In galera da innocente per diciassette anni, la storia di Gaetano Murana

VIDEO – Intervista 

 

Gaetano Murana, fermato per un normale controllo di routine, racconta: «…Siamo arrivati alla Squadra Mobile, mi sono trovato in una stanza con un mucchio di funzionari, poliziotti… Mi hanno chiesto di parlare della strage di via D’Amelio… Io ridevo». «È una presa in giro? Cosa volete da me? Avete sbagliato persona? Sicuramente avete sbagliato persona, io sono Murana Gaetano!».

È proprio l’incontro con Murana una delle chiavi della svolta di Spatuzza:

Nell’agosto ’97, trovandomi nel carcere di Parma, ho incontrato Tanino Murana. Mi è rimasto impresso questo ragazzo perché sapevo di cosa era stato accusato, (…) mi raccontava di Pianosa, di quello che aveva vissuto, tra l’altro era stato arrestato con il bimbo che aveva due o tre mesi. Gli raggiava – così, ve la dico in siciliano – gli raggiava il cuore, perché sapete, tutti in carcere dicono che sono tutti innocenti, ma io che sapevo che effettivamente quello era innocente, mi rattristava, dicevo «porca della miseria…».

Del suo arresto, del suo soggiorno a Pianosa, il signor Murana ha voluto riferire, e non senza pena, dinanzi questa Commissione.

  • MURANA. Luglio ’94, la mia vita è finita! Si è distrutta! Tuttora la mia vita è distrutta! (…) Ho visto questa pattuglia borghese… mi hanno fermato. «Libretto e patente». Ho dato libretto e patente e mi hanno detto: «Si deve accomodare con noi in Questura». Dico: «vi portate la patente e il libretto… neanche per farmi perdere la giornata di lavoro…». «Non si preoccupi, due minuti, il tempo che arriviamo e può andare a lavorare». Siamo arrivati alla Squadra Mobile, mi sono trovato in una stanza con un mucchio di funzionari, poliziotti… Mi hanno chiesto di parlare della strage di via D’Amelio… Io ridevo: «È una presa in giro? Cosa volete da me? Avete sbagliato persona? Sicuramente avete sbagliato persona, io sono Murana Gaetano!».
  • FAVA, presidente della Commissione. Le è stato detto subito in quell’occasione che il suo accusatore era Scarantino?
  • MURANA, Sì, sì. «Scarantino ci ha fatto questo bel regalo». Io ridevo, io ridevo. Se non so nulla, ridevo… e giù schiaffi… alla Squadra Mobile mi hanno distrutto! Mi hanno distrutto!
  • Più passano le ore e più il netturbino dell’AMIA incomincia a rendersi conto che quel giorno non tornerà al lavoro.
  • MURANA. Io ero sicuro che appena mi interrogavano me ne andavo, uno che è innocente, non ha fatto nulla… Mi hanno interrogato, mica mi sono avvalso della facoltà di non rispondere! Siccome la dottoressa Boccassini mi ha detto «lei risponde?», c’era pure Tinebra, Petralia se non erro, ho detto: «certo che voglio rispondere”, «Scarantino le fa quest’accusa» e ho risposto: «c’è sbaglio»… si figuri che Scarantino non sapeva che macchina avevo io, pur essendo della stessa borgata, io avevo l’Opel e lui diceva che avevo la 127… Appena finisco l’interrogatorio, ho chiesto: «Me ne posso andare a casa?». Non la dimentico più l’espressione della dottoressa Boccassini… si gira verso di me e dice: «Murana, purtroppo ci sono indagini in corso, si deve accomodare in cella».

L’ARRIVO A PIANOSA

A Pianosa, Murana verrà tradotto dopo pochi giorni. Probabilmente, è ignaro del fatto che ad attenderlo c’è la sezione speciale chiamata Agrippa. Lui imparerà a conoscerla con un altro nome: Discoteca.

