11.6.2020 Gaspare Spatuzza non doveva essere protetto. Le incredibili affermazioni di Nino Di Matteo
Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che si autoaccusò di aver rubato la Fiat 126 che il 19 luglio 1992 venne usata per compiere la strage di via d’Amelio in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, non avrebbe dovuto usufruire del piano provvisorio di protezione.
Ad affermarlo il magistrato Nino Di Matteo, che in data 22 aprile del 2009 manifestò la sua contrarietà alla richiesta, sia perché avrebbe attribuito alle sue dichiarazioni un’attendibilità che ancora non avevano, sia perché le sue dichiarazioni, sebbene non ancora completamente riscontrate, avrebbero rimesso in discussione le ricostruzioni e le responsabilità consacrate dalle sentenze ormai divenute irrevocabili. Ovvero le condanne ingiustamente emesse a seguito delle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino.
Nel dubbio, quindi, secondo Di Matteo, Spatuzza non doveva usufruire del piano provvisorio di protezione, perchè ciò poteva portare l’opinione pubblica a ritenere che la ricostruzione dei fatti e le responsabilità degli stessi, accertate con sentenze irrevocabili, potessero essere state affidate a falsi pentiti protetti dallo Stato.
La verità emerse soltanto in seguito al pentimento di Gaspare Spatuzza, che sconfessò Scarantino, dando così luogo alla revisione del processo a carico di undici persone ingiustamente condannate.
Eppure, secondo il magistrato, che nel Borsellino II seguì la fase dibattimentale chiedendo e ottenendo la condanna di persone innocenti, non bisognava rimettere in discussione le dichiarazioni di un falso pentito perché ciò avrebbe gettato discredito sulle Istituzioni dello Stato.
La vicenda emerge dalla richiesta di archiviazione da parte della Procura di Messina che dopo due anni ha chiesto di archiviare l’inchiesta a carico degli ex pm Anna Maria Palma e Carmelo Petralia, accusati di calunnia aggravata, secondo una prima ipotesi, in merito alle indagini svolte sulla strage di via d’Amelio e sulla gestione dei collaboratori di giustizia, in particolare proprio di Vincenzo Scarantino, successivamente smentito da Gaspare Spatuzza.
Con un post sulla sua pagina Facebook, l’avvocatessa Rosalba Di Gregorio ha stigmatizzato le dichiarazioni di Di Matteo riportate a pagina 85 della richiesta di archiviazione, precisando che alla stessa presenterà opposizione.
“Questo passaggio in nota a pag 85 lo evidenzio… non si doveva dare il piano di protezione a Spatuzza, secondo Di Matteo – scrive la Di Gregorio – per non far pensare alla gente che il processo su via D’Amelio fosse fondato su falsi pentiti !!! Esilarante … o forse drammatico…”
Certamente drammatico, se si pensa a cosa sarebbe potuto accadere. Drammatico, se pensiamo che in carcere marcivano, e avrebbero continuato a marcire, persone che con la strage di via d’Amelio non c’entravano nulla. Drammatico, visto che alla luce di tali affermazioni, la credibilità delle Istituzioni dello Stato, viene messa in discussione proprio da chi con le sue parole anteponeva la stessa alla Giustizia. Quella Giustizia che imporrebbe di non lasciar marcire in galera degli innocenti e lasciare in libertà i colpevoli.
Quanti altri casi di falsi pentiti come Scarantino hanno dato luogo a possibili considerazioni quali quelle del magistrato Di Matteo? Una domanda che riteniamo sia legittimo porsi….
Gian J. Morici LA VALLE DEI TEMPLI 11.6.2020
13.6.2023 La gravità di quello che si evince già da queste affermazioni, va anche oltre, se aggiungiamo che Di Matteo disse pure che la collaborazione di Spatuzza non era di particolare rilevanza visto che non consentiva di arrestare nessuno né di sequestrare alcun bene, ne di processare qualcuno. Questo ci dà un’idea sbagliata della Giustizia, che diventa la ricerca di processi eclatanti con arresti ecc e non la ricerca della verità. Poi, se gli arrestati sono estranei ai fatti e condannati ingiustamente… preferisco non commentare…
17.7.2020 Depistaggi strage di via D’Amelio – I Borsellino sempre più spaccati
Mentre le procure di Caltanissetta e Messina lavorano alacremente sul depistaggio messo in atto dopo la strage di via D’Amelio nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, emerge in maniera sempre più evidente la spaccatura in atto all’interno della famiglia del giudice, che vede da una parte le figlie Lucia e Fiammetta sostenere i magistrati che stanno conducendo le indagini, e dall’altra Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, critico nei riguardi di chi a distanza di così tanti anni ha indagato sulle tante “anomalie” nella gestione del falso pentito Vincenzo Scarantino.
Una spaccatura – quella interna alla famiglia – che risale già a qualche anno addietro, quando Fiammetta Borsellino doveva essere sentita in Commissione regionale antimafia a seguito delle pubbliche dichiarazioni rese su quello che è stato indicato come uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana, ricevendo il sostegno della compianta Rita Borsellino – sorella del giudice ucciso – che aveva definito coraggiosa la scelta della nipote, dichiarandosi perfettamente d’accordo con le sue iniziative volte a far piena luce sui tanti lati oscuri che a distanza di decenni ancora non permettono di conoscere la verità.
Di diverso avviso Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato, che dopo le accuse mosse da Fiammetta Borsellino ai vari pm che gestirono il falso pentito Scarantino, prese le distanze dalla nipote, scusandosi pubblicamente con l’ex pm Di Matteo, per quelle che aveva definito “incaute affermazioni che sono state fatte da membri della mia famiglia”.
Per il depistaggio delle indagini sull’attentato di via D’Amelio, è in corso a Caltanissetta il processo che vede imputati i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra, mentre a Messina è stata chiesta l’archiviazione delle indagini – alla quale si sono opposti i legali delle parti civili – a carico degli ex pm Carmelo Petralia ed Annamaria Palma, i due magistrati che facevano parte del pool che coordinò l’inchiesta sull’attentato, ai quali era stato contestato il reato di concorso in calunnia aggravato dall’avere favorito Cosa nostra.
A conferma della spaccatura, anche le dichiarazioni rilasciate lo scorso anno a Adnkronos da Lucia Borsellino, sorella maggiore di Fiammetta, che ha elogiato il lavoro che sta compiendo la Procura di Caltanissetta e quello della Procura di Messina. “I magistrati – ha dichiarato ad Adnkronos Lucia Borsellino – stanno facendo un lavoro molto, molto complesso, reso ancora più difficile sia dal tempo trascorso ma soprattutto dalle evidenze emerse su uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. Perché non è sicuramente facile ricostruire i pezzi della storia dopo tutto quello che è accaduto”.
Era stata la stessa agenzia di stampa che però riportava come Salvatore Borsellino, durante la presentazione del libro ‘DepiStato’, aveva invece duramente criticato la Procura di Caltanissetta.
Stupisce, e non poco, che a criticare la Procura di Caltanissetta sia stato il fratello del giudice assassinato, visto che proprio a Caltanissetta si tiene il processo che vede Matteo Messina Denaro accusato di essere tra i mandanti delle stragi del ’92, nel corso del quale sta emergendo anche il ruolo del falso ex pentito Vincenzo Calcara, indicato dal pm Gabriele Paci – nella sua requisitoria in Corte d’Assise di Caltanissetta – come “un collaboratore che ha inquinato l’acqua nel pozzo per chiarire i vertici della mafia trapanese”, facendo riferimento al fatto che il Calcara, grazie alle sue dichiarazioni, spostò l’attenzione degli inquirenti dai Messina Denaro su Mariano Agate, senza mai fare, oltretutto, il nome di Matteo Messina Denaro che proprio durante il periodo immediatamente antecedente alla presunta collaborazione dell’ex pentito, commetteva omicidi e organizzava le stragi.
L’ex pentito Calcara, per molto tempo ha rappresentato uno dei vessilli di Agende Rosse, il movimento nato per iniziativa di Salvatore Borsellino affinché venisse fatta piena luce sulla strage di Via D’Amelio, incoraggiando la parte migliore delle istituzioni nella ricerca della piena verità sui moventi e mandanti della strage.
Lo stesso Salvatore Borsellino è stato tra i maggiori sostenitori di Calcara, tanto da curare la prefazione del libro “Dai memoriali di Vincenzo Calcara. Le cinque entità rivelate a Paolo Borsellino”, incurante del fatto che lo stesso Calcara narrasse di come avesse partecipato al trasporto del tritolo per l’attentato a Paolo Borsellino (fatti per i quali non siamo a conoscenza se sia mai stato indagato e per i quali, comunque, certamente non venne mai processato):
“Fui incuriosito dalla presenza di una cassa enorme – riporta Calcara nei suoi memoriali – alta un metro e mezzo e larga almeno un metro. Ci dissero di caricarla facendo estrema cautela e la cosa destò in me un dubbio che presto si trasformò in certezza, ovvero che la fantomatica cassa fosse piena di esplosivo. Chi era il bersaglio? La risposta era oramai abbastanza chiara: il tritolo avrebbe dovuto uccidere quel maledetto giudice che stava procedendo troppo spedito in direzione della Mafia; quel Borsalino che voleva annientare la Piovra dalla radice. L’esplosivo era un regaluccio per lui!”
Parole che suscitano in chiunque di noi un moto di rabbia e di repulsione nei riguardi di chi ha sempre sostenuto che avrebbe voluto salvare la vita al Giudice.
Calcara, intanto, sul profilo Facebook “Vincenzo Calcara : Le mie verità”, qualche giorno fa criticava anche lui il pm Dott. Gabriele Paci, per aver presupposto che lui sia un pentito eterodiretto, ovvero guidato da altri, definendo assurda la deduzione del Dottor Paci, visto che le uniche persone che avrebbero potuto gestire la sua collaborazione erano i magistrati con i quali aveva collaborato, ovvero il Dottor Paolo Borsellino e i sostituti procuratori Francesco Lo Voi e Gioacchino Natoli .
Intanto, il 19 luglio, si terrà a Palermo la commemorazione per ricordare strage di via D’Amelio. Quella strage che sembra sempre più evidente fu oggetto di due possibili diversi depistaggi. Quello nato dalle false dichiarazioni di Vincenzo Calcara, che – consapevolmente o meno – finì con il favorire il progetto stragista di Matteo Messina Denaro, e quello operato da Vincenzo Scarantino, il quale per anni accusò persone poi rivelatesi innocenti, sviando le indagini degli inquirenti.
Il silenzio da parte di “Agende Rosse” su fatti tanto gravi, rende ancora più doloroso il ricordo della strage e l’insabbiamento della verità perpetrato per decenni da chi invece aveva il dovere di farla emergere, andando fino in fondo per risalire alla genesi delle stragi che insanguinarono la Sicilia, e permettendo così, ancora oggi, al boss Matteo Messina Denaro di continuare a godere delle protezioni che hanno consentito la sua lunga latitanza.
Un silenzio che consente ancora a Vincenzo Calcara, di poter dire, impunito, che sconosceva il ruolo di Matteo Messina Denaro all’interno della famiglia mafiosa di Castelvetrano, quando il padre di lui, Francesco, gli diede l’incarico di uccidere il magistrato, “ma in quella occasione il suo ruolo era anche di partecipare per uccidere il Dott. Paolo Borsellino e ho capito che tra lui e il padre c’era una perfetta simbiosi, come se erano la stessa persona. Quindi non avevo nessun dubbio che Matteo Messina Denaro stesse organizzando la strage insieme al padre.” Se Calcara lo avesse dichiarato fin da subito, anziché tacere per anni, forse non avremmo la necessità di ricordare la strage di via D’Amelio nella quale morirono Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta.
Gian Joseph Morici LA VALLE DEI TEMPLI
19.1.2021 – MAFIA e APPALTI – chiunque osa sfiorare l’argomento Mafia Appalti, subisce le conseguenze del suo ardire.
Per anni si è voluta attribuire l’accelerazione dell’omicidio del giudice Paolo Borsellino alla presunta trattativa condotta da Mori e De Donno, ufficiali del Ros, ignorando l’inchiesta Mafia Appalti, condotta dagli stessi ufficiali, voluta da Giovanni Falcone e sulla quale si era puntata l’attenzione di Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci.
La Corte d’Assise d’appello di Caltanissetta, nelle motivazioni, appena depositate della sentenza d’appello del Borsellino Quater, scarta la tesi sulla trattativa, soffermandosi sulle cause che determinarono la strage di Via D’Amelio: L’esito del maxiprocesso e l’interessamento al dossier mafia appalti.
