cattura europeo la corruzione e i reati finanziari, che toccano direttamente il premier, è la riprova di una politica volta a tutelare interessi personali, addebitando alla âcampagna denigratoriaâ e al âmendacioâ dellâopposizione, dei âcomunistiâ, lâisolamento del nostro paese. Il progetto di riforma dei servizi segreti, con licenza per gli 007 di compiere reati e con la sottrazione a ogni tipo di controllo, salvo quello diretto del capo del governo, inietterĂ unâulteriore dose di illegalitĂ garantita allâinterno di un sistema giĂ abbondantemente permeato dalla illegalitĂ legalizzata. Tutto questo non può registrarsi sotto la voce âsorpresaâ: i programmi di Forza Italia e della âCasa delle libertĂ â erano chiarissimi ed erano stati in larga parte preannunciati da Licio Gelli con il suo âPiano di rinascita democraticaâ: un personaggio dimenticato ma in realtĂ assurto a padre della patria. Il partito di Berlusconi è un puzzle o unâinsalata mista, frutto di un gioco combinatorio che mette insieme unâiconografia calcistica (che ha un grande appeal, se si tiene conto che il pallone è diventato un business e un consumo obbligatorio quotidiano), una caricatura dâideologia allâinsegna del piĂš viscerale, ma non per questo inefficace, anticomunismo e di un neoliberismo ridotto a legge della giungla e imposizione del piĂš furbo, la pratica e la teorizzazione dellâillegalitĂ e lâostentazione dellâimpunitĂ , una macchina organizzativa robusta e diffusa sul territorio, riedizione aggiornata del partito-pigliatutto, guidata da un leader piĂš esibizionista che carismatico e controllata dai suoi sottoposti con piglio padronale-manageriale, una propaganda ossessiva, con grande dispendio di mezzi, che usa le tecniche della comunicazione di massa con una spiccata predilezione per il linguaggio-spazzatura. Forza Italia è molto di piĂš di un partito personale, di un partito-azienda. Ă il caglio di un blocco sociale e la summa di un modello antropologico. Nel successo delle destre hanno avuto un ruolo significativo le scelte della Confindustria e della Chiesa cattolica. Interessata la prima a rafforzare il comando del capitale, cancellando o riducendo drasticamente le conquiste dei lavoratori, mentre la seconda ha barattato il suo appoggio con qualcosa di piĂš di un piatto di lenticchie, a cominciare dai finanziamenti alle scuole private. Fanno parte del blocco sociale imprenditori, professionisti, speculatori, faccendieri ecc. ecc., per i quali lâillegalità è una risorsa e il cui stile di vita è improntato alla ricerca del successo a ogni costo e alla competitivitĂ con tutti i mezzi. Il culto per il leader-liberatore, che va oltre il mito Berlusconi, la cultura della delega, il populismo e anni di istupidimento televisivo, che hanno visto le televisioni pubbliche nel ruolo di concorrenti, hanno fatto il resto. In Sicilia la vittoria delle destre è stata cosĂŹ schiacciante, dalle politiche alle regionali e alle amministrative, da far pensare che il blocco sociale sia cosĂŹ forte e compatto, nonostante qualche increspatura dovuta a ambizioni personali e allâintolleranza per atteggiamenti padronali, da assicurarsi un lungo e proficuo futuro. E qui, se possibile, anche piĂš che altrove, il collante è costituito dallâillegalitĂ , che va dallâabusivismo edilizio diffuso su tutto il territorio dellâisola al rientro della mafia non solo nel settore degli appalti. Uno dei luoghi classici della letteratura politologica distingue tra governo delle leggi e governo degli uomini. Governo delle leggi vuol dire: subordinazione del potere al diritto (governo sub lege) e statuizione di norme generali e astratte (governo per leges). Il governo degli uomini invece è fondato sullâarbitrio. In Italia attualmente abbiamo una forma di governo e di produzione delle leggi indubbiamente originale, tanto da essere unica nei paesi occidentali: le leggi sono ineccepibili dal punto di vista dellâiter previsto per la loro discussione e approvazione, anche se il ricorso continuo al voto di fiducia pone piĂš di un problema, quindi non si può parlare di arbitrio, però non sono nĂŠ generali nĂŠ astratte ma finalizzate al perseguimento e alla tutela di interessi personali. Ed è questa privatizzazione del diritto lâaspetto piĂš preoccupante. Bobbio nella voce âLegalitĂ â del Dizionario di Politica cita Le Supplici di Euripide: âNulla vi è per una cittĂ piĂš nemico che un tiranno, quando non vi siano leggi generali, e un uomo solo ha il potere, facendo la legge egli stesso a se stesso, e non vâè affatto eguaglianzaâ. Lâattuale capo del governo non sarĂ un tiranno, poichĂŠ è stato regolarmente eletto dalla maggioranza del popolo italiano, ma che si faccia fare le leggi su misura non ci sono dubbi. Ecco cosa scriveva la âSueddeutsche Zeitungâ, altro covo di estremisti irriducibili, lo scorso 19 novembre: âBerlusconi e la giustizia rappresentano un conflitto di ruolo che è senza uguali nellâUnione Europea: un capo del governo, che è anche un imputato, e che come Premier concepisce delle leggi dalle