  • MURANA. Appena siamo arrivati a Pianosa mi hanno caricato in una jeep e siamo andati in una sezione che ha un soprannome, “Discoteca”, appena ho passato la soglia di questa sezione è iniziato il mio inferno, il mio calvario!
  • FAVA, presidente della Commissione. Perché?
  • MURANA. Botte dalla mattina alla sera, non si capiva, senza un motivo né nulla… Il primo giorno, il secondo giorno lo stesso. Dovevo passeggiare sempre. Appena mi vedevano seduto nella branda: «alzati, passeggia» …
  • FAVA, presidente della Commissione. Dentro la cella?
  • MURANA. Sì, sì. Una cella, un cubicolo. «Te lo dobbiamo dire noi quando ti devi fermare» … Ho perso la conta dei giorni… Gli indumenti, gli stessi di quando mi avevano arrestato, gli stessi, una magliettina giallina… Un giorno mi hanno massacrato, mi hanno massacrato!
  • FAVA, presidente della Commissione. L’hanno picchiata?
  • MURANA. Tutti i giorni. Mattina… notte quando stavo dormendo… «Ehi, che fa dormi? Sveglia!».
  • È possibile che nessuno si accorgesse di quanto stava accadendo?
  • D’ANDRIA, già direttore del carcere di Pianosa. Mah, guardi, io quando ho ricevuto la convocazione ho visto questo nominativo e, sinceramente, nella mia memoria non mi ricorda niente.
  • FAVA, presidente della Commissione. Scusi, Murana viene portato a Pianosa perché è imputato per la strage di Via D’Amelio, non può dirmi che il direttore del carcere di Pianosa non sapesse che uno degli imputati della strage di Via D’Amelio era ospite dell’istituto che dirigeva!
  • D’ANDRIA, già direttore del carcere di Pianosa. Eh, Presidente, però sono passati trent’anni! Rispetto a questo che sento dire, queste accuse… io sono portato ad escluderle.
  • D’Andria non ricorda chi sia Gaetano Murana: ne prendiamo atto. Quello che resta da capire è come far coesistere fra loro le diverse e contrapposte versioni dei fatti.
  • FAVA, presidente della Commissione. Mi faccia riproporre questa domanda, perché il signor Murana non ci è sembrato un millantatore, semmai una persona piuttosto provata da 17 anni di reclusione ingiusta. Di questi anni trascorsi a Pianosa ci ha raccontato situazioni molto specifiche, con molti dettagli che difficilmente si possono inventare… Parla di cose che accadevano quando lei era direttore. Come è possibile che ci siano versioni così lontane? Murana che parla di pestaggi, manganelli, umiliazioni, e lei che ci dice: «non mi sono mai accorto di nulla».
  • D’ANDRIA, già direttore del carcere di Pianosa. A Livorno c’era un magistrato di sorveglianza molto, molto rigoroso nella sua azione di vigilanza, di controllo, ma anche di garanzia dei diritti delle persone ristrette… Se ci fosse stato un clima di illegalità, un clima come quello delineato, si può pensare che un magistrato di sorveglianza non avrebbe adottato dei provvedimenti? Quello che racconta il signor Murana delinea uno scenario che a me sicuramente non risulta… Diciamo che nelle carceri del sud c’era un tipo di gestione del circuito che era molto leggera, nel senso che… magari in quelle sedi, Napoli piuttosto che Palermo, venivano concesse determinate prerogative, certe cose.

                                                                                                   VINCENZO SCARANTINO

IL RACCONTO DI MURANA

Un diverso approccio alla disciplina penitenziaria tra nord e sud, ecco chiarito l’arcano. Ma il punto che interessa questa relazione non è tanto (o solo) il trattamento ricevuto in carcere da Murana e da altri detenuti. Il punto è capire se e come questa condizione carceraria a Pianosa sia servita a orientare le indagini su via D’Amelio nel comodo binario che suggerivano le rivelazioni di Scarantino. Per uscir di metafora, sentiamo cosa racconta lo stesso Murana.