A raccontare quanto riportato in sentenza, l’articolo a firma di Leonardo Berneri pubblicato stamane sul Riformista, giornale che con le sue recenti inchieste risulta parecchio scomodo a chi vorrebbe una stampa prona e sempre pronta a pubblicare le veline delle procure.
Leonardo Berneri nel suo articolo riporta, tra l’altro, i sospetti che lo stesso Paolo Borsellino il giorno prima dell’attentato aveva confidato alla moglie, quando le disse «che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo …ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò accadesse».
“Il punto – scrive Berneri – non è di poco conto. Soprattutto nel momento in cui si organizzano convegni o si fanno “inchieste” televisive, invitando i soliti magistrati che puntualmente omettono i problemi che Borsellino ebbe all’interno della procura. Purtroppo accade sempre più spesso che quando nelle interviste si riporta questa oramai celebre frase che Borsellino confidò alla moglie Agnese, se ne dimentichi tuttavia la parte finale con il riferimento che il giudice fece ai suoi colleghi, i magistrati.
La memoria (e il coraggio – ndr) non ha fatto gli stessi brutti scherzi alla Corte, che invece non ha dimenticato di darne rilievo, richiamandola con riferimento alle dichiarazioni testimoniali che rese la moglie di Borsellino. Non solo. Sempre nella sentenza viene citato il fatto che l’arrivo di Borsellino nel nuovo ufficio della Procura di Palermo «era stato percepito con preoccupazione da Cosa Nostra, al punto che Pino Lipari (vicino ai vertici dell’organizzazione mafiosa) aveva commentato il fatto dicendo che avrebbe creato delle difficoltà a “quel santo cristiano di Giammanco”».
Ricordiamo che per i corleonesi, Lipari è stato un “consulente” che si occupava di pilotare gli appalti pubblici in modo da affidarli a imprese vicine ai boss.
Il suo nome apparve anche nel famoso dossier mafia appalti scaturito dall’indagine degli ex ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, condotta sotto la supervisione di Giovanni Falcone”.
Purtroppo chiunque ad oggi abbia osato sfiorare l’argomento Mafia Appalti, ha dovuto subire le conseguenze del suo ardire.
La sentenza d’appello del Borsellino Quater è una pietra miliare nella ricostruzione della genesi delle stragi che non può essere ignorata.
“Non la presunta trattativa, ma la questione “mafia appalti” che ha anche come sfondo i problemi all’interno dell’allora procura di Palermo. Il tutto è ben cristallizzato in questa sentenza. Tutto ciò potrebbe significare un ulteriore sviluppo delle indagini e la possibilità di arrivare a un Borsellino quinquies?” – conclude l’articolo di Leonardo Berneri.
Un articolo da leggere per chi interessato veramente a comprendere cosa accadde nel periodo antecedente alle stragi. Un articolo poco interessante per chi appassionato ai format televisivi di successo che si sono mantenuti – e continueranno a mantenersi –
lontani dai fili dell’alta tensione rappresentati da quel dossier (Mafia Appalti) costato la vita dei giudici che se ne interessarono.
“La paura è umana, ma combattetela con il coraggio” – Paolo Borsellino
Gian J. Morici
12 luglio 2025 È ormai palese il tentativo di ricondurre anche l’eliminazione di Giovanni Falcone all‘opera di Cosa Nostra, dettata dal movente mafia-appalti.
Una chiave di lettura funzionale ad accreditare la medesima pista come motivazione unica dell’accelerazione dell’uccisione di Paolo Borsellino.
La figura di Giovanni Falcone è indissolubilmente legata alla lotta alla mafia, in un contesto ben più ampio e articolato che non la sola indagine condotta dai Ros del generale Mario Mori.
Le risultanze giudiziarie, rivelano infatti come il magistrato palermitano fosse un avversario temuto da Cosa Nostra su più fronti e come la sua eliminazione fosse il frutto di una strategia eversiva molto più ampia, dettata dalle indagini di Falcone, che già dai primi anni ’80 aveva messo sotto la lente d’ingrandimento i cugini Salvo e aveva istruito procedimenti di risonanza internazionale come “Pizza Connection” e “Big John”. Quest’ultimo aspetto è ulteriormente sottolineato dalla presenza a Palermo, nel giugno 1992, di una delegazione di magistrati e funzionari di polizia elvetici, guidati da Carla Del Ponte. La loro presenza era legata a una rogatoria internazionale nell’ambito di indagini sul riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di stupefacenti, e il loro incontro con Falcone dimostra chiaramente il suo coinvolgimento in inchieste di vasta portata sul riciclaggio internazionale, spesso connesse al narcotraffico. Questo testimonia la profonda conoscenza di Falcone delle dinamiche finanziarie e transnazionali del crimine organizzato, ben al di là del solo ambito degli appalti.
I processi per la strage di Capaci tenutisi a Caltanissetta, ne hanno permesso di ampliare la visione, inizialmente individuata come sola vendetta per l’esito del cosiddetto Maxiprocesso, ponendo in evidenza un’azione preventiva dettata da una strategia unitaria di Cosa Nostra volta a colpire i propri “nemici storici” e chiunque rappresentasse un pericolo per l’organizzazione.
La futura nomina di Falcone a Procuratore Nazionale Antimafia era vista come una minaccia esistenziale per gli interessi vitali della mafia, anche – ma non solo e non principalmente – per la gestione illecita degli appalti pubblici, così come risulta dalle propalazioni dei vari collaboratori di giustizia; ma la sua eliminazione rientra nella mutata strategia di Cosa Nostra con la guerra che i corleonesi dichiararono allo Stato, a partire dall’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel 1982, come dichiarato nel corso dell’odierna intervista rilasciata al Riformista dallo stesso generale Mori, che pure avrebbe tutto l’interesse ad attribuire alla sola vicenda degli appalti le stragi del ’92.
Le dinamiche di quegli anni, l’escalation di violenza, non possono essere comprese senza considerare il profondo mutamento nei rapporti tra Cosa Nostra e la politica. L’omicidio dell’onorevole Salvo Lima – che non aveva nulla a che fare con gli appalti – avvenuto il 12 marzo 1992, segnò l’inizio di una vera e propria resa dei conti con gli “amici” di un tempo – che non erano più in grado di offrire garanzie all’organizzazione criminale – e l’eliminazione dei nemici che rappresentavano un pericolo per l’esistenza della stessa. Lima e altri esponenti politici, un tempo referenti e garanti per l’organizzazione, erano ormai ritenuti “rami secchi”, incapaci di assicurare le coperture necessarie.
Cosa Nostra, percepita l’inaffidabilità dei vecchi referenti politico-istituzionali (con l’esito infausto del Maxiprocesso, attribuito anche all’interferenza di Falcone), decise di intraprendere uno scontro frontale con lo Stato. Questo disegno eversivo si manifestò attraverso una serie di attentati eclatanti, come quelli contro sedi della Democrazia Cristiana e l’omicidio di Ignazio Salvo, referente della D.C. nel trapanese, anch’esso non legato direttamente agli appalti ma alla logica di indebolire il peso politico di un partito ritenuto non più funzionale, tanto da prevedere progetti omicidiari anche nei confronti di altri esponenti politici come gli onorevoli Mannino e Purpura, funzionali anche questi nel danneggiare l’immagine pubblica di Andreotti.
Gli attentati contro le sedi della Democrazia Cristiana, rientravano anche quelli nella vicenda mafia-appalti?
La strategia di Cosa Nostra dopo Capaci, proseguita con gli attentati di Via Fauro a Roma, Via dei Georgofili a Firenze, Via Palestro a Milano, e Via del Velabro e Piazza San Giovanni a Roma nel 1993, ebbero anche quelli come movente mafia-appalti, o avvennero nel contesto di una strategia volta a destabilizzare lo Stato?
Le stragi del ’92 e del ’93 furono parte di una strategia eversiva più ampia, un vero e proprio scontro frontale di Cosa Nostra con lo Stato. L’eliminazione di figure politiche come Salvo Lima, avvenuta prima di Capaci e per motivi legati al tradimento degli accordi sul Maxiprocesso, ne sono la prova lampante. La mafia si sentiva tradita dalla classe politica che non era più in grado di garantire le coperture di un tempo. Questa non era una questione di appalti, ma di un radicale mutamento nei rapporti di forza e di fiducia tra mafia e politica.
Falcone era un bersaglio primario in questa strategia sia per motivi ritorsivi che preventivi, ma la sua uccisione fu solo una tessera di un mosaico ben più ampio, che includeva progetti di attentati contro altri magistrati (Giordano, Grasso), ministri (Martelli, Andò) e secondo alcune indicazioni anche contro Antonio Di Pietro, per spostare l’azione repressiva dello Stato dal Sud al Nord.
Ricondurre il sacrificio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino alla sola questione mafia-appalti non solo è riduttivo e non rende loro merito, ma allontana anche dalla vera ricerca della verità. L’analisi approfondita, basata sulle sentenze, così tanto care a chi – secondo la convenienza – cita gli atti giudiziari, mostra un quadro molto più complesso e sfaccettato delle motivazioni e delle dinamiche che portarono alle stragi.
Le sentenze hanno delineato con chiarezza che le indagini di Falcone andavano ben oltre gli appalti, toccando il traffico internazionale di droga, il riciclaggio e le connessioni politiche di altissimo livello. La sua uccisione fu il risultato di una pluralità di concause, dalla vendetta per il Maxiprocesso alla sua inesorabile attività investigativa e alla sua potenziale nomina a Procuratore Nazionale Antimafia, che avrebbe minacciato gli interessi vitali di Cosa Nostra, inclusi ma non limitati agli appalti.
Le recenti attività della Commissione antimafia tendono a riscrivere una verità storica e giudiziaria. Se da un lato l’attività parlamentare di indagine è fondamentale per approfondire contesti, acquisire nuove informazioni e far luce su zone d’ombra che un processo penale non sempre riesce a esplorare completamente – come per esempio per le dinamiche politiche o di intelligence non direttamente penali – dall’altro lato dovrebbe mantenere una netta distinzione tra ciò che rappresenta una Commissione parlamentare che non ha poteri giurisdizionali; che non può emettere sentenze né riscrivere quelle già passate in giudicato, e le sue conclusioni, che per quanto autorevoli, rimangono frutto di un’indagine politica e non possono annullare o sostituire le verità processuali stabilite nei vari gradi di giudizio.
Un’eccessiva enfasi su singole piste o interpretazioni parziali può solo creare confusione, allontanare dalla complessità degli eventi e persino minare la credibilità delle conclusioni giudiziarie già consolidate.
Rendere giustizia a Falcone e Borsellino significa riconoscere la vastità e la profondità del loro impegno, la molteplicità delle minacce che affrontarono e la complessità delle motivazioni che portarono alla loro tragica fine, senza semplificazioni che rischiano di distorcere la realtà.
Oggi sui social e su qualche organo di stampa si tende a enfatizzare in modo esclusivo l’aspetto degli appalti come movente principale – se non addirittura unico – delle stragi, ignorando o minimizzando altre componenti fondamentali che le stesse sentenze hanno accertato.
Un approfondimento a parte, meritano le richieste di atti prodotti alla Commissione guidata da Chiara Colosimo, da parte di gruppi social che non hanno alcuna identità giuridica.
La stessa Commissione, risponde inviando gli atti a qualsiasi cittadino ne faccia richiesta, magari con l’intento di confutare la pista mafia-appalti?
Se così non fosse, si renderebbe ancor più palese l’orientamento della Commissione ad arrivare a una conclusione precostituita in merito alle motivazioni delle stragi, in particolare quella di Via D’Amelio.
Gian J. Morici
22.1.2021 Strage di Via D’Amelio. Ripartiamo da zero
Lunghi anni persi dietro le ciance di pseudo pentiti come Vincenzo Scarantino, dietro le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, papelli e trattative Stato-mafia, prima di arrivare alla logica conclusione delle motivazioni riportate nella sentenza del Borsellino quater: l’uccisione del giudice Paolo Borsellino fu determinata da Cosa Nostra per finalità di vendetta e di cautela preventiva.