quali trae vantaggio lâimputato stessoâ. Lâattacco alla magistratura per questo governo, per questa maggioranza, per questo blocco sociale, non è espressione di intemperanza verbale, frutto della carenza di galateo istituzionale di qualcuno, ma una necessitĂ che scaturisce da una precisa esigenza: lâillegalità è funzionale alla costruzione del modello istituzionale e allâattuazione del modello di accumulazione e di sviluppo. Il primo è fondato sul rafforzamento del potere esecutivo, sullâasservimento del legislativo e la dipendenza del giudiziario; il secondo punta allâincremento dei capitali, a prescindere dalla loro provenienza, e alle grandi opere, da realizzare in gran fretta, abolendo o riducendo i controlli. Da questo punto di vista lâItalia non è unâanomalia, ma si inserisce in un contesto mondiale dominato dai processi di globalizzazione, allâinsegna dellâaffermazione di poteri di fatto (lâesempio piĂš eclatante è il G8) e dei processi di finanziarizzazione, che offrono nuovi spazi alla simbiosi tra capitali illegali e legali. Lâin piĂš del âcaso italianoâ è la concentrazione di potere economico, politico e mediatico in un unico personaggio. Per condurre in porto questa strategia i governanti attuali menano colpi in tutte le direzioni. Si è cominciato riscrivendo la storia: secondo la vulgata corrente il primo governo Berlusconi non è caduto per le contraddizioni interne alla coalizione, non sono stati Bossi e Buttiglione a farlo cadere ma il âgolpe giudiziarioâ. Si è continuato con gli attacchi ai magistrati, fino a chiederne lâarresto, perchĂŠ non applicherebbero una sentenza della Corte costituzionale, ma in realtĂ per un delitto piĂš grave: la lesa maestĂ del capo del governo e dei suoi amici. Lâabolizione delle scorte ha tutto il sapore di una punizione: vi siete comportati male e adesso vi abbandoniamo al vostro destino. Mi auguro che non si apra una nuova stagione di sangue; i mafiosi hanno capito che bisogna controllare la violenza e non sono mai stati cosĂŹ bene, ma ovviamente non câè da fidarsi. Anche se ne abbiamo viste tante, apprendere dagli organi di stampa che la madre del ministro degli interni è piĂš protetta di un magistrato impegnato in indagini sulla mafia, fa ancora senso. Finora il collante della democrazia italiana è stato lâantifascismo; ora si sta diroccando anche questo pilastro portante in nome di una visione secondo cui contano le intenzioni e non le scelte per il loro valore oggettivo. Se non si tiene ferma la distinzione tra democrazia e fascismo e si guarda solo alla âbuona fedeâ, si possono mettere sullo stesso piano Resistenza e Repubblica di Salò e si scambia per conciliazione nazionale una storia-marmellata che prelude a uno stravolgimento della Costituzione. Di questo passo lâItalia non sarĂ piĂš una Repubblica fondata sul lavoro ma sullâinteresse privato dei piĂš ricchi e dei piĂš forti. Câè da chiedersi se possano estendersi allâItalia attuale le analisi sugli âStati-mafiaâ riguardanti alcuni Stati direttamente impegnati in attivitĂ criminali. Si tratta in particolare di Stati balcanici, come la Serbia e lâAlbania, in cui le organizzazioni criminali, dedite al traffico di droghe e di armi e con un ruolo di primo piano nelle guerre che hanno insanguinato quellâarea dopo la dissoluzione del regime socialista, si sono annidate al vertici delle istituzioni53. Situazioni sostanzialmente omologhe si sono registrate in altri paesi ex socialisti, a cominciare dalla Russia, dove le organizzazioni criminali si sono sviluppate dal seno stesso del Kgb e del Pcus e le borghesie in ascesa sono espressione di gruppi criminali, mentre pratiche illegali e corruzione allignano ai vertici del potere, come nel caso della famiglia Eltsin, coinvolta in operazioni di riciclaggio di capitali attraverso banche di vari paesi. Lâespressione âStati-mafiaâ è nuova ma il fenomeno non lo è. Di criminocrazia, piĂš esattamente di narcocrazia, si è parlato per vari paesi i cui governanti sono risultati direttamente coinvolti nel traffico di droghe, e tra i casi piĂš noti si citano la dittatura del generale GarcĂa Meza in Bolivia, il regime di Noriega in Panama, il regime militare in Birmania. Per Stati-mafia possono intendersi Stati interessati da un duplice fenomeno: le connessioni tra organizzazioni criminali e istituzioni, rappresentate da uomini incriminati per corruzione o per mafia, e lâuso, continuativo o frequente, di pratiche criminali da parte delle istituzioni stesse. In Turchia attualmente sono al governo uomini che hanno fatto parte della banda politico-criminale dei Lupi grigi e ciò accade in un paese che fa parte della Nato e bussa alla porta dellâUnione Europea. Per lâItalia il quadro che abbiamo tracciato presenta molti elementi che inducono a pensare che ci troviamo di fronte a una forma di potere in cui lâillegalitĂ viene rovesciata in legalitĂ e questo va oltre la collusione di qualche politico con qualche boss o la commissione di uno o piĂš reati da parte di singoli rappresentanti delle istituzioni.