  • MURANA. Dopo un periodo di tempo mi chiamano per un colloquio investigativo… mi hanno detto che era la DDA di Caltanissetta… c’era uno che io ho conosciuto, un magistrato del gruppo Falcone-Borsellino… Faccio questo colloquio investigativo… Dice: «Noi siamo qua, non si preoccupi, la sua vita cambierà… qui c’è il depliant… ora stesso la portiamo via, andiamo a prendere la sua famiglia. Lei si deve raccontare» …
  • FAVA, presidente della Commissione. La proposta era di diventare un collaboratore di giustizia.
  • MURANA. Collaboratore di giustizia. Dissi: «non so nulla, non so nulla, che cosa volete da me?», «Andiamo, lei ancora è giovane, ha una moglie giovane, un bambino…». Gli ho detto: «senti, io non so nulla, a me dovete parlare di lavoro», e lui dice: «andiamo, guarda che belle ville, una valigia di soldi…». Dissi: «a me i soldi, le ville non mi interessano… io non consumo nessuno… sono innocente, non so nulla…». «Allora facciamo una cosa mi firma i verbali che ha fatto Scarantino». Dissi: «Perché gli devo firmare i verbali che ha fatto Scarantino. Mi faccia capire, le ho dette io o le ha dette Scarantino queste cose? Mica io gliel’ho detto… E allora perché devo firmare i verbali che ha fatto Scarantino?».
  • È un fermo immagine importante nella lunga ricostruzione del depistaggio. Murana dice in Commissione che durante un colloquio investigativo gli fu chiesto di sottoscrivere le dichiarazioni di Scarantino. In cambio? Una vita nuova, per lui e per la sua famiglia, ville e soldi. Gli viene addirittura mostrato un dépliant.
  • FAVA, presidente della Commissione. A questo colloquio era presente il suo avvocato?
  • MURANA. No, all’impensata sono venuti, no, no, nessuno! Colloqui investigativi, dissero. Erano magistrati di Caltanissetta. «Allora, ci firma?», dissi: «io non firmo nulla. Io non so niente».
  • FAVA, presidente della Commissione. Cioè avrebbero voluto che lei firmasse le dichiarazioni di Scarantino.
  • MURANA. Di avallare…
  • FAVA, presidente della Commissione. …di avallare le dichiarazioni di Scarantino
  • MURANA. Esatto, bravo, sì, così. Poi gli dissi: «ma perché devo firmare? L’ho detto io? Scarantino può dire quello che vuole, io sto dicendo che sono innocente». Mi dissero: «andiamo Murana…».
  • SCHILLACI, componente della Commissione. Quanti erano questi magistrati?
  • MURANA. Parecchi.
  • FAVA, presidente della Commissione. Può anche darsi che non fossero solo magistrati… lei si ricorda, per esempio, di avere mai conosciuto il dottor La Barbera che era anche il capo di questo gruppo investigativo Falcone-Borsellino?
  • MURANA. La Barbera? Sì, quando mi hanno portato nel suo ufficio.
  • FAVA, presidente della Commissione. A Palermo.
  • MURANA. Sì, lì nel suo ufficio, quando mi massacrarono.
  • FAVA, presidente della Commissione. E c’era anche lui quando ci fu questo colloquio investigativo a Pianosa?
  • MURANA. No.
  • FAVA, presidente della Commissione. Non c’era.
  • MURANA. No, perché lo conoscevo per figura.
  • FAVA, presidente della Commissione. Solo magistrati della D.D.A. di Caltanissetta…
  • MURANA. Sì, sì.
  • FAVA, presidente della Commissione. Però non ricorda come si chiamava.
  • MURANA. Non mi ricordo… A quest’ora l’avrei detto.
  • FAVA, presidente della Commissione. In quell’occasione lei con questi Magistrati della DDA di Caltanissetta parlò anche del trattamento che aveva ricevuto a Pianosa?
  • MURANA. No, no… Anzi quando me ne sono andato ho avuto la rimanenza. Come si dice in siciliano: “U riestu appi e mi ni ivu a discoteca”.
  • FAVA, presidente della Commissione. A questo colloquio investigativo assistevano anche personale…
  • MURANA. …della Polizia penitenziaria, sì!
  • Sul punto il dottor D’Andria è netto.
  • D’ANDRIA, già direttore del carcere di Pianosa. Lo escludo! I colloqui investigativi venivano svolti dal personale delegato dall’Autorità giudiziaria e si svolgeva in un ufficio con porte chiuse e, quindi, praticamente, con la non partecipazione del personale penitenziario.
  • FAVA, presidente della Commissione. Che questa sia la regola lo sappiamo. Le chiedevamo se, secondo lei, potesse esserci stata un’eccezione e, quindi, una presenza, come nel ricordo di Murana, anche di personale della Polizia penitenziaria.
  • D’ANDRIA, già direttore del carcere di Pianosa. Io non ricordo niente di questo genere e sono portato ad escluderlo.