Esclusa dunque la tesi secondo la quale la cosiddetta “Trattativa” abbia accelerato l’uccisione di Paolo Borsellino. La cosiddetta trattativa Stato Mafia non c’entra nulla con la strage di Via D’Amelio, che si apre a nuovi, o per meglio dire vecchi, scenari: quell’indagine mafia-appalti voluta da Giovanni Falcone, condotta dagli ufficiali del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, e che Paolo Borsellino avrebbe voluto portare avanti proprio con quegli uomini del Ros che il 16 febbraio 1991 avevano messo nero su bianco le collusioni e gli interessi che “cosa nostra” aveva nel mondo imprenditoriale.
Quel santo cristiano di Giammanco
Con queste parole Pino Lipari, l’uomo che per conto dei corleonesi pilotava gli appalti pubblici, indicò l’allora procuratore capo Pietro Giammanco che avrebbe avuto delle difficoltà con l’arrivo di Borsellino nel nuovo ufficio della Procura di Palermo. Il nome di Lipari compare molte volte nel famoso dossier “mafia-appalti”, relativamente a società che risultavano di fatto da lui controllate ma che ricadevano sotto la gestione di Bernardo Provenzano.
Le numerose relazioni di servizio riportate nel dossier dei Ros di Mario Mori e Giuseppe De Donno, riportavano, inoltre, i numerosi contatti e incontri che il Lipari aveva con uomini di “cosa nostra”.
Mafiosi del calibro di Carmelo Colletti (boss ucciso a Ribera), contatti con Gariffo (nipote di Provenzano), con Angelo Siino, con Giuseppe Abbate (ritenuto all’epoca reggente della famiglia mafiosa di Corso dei Mille). “Ma i contatti del Lipari con l’Abbate – scrivono gli uomini del Ros che indagavano sugli appalti di cosa nostra – non sono i soli con l’ambiente della mafia, infatti, l’ascolto delle utenze telefoniche a lui in uso dava modo di stabilire la sicura cointeressenza di questi con il noto indiziato mafioso Antonino Buscemi”.
Il dossier riporta considerazioni che consentivano di evidenziare quale fosse la reale capacità imprenditoriale del Buscemi e del Lipari, che rappresentavano gli interessi delle cosche mafiose che coinvolgevano anche i colossi della imprenditoria edile del nord Italia, in ossequio ad una perseguita strategia mafiosa di infiltrazione che permetteva di massimizzare profitti ed investimenti, eludendo l’attività di controllo degli organi competenti.
Dalle motivazioni della sentenza del Borsellino quater emergono fin da subito i contrasti tra Borsellino e l’allora procuratore capo della Procura di Palermo Giammanco, ricordando come la delega a quelle indagini, più volte sollecitata da Borsellino, gli fosse stata conferita solo la mattina del suo ultimo giorno di vita, riportando, inoltre, l’incontro tra Borsellino e la dottoressa Lilliana Ferraro, quando insieme avevano anche parlato del rapporto “mafia-appalti”, ricevuto dal Procuratore Giammanco dai carabinieri del Ros, e irritualmente inviato al Ministero della Giustizia. Fatto che irritò Giovanni Falcone (nel frattempo come noto in servizio al Ministero) che ne dispose l’immediata restituzione.
Il Palazzo di Giustizia e il pool
Cosa accadeva nel palazzo di giustizia di Palermo non lo sappiamo ancora con certezza, ma pesano, e non poco, i sospetti che Paolo Borsellino, il giorno prima dell’attentato, confidò alla moglie, dicendole “che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo ma sarebbero stati i suoi colleghi ed altri a permettere che ciò accadesse”.
Borsellino, dopo la morte di Giovanni Falcone, “aveva mostrato particolare attenzione per le inchieste riguardanti il coinvolgimento di ‘cosa nostra’ nel settore degli appalti pubblici, avendo intuito l’interesse strategico che tale settore rivestiva per l’organizzazione criminale” – riporta la sentenza, che sottolinea quanto Falcone avesse intuito con la nascita del pool antimafia, ovvero che stante il carattere unitario e fortemente centralizzato dell’organizzazione criminale “cosa nostra”, ogni singolo delitto alla stessa riconducibile, era l’anello di una lunga catena e non un episodio a sé stante.
Un’intuizione brillante che portò alla nascita del pool antimafia che avrebbe dovuto seguire le indagini in modo tale che non si perdessero in mille rivoli difficilmente ricollegabili a quell’unica organizzazione criminale che dettava e gestiva ogni aspetto della vita politica e imprenditoriale dell’isola.
In linea di principio non v’è dubbio che Falcone avesse visto bene. Diversa è però la vita reale.
Antonino Meli
La creazione di un’unica struttura che si dovesse interessare di ogni singolo delitto di mafia (oltre ai rischi dovuti all’accentrare nelle mani di pochi uomini indagini che coinvolgevano sì mafiosi, ma anche soggetti appartenenti al mondo politico e imprenditoriale) creava anche una situazione di conflitti di competenze, che porterà ad accusare ingiustamente il giudice Antonino Meli di aver voluto azzerare il pool antimafia.
Il nome di Meli, purtroppo, viene ricordato soltanto per il fatto che nel gennaio 1988 il Csm lo preferì a Falcone per sostituire Antonino Caponnetto a capo dell’ufficio istruzione del Tribunale, motivandolo con la maggiore anzianità di Meli.
Un concetto forse criticabile, ma che non valse soltanto nel suo caso, né prima e neppure dopo. Del resto, se criticabile era il criterio dell’anzianità senza demerito, quello dei presunti meriti il cui giudizio di valore sembra rimesso a una trattativa (questa sì, “trattativa”) tra i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura (Palamara docet!) non lo è certamente meno.
La verità è che difficilmente qualsiasi giudizio di merito potrà essere oggettivamente tale.
Antonino Meli non era un personaggio di scarso spessore ed era già stato un magistrato impegnato in prima linea che aveva emesso molteplici sentenze di condanna all’ergastolo per molti vertici di “cosa nostra”.
Gestì processi particolari, come il processo Chinnici quando comminò l’ergastolo a Michele Greco mentre questi era capo della Cupola, tenendosi lontano da giochi di potere, da accordi correntizi e da passerelle mediatiche alle quali non era avvezzo, visto che lavorava nel più totale silenzio.
Una persona, dunque, avulsa dai giochi di palazzo, rispetto la quale, anche Paolo Borsellino, che pure avrebbe preferito la nomina di Falcone al suo posto, non ne mise mai in dubbio la correttezza e l’onestà.
Il vero nocciolo della questione tra Falcone e Meli riguardò la centralità del cosiddetto pool antimafia al quale fare confluire tutte le indagini per tutti i delitti commessi da “cosa nostra”.
Meli riteneva infatti che non potessero esserci magistrati di serie A e di serie B, ritenendo che molti processi arrivando in Cassazione avrebbero potuto subire la nullità per violazione del cosiddetto principio del giudice naturale.
Secondo Meli un fatto di mafia accaduto altrove, non necessariamente doveva essere trattato a Palermo, quando nel luogo dove era avvenuto il fatto c’erano magistrati che potevano gestire in maniera autonoma.
Va detto inoltre che quando avvennero conflitti di competenze, il Csm diede sempre ragione a Meli.
Tra Meli e Falcone c’era certamente un modo diverso di vedere la gestione di quell’ufficio, ma non gli obiettivi che erano comuni a entrambi.
Purtroppo la macchina del fango messa in moto artatamente da chi altri interessi aveva, si attivò per screditare un magistrato che aveva da sempre servito lo Stato, alimentando, o forse cprovocando, una situazione conflittuale con Falcone.
Prova ne sia la raffigurazione che se ne fa nel primo film sulla vita di Giovanni Falcone nella scena in cui l’attore che interpreta Meli riceve la telefonata in piena notte da qualcuno che gli dice: “Tu devi presentare la domanda per consigliere istruttore”.
L’attore che impersona Meli, in dialetto siciliano risponde: “Ma come, ci misi na vita per arrivare… e ora mi dite…”, mostrando Meli come una persona a servizio forse anche della mafia.
Alfredo Morvillo, fratello di Francesca Morvillo morta anche lei nell’attentato di Capaci, nel corso di un’intervista disse di Nino Meli che era un gran galantuomo.
Se pure come dicevamo il principio di Falcone era valido, la vicenda Palamara e la gestione palermocentrista di come vengono condotte alcune indagini, dovrebbe indurre a più attente riflessioni.
A cominciare dall’opportunità di nominare a capo di procure che hanno la responsabilità di indagare su magistrati di altri tribunali, magistrati provenienti da tribunali che da quelle procure potrebbero essere oggetto di indagini.
Mafia-appalti. Ripartiamo da zero, o quasi
Se come emerge dalla sentenza del Borsellino quater non fu la cosiddetta “Trattativa Stato-mafia” ad accelerare la morte di Borsellino, e se tra le concause primarie prende sempre più corpo l’indagine mafia-appalti, condotta da Mori e De Donno, forse è necessario ripartire da zero, o quasi.
A partire da quando Paolo Borsellino rischiava di essere ucciso nel 1988 per fare un favore ai Messina Denaro e Mariano Agate. Così come andrebbe più approfonditamente indagato il progetto di ucciderlo a Marina Longa, presso la sua residenza estiva, dove Baldassare Di Maggio venne incaricato di recarsi su ordine di Totò Riina, servendosi della vicina abitazione di Angelo Siino come punto di osservazione.
Era solo la casa di Siino il punto di osservazione? Quali erano i rapporti tra magistrati, imprenditori, politici e professionisti collegati a “cosa nostra”?
Se Falcone e Borsellino temevano i “veleni” del palazzo e possibili tradimenti, su cosa fondavano questi sospetti?
Ripartiamo da zero, o quasi…
Gian J. Morici 22 Gennaio 2021 LA VALLE DEI TEMPLI
24.9.2021 La “Trattativa” non ci fu. Assolti Mori e De Donno
Com’era prevedibile la sentenza di assoluzione di Mori e De Donno per l’inesistente Trattativa Stato-mafia, ha dato la stura ai tanti padrini che per troppi anni si sono dati da fare nel pubblicare le veline delle procure, e che oggi si giocano l’ultima carta del “la trattativa c’è stata ma non è reato”.
Del resto è veramente difficile per chi ha costruito visibilità e carriere dover ammettere di aver narrato soltanto compendi di castronerie fondati su ipotesi e sulle solite tesi complottistiche che tanto piacciono a noi italiani.
Peccato che in tutto questo si faccia a pezzi la verità, non si renda giustizia alle vittime e si distrugga la vita di persone innocenti.
Inutile dire che chiunque abbia anche solo letto la copertina di un codice penale, può solo ridere – se non piangere – di simili castronerie.
Tra i tanti articoli pubblicati oggi dai giornali, soltanto pochi hanno avuto l’accortezza di analizzare il dispositivo della sentenza di assoluzione di Mori e De Donno e affermare che per ben comprendere quello che è accaduto bisognerà aspettare il deposito delle motivazioni della sentenza.
Tra questi, l’articolo pubblicato da “Il Dubbio” a firma di Damiano Aliprandi.
“Crolla il teorema: nessun ‘patto scellerato’ tra la mafia e uomini delle istituzioni – scrive Aliprandi – Ovviamente si dovranno attendere le motivazioni, ma questa riqualificazione della sentenza si può tradurre in un fatto: non c’è stato alcun patto scellerato tra uomini delle istituzioni e la mafia, non c’è stata la trattativa invece teorizzata dalla Procura generale di Palermo. A compiere la tentata minaccia ai tre governi è stata la mafia stessa, molto probabilmente – ma saranno le motivazioni a spiegarcelo – gli attentati continentali del ’93 erano serviti per minacciare lo Stato: la finalità era di piegarlo e avere, magari, dei benefici. La Storia ci dice che lo Stato non solo non si è piegato, ma ha reagito con determinazione. Infatti, ribadiamolo, il reato, per la Corte d’appello, è di ‘tentata minaccia’. Sicuramente è una grande sconfitta per la Procura generale di Palermo. Non è la prima in realtà. C’è Roberto Scarpinato che ha concluso la propria carriera da capo procuratore generale con una chiara decostruzione del suo impianto accusatorio. Crolla, di fatto, pesantemente la tesi giudiziaria portata avanti da decenni.
Ovviamente si dirà che la trattativa c’è stata, perché la Corte d’appello dice che il fatto non costituisce reato. Che i Ros abbiano instaurato un dialogo con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, nessuno l’ha mai messo in dubbio. Gli stessi Ros non l’hanno mai nascosto. Lo sapeva Paolo Borsellino (del tentativo di dialogo con Ciancimino, e non ebbe alcunché da dire), lo sapeva la dottoressa Liliana Ferraro, lo sapeva la stessa Procura di Palermo presieduta da Caselli. Un dialogo volto alla cattura dei latitanti. Pensare che Totò Riina abbia interpretato tale dialogo come un patto per avere i benefici, non solo non è dimostrato, ma sarebbe addirittura esilarante.