Prospettive  Stiamo vivendo uno dei periodi piĂš difficili della storia dellâItalia repubblicana e dobbiamo ricostruire un quadro di analisi adeguato ed elaborare un programma dâazione praticabile. E ognuno deve fare la sua parte. I magistrati che si sono posti in sede inquirente e in sede giudicante il problema della plurisoggettivitĂ dei delitti politico-mafiosi e della responsabilitĂ penale dei politici incriminati per rapporti con la mafia hanno fatto quel che hanno potuto, con risultati insoddisfacenti. Berlusconi e i suoi amici parlano di âcondanne senza proveâ ma a volte sembra di essere di fronte a âassoluzioni con proveâ: non so se per un eccesso di garantismo o per qualcosa di simile alla âterza ipotesiâ di cui hanno parlato Caselli e Ingroia. Strumenti come il concorso esterno si sono rivelati inadeguati e nel frattempo molte armi si sono spuntate: si è drasticamente ridotto il numero dei collaboratori, sottoposti a condizionamenti che scoraggiano, se non cancellano, la volontĂ di collaborare. Lâazione della magistratura anche nel periodo piĂš proficuo di contrasto alla mafia militare si è sviluppata in un vuoto di lotta politica e di impegno culturale. E qui câè una responsabilitĂ delle forze politiche che hanno caricato tutto sulle spalle dei magistrati, ma pure della societĂ civile, piĂš meno organizzata. Il trionfo delle destre e la sconfitta del centro-sinistra non sono casuali. I governi di centro-sinistra hanno peccato in atti e in omissioni: non hanno regolato il conflitto di interessi, non hanno varato una nuova legge elettorale, hanno fatto pesanti concessioni in tema di giustizia e diroccato una parte della legislazione antimafia, pensata e attuata in unâottica di emergenza, non hanno regolato un tema delicato come quello delle rogatorie internazionali. E si potrebbe continuare. Ma non va ignorato quel tanto che si è riusciti a fare. Penso allâattivitĂ della Commissione antimafia e in particolare alla relazione sul caso Impastato, che ho definito âil primo capitolo di una storia dellâimpunitĂ â, con gravi responsabilitĂ delle istituzioni puntualmente documentate, che difficilmente avrĂ un seguito. Il problema è che di âresponsabilitĂ politicaâ non parla piĂš nessuno e le considerazioni della Commissione antimafia, che pure rappresentavano unâacquisizione significativa, sono rimaste lettera morta. A mio avviso è necessario riprendere quel tema e dargli quella concretezza che non aveva: qui si misura la volontĂ delle forze politiche di operare scelte coerenti con le dichiarazioni e i proclami antimafia. Voglio dire qualcosa di piĂš su quella che considero casa mia, cioè sulla societĂ civile. Anche qui ha dominato la cultura della delega al leader-liberatore e al santo-miracolatore (non per caso Leoluca Orlando si è autodefinito âil Berlusconi di Siciliaâ e si sono avuti limiti gravi su cui non mi pare si voglia riflettere adeguatamente. Nella mia Storia del movimento antimafia ho cercato di tracciare un quadro in cui registro iniziative significative, non episodiche e precarie: il lavoro nelle scuole, le associazioni antiracket, lâuso sociale dei beni confiscati ai mafiosi. Ma qui voglio fare degli esempi in negativo, purtroppo non gradevoli. Ai tempi del maxiprocesso, ci siamo trovati in pochissimi, solo il Centro Impastato e lâAssociazione delle donne siciliane contro la mafia, a sostenere due donne del popolo palermitano, Michela Buscemi e Vita Rugnetta, che si erano costituite parte civile ed erano state isolate da tutti in nome di una sorta di purezza razziale o classista della lotta alla mafia che ispirò la decisione del comitato per il sostegno delle parti civili di devolvere i fondi raccolti solo ai familiari dei servitori dello Stato, escludendo le due donne che avevano fatto la loro scelta spinte anche dal fatto che si era costituito quel comitato e che non sarebbero andate incontro a spese per loro proibitive. La motivazione dellâesclusione: i loro congiunti erano, o potevano essere, contigui alla mafia e forse esse stesse vivevano alla sua ombra. Abbiamo detto che le due signore facevano parte di un ambiente popolare tradizionalmente dominato dalla sudditanza alla mafia, e che il loro gesto aveva unâimportanza enorme perchĂŠ rompeva con quella cultura, e quindi andavano sostenute in modo da rendere la loro scelta un esempio da seguire; e che se fossero state in qualche modo legate alla mafia a maggior ragione si sarebbe dovuto sostenerle, per il significato che assumeva quella rottura. Ha prevalso quello che allora ho chiamato âbigottismo antimafiaâ, che considera la lotta contro la mafia come un impegno istituzionale e unâesclusiva della gente bene. Voglio ricordare che abbiamo aperto una nostra sottoscrizione e abbiamo raccolto una cifra assai modesta e che anche persone che ci hanno fatto sapere di non condividere la decisione del comitato si sono guardate bene dal dare una lira e dal dire una parola. In tal modo si sono scoraggiati gli altri che avrebbero potuto fare quella scelta e si è persa unâoccasione per coinvolgere, in qualche modo, gli strati popolari. Si è troppo spesso praticata unâantimafia predicatoria, allâinsegna