Murana sarà l’ultimo a lasciare Pianosa, il 17 luglio 1997 (poco dopo, infatti, la struttura chiuderà i battenti). Tornerà libero solamente nell’ottobre 2011 grazie alle confessioni di Gaspare Spatuzza. Dopo diciassette anni di detenzione!

DOMANI 8.11.2021

 


Via D’Amelio, il netturbino condannato e poi assolto: “I depistaggi hanno distrutto la mia vita” – Parla Gaetano Murana, ex operaio Amia accusato falsamente dell’ex pentito Vincenzo Scarantino. La denuncia: “Niente e nessuno potrà ripagarmi questi 18 anni trascorsi in carcere da innocente. Ho subito vessazioni di ogni genere”


Gaspare Spatuzza

Murana è parte civile nel processo per il depistaggio sulla strage Borsellino, in corso a Caltanissetta. “Io mi aspetto giustizia – dice – perché la mia vita è distrutta. Io volevo trovare un lavoro dignitoso per potere campare la mia famiglia con onestà, ma mi hanno chiuso tutte le porte in faccia. Lo sanno tutti che Tanino Murana è innocente e che non c’entra niente con la strage. Io sono stato una vittima della giustizia”. E ci tiene a “ringraziare con tutto il cuore” il suo legale, l’avvocata Rosalba Di Gregorio che lo assiste da molti anni. “Si è battuta come un leone per me”, dice. “Come mai nessun altro…”. ADNKRONOS 21.7.2021


Strage via D’Amelio, Spatuzza rivelò a Grasso il depistaggio già nel 1998

Gaspare Spatuzza aveva svelato a Piero Grasso già nel 1998 che la storia della strage di via D’Amelio, come raccontata dal falso pentito Vincenzo Scarantino, era una balla. Non solo: in un colloquio investigativo rimasto finora segreto, Spatuzza aveva anche spiegato a Grasso perché Scarantino aveva mentito accusando se stesso e altri innocenti di reati mai compiuti. E aveva anche indicato il cognome del possibile responsabile di uno dei più grandi depistaggi della storia giudiziaria italiana: “Toto La Barbera” si legge nel verbale integrale che pubblichiamo su ilfattoquotidiano.it. Piero Grasso e il suo capo di allora, il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, nel colloquio non chiedono a Spatuzza chi sia quel “Toto La Barbera”. 

Ci sono due funzionari della Polizia coinvolti in questa storia con quel cognome. Il primo si chiamava Arnaldo La Barbera, era il capo del pool che ha realizzato quello che – secondo lo stesso Sarantino – era un depistaggio studiato a tavolino. Nel 1998, quando Spatuzza parla di un “Toto La Barbera” a Grasso era Questore a Napoli, e morirà nel 2002, onorato come il superpoliziotto che ha scoperto i colpevoli della strage. Poi c’è Salvatore La Barbera: oggi è capo della Polizia Postale ed è indagato anche lui a Caltanissetta per calunnia a seguito delle nuove dichiarazioni di Scarantino. Allora era un giovanissimo funzionario che dipendeva dall’omonimo più anziano. “Certo a leggere oggi quel verbale qualche rammarico viene. Forse se si fosse battuto più su questa strada alcune cose sarebbero venute fuori tempo fa e la verità su persone innocenti sarebbero emerse prima”, ha commentato il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari.