Quindi sì, che i Ros abbiano “trattato” con Ciancimino è un fatto oggettivo: se li avesse aiutati a risalire ai latitanti, avrebbero protetto le loro famiglie. Come può costituire reato tale fatto?”
Un articolo che straccia in maniera impietosa lo pseudo giornalismo dei professionisti del copia/incolla delle tante veline pubblicate per decenni, favorendo brillanti carriere di presunti eredi dei Giudici Falcone e Borsellino.
A rompere il silenzio, riporta “Repubblica”, il “padre” del pool, l’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, il quale dichiara che «Da una parte, la corte d’appello condanna per il reato di minaccia i mafiosi, dall’altro assolve i colletti bianchi. Quindi vuol dire che la trattativa c’è stata e che non è una bufala»
Forse all’avvocato Antonio Ingroia è sfuggito che i giudici hanno condannato i mafiosi per la “tentata minaccia”, un particolare di non poco conto che non poteva sfuggire a un ex magistrato, oggi avvocato, ma tant’è, il teorema Trattativa si deve portare avanti, anche di fronte all’evidenza dei fatti, a tal punto che lo stesso Ingroia afferma: «Che di questa trattativa debbano rispondere solo gli uomini della mafia, usati come capro espiatorio, e nessun uomo dello Stato, mi pare un risultato ingiusto. Certamente lo Stato non esce assolto da questa sentenza, escono assolti solo quegli uomini dello Stato che erano stati imputati».
Già, solo quegli uomini dello Stato che erano imputati… Se Ingroia voleva processare lo Stato, forse avrebbe fatto meglio a processarlo andandosi a cercare le prove a carico di chi aveva commesso reati, ma a questo non siamo abituati, a tal punto che mentre si continuano a muovere generiche accuse ai Servizi Segreti per essere stati mandanti o partecipi alle stragi – senza che nessun appartenente ai servizi sia mai stato processato per questi fatti – per anni abbiamo processato gli autori di una presunta trattativa che secondo l’accusa aveva lo scopo di bloccare le stragi concedendo garanzie e favori ai mafiosi che li chiedevano con tanto di “papello” (falso –ndr) e senza che nessuno abbia accertato sia arrivato ai destinatari,
Fatto, questo sì ,che avrebbe rappresentato il reato del quale erano accusati Mori e De Donno nell’ipotesi in cui si fossero prestati a fare da “corrieri” dei mafiosi.
Mentre si continua con la caccia alle streghe, si accusano lo Stato, i Servizi e entità varie – ma mai nessuno in concreto – rimane il punctum dolens dell’intera vicenda.
Quel dossier mafia-appalti, frutto dell’indagine dei Ros, voluta da Falcone e che Borsellino, dopo la morte di Falcone, avrebbe voluto portare avanti proprio con gli stessi Mori e De Donno che abbiamo processato per anni.
“L’assoluzione nei confronti degli ex ros Mario Mori e Giuseppe De Donno – scrive Aliprandi – è anche un omaggio a Falcone e Borsellino. O meglio, viene ristabilita la loro dignità. Tutte e due si fidavano ciecamente dei due carabinieri. De Donno era il braccio destro di Falcone: con il verbale recentemente desecretato, ora sappiamo che non solo aveva parlato dell’indagine su mafia e appalti, ma che davanti alla commissione Antimafia aveva voluto sottolineare la loro professionalità. Borsellino si è visto con gli ex Ros riservatamente, si fidava così tanto che aveva detto loro di riferire solo a lui. Ora la coraggiosissima sentenza di secondo grado ci dice che i due giudici uccisi dalla mafia, hanno fatto bene a fidarsi. Non erano stati ingenui.
Adesso è chiaro: Borsellino è morto per ‘mafia-appalti’”
Un argomento sviluppato in un altro articolo di Aliprandi, che riporta le parole dell’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino, subito dopo la notizia della sentenza di secondo grado sulla ‘trattativa’
«Alla luce della sentenza della Corte di assise di appello riteniamo avvalorata la nostra tesi di una causale dell’accelerazione legata alla particolare attenzione mostrata da Paolo Borsellino verso il dossier “mafia e appalti”. Dovremo leggere le motivazioni, ma troppe anomalie sono state scoperte in questi anni circa il clima terribile creato in Procura attorno al procuratore Borsellino. Non sappiamo se sarà possibile visto il tempo trascorso, ma noi non smetteremo mai di cercare di capire le ragioni del perché il procuratore Borsellino ebbe a definire il suo ufficio un nido di vipere».
E mentre tutti ci agitiamo a seguito dell’assoluzione di Mori e De Donno, chi ha vissuto il dramma sulla propria pelle (i familiari del Giudice ucciso e lo stesso avvocato Trizzino che ne è il genero) guardano altrove alla ricerca della verità e non dei teoremi da talk show televisivi.
Taglienti a tal proposito le parole di Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, riportate dall’agenzia stampa AdnKronos dopo la sentenza: «Io non ho mai assolto gli ufficiali dei carabinieri, ma ho avuto sempre molti dubbi, che oggi sono stati confermati. Ho ritenuto scorretto pompare mediaticamente un processo prima che giungesse al suo esito. Un comportamento che mio padre non avrebbe mai approvato. La grande amarezza è che queste energie investigative potevano essere impiegate per approfondire, come abbiamo sempre detto, il clima che mio padre viveva dentro la Procura di Palermo».
Ci sarà un giudice a Caltanissetta – non a Berlino – che vorrà approfondire questi aspetti?
Gian J. Morici LA VALLE DEINTEMPLI
1.6.2022 🟧 Abbiate pietá dei morti e abbiatene anche dei vivi
Dopo trenta anni non si è ancora fatta piena luce sulla strage di via D’Amelio, nel corso della quale morirono il giudice Paolo Borsellino e i componenti della sua scorta.
Trent’anni di depistaggi, omertà, anni di indagini indagini condotte assai peggio di come le avrebbe potuto condurre il commissario Basettoni senza l’aiuto di Topolino. Ci avete ingannati. E dopo trenta anni, continuano a spuntare come funghi testimoni che improvvisamente ricordano qualcosa di cui non avevano mai parlato prima. Si ritrovano vecchie foto di una donna bionda (per carità, risparmiateci Marilyn Monroe) rinvenute nel corso di perquisizioni e mai riportate in uno straccio di verbale. Fallito il teorema della ‘Trattativa’ che avrebbe accelerato l’uccisione di Borsellino, mediaticamente si prospettano ‘nuove piste’ che sanno di assai vecchio, confutate e sotterrate già ai tempi del giudice Falcone. Da Falcone stesso.
Nuovi tasselli di un nebuloso mosaico, nel quale non si trova il coraggio di mettere quello più importante, forse l’unico del quale si può dire di avere contezza: l’indagine mafia-appalti!
Si continua con i talk show, con gli spettacoli da Circo Barnum che fanno tanta audience, con le piste nere, rosse o gialle, con la Cia (ma mettiamoci dentro anche il Kgb, il Mossad e il Mukhābarāt), con gli imprenditori poi diventati politici.
Mettiamoci dentro chi volete, ma perché dimenticare il movente? Da Falcone non avete imparato nulla, né il metodo né un’indicazione che avrebbe dovuto far scuola, quando disse: «Segui i soldi, troverai la mafia».
Siete quei magistrati che per decenni vi siete bevuti le storielle di Scarantino.
Quelli che si preoccupavano di cosa avrebbe pensato l’opinione pubblica se fosse venuta a sapere che avevate dato credito a un falso pentito condannando all’ergastolo innocenti e lasciando in libertà gli autori della strage.
Non eravate candidati a sindaci dei vostri paesi, eravate magistrati ai quali dell’opinione pubblica non doveva importare una benemerita cippa.
Eravate quei magistrati che avevano il dovere di assicurare i colpevoli alla giustizia ed eventualmente far scarcerare gli innocenti. E su questo stendo un velo pietoso…
Che un magistrato indaghi a 360° è giusto. È giusto che non escluda nessuna pista, ma per te giornalista che in passato hai osannato il ‘picciotto della Guadagna’ o quello che a Caltanissetta il procuratore Gabriele Paci ha definito ‘inquinatore di pozzi’ e ‘pentito eterodiretto’, è così difficile ancora oggi parlare di mafia-appalti? Perché non ti sei mai chiesto chi ha creato i falsi pentiti e perché li ha creati? Era più facile fare copia/incolla delle veline di qualche procura? Hai solo contribuito a vestire il ‘pupo’ creato da abili ‘pupari’. Imprenditori collusi, forse colpevoli di essere i mandanti esterni. E se così fosse, non dobbiamo chiederci il perché?Perché non parlare del tassello più importante, del movente, dell’interesse economico, degli appalti? No, di questo non dobbiamo parlarne, non dobbiamo scriverne.
Ho conosciuto, purtroppo, giornalisti premiati perché scomodi, proprio nel momento in cui il loro nome compariva in atti d’indagine dai quali risultava che si erano prestati a costruire falsi dossier su commissione.
Anche questa era informazione? E le tante associazioni antimafia che hanno osannato ora quel pentito (falso), ora quel magistrato che ha imbastito inutili processi finiti in bolle di sapone, quando avranno il coraggio di denunciare pubblicamente le ragioni che diedero luogo alle stragi?Quando chiederanno il perché della ‘costruzione’ dei falsi pentiti? Quando denunceranno quel ‘covo di vipere-‘così lo definiva Borsellino che era la procura di Palermo diretta da Giammanco? In questo omertoso silenzio istituzionale e mediatico, sembra levarsi una sola voce, quella dei figli del giudice Borsellino rappresentati dall’avvocato Fabio Trizzino.
Leggo l’articolo del ‘Il Sole 24 ore’ a firma di Nino Amadore, dal titolo La famiglia Borsellino: «La pista nera sulle stragi del ’92 è un altro depistaggio», un urlo di dolore di chi non chiede vendetta ma giustizia. “È in atto un altro depistaggio”, riporta l’articolo facendo riferimento all’attacco da parte dell’avvocato Fabio Trizzino – marito di Lucia Borsellino, la figlia maggiore di Paolo morto nella strage di Via d’Amelio il 19 luglio 1992 alla “puntata di Report e la ricostruzione fatta da Paolo Mondani sul coinvolgimento di Stefano Delle Chiaie, esponente della destra eversiva, che sarebbe stato presente a Capaci per un sopralluogo qualche mese prima della strage in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.
Una ricostruzione che, secondo Trizzino, serve a distrarre dalla verità insomma per depistare ancora una volta. Trizzino, che ha recentemente sostenuto a Caltanissetta la sua arringa al processo per il depistaggio nelle indagini sulla strage di Via D’Amelio attraverso le imbeccate a Vincenzo Scarantino: in quel processo sono imputati tre poliziotti.
Il legale della famiglia Borsellino ha un’idea precisa: ‘È nelle indagini su mafia appalti che bisogna cercare la verità. Qualche settimana prima di morire mio suocero ha incontrato il magistrato Felice Lima che gestiva il pentito Lipera il quale aveva riferito che qualcuno aveva passato i dossier delle indagini ai mafiosi’. Una ricostruzione che fa il paio con un’altra:
‘In quei 57 giorni di Via Crucis che separano la strage di Capaci da quella di Via D’Amelio Paolo Borsellino non sorride più. Lucia (la moglie e figlia del magistrato ndr) mi ha raccontato che al padre sono diventati i capelli bianchi in dieci giorni.
Ma a parte questo in quei giorni Borsellino confida a due magistrati di essere stato tradito da un amico e che, riferendosi all’ambiente della procura della Repubblica, a Palermo non ci si può fidare di nessuno. Ma quei due magistrati hanno parlato nel 2010 non subito dopo la strage’.”
Ancora una volta, mafia-appalti, quello che molti non vogliono si dica. Poi, la stoccata finale, quella sul ‘covo di vipere’ che all’epoca rappresentava la procura di Giammanco: “È sul procuratore Giammanco che bisogna indagare altro che Delle Chiaie. Si gira sempre attorno per non cercare in quella maledetta procura. Ecco Si parla di responsabilità istituzionali ma perché i responsabili devono essere altri e non i magistrati? Chi erano i magistrati coinvolti nel depistaggio su Via D’Amelio?” si chiede Trizzino.