di protagonismi discutibili. La vicenda del Coordinamento antimafia è una pagina segnata dalla rozzezza e dal settarismo, ma a suo tempo è stato fatto passare come il meglio dellâantimafia59. In anni non lontani un membro della Compagnia di GesĂš teorizzava che il sospetto era âlâanticamera della veritĂ â, attaccava Falcone sulle pagine de âlâUnitĂ â60 e godeva di molto credito; in seguito si sarebbe avvicinato a Forza Italia, evidentemente sulla base della convinzione che i suoi esponenti siano al di sopra di ogni sospetto anche quando sono sotto processo per mafia. Oggi assistiamo alle iniziative di un personaggio singolare, che coniuga lâattivismo antimafia, con ampio coinvolgimento di magistrati e uomini di cultura, con i segni delle stimmate, i messaggi degli Ufo e i segreti di Fatima. Capisco che la lotta contro la mafia richiede la mobilitazione di tutte le nostre risorse e che bisogna sopravvivere, in qualche modo, in un mondo in cui piĂš che andare in scena la fine della storia di Fukuyama o lo scontro tra civiltĂ di Huntington si diffonde unâepidemia, forse arrestabile ma finora non arrestata, di fondamentalismi, ma è troppo chiedere che ci sia un poâ piĂš di razionalitĂ ?  Recentemente Palermo è stata proclamata âcapitale mondiale della cultura della legalitĂ â. A dire il vero, nonostante le buone intenzioni e le manifestazioni antimafia, non câè forse cittĂ in Occidente in cui lâillegalitĂ sia cosĂŹ diffusa e tanto religiosamente praticata: dallo âsporco dunque sonoâ62 a come si prende lâautobus (pochissimi pagano il biglietto e quasi tutti entrano dallâuscita ed escono dallâentrata), ma qualcuno va in giro per il mondo a parlare di una Palermo piĂš immaginaria che reale e in cittĂ vengono delegazioni a imparare la âcultura della legalitĂ â. Sbaglio o ho ragione a pensare che se vogliamo sostenere le sfide che abbiamo di fronte, non di illusioni e di mitomanie abbiamo bisogno ma del massimo di intelligenza e di luciditĂ ? Vorrei concludere con qualche proposta. Se non vogliamo che passino altri ventâanni per rivederci dobbiamo darci strumenti e forme di comunicazione permanente o almeno frequente. Penso a un allargamento della redazione della rivista âQuestione Giustiziaâ, che va aperta alla collaborazione non solo degli âaddetti ai lavoriâ; potremmo redigere unâagenda di impegni comuni, con scadenza annuale o piĂš ravvicinata, e la prima iniziativa di riflessione potrebbe essere un seminario su âIstituzioni, economia e legalitĂ â. La nostra âcampagna per la libertĂ di stampa nella lotta contro la mafiaâ, dopo un avvio promettente, attraversa una fase di magra: ci sono ben altre cose a cui pensare, a cominciare dal terrorismo, e questo è un macigno che minaccia di schiacciare tutto e tutti. Mi rendo conto che tocchiamo un problema delicato e che non è facile trovare un equilibrio tra tutela della persona e diritto di cronaca e di critica, ma appunto per questo câè bisogno di aprire una discussione e coinvolgere competenze diverse. Pensiamo alla costituzione di un gruppo di studio e di riflessione e chiediamo a giuristi e operatori della giustizia di darci una mano. Parlare di mafia e politica e di legalitĂ oggi è necessario piĂš che mai, ma non possiamo farlo sotto la spada di Damocle dellâimpoverimento, con un uso distorto del ricorso al procedimento civile che fa parte di una strategia che vuole condannarci al silenzio in attesa di tempi migliori.
Mafia, parla un supertestimone: âIl sindaco di Calatafimi ha pagato trenta euro a votoâ Il boss del paese seppe della deposizione e fece sapere: âSono molto arrabbiato per queste cose dette alla poliziaâ. Il primo cittadino al palazzo di giustizia di Palermo, si avvale della facoltĂ di non rispondere Un testimone ha accettato di raccontare alla squadra mobile di Trapani cosa avvenne durante lâultima campagna elettorale per le amministrative a Calatafimi: âA casa mia si presentò una persona che mi promise la somma di 50 euro per ogni voto che avrei fatto convogliare in favore del candidato sindaco Antonino Accardo. Mi vennero consegnati piccoli volantini elettorali, giĂ compilati, sui quali era riportato il nome di Accardoâ. Dopo la vittoria elettorale, quella persona si ripresentò dal testimone: âMi diede 30 euro, somma che a suo dire proveniva direttamente dal sindaco. Mi infastidii per quella cifra, tanto che chiesi spiegazioni. Mi rispose che quella era la somma che gli era stata data dal sindaco per pagare i voti ricevuti da parte di coloro che lo avevano votatoâ. Il testimone non ha voluto fare il nome del presunto emissario. âHo pauraâ, ha detto.
Mafia, affari e politica nel feudo di Messina Denaro, 13 fermi. Indagato il sindaco di Calatafimi
Qualche giorno dopo, non si sa come, la notizia della deposizione arrivò al boss di Calatafimi, Nicolò Pidone, che convocò un incontro fra i suoi fedelissimi per discutere del caso. âDoveva parlare di menoâ, sbottò. Il clan era in agitazione. âHa menzionato un sacco di personeâ, disse un altro dei fidati di Pidone, e intanto una microspia della squadra mobile intercettava. Si stabilĂŹ di fare arrivare un messaggio al testimone. âPer fare cadere la cosaâ.