In questi giorni si sta celebrando il nuovo processo per la strage di via D’Amelio e tra il pubblico sparuto c’è sempre seduto all’ultimo banco un signore magro con gli occhiali. Si chiama Gaetano Murana e – a causa delle false accuse di Vincenzo Scarantino – è rimasto in carcere in isolamento per 18 anni. Se i magistrati avessero ascoltato i suggerimenti di Spatuzza del 1998, sarebbe potuto uscire dal carcere dieci anni prima. Nel 1998 la condanna non era definitiva però “dopo quel colloquio investigativo non fui più richiamato da nessuno e così – ha chiosato martedì durante il suo interrogatorio in aula a Roma, Gaspare Spatuzza – ora siamo qui a rifare tutto il processo”.

Oggi, con il senno di poi, è facile dare più importanza alle parole dette nel 1998 da Spatuzza rispetto alle menzogne con il timbro della Polizia di Scarantino. Ma quel verbale non era firmato perché non era presente l’avvocato di Spatuzza. Il colloquio era “investigativo”, una sorta di corteggiamento per convincere Spatuzza a pentirsi. Essendo fallito quel verbale non vale nulla. Nonostante la richiesta dell’avvocato Flavio Sinatra, difensore di due degli imputati, Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, la Corte mercoledì non ha ammesso il verbale tra gli atti del dibattimento. Spatuzza nel 1998 non arrivava a dire: “Procuratore Grasso sono stato io!” ma diceva: “So che qualcuno ha rubato l’auto così, l’ha preparata così e Scarantino mente”. I giudici di Caltanissetta non conoscevano queste parole quando condannavano all’ergastolo gli innocenti. Ecco perché, anche se non è rilevante dal punto di vista processuale, il verbale merita di essere riportato.

***
Grasso: Ah, così è. E quindi quelli che l’hanno avuta rubata non sanno niente?
Spatuzza: Non sanno niente poi, altri ladri l’hanno rubata a loro. Orofino (il carrozziere accusato dal falso pentito Vincenzo Scarantino di avere ospitato nella sua officina la preparzione dell’auto, ndr) non esiste questo.

Grasso: In che senso non esiste?
Spatuzza: Non esiste. Perché chi l’ha rubata, l’ha messa dentro e l’hanno preparata. (…) Lui è estraneo a tutto. Aveva subito un furto.

Grasso: Lei allora dice che Orofino non sa?
Spatuzza: Non esiste. Loro hanno questa situazione all’officina, e prendono per dire una macchina mia?

Grasso: E allora come è andata?
Spatuzza: Praticamente stu disgraziato di Orofino fu coinvolto pirchi c’iru a rubari i targhi a notti stissu.

Grasso: Anche le targhe hanno rubato? Ma allora non si è fatta nell’officina di Orofino la preparazione?
Spatuzza: Nru nru. (verosimilmente lo Spatuzza annuisce come per dire di no, ndr).

Grasso: E queste targhe di macchine a loro volta rubate?
Spatuzza: No, erano di macchine che Orofino aveva nell’officina.

Grasso: Orofino aveva le macchine, vanno a rubare nell’officina di Orofino la targa che lui aveva dentro in riparazione. Dopo la usano per metterla nella macchina dell’autobomba, cosi è? 
Spatuzza: Si

Grasso: Che viene preparata in un altro luogo, e non nell’officina di Orofino. E Scarantino in questa cosa che cosa che c’entra?
Spatuzza: Non esiste completamente .

Grasso: Non partecipa completamente?
Spatuzza: Non esiste.

Grasso: E scusi, com’è che allora le cose che lui ha detto che sa?
Spatuzza: Lui era a Pianosa, ha ammazzato un cristiano che doveva ammazzare, e ci ficiru diri chiddu ca nu avia adiri. Toto La Barbera.

Poi Grasso chiede dell’altro falso testimone di accusa, Andriotta. Spatuzza replica: “ ma, di… vieninu chisti? Si sono rifatti di nuovo pentiti? Tutti questi cinque nella stessa cordata, evidentemente”. Una cordata di falsi pentiti scoperta 10 anni dopo.

Da Il Fatto Quotidiano del 14 giugno 2013


DEPISTAGGIO…


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