Non usa mezze parole l’avvocato quando parla di magistrati penalizzati per aver condotto l’inchiesta mafia-appalti, né quando fa i nomi di quelli premiati che quell’inchiesta hanno affossato. Conosceremo mai la verità? Forse no. Perlomeno non fino a quando i media continueranno il loro tam tam senza lasciar parlare chi ha ben altro da raccontare che non quello che narra un gelataio e tanta altra gente raccattata chissà dove, che dopo quasi trent’anni ritrova la memoria, vecchie fotografie e chissà cos’altro.
Come per alcuni falsi pentiti come Vincenzo Calcara (ormai posso dirlo, sono stato assolto dall’accusa di averlo diffamato per averlo scritto oltre quattro anni fa), per tutti vale la ‘prova’ (racconto) di aver narrato questi fatti al giudice Borsellino – che non li dichiarò mai, né li riporto in atti e che lo stesso li aveva scritti nella famosa Agenda Rossa mai ritrovata. Come qualche magistrato, continuate pure a preoccuparvi dell’opinione pubblica, dell’audience dei vostri programmi o della vendita di quache copia in più dei vostri giornali, ma abbiate pietà dei morti. Abbiate pietà dei vivi, e anche delle nostre intelligenze che non possono essere offese e stuprate in questa maniera.
Gian J. Morici 1 Giugno 2022 | LA VALLE DEI TEMPLI
28.4.2023 La trattativa Stato-mafia non c’è mai stata
“La trattativa Stato-mafia non solo non è più presunta, ma non c’è mai stata – scrive Damiano Aliprandi nel suo articolo su “Il Dubbio” – La Corte di Cassazione ha annullato – senza rinvio – la sentenza d’appello, riformulando l’assoluzione nei confronti degli ex Ros Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni. Da “Il fatto non costituisce reato”, gli ermellini li hanno definitivamente assolti con “non hanno commesso il fatto”. Quindi non solo sono innocenti, ma non hanno veicolato alcuna minaccia mafiosa nei confronti dei governi Amato e Ciampi”.
Aliprandi da tanti anni, ormai, segue le vicende legate alle stragi del ’92 e alla cosiddetta Trattativa Stato-mafia, il teorema di una “minaccia al corpo politico dello Stato” che… non c’è mai stata!
“Un teorema che ha fatto acqua da tutte le parti fin dall’inizio – scrive il giornalista – E infatti ha perso i pezzi durante questo decennio di travaglio giudiziario pompato mediaticamente. I politici della Prima Repubblica, quelli che secondo la tesi giudiziaria avrebbero dato l’avvio alla trattativa per garantirsi l’incolumità dalla mafia corleonese, sono stati assolti già dal primo grado. L’ex ministro democristiano Calogero Mannino, che ha scelto il rito abbreviato, è stato assolto fino in Cassazione per non aver commesso il fatto. Mentre l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino è stato scagionato in primo grado per non aver commesso falsa testimonianza. L’unico politico imputato rimasto è quello della Seconda Repubblica. Parliamo dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, colui che avrebbe proseguito, al posto dei Ros, la trattativa: in quel caso, la vittima sarebbe stato il governo Berlusconi. Assolto con formula piena in secondo grado e confermata dalla Cassazione”.
La Sesta sezione penale della Corte di cassazione ha emesso sentenza definitiva nei confronti di Bagarella ed altri, confermando la decisione della Corte di assise di appello di Palermo nella parte in cui ha riconosciuto che negli anni 1992-1994 i vertici di “cosa nostra” cercarono di condizionare con minacce i Governi della Repubblica italiana (Governi Amato, Ciampi e Berlusconi), prospettando la prosecuzione dell’attività stragista se non fossero intervenute modifiche nel trattamento penitenziario per i condannati per reati di mafia ed altre misure in favore dell’associazione criminosa.
Nei confronti di tutti gli imputati era stato contestato il reato di minaccia ad un corpo politico dello Stato.
La sentenza, riqualificato il reato nella forma tentata, ha dichiarato la prescrizione nei confronti di Leoluca Bagarella e Antonino Cinà in relazione alle minacce ai danni dei Governi Ciampi e Amato, essendo decorsi oltre 22 anni dalla consumazione del reato tentato.
“La corte d’Appello – riporta l’articolo – ha fin da subito dichiarato prescritto il reato di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. Sia Brusca che Ciancimino, usciti incolumi dal processo, sono stati i testimoni chiave che hanno permesso di avviare il processo trattativa. Senza di loro, il processo non si sarebbe mai potuto imbastire. E di fatto, le loro tesi sono state già smontate da vari giudici: Ciancimino è risultato contraddittorio, calunnioso e anche fabbricatore di una prova rivelatasi una patacca: il fantomatico “papello di Riina”. Poi c’è Brusca che – come hanno evidenziato i giudici di primo e secondo grado che assolsero Mannino – si è fatto chiaramente suggestionare dalle notizie, dai processi in corso e non per ultimo da chi lo interrogava”.
Anni di processi nelle aule giudiziarie, negli studi televisivi, ai tavoli dei bar e nei saloni dei barbieri, che hanno finito con il creare una cortina fumogena che ha reso invisibile una delle cause reali dell’accelerazione della strage di via D’Amelio, quell’indagine su mafia e appalti voluta da Giovanni Falcone, condotta da Mori e De Donno, e che Paolo Borsellino avrebbe voluto portare avanti.
Anni di processi sui quali si sono costruite carriere di magistrati, si sono scritti libri e articoli, prodotti programmi televisivi che hanno dato notorietà a giornalisti che forse avrebbero fatto bene a curare la rubrica culinaria o quella sportiva, provando di contro a zittire quei pochi che invece hanno avuto il coraggio e l’onestà intellettuale di fare informazione basandola sui fatti e non sulle veline o i desideri di questo o quel magistrato.
Per non parlare della censura applicata ai famigliari del giudice Borsellino e al loro legale, l’avvocato Fabio Trizzino, dando invece ampio spazio a presunti esperti, personaggi equivoci e magistrati, questi ultimi pronti a sentenziare mediaticamente su un processo non ancora concluso nei gradi di giudizio, al quale avevano preso parte.
Cosa faranno e diranno questi magistrati e questi “giornalisti togati” dopo che i loro processi si sono rivelati fallimentari?
“Tra le due stragi inaudite ordite dai corleonesi (Capaci e via D’Amelio – ndr), l’allora generale Mario Mori decise di fare un salto di qualità nelle indagini antimafia – scrive Aliprandi – Di fatto lui era il responsabile a livello nazionale del reparto criminalità organizzata dei Ros. Decise, quindi, una strategia in due tempi: sensibilizzare i suoi ufficiali per avere fonti confidenziali di maggiore qualità e creare una struttura per la cattura dei latitanti, tra cui in particolare Totò Riina.
Quest’ultimo non solo perché era il capo di Cosa nostra, ma anche perché l’allora maresciallo Antonino Lombardo gestiva una fonte che aveva riferito una buona strada per arrivare a Riina, dicendo che “tutte le strade per catturarlo passavano per la Noce, i Ganci e i fratelli Sansone, clan dell’Uditore”. Mori dette l’incarico all’allora capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio, per il primo gruppo. Cosa che poi, grazie anche al coordinamento di altri elementi sopravvenuti come la cattura in Piemonte dell’ex autista Di Maggio (utile solo per il riconoscimento del capo dei capi) da parte dell’allora generale Delpino, si arrivò alla cattura di Riina. Ogni tassello è stato fondamentale per concludere l’operazione dei Ros.
Per quanto attiene alla ricerca di nuove e più qualificate fonti, l’allora capitano Giuseppe De Donno disse a Mori di aver già indagato su Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, per due indagini che portarono all’arresto dello stesso, e alla condanna in via definitiva per associazione semplice. Sempre all’inizio del 1992 Ciancimino fu condannato per associazione mafiosa. Si trovava, dunque, in una situazione in cui i Ros pensavano che potesse diventare una buona fonte, anche per i suoi rapporti sia con la politica che con Cosa nostra. Così De Donno fu autorizzato da Mori nel tentare di contattare Vito Ciancimino. Ribadiamo un concetto: gli ex Ros non hanno mai negato che ci sia stato un contatto preliminare tra loro e Ciancimino. La procura di Palermo è stata avvisata – compreso del contenuto dell’interlocuzione – subito dopo che è andato via Giammanco e si è insediato Caselli come nuovo capo procuratore. Nulla di scandaloso o inedito.
D’altronde, per capire bene di che cosa si sta parlando, bisogna premettere che i pentiti non nascono dal nulla. Lo ha spiegato molto bene l’allora magistrato Guido Lo Forte al Csm nel 1992, quando si riferì alla gestione di Mutolo: “Un collaboratore non viene fuori dal nulla, ma c’è tutta una fase preliminare di contatti, di trattative, che normalmente non sono dei magistrati ma di altri organi”. Ed è esattamente quello che hanno tentato di fare Mori e De Donno con Ciancimino, con l’aggiunta di volerlo in qualche modo “reclutare” per entrare nel sistema degli appalti. Operazione fallita, perché subito dopo – per ordine dell’allora ministro della giustizia Claudio Martelli (lo testimonia lui stesso) – Ciancimino è stato sbattuto al carcere romano di Rebibbia. Punto. Dopodiché tutto è stato stravolto, tra pentiti come Brusca che ritrattano la loro memoria a seconda di quello che apprende nei notiziari e nei processi, e il figlio di don Vito che collaborava con la procura calunniando e fornendo prove farlocche, mentre nel contempo riciclava il “tesoro” di suo padre”.
Prove farlocche, pentiti “suggestionati” e un processo infinito che ha rovinato la vita e l’immagine di chi realmente ha combattuto la mafia, dando adito a teoremi e fantasie sulla mancata cattura di Provenzano e la mancata perquisizione del covo di Riina.
“Assolti su tutto – conclude Aliprandi – E ci mancherebbe visto che sono tesi pieni di congetture, utili magari per le prossime serie su Netflix. Speriamo non più per un’aula giudiziaria”.
“Bisognerà leggere le motivazioni della sentenza per cogliere fino in fondo la portata della pronuncia della cassazione – afferma l’avvocato Salvatore Ferrara – Ma un primo dato è possibile ricavarlo dal dispositivo della sentenza ed anche dalle parole del PG. Mori, Subranni e De Donno, secondo la Suprema Corte il fatto non l’hanno commesso.
Sembra quindi che la Corte intenda sottolineare nell’accertamento della responsabilità penale il necessario primato del fatto, dell’accertamento rigoroso delle condotte rispetto ai collegamenti, alle verosimiglianze, al criterio inferenziale adoperato più o meno logicamente.
Non c’è dubbio che il processo trattativa è stato al contempo un caso giudiziario e mediatico che ha alimentato trasmissioni televisive foraggiate da ingenti investimenti in pubblicità, libri e relative presentazioni, spettacoli teatrali (E’ stato la mafia n.d.r.) a pagamento.
Due aspetti andranno nel tempo approfonditi dagli esperti. Quale è stato il rapporto tra caso mediatico e il caso giudiziario? Se il fatto non c’è perchè ci sono voluti tanti anni per capirlo? Quanto può avere inciso la pressione mediatica nella serenità che dovrebbe presiedere alla funzione giudiziaria? E’ possibile che l’accusa abbia ceduto, magari in buona fede, alla tentazione della ricerca del consenso più che delle prove celebrando pseudoprocessi sui media ? Quanto questo può incidere nella credibilità della magistratura e delle forze dell’ordine e quindi nella fiducia dei cittadini nelle istiituzioni?
Per capire quanto una certa deriva ha inciso nella mentalità comune basti pensare che subito dopo la cattura di un importante latitante, per molti il primo pensiero non è stato quello di complimentarsi con i magistrati e le forze dell’ordine che hanno guidato l’operazione ma quello di vedere gli albori di un sequel della trattativa, in cui la cattura del latitante costituiva un motivo di sospetto piuttosto che un merito.. Ricordo che Mori guidò la cattura di Riina ma secondo alcuni questo sembra essere una conferma di loschi intrighi piuttosto che un merito.
Una seconda considerazione. Chi risanerà le vite degli imputati, molti in età avanzata, degli anni perduti a difendersi da accuse infamanti? Può esistere una responsabilità dello Stato da processo anche nel caso di un esito assolutorio? Credo che, al di là del processo trattativa – conclude l’avvocato Ferrara – un meccanismo di responsabilità pubblica, oltre a quello della responsabilità civile, che preveda anche un indennizzo per il danno da processo potrebbe indurre ad una maggiore oculatezza nella gestione delle risorse della macchina giudiziaria privilegiando le ipotesi supportate da riscontri affidabili in grado quindi di arrivare ad una probabile condanna giudiziaria più che mediatica”.