La procura ha indagato il sindaco Accardo per corruzione elettorale. Oggi, il primo cittadino è stato convocato al palazzo di giustizia dai pm Francesca DessÏ e Pierangelo Padova, si è avvalso della facoltà di non rispondere.
âLe indagini hanno consentito di accertare in modo incontrovertibile â è scritto nel provvedimento di fermo – che molti dei voti espressi in favore del sindaco Antonino Accardo sono stati comprati attraverso la corresponsione di denaro agli elettori e ciò, per quanto allo stato emerso nelle investigazioni, in conformitĂ alla volontĂ di Cosa nostraâ. di Salvo Palazzolo 15 Dicembre 2020 LA REPUBBLICA
NOTE
1 La pagina su Palermo del sito Internet delle Nazioni Unite (htpp//www.odccp. org./ palermo) può considerarsi un esempio emblematico della disinformazione imperante. Dopo la citazione di una frase di Giovanni Falcone datata 2 dicembre 1992 (anche i meno informati sanno che Falcone è stato ucciso il 23 maggio di quellâanno), seguiva un testo in cui si affermava che prima la Sicilia era conosciuta in tutto il mondo per la mafia ma che nel corso degli anni â80 âla mentalitĂ dei siciliani cominciò a cambiareâ, mentre lâinchiesta Mani pulite cambiava il sistema politico italiano, e ora la mafia è a pezzi e Palermo vive il suo Rinascimento. Non solo si dava unâimmagine trionfalistica della lotta contro la mafia e la corruzione, smentita dai fatti, ma si ignoravano le grandi lotte contro la mafia che hanno visto come protagonista il movimento contadino, a cominciare dallâultimo decennio del XIX secolo, inducendo a credere che la mobilitazione antimafia sarebbe cominciata solo negli ultimi anni, grazie al ruolo di alcuni personaggi, piĂš interessati ad accreditare la loro immagine di âliberatori-miracolatoriâ che a promuovere un reale cambiamento. In parallelo con la conferenza delle Nazioni Unite alcune associazioni hanno organizzato un seminario dal titolo âI crimini della globalizzazioneâ, i cui Atti sono in corso di pubblicazione.
2 S. Romano, Un cavaliere allâestero, âCorriere della seraâ, 26 ottobre 2001, p. 1.
3 Il motto è stato richiamato da un altro prestigioso editorialista, P. Ostellino, in un articolo intitolato Fassino, lâAirbus e lâorgoglio italiano, sempre sul âCorriere della seraâ, 3 novembre 2001, p. 2 e dallâallora candidato alla segreteria del maggiore partito dellâopposizione: cfr. la risposta di P. Fassino, ivi, 4 novembre 2001, p. 35. Entrambi non sono a conoscenza che il motto anglosassone somiglia come due gocce dâacqua a un proverbio nostrano, cioè di Cosa nostra, che suona: âdifenni u to, drittu o tortuâ. Ai due illustri interlocutori si potrebbe consigliare la lettura del Gorgia di Platone e in particolare del brano in cui Socrate sostiene che bisogna denunciare lâingiustizia anche quando viene commessa da se stessi, dalla propria famiglia e dalla patria: cfr. Platone, Gorgia, Laterza, Bari 1964, p. 90.
4 Cfr. C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Mondadori, Milano 1958, p. 202 (prima edizione: Einaudi, Torino 1945).
5 In Atti parlamentari, Consulta nazionale, Discussioni, seduta del 26 settembre 1945, p. 18.
6 Le recenti condanne in sede civile per diffamazione a mezzo stampa del politologo Claudio Riolo e di chi scrive hanno un significato che va oltre i singoli casi. Riolo è stato condannato per un articolo sul periodico âNarcomafieâ del novembre 1994, in cui criticava il comportamento del presidente della provincia di Palermo Francesco Musotto che nel processo per la strage di Capaci difendeva un imputato mentre lâente locale si costituiva parte civile; lo scrivente è stato condannato per aver pubblicato nel volume Lâalleanza e il compromesso, edito nel 1997, alcuni stralci di un testo anonimo in cui si attribuiva allâex ministro Calogero Mannino un ruolo nel delitto Lima. Secondo lâavvocato di Mannino, avrei fatto mie le affermazioni dellâanonimo, ma nel libro è detto esplicitamente che il testo proviene direttamente o indirettamente da ambienti mafiosi e da avversari politici dellâex ministro. Nel giugno del 2001 con alcune associazioni abbiamo lanciato un âappello per la libertĂ di stampa nella lotta contro la mafiaâ, con due obiettivi: una nuova regolamentazione legislativa in materia di diffamazione e la costituzione di un fondo di solidarietĂ .
7 Il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, in una serie di rapporti redatti negli ultimi anni del XIX secolo e nei primi anni del XX secolo e conservati presso lâArchivio centrale dello Stato, parla di una associazione di malfattori organizzati in sezioni, divisi in gruppi sotto il comando di un capo, al cui vertice è un capo supremo. Il processo che scaturĂŹ dalle indagini del questore Sangiorgi, celebratosi nel 1901, in mancanza di prove testimoniali, si concluse con molte assoluzioni e lievi condanne. Cfr. S. Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 1996, p. 117.
8 Procura della Repubblica di Palermo, Requisitoria contro affiliati a âCosa Nostraâ, Palermo 1985, p. 490.
9 Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni +706, Palermo 1985, pp. 978 s.
10 Tribunale di Palermo, Corte di Assise, Sentenza contro Abbate Giovanni + 459, Palermo 1987, p. 1212.
11 Procura della Repubblica di Palermo, op. cit., pp. 461, 488.
12 Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione processi penali, Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 162, Palermo 1987, pp. 429 ss.
13 G. Falcone â G. Turone, Tecniche di indagine in materia di mafia, in Consiglio Superiore della Magistratura, Riflessioni ed esperienze sul fenomeno mafioso, Roma 1983, p. 49. La relazione fu ripubblicata in G. BorrĂŠ â L. Pepino (a cura di), Mafia, ândrangheta e camorra, F. Angeli, Milano 1983, pp. 177-209.
14 Il testo della relazione è stato pubblicato da âlâUnitĂ â del 31 maggio 1992; la citazione è tratta da U. Santino, La mafia come soggetto politico, Centro Impastato, Palermo 1994, p. 32.
15 Verbale dellâaudizione di G. Falcone al Csm del 15 ottobre 1991, p. 99.
16 Ivi, p. 35 bis.
17 Ivi, p. 58. Stralci del verbale dellâaudizione di Falcone in U. Santino, Lâalleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997, pp. 58, 111 s.
18 Si veda U. Santino â G. La Fiura, Lâimpresa mafiosa. DallâItalia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1990, pp. 36-53.
19 Rimando alle mie considerazioni nel corso del seminario di Cosenza: cfr. U. Santino, Per una nuova analisi del fenomeno mafioso: dalla separatezza allâintegrazione, in G. BorrĂŠ â L. Pepino (a cura di), op. cit., pp. 37-53, in particolare pp. 46 ss.
20 Ricordo in particolare un articolo di Alessandro Pizzorusso su âlâUnitĂ â del 12 marzo 1992, dal titolo: Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perchĂŠ. Lâarticolo è stato ripubblicato in G. Monti, Falcone e Borsellino. La calunnia, il tradimento, la tragedia, Editori Riuniti, Roma 1996, pp. 200-205.
21 Camera dei Deputati â Senato della Repubblica, XI Legislatura, Doc. XXIII, n. 2, Commissione parlamentare dâinchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari (da ora in poi: Commissione antimafia), Relazione sui rapporti tra mafia e politica, relatore L. Violante, Roma 1993, p. 22.
22 Ivi, p. 40.
23 Cfr. M. Morisi (a cura di), Far politica in Sicilia. Deferenza, consenso e protesta, Feltrinelli, Milano 1993.
24 R. DâAmico, La âcultura elettoraleâ dei siciliani, in M. Morisi (a cura di), op. cit., pp. 235 ss.
25 Cfr. U. Santino, La mafia come soggetto politico. Ovvero: la produzione mafiosa della politica e la produzione politica della mafia, in G. Fiandaca e S. Costantino (a cura di), Le mafia, le mafie tra vecchi e nuovi paradigmi, Laterza, Roma-Bari 1994, pp. 118-141; Idem, La mafia come soggetto politico, cit.; Idem, Lâalleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, cit.
26 Comâè noto Leopoldo Franchetti, che assieme a Sidney Sonnino condusse unâinchiesta in Sicilia nel 1876, parlava, a proposito della mafia siciliana, di âindustria della violenzaâ e di âfacinorosi della classe mediaâ. Lâopera di Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, è stata ripubblicata dalâeditore Donzelli di Roma nel 1993. Di Mario Mineo, dirigente prima del Psi, poi del Pci e infine della Nuova sinistra, si veda: Scritti sulla Sicilia, Flaccovio, Palermo 1995, in particolare pp. 208 s.
27 Per unâesposizione sintetica di questa analisi rimando al mio La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995.
28 Cfr. M. Weber, Economia e societĂ , vol. I, Edizioni di ComunitĂ , Milano 1981, pp. 46 ss.
29 H. Popitz, Fenomenologia del potere, il Mulino, Bologna 1990, p. 65.
30 Il generale garibaldino Giovanni Corrao venne assassinato il 3 agosto 1863. Corrao, capo del gruppo radicale, veniva considerato da ambienti governativi, che mettevano insieme oppositori politici e criminali, il capo della mafia. Si parlò di delitto compiuto da sicari della polizia o di conflitti dâinteressi per problemi di proprietĂ ma lâomicidio rimase impunito. Su Leopoldo Notarbartolo, ex sindaco di Palermo e ex direttore del Banco di Sicilia, ucciso il primo febbraio del 1893, particolarmente preziose le testimonianze del figlio Leopoldo che si battè perchĂŠ fosse fatta giustizia, accusando come mandante del delitto il deputato liberale Raffaele Palizzolo, prima condannato e poi assolto. Cfr. L. Notarbartolo, Il caso Notarbartolo, Editrice Il Vespro, Palermo 1977; Idem, La cittĂ cannibale. Il memoriale Notarbartolo, Edizioni Novecento, Palermo 1994. Sul delitto Notartbartolo, che portò il problema della mafia alla ribalta nazionale, si veda la bibliografia nella mia Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di classe allâimpegno civile, Editori Riuniti, Roma 2000, p. 356.