Redazione LA VALLE DEI TEMPLI 28.4.2023

7.10.2023 Audizione di Lucia Borsellino e Fabio Trizzino. E la stampa e il M5S la buttano in caciara…
Come riportato da Adnkronos, “è polemica sul senatore Roberto Scarpinato (M5S) nel corso del proseguimento dell’audizione del Lucia Borsellino, figlia del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio, e dell’avvocato Fabio Trizzino, legale della stessa Lucia, di Manfredi e Fiammetta Borsellino. Nelle scorse sedute Scarpinato era stato citato dall’avvocato Trizzino per il ruolo che all’epoca ricopriva come magistrato.
Scarpinato, oggi componente dell’organismo parlamentare, ha preso la parola premettendo: ‘Non farò domande sulle parti delle dichiarazioni di Trizzino in cui ha fatto riferimento alla mia persona’, motivando la sua scelta con una questione di ‘eleganza istituzionale’ e precisando: ‘Il mio silenzio non venga frainteso come acquiescenza alle dichiarazioni di Trizzino che ritengo in alcuni punti inesatte’.”
Come è accaduto con le precedenti audizioni, nonostante i fatti gravissimi trattati in Commissione parlamentare di inchiesta, con l’audizione di Lucia Borsellino e Fabio Trizzino, legale di Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino, nonostante siano emersi fatti, nomi e circostanze relative alle stragi nelle quali persero la vita i giudici Falcone e Borsellino e i componenti delle loro scorte, salvo rarissime eccezioni il mondo dell’informazione sembra preferire l’omertoso silenzio che a ben altre categorie di soggetti dovrebbe appartenere.
Alle audizioni è stata presente anche Lucia Borsellino, figlia del giudice, la quale ha chiesto che “le componenti statuali facciano piena luce su particolari dettagli della vita di mio padre in quei 57 giorni” trascorsi tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio.
Punto fondamentale della ricostruzione sulle ragioni che portarono in particolare alla strage di Via D’Amelio, il dossier Mafia-appalti, un’indagine voluta da Giovanni Falcone e che Paolo Borsellino avrebbe voluto poter proseguire con il R.O.S di Mori e De Donno, individuando proprio in quell’indagine una delle cause che avrebbero portato alla strage di Capaci e alla morte del suo amico Giovanni Falcone.
A tentare di sminuire questa ipotesi, offrendo un’errata prospettazione del Rapporto dei carabinieri del R.O.S. del febbraio 1991, suggerendo l’ipotesi di una doppia informativa da parte dei carabinieri che avrebbe impedito l’immediato e pieno svolgimento delle indagini da parte della Procura di Palermo, il dott. Lo Forte e il dott. Scarpinato, quest’ultimo oggi senatore del M5S e componente della Commissione.
Falcone- come riportato in un articolo di Giuseppe D’Avanzo, “valutò il rapporto con grande attenzione. Giammanco e i suoi sostituti più fidati con scetticismo. Anzi, con scherno. ‘Tanta carta per nulla, in questo rapporto non c’ è scritto niente che merita di diventare inchiesta giudiziaria’, disse uno dei fedelissimi di Giammanco”.
LA DOPPIA INFORMATIVA
Scarpinato e Lo Forte hanno sempre sostenuto che la Procura di Palermo non fosse stata messa a conoscenza della preparazione della c.d. Informativa SIRAP, fatti smentiti nel suo provvedimento dalla dr.ssa Gilda Lo Forti, attraverso il richiamo a precisi riscontri documentali attestanti il doveroso passaggio di informazioni dall’organo investigativo all’organo requirente, in particolare i sostituti procuratori Giuseppe Pignatone e Guido Lo Forte:“…sembra davvero, poco credibile che i detti magistrati requirenti – che pure, come già si è riferito sopra, venivano costantemente informati anche per le vie brevi dei progressivi sviluppi delle intercettazioni – non abbiano neppure avuto la curiosità investigativa di conoscere i termini delle già emerse commistioni… Se ne deve dedurre, quindi, che la omessa trasmissione, da parte dell’organo di p.g. nel febbraio del 1991, di parte delle intercettazioni telefoniche era ben nota ai dott. Lo Forte e Pignatone, i quali erano, inoltre, in possesso – come Ufficio – dei brogliacci e delle bobine, sicché erano bene in condizione, sia di leggere i primi, che, rilevata l’assenza delle trascrizioni delle intercettazioni sulle utenze SIRAP, di richiederne la immediata trascrizione allo stesso organo di p.g., ovvero di disporla, ancora, essi stessi nelle forme della consulenza tecnica”.
L’inerzia della Procura di Palermo potrebbe trovare una spiegazione logica nelle perplessità espresse dalla stessa dr.ssa Gilda Lo Forti circa l’opportunità che ad occuparsi delle indagini vi fosse anche il dott. Giuseppe Pignatone, il cui padre era presidente della società regionale E.S.P.I. ente azionista, unitamente alla FI.ME., della società SIRAP che aveva o avrebbe bandito le venti gare per la realizzazione delle aree attrezzate per il complessivo importo di mille miliardi, gare sulle quali si erano concentrati gli interessi illeciti, anche di natura mafiosa, volti alla loro manipolazione.
Conseguentemente “Avuto riguardo, quindi, alla qualità del di lui padre, Presidente dell’ESPI, una più attenta valutazione di opportunità avrebbe, forse, potuto suggerire al dott. Pignatone, pur in assenza di un evidente obbligo di astensione tenuto conto che, almeno formalmente, la società oggetto di indagine era diversa dall’ESPI, di evitare di occuparsi delle vicende in questione, fin dal momento in cui si trattò di richiedere le autorizzazioni alle intercettazioni telefoniche proprio sulle utenze della SIRAP o le proroghe delle stesse. Infatti, tale rapporto di filiazione, in uno al fatto che, da un lato, il dott. Pignatone si occupò delle richieste di intercettazione e di loro proroga prima menzionate, dell’esame della informativa del febbraio del 1991, contenente espressi riferimenti alla SIRAP ed alla sua gestione di taluni pubblici appalti, nonché della redazione della richiesta di cattura che tanta eco, in termini sicuramente non positivi, ebbe sulla stampa dell’epoca, può avere obiettivamente ingenerato il convincimento che le strategie processuali seguite, all’epoca, dalla Procura di Palermo fossero state, sia pure indirettamente e prescindendosi dalla loro valutazione di carattere prettamente tecnico, influenzate dal fatto che il Presidente di uno dei due unici soci azionisti della SIRAP fosse, per l’appunto, il padre del dott. Pignatone.”
Al di là di tale ultima condivisibile notazione della dr.ssa Lo Forti, esistono ben precisi dati documentali che smentiscono categoricamente l’ancoraggio della archiviazione del 13/22 luglio 1992 alla mancata conoscenza da parte della Procura di Palermo della circostanza che l’organo investigativo stesse preparando una seconda informativa.
Come emerge da una nota del Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri del 30 giugno 1992 indirizzata al dott. Guido Lo Forte, quest’ultimo in data 28 maggio 1992 aveva espressamente autorizzato l’organo investigativo al riascolto delle conversazioni telefoniche di cui ai decreti 58/90 e 149/90 del 26 febbraio 1990 e del 15 maggio 1990 emessi dalla Procura di Palermo.
Si trattava, in particolare, del riesame dei registri di ascolto e delle relative bobine riguardanti le utenze telefoniche intestate alla SIRAP spa di Palermo, società già oggetto di indagine.
In essa nota il capitano De Donno riferisce letteralmente: “il servizio svolto ha consentito, sulla base delle nuove risultanze investigative emerse, di valutare meglio alcune conversazioni telefoniche tra i personaggi d’interesse. Tali conversazioni sono state trascritte ed i relativi verbali saranno, salvo diverso avviso della S.V., inviati successivamente e contestualmente alla nota informativa concernente illecite attività nel campo degli appalti pubblici”.
Sulla base degli atti, dunque, il capitano De Donno Il 30 giugno 1992 ebbe ad avvertire il dott. Lo Forte della conclusione della già autorizzata attività supplementare di riascolto, rimettendosi alle valutazioni della Procura di Palermo circa il deposito delle relative risultanze nell’ambito della nota informativa concernente illecite attività nel campo degli appalti pubblici. Si tratta della famosa informativa SIRAP, successivamente depositata dal Capitano De Donno il 05 settembre del 1992.
D’altra parte, nel mese di giugno del 1992 la Procura di Palermo aveva operato uno stralcio con riferimento agli appalti Sirap.
Si tratta, in particolare, dello stralcio del 15 giugno 1992 disposto dai sostituti procuratori Scarpinato e Lo Forte, il cui contenuto offre una smentita definitiva e clamorosa alla teoria della doppia informativa dagli stessi sempre prospettata a giustificazione della necessità di archiviare le posizioni residue il 13/22 luglio del 1992.
Nel provvedimento di stralcio, essi scrivono “Letti gli atti del procedimento penale 2789/90 N.R. instaurato nei confronti di Siino Angelo ed altri per il reato di cui all’art.416 bis C.P.;
rilevato che, nell’ambito di detto procedimento, appaiono concluse le indagini riguardanti le persone indagate mentre sono tuttora in corso di evasione alcuni accertamenti già delegati da questa Procura della Repubblica al ROS dei Carabinieri con particolare riferimento ai finanziamenti ottenuti dalla SIRAP S.p.A. alle conseguenti gare di appalto ed alle pubbliche amministrazioni interessate (vedi in particolare delega del 22.07.1991);
P.Q.M.
Ordina la separazione dal procedimento N.2789/90 N.R. degli atti indicati in premessa e dispone che gli stessi siano iscritti nel registro notizie di reato di quest’ufficio come “Indagini preliminari già delegate al ROS dei Carabinieri nell’ambito del procedimento n.2789/90 N.r. con particolare riferimento ai finanziamenti ottenuti dalla SIRAP e alle conseguenti gare di appalto ed alle pubbliche amministrazioni interessate”.
Dunque, con provvedimento di Scarpinato e Lo Forte, il 15 giugno 1992 nasce il procedimento N.3541/92 relativo alla Sirap, dando atto nella premessa che si è in attesa dell’evasione di alcuni accertamenti già delegati al R.O.S. dei carabinieri.
De Donno il 30 giugno del 1992 comunica di averli conclusi e si rimette alle decisioni della Procura, lasciando intendere che vi è già un accordo per trasfondere le relative risultanze investigative in una seconda informativa, salvo il diverso avviso della Procura circa il deposito immediato delle stesse.
L’informativa SIRAP, dunque, non fu un atto a sorpresa ma concertato in ogni passaggio dai sostituti procuratori Scarpinato e Lo Forte, i quali hanno dichiarato di avere iniziato a predisporre in minuta la richiesta di archiviazione del 13/22 luglio 1992 fra la fine di maggio ed i primi di giugno del 1992, ancor prima, dunque, del provvedimento di stralcio del 15 giugno del 1992.
Ma la dimostrazione più evidente della inconsistenza delle argomentazioni addotte dai due magistrati, emerge dal contenuto delle dichiarazioni rese dal Geometra Giuseppe Li Pera nel corso degli interrogatori resi al dott. Felice Lima il 13/14/15 giugno 1992, antecedentemente, dunque, al provvedimento di stralcio del 15 giugno 1992.
LA SIRAP
Al centro della deposizione di Li Pera vi è la spiegazione dell’illecito sistema di gestione degli appalti della SIRAP già compiutamente individuato dal R.O.S. dei carabinieri nel Rapporto del febbraio del 1991, con riferimento al ruolo preponderante svolto dagli imprenditori nell’illecita aggiudicazione degli appalti.
Sotto questo particolare profilo, va ancora una volta ricordato che il dott. Borsellino, nel corso della riunione del 14 luglio 1992, sollevò l’obiezione di carattere generale relativa alla posizione e al ruolo nel Sistema di gestione criminale degli appalti pubblici, segnatamente degli imprenditori, cui la Procura di Palermo aveva, de plano, riconosciuto il ruolo di vittime della tracotanza mafiosa.