31 Il primo mafioso collaboratore di giustizia è Salvatore DâAmico, che nel 1876 rivelava quel che sapeva della setta degli Stuppagghieri di Monreale, di cui faceva parte, e veniva ucciso prima del processo. Cfr. A. Crisantino, Della segreta e operosa associazione. Una setta allâorigine della mafia, Sellerio, Palermo 2000.
32 In P. Pezzino, La congiura dei pugnalatori. Un caso politico-giudiziario alle origini della mafia, Marsilio, Venezia 1992, p. 62.
33 In L. Sciascia, I pugnalatori, Einaudi, Torino 1976, p. 60. Sul caso dei pugnalatori di Palermo, oltre ai libri di Sciascia e di Pezzino giĂ citati, cfr. U. Santino, La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000, pp. 148-156.
34 Cfr. C. Visconti, Vecchie pagine, in âLâIndice Penaleâ, Nuova serie, III, n. 1, gennaio-aprile 2000, pp. 421-429.
35 Cfr. G. Caselli â A. Ingroia, Rigore della prova e âmetodo Falconeâ, in âQuestione Giustiziaâ, n. 4, 2001, pp. 705 s.
36 Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, Appello avverso la sentenza n. 881/99, Palermo 2000, p. 2.
37 G. Caselli â A. Ingroia, op. cit., p. 708.
38 Sullâevoluzione del fenomeno mafioso rimando al mio La mafia finanziaria. Accumulazione illegale del capitale e complesso finanziario-industriale, in âSegnoâ, n. 69-70, aprile-maggio 1986, pp. 7-49; trad. inglese: The financial mafia. The illegal accumulation of wealth and the financial-industrial complex, in âContemporary crises. Law, crime and social policyâ, Vol. 12, No. 3, September 1988, pp. 203-243. Il testo italiano è stato ripubblicato in U. Santino, La borghesia mafiosa. Materiali di un percorso dâanalisi, Centro Impastato, Palermo 1994, pp. 179-241.
39 Sugli appalti cfr. F. Viviano, Sicilia, appalti a misura di clan. Maxi-inchiesta dellâAntimafia, âla Repubblicaâ, 19 novembre 2001, p. 21; su Provenzano cfr. E. Oliva â S. Palazzolo, Lâaltra mafia. Biografia di Bernardo Provenzano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001.
40 Commissione antimafia, op. cit., p. 71.
41 Cfr. i miei: Lâomicidio mafioso in G. Chinnici â U. Santino, La violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni â60 ad oggi, F. Angeli, Milano 1989, pp. 319 ss.; Se la societĂ civile gioca fuori casa, in âNarcomafieâ, III, n. 1, gennaio 1995, pp. 7-9; La mafia interpretata, cit., p. 152.
42 Cfr . U. Santino â G. La Fiura, Lâimpresa mafiosa. DallâItalia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1990, pp. 111 ss.
43 Cfr. Gruppo Democratici di Sinistra â LâUlivo, Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974, Roma 2000, dattiloscritto; G. Fasanella e C. Sestieri con G. Pellegrino, Segreto di Stato. La veritĂ da Gladio al caso Moro, Einaudi, Torino 2000.
44 Cfr. E. Fraenkel, Il doppio Stato. Contributo alla teoria della dittatura, Einaudi, Torino 1983; F. De Felice, Doppia lealtĂ e doppio Stato, in âStudi storiciâ, 1989, n. 3, pp. 493-563; P. Cucchiarelli â A. Giannulli, Lo Stato parallelo. LâItalia âoscuraâ nei documenti e nelle relazioni della Commissione Stragi, Gamberetti Editrice, Roma 1997; N. Tranfaglia, Un capitolo del âdoppio statoâ. La stagione delle stragi e dei terrorismi, 1969-84, in Aa.Vv., Storia dellâItalia repubblicana, 3**, Einaudi, Torino 1997, pp. 5-80; F .M. Biscione, La polemica sul doppio Stato e la conflittualitĂ civile nellâItalia repubblicana, in corso di pubblicazione sulla rivista âTrimestreâ.
45 Cfr. A. Wolfe, I confini della legittimazione. Le contraddizioni politiche del capitalismo contemporaneo, De Donato, Bari 1981.
46 Rimando al mio La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e lâemarginazione delle sinistre, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997.
47 Il mandato di cattura europeo pone indubbiamente delicati problemi di armonizzazione delle legislazioni dei vari paesi, ma le giustificazioni addotte da Berlusconi sono di altro genere. Ha dichiarato agli ambasciatori a Roma dei paesi dellâUnione Europea: âLa persecuzione di GarzĂłn [il giudice spagnolo che indaga sulla Telecinco] nei miei confronti per reati fiscali del tutto inesistenti, è la riprova di quanto sia difficile che da noi possa venire un consenso a una cosa delicata come il mandato di arresto europeoâ: cfr. U. Magri, âĂ tutta colpa dei GarzĂłnâŚâ, âLa Stampaâ, 7 dicembre 2001, p. 9. Successivamente si è trovata unâintesa ma il governo italiano ne ha sottoposto lâesecutivitĂ a una condizione: la modifica della Costituzione e la riforma del sistema giudiziario. Una prospettiva piĂš preoccupante del mancato accordo. Berlusconi ha poi sostenuto che la modifica della Costituzione è imposta dallâUnione Europea. Siamo al gioco delle tre carte.
48 Il testo del Piano di rinascita democratica, con gli allegati, in Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, 2-quater/3/VII-bis, pp. 603-625. Una sintesi in S. Flamigni, Trame atlantiche. Storia della Loggia massonica segreta P2, Kaos Edizioni, Milano 1996, pp. 113-135.
49 Per mesi, in una campagna elettorale interminabile, le gigantografie di Berlusconi hanno oscurato il paesaggio italiano, con messaggi martellanti: il âpresidente imprenditoreâ, il âpresidente operaioâ e tanti altri presidenti, uno per ogni professione e per ogni mestiere, Berlusconi da solo, con faccia ritoccata, in doppiopetto-scafandro o in girocollo, in fotomontaggio con elettori sorridenti, con slogan che promettevano tutto e il contrario di tutto: meno tasse e piĂš sviluppo, aumenti ai pensionati, lavoro per tutti, cittĂ sicure e il ponte sullo Stretto ecc. ecc. Unâoffesa allâintelligenza e al buon gusto che ha raggiunto il suo acme con il libretto Una storia italiana, in cui lâenfasi autocelebrativa si accoppiava agli omissis su particolari incresciosi, dalle vicende familiari alle disavventure giudiziarie, presentate sotto la voce âgolpe politico-giudiziarioâ. Eppure lo scopo è stato raggiunto: gli elettori-acquirenti hanno comprato il prodotto e premiato il venditore.
50 N. Bobbio e N. Matteucci, Dizionario di Politica, Utet, Torino 1976, pp. 518-520.
51 Su tali temi si vedano i miei: Una giungla chiamata capitalismo globale, in âAlternativeâ, n. 1, maggio-giugno 1995, pp. 17-22; Crimine transnazionale e capitalismo globale, in S. Vaccaro (a cura di), Il pianeta unico. Processi di globalizzazione, Elèuthera, Milano 1999, pp. 163-183; Dalla mafia al crimine transnazionale, in âNuove Effemeridiâ, n. 50, 2000/II, p. 92-101; Modello mafioso e globalizzazione, sito Internet del Centro Impastato: www.centroimpastato.it., in corso di pubblicazione nel volume con gli Atti del seminario âI crimini della globalizzazioneâ.
52 Cfr. P. Odello, Trenta agenti per le case vuote di Scajola, âlâUnitĂ â, 22 ottobre 2001, p. 10.
53 Cfr. AA.VV., Gli Stati mafia, quaderno speciale di âLimesâ, maggio 2000.
54 Si veda il mio Le mafie in Russia e nei paesi ex socialisti, in âAlternativeâ, n. 5-6, maggio-ottobre 1996, pp. 155-163. Nel corso del 1999 la stampa si è abbondantemente occupata degli âaffariâ della famiglia Eltsin in seguito a una serie di inchieste riguardanti il riciclaggio di 15 miliardi di dollari, in parte provenienti dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale, effettuato da Tatiana Dyacenko, figlia del presidente russo, con la collaborazione del ministro delle finanze Anatolij Ciubais e di altri membri del governo, del mafioso russo Semyon Yokovich Mogilevich, attraverso societĂ off-shore e banche russe e straniere, tra cui la City Bank, la Chase Manhattan e la Republic National Bank negli Stati Uniti e la Credit Suisse. Si veda la Cronologia, a cura del Centro Impastato, pubblicata su âNarcomafieâ e sul sito Internet del Centro.
55 Cfr. U. Santino â G. La Fiura, Dietro la droga. Economie di sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993, pp. 231 ss.
56 La relazione, presentata da Giovanni Russo Spena, è stata pubblicata nel volume: Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001.
57 Cfr. âLa Stampaâ, 25 giugno 2001, p. 3 e il mio Cu vincĂŹu? La Sicilia dopo la disfatta, in âla rivista del manifestoâ, n. 20, settembre 2001, pp. 31-35.
58 Su questa vicenda si veda A. Puglisi, Sole contro la mafia, La Luna, Palermo 1990.
59 Si veda la mia Storia del movimento antimafia, cit., pp. 252 ss.
60 Si veda la prima pagina de âlâUnitĂ â del 23 maggio 1990, con il titolo: Pintacuda contro Falcone: âFaâ tu i nomiâ; allâinterno, p. 5, un altro titolo: Pintacuda: âSĂŹ, io accuso Falconeâ.
61 Per informazioni piĂš dettagliate si veda P. Giovetti, Lâesperienza straordinaria di Giorgio Bongiovanni. Segreti, stigmate, esseri luminosi, Edizioni Mediterranee, Roma 1997.
62 Mi sia consentito il rinvio a due miei testi letterari: (Anonimo del XX secolo), Una modesta proposta per pacificare la cittĂ di Palermo, Qualecultura, Napoli â Vibo Valentia 1985; I giorni della peste. Il festino di Santa Rosalia tra mito e spettacolo, Edizioni Grifo, Palermo 1999.
Relazione al Seminario nazionale di Magistratura Democratica: âLa mafia fra tradizione e innovazioneâ, Palermo, 23-24 novembre 2001.  CENTRO IMPASTATO Umberto Santino
Tesi-Magistrale