Giuseppe Li Pera in quegli interrogatori, pur prendendo atto dei limiti di competenza prospettati dall’ufficio del pubblico ministero procedente, descrisse, secondo una prospettiva più generale, il meccanismo di funzionamento del sistema degli appalti, e, in particolare, del ruolo della società RIZZANI DE ECCHER, per la quale lavorava da oltre 22 anni, ricoprendo dal 1989 il ruolo di responsabile della gestione della maggior parte dei cantieri operanti in Sicilia e, soprattutto, della gestione c.d. commerciale della partecipazione dell’impresa agli appalti con sede in Sicilia.
Nello svolgimento di tali funzioni, aveva quali referenti diretti i titolari dell’impresa, Marco e Claudio De Eccher. In particolare, godeva della massima fiducia di Claudio, quale responsabile degli aspetti connessi all’acquisizione degli appalti e dei lavori, e di cui eseguiva le concertate direttive.
È Li Pera che nel verbale pomeridiano del 14 giugno 1992 offre uno spaccato del sistema degli appalti, narrando di come non facesse nulla che riguardasse la partecipazione a gare d’appalto e/o la gestione di questa organizzazione senza concordare con il Claudio De Eccher e con la sede centrale della RIZZANI, facendo riferimento anche alla S. I. R.A. P., una S.p.A. a capitale totalmente pubblico, di cui erano soci la FI.ME. eI’E.S.P.I., ente controllante della SIRAP, il cui presidente era il padre del dott. Pignatone, che per ragioni di opportunità avrebbe ben fatto ad astenersi da quell’indagine.
Il funzionamento della gestione degli affari della S.I. R.A. P., è ben spiegato dalle dichiarazioni rese da Li Pera nel verbale del 14 giugno 1992:
“La gestione di tutti gli affari della S.I. R.A. P. è avvenuta e avviene secondo un meccanismo operativo complesso e articolato, ben collaudato, che ha consentito e consente di pilotare opportunamente tutti appalti in questione, assicurando la tutela degli interessi di lucro privato di tutti i protagonisti di queste operazioni. Questo meccanismo cli gestione si fonda su un triplice asse di rapporti. Su un triangolo (per usare un’espressione figurata) i cui tre vertici sono costituiti dai politici interessati, dagli imprenditori e dai funzionari dei vari enti appaltanti e finanziatori. Quanto al ruolo dei referenti politici, va detto innanzitutto che la S. I. R.A.P. è un ente voluto da alcuni personaggi politici al fine di gestire una certa fetta cospicua dei finanziamenti derivanti dalla legge 64/1986. Proprio per perseguire tale fine, i politici hanno fatto in modo che la S. I. R.A. P. abbia di fatto l’esclusiva e il monopolio nella gestione di tutti appalti dello specifico settore relativo agli insediamenti artigianali in Sicilia. Il ruolo dei politici è consistito, innanzitutto, nel creare la S.I.R.A.P. È consistito e consiste, poi, nell’ adoperarsi perché un determinato progetto di opera pubblica possa superare i vari passaggi dell’iter amministrativo-burocratico necessari e fare approvare il progetto, approvare e stanziare il Finanziamento e fare accreditare le relative somme alla S. I. R.A. P. che poi le gestisce secondo una logica corrispondente’ alla composizione delle aspettative dei tre centri interessi di cui ho detto con I ‘esempio del triangolo. La storia di qualunque opera pubblica fra quelle rientranti nell’ ampissimo programma S.I R.A. P. inizia con la scelta, da parte di uno dei politici che partecipano all’”operazione”, di un progettista di loro fiducia, al quale la S.I.R.A.P. affida l’incarico di redigere un progetto di insediamento artigianale da realizzare in un determinato paese, La legge 64/1986 prevede per ciascun anno una serie di finanziamenti suddivisi per destinazione. Ogni anno, quindi, vi è una certa somma di denaro destinata per legge a certi tipi di investimenti pubblici. Quando è stata promulgata la legge 64/1986, un certo gruppo di politici si è interessato alla “gestione “delle somme che sarebbero state destinate alla realizzazione degli di insediamenti artigianali. Questi politici hanno fatto costituire la S.I. R.A. P. e hanno invitato gli amministratori di molti Comuni della Sicilia (nell’ambiente si parlava di circa 120 Comuni) a presentare alla S. I. R.A. P. stessa domanda per l’ammissione al finanziamento per la realizzazione di un’area artigianale nel proprio territorio. Alcuni Comuni che non lo avevano previsto sono stati invitati a modificare loro strumenti urbanistici, prevedendo in essi la costituzione di un’area destinata specificamente a insediamenti artigianali. La S. I. R.A. P., poi, provvedeva a scegliere i Comuni dove realizzare questi insediamenti e ad affidare relativi incarichi per la progettazione degli insediamenti medesimi. La scelta del professionista da incaricare della redazione del progetto relativo a ciascun insediamento costituisce per diverse ragioni uno dei passaggi più importanti (per certi decisivo) dell’intera operazione. Il progettista, infatti, è colui che, successivamente, compiuto l’iter burocratico della pratica e passati alla realizzazione dell’opera, assume l’incarico di direttore dei lavori. Ho già detto sopra come sia essenziale il ruolo del direttore dei lavori, che gestisce dal punto di vista tecnico-esecutivo l’appalto dall’inizio alla fine e la cui complicità, quindi, è indispensabile per pilotare la gestione dell’affare da parte della o delle imprese che si accordano con i politici e i funzionari responsabili dell’appalto stesso. Il progettista-direttore dei lavori è, nei fatti, il “garante” dei politici nella gestione dell’”operazione” sotto un duplice profilo. Sotto un primo profilo. infatti, la certezza preventiva della Complicità del direttore dei lavori consente a chi deve aggiudicare l’appalto e all’ Impresa che lo deve vincere di accordarsi fra loro per assicurare un determinato esito alla gara d’ appalto medesima. Ciò perché solo la certezza preventiva della complicità del direttore dei lavori consente ad un’impresa di fare delle offerte vincenti nelle quali (come è avvenuto per i COSTANZO a Trecastagni) si impegna a cose che sona tecnicamente e/o commercialmente insostenibili alle quali si sa preventivamente che ci si riuscirà a sottrarre con strumenti per così dire di recupero successivo, quali, nella vicenda di Trecastagni, le perizie di variante. Le imprese che sono estranee all’accordo trilaterale politici -imprese-funzionari e che, quindi, non possono contare sulla compiacenza certa a priori del direttore dei lavori possono fare, invece, solo offerte tecnicamente e commercialmente praticabili, perché, diversamente, il direttore dei lavori non complice esigerebbe da loro il rispetto degli impegni assunti , non consentendo loro né varianti né altro e costringendole a subire, quindi, i danni di un’ offerta temeraria perché non remunerativa (nella vicenda di Trecastagni, senza la complicità del direttore dei lavori l ‘ impresa dei COSTANZO non riuscirebbe ad onorare I ‘ impegno assunto a proposito dei termini di consegna dell’opera). Al direttore dei lavori compete, come ho già detto la redazione delle perizie di variante. Sotto un secondo profilo, il progettista-direttore dei lavori garantisce i politici perché compete a lui l ‘approvazione del lavoro fatto dalle Imprese e la redazione degli stati di avanzamento dei Lavori, grazie ai quali le imprese possono materialmente riscuotere i compensi per il loro lavoro. Ed egli firma gli stati di avanzamento dei lavori solo quando ha la certezza che l’impresa ha versato le tangenti pretese dai politici. Diversamente, blocca gli stati di avanzamento e trova una serie di cavilli da contestare all’impresa stessa. A riprova della importanza “strategica” della scelta del progettista-direttore dei lavori, segnalo che la progettazione e la direzione dei lavori di tutti i lavori della S. I. R.A. P. sono state assegnate sempre alle stesse persone. In particolare, la progettazione allo studio professionale “SASI PROGETTI” e la direzione dei lavori sempre all’ ing. Gaspare BARBARO, che è uno dei titolari dello stesso studio “SASI PROGETTI”, Non so se formalmente, nella progettazione, a “SASI PROGETTI venissero affiancati altri. Ciò che certo è che BARBARO c’è sempre. Il BARBARO è stato scelto con tutta evidenza per il prestigio che gli deriva dall’essere figlio del prof. Domenico BARBARO (noto e affermatissimo docente universitario e progettista di fama) e per il fatto dj essere contitolare dello studio del quale è consocio anche l’ing. Giuseppe ZITO. Quest’ultimo, cioè, opera accanto al BARBARO, in maniera ancora più decisiva, anche se apparentemente (e solo apparentemente) meno rilevante. Lo ZITO è il principale referente e protagonista di tutto il sistema di accordi di cui sto parlando. È lui il principale mediatore fra le imprese e i politici. E a riprova di ciò sta il fatto che era interlocutore e mediatore fra le imprese – per quanto i riguarda, la RIZZANT DE ECCEER – e la S.I.R.A.P. Con lui negoziavamo e concordavamo tutte le iniziative e soluzioni da adottare nella gestione degli affari che avevamo con la S.I.R.A.P. Altro momento strategico importante è anche la nomina dell’ingegnere capo e dei collaudatori dell’opera. Il primo avrebbe per legge il compito di controllare il direttore dei lavori e il secondo di verificare che l’opera sia stata costruita nel rispetto dei parametri tecnici e amministrativi stabiliti contrattualmente. Anche costoro, dei quali pure si deve avere la previa certezza della complicità, sono scelti dai politici. Nel caso dei lavori di S. Cipirello l’ingegnere capo era l’ing. Giovanni CRIMAUDO, che mi risulta avere avuto lo stesso incarico anche in altri appalti della S.I.R.A.P. Quanto ai collaudatori, ciascuno di essi faceva capo ad una corrente politica. Questo emergeva addirittura in maniera palese quando capitava di assistere a delle discussioni fra loro. Essi, infatti, parlavano come portatori degli interessi dei partiti dei quali erano espressione. Ciascuno di essi era espressione di un determinato partito e tutti i partiti dei politici interessati erano “rappresentati’ nella commissione di collaudo. Fra tanti, ricordo il prof. COSTA, che era democristiano, e un architetto che all’epoca aveva i baffi e del quale non ricordo il nome che era socialista. Quanto fin qui ho detto, illustra, sia pure in estrema sintesi, il ruolo dei politici, nel “triangolo” a cui ho fatto riferimento. A riprova della artificiosità del sistema (o di una parte cospicua del sistema) con cui opera la S.I. R.A. P., voglio segnalare che i criteri di scelta del Comuni nei quali realizzare gli insediamenti artigianali non sono ispirati a esigenze effettive del territorio, ma sono connessi soltanto alla possibilità di realizzare con riferimento ai singoli progetti l’accordo trilaterale di interessi di cui ho parlato. A riprova di questo, si pensi che fino a quando io sono stato arrestato non c’era ancora una legge che stabilisse i criteri per l’assegnazione delle installazioni agli artigiani e alle piccole industrie né una legge che individuasse i soggetti deputati alla gestione di queste installazioni e dettasse i criteri di tale gestione. Mentre noi della RIZZANI DE ECCHER stavamo costruendo l’insediamento relativo al Comune di S. Cipirello (PA) l’ingegnere capo dell’ufficio tecnico della S. I.R.A.P. Maurizio MOSCOLONI, mi disse, tra serio e il faceto, che l’amministratore delegato della S. I.R.A. P. stessa, Nino CIARAVINO, gli aveva detto di raccomandarmi di non correre troppo nella realizzazione del lavoro, perché ancora non sapevano a chi e come assegnare le strutture che noi stavamo realizzando. Domanda: Chi erano i politici protagonisti di queste vicende? Rrisposta: Per quello che mi consta, Claudio DE ECCHER si rivolse all’ on. Salvo LIMA, al quale si fece presentare dall’ on. Vito BONSIGNORE, per entrare a far parte del gruppo di imprese che faceva parte del “comitato di affari” che ho descritto con l’immagine del triangolo. Era notorio a tutti nell’ ambiente che il referente politico principale del “‘sistema” S. I R. A.P. era l’on. Salvo LIMA. Claudio DE ECCHER ne parlò con me e convenimmo sul fatto che non potevo essere io a prendere contatti con l’on. LIMA. Claudio, allora, chiese all’ on. Vito BONSIGNORE, deputato al Parlamento e capo della corrente andreottiana in Piemonte, di prendergli un appuntamento con l’on. LIMA. Claudio DE ECCHER conosceva l’on. BONSIGNORE perché 1a RIZZANI DE ECCHER opera a Torino (dove il BONSIGNORE vive) da molti anni. Il BONSIGNORE è presidente del Consorzio deli ‘ autostrada Torino-Savona e di un’altra che adesso non ricordo. Il BONSIGNORE ottenne effettivamente a Claudio DE ECCHER l’appuntamento con l’on. Salvo LIMA. Claudio mi disse di avere chiesto a LIMA di entrare a fare parte del gruppo di imprese che partecipavano ai lavori S. I. R.A. P. e alle grandi opere pubbliche che sarebbero state appaltate in Sicilia, e, in particolare, ai lavori relativi alla sopraelevata di Palermo. Per avere un lavoro della S. I. R.A. P. le imprese dovevano pagare una tangente pari all’a 8 % circa del valore deli appalto. Queste somme servivano a pagare politici e i funzionari coinvolti nell’’affare. D.R. Non ero io ad occuparmi del pagamento di queste tangenti. Questi pagamenti avvenivano ad un livello superiore a quello nel quale operavo io. Le trattavano direttamente i titolari – Claudio e Marco DE ECCHER – oppure, talvolta, l’ingegner DEFENDI. Ciò so perché quando nella gestione di un affare veniva fuori questo problema i DE ECCHER o il DEFENDI (quando toccava a lui) mi dicevano “Non ti preoccupare, che di questo problema ci occupiamo noi” Da costoro ho saputo che l‘ammontare della tangente era di circa l’8%, ma, comunque si trattava di fatto noto a tutte le imprese che operavano nel settore e del quale si parlava fra noi come di cosa notoria. Quello che mi risulta con certezza, perché aveva risvolti che riguardavano anche il mio lavoro di responsabile dei cantieri, è che il denaro necessario a pagare queste tangenti veniva recuperato dalle imprese anche con un sistema di fatturazioni maggiorate. Si trattava delle fatture relative all’ acquisto dei materiali impiegati per la realizzazione delle opere appaltate.”
MARIO D’ACQUISTO, LIMA E GIAMMANCO
Storie di gare per la realizzazione delle aree attrezzate per il complessivo importo di mille miliardi, gare sulle quali si erano concentrati gli interessi illeciti, anche di natura mafiosa, volti alla loro manipolazione.
L’on.le Salvo Lima era, dunque, la personalità politica centrale nella illecita gestione degli appalti S.I.R.A.P., con un ruolo altrettanto centrale nelle dinamiche connesse all’illecito finanziamento dei partiti politici, stando a quanto dichiarato dal dott. Di Pietro nel 1999 al processo Borsellino ter.
Già a Marsala, il dott. Borsellino aveva confidato ad Ingroia di considerare il Procuratore Giammanco un uomo di Lima.
Successivamente alla strage di Capaci, aumentò la diffidenza di Borsellino nei confronti del Procuratore Giammanco, tant’è che Ingroia nel corso della sua audizione del 31 luglio 1992 davanti al Consiglio Superiore della Magistratura ebbe a dichiarare che Borsellino gli “………….riferì taluni fatti relativi a queste indagini, raccomandandomi però di non farne parola con nessuno, perché temeva che circolando la voce questa potesse arrivare anche al Procuratore Giammanco e lui non gradiva che pervenisse alle orecchie del Procuratore Giammanco”.
Le ragioni, dunque, della particolare riservatezza del dott. Borsellino possono trovare una logica spiegazione nella circostanza – assolutamente nota – del forte rapporto di amicizia del dott. Giammanco con l’on.le Mario D’Acquisto e di quest’ultimo con l’on.le Salvo Lima.
Ma v’è di più.
Borsellino, nel raccontare a Ingroia – come da quest’ultimo dichiarato nella sua audizione del 31 luglio 1992 davanti al CSM – “che vi era un grosso pentito che si stava per apprestare a collaborare mi disse anche che con questo grosso pentito aveva già avuto dei rapporti Giovanni FALCONE precedentemente nel periodo in cui Giovanni FALCONE era al Ministero mi disse successivamente tornò sull’argomento e mi fece il nome di questo pentito mi spiegò il grosso spessore di questo pentito in quanto io sinceramente non lo conoscevo, perché io sono in magistratura da poco sono quasi sempre alla provincia di Trapani per cui me lo spiegò lui chi era Gaspare MUTOLO mi disse che era un boss di grosso rilievo che era stato autista di Totò RIINA e mi disse anche che a suo parere poteva fare luce forse anche su legami tra Cosa Nostra e quindi insomma lo riteneva un personaggio molto importante del valore di un BUSCETTA, di un MANNOIA ecc.- mi disse anche che non vi so dire cronologicamente quando se ne parlò tre quattro volte e questo si mi disse non dirlo a nessuno infatti io a nessuno lo avevo detto mi disse non lo dire neppure a Roberto SCARPINATO perché sapeva che io con Roberto parlavo e infatti io a Roberto nulla dissi…”.
Cosa spingeva il giudice Borsellino a diffidare di Giammanco, evitando anche che di talune notizie ne venissero a conoscenza altri colleghi, come nel caso di Scarpinato?
Le indagini del R.O.S. avevano sortito l’effetto indiretto dell’emersione di un possibile conflitto di interessi fra i titolari delle indagini e i soggetti su cui necessariamente avrebbe potuto estendersi l’azione investigativa.
Nel Rapporto del R.O.S. del febbraio 1991 si faceva espresso riferimento ad una società, la ITALCOSTRUZIONI, il cui rappresentante legale era l’ingegnere Vincenzo Giammanco, cugino del Procuratore capo di Palermo.
Si trattava di una società riconducibile a Bernardo Provenzano in quanto, tra i suoi azionisti, vi era Palazzolo Saveria Benedetta, convivente more uxorio dello stesso Provenzano.
Così come il già evidenziato potenziale conflitto d’interessi di uno dei fedelissimi del dott. Giammanco, vale a dire il dott. Pignatone, il cui padre era il presidente dell’ESPI, ente controllante della SIRAP.
Che Paolo Borsellino avesse definito la Procura di Palermo come un “NIDO DI VIPERE”, lo hanno confermato la dr.ssa Alessandra Camassa e il dott. Massimo Russo, all’epoca giovani magistrati che collaborarono con Borsellino alla Procura di Marsala.
Secondo quanto dichiarato dalla Signora Maria Falcone nel corso della sua audizione del luglio 1992 davanti al CSM -, a confidarle che era molto vicino a scoprire delle cose tremende , verosimilmente riferendosi al fatto che l’informativa stessa del R.O.S. e le note interlocutorie dell’aprile, luglio ed agosto del 1990 che la precedettero, erano già conosciute dai soggetti interessati – e tra questi l’on.le Lima ucciso il 12 marzo del 1992 – prima del deposito del febbraio 1991 presso la Procura di Palermo.
Cosa stava per scoprire Paolo Borsellino?
Questo e altri aspetti, li approfondiremo nei successivi articoli. Rimane intanto il vergognoso silenzio della stampa e il tentativo di buttare tutto in caciara, limitando l’audizione di Lucia Borsellino e del marito Fabio Trizzino alla polemica con Scarpinato,che ha costretto la presidente Chiara Colosimo ad affermare: “Senatore, sono venti minuti che lei interviene e qui non siamo in un’aula di tribunale, questo non è l’esame di un teste; quelle che vanno fatte qui sono domande per ricostruire la storia e non per legittimare o meno alcune posizioni“.
Diversi gli interventi in merito al fatto che Scarpinato abbia dimenticato l’attuale ruolo di membro della Commissione, per indossare nuovamente i panni del magistrato in una vicenda nella quale ha avuto un ruolo oggi messo in discussione.
Se anche non dovesse esserci un conflitto di interesse, ci troveremmo quantomeno dinanzi l’inopportunità della presenza del senatore Scarpinato in una commissione che dovrà anche valutarne la correttezza e la perizia da magistrato, nel corso degli eventi per i quali si è arrivati a questa audizione.
Piaccia o meno ai M5S che oggi si stracciano le vesti per difendere il loro senatore, vedendo offeso il lavoro di chi “si batte da 30 anni affinché sulla stagione delle stragi si faccia veramente piena luce, andando a scoprire le verità indicibili che riguardano anche pezzi infedeli dello Stato, battendosi contro gli ignobili depistaggi messi in atto proprio da pezzi della Repubblica” i familiari del compianto giudice Paolo Borsellino, e gli italiani tutti, hanno diritto a conoscere la verità, senza se, senza ma, senza caste né appartenenze.
Stupisce che i pentastellati, accusatori implacabili di ogni forma di censura, non si accorgano oggi di come gli unici a non aver diritto di parola, e censurati dalla quasi totalità degli organi stampa, siano i figli del giudice Borsellino e l’avvocato Trizzino.
Sono lontani i tempi delle lotte per la libertà di opinioni e di stampa a marchio 5Stelle…
Gian J. Morici LA VALLE DEI TEMPLI
28.9.2023 Mi vergogno di chiunque abbia occhi e fa finta di non vedere
(Kathryn Lasky)
Mi vergogno!
Mi vergogno di essere siciliano, quando leggo sui social i messaggi di condoglianze per la morte di Matteo Messina Denaro.
Poi penso a Falcone, a Borsellino, alle tante vittime di mafia che hanno pagato con la vita il loro impegno sociale o professionale, combattendo quel cancro che è “Cosa nostra”, e mi vergogno un po’ meno.
Ma non ho neppure il tempo di tirare un sospiro di sollievo, che il mio pensiero va a Borsellino, all’audizione in Commissione Antimafia di sua figlia Lucia e di Fabio Trizzino.
E mi vergogno ancora di più.
Mi vergogno del fatto che la stampa – tolta qualche rara eccezione – non abbia speso due sole parole su un’audizione che in un’altra nazione avrebbe fatto tremare i muri di tanti palazzi.
E penso.
Penso agli anni passati alla ricerca di verità.
Penso ai processi subiti per averne scritto.
Alle testate giornalistiche per le quali scrivevo all’estero.
E – a titolo personale – mi vergogno un po’ meno.
“Un giorno – ha scritto il giornalista Damiano Aliprandi sul suo profilo Facebook– forse qualcuno mi spiegherà il motivo per cui quando parla un imbecille qualsiasi (o anche una figura nota, ma che per me resta l’uomo qualunque) in commissione antimafia, sparando illazioni sui servizi segreti deviati e accordi “indicibili”, merita l’attenzione dei principali giornali. Mentre, quando, come è successo ieri, intervengono Lucia Borsellino e l’avvocato Fabio Trizzino, che citano fatti documentati, al massimo ne parla il mio giornale Il Dubbio e L’Unità. Il resto rimane nell’oblio.
Tuttavia, secondo le fantasie di qualcuno, ci sono i “poteri occulti” che non vogliono far sapere le “verità” dette tipo dal grillino Roberto Scarpinato. È vero! Così occulti che non riescono nemmeno ad ottenere l’attenzione di qualche telegiornale, non dico a livello regionale, ma almeno a livello cittadino.
Non hanno alcuna vergogna. I fatti nudi e crudi non interessano al novanta percento dei miei colleghi. Non si prestano all’intrattenimento camuffato da giornalismo d’inchiesta”.
“Non hanno alcuna vergogna” scrive Aliprandi.
E perché dovrebbero averne?
Perché chi pur di assecondare i potentini di turno ha contribuito a creare falsi pentiti, depistatori, farabutti di ogni sorta, oggi dovrebbe vergognarsi del proprio silenzio?
Ci vergogniamo noi per loro.
Ci vergogniamo per non aver saputo proteggere quegli Uomini e quelle Donne che rappresentavano la parte migliore della nostra società.
Per non averli saputi onorare neppure da morti, presi dalle nostre mille paure a pestare con le nostre parole il piede sbagliato, quello del potentino di turno.
Ci indigniamo se c’è chi porge le proprie condoglianze alla famiglia del mafioso.
Ci indigniamo se un parroco decide di celebrare una messa per Matteo Messina Denaro.
E per questo silenzio, chi si indigna?
Siamo seri, chi tace acconsente, e noi con il nostro silenzio celebriamo il funerale della nostra dignità.
“Mi vergogno di chiunque abbia occhi e fa finta di non vedere”, ha detto la scrittrice Kathryn Lasky.
Ecco, mi vergogno dunque di chi ha orecchie e fa finta di non sentire.
Mi vergogno di quei giornalisti proni dinanzi al potentino.
Mi vergogno di chi non vuol sentire parlare di quel nido di vipere – come la definì Paolo Borsellino – che era la procura di Palermo di Giammanco.
Se il nido di vipere era la procura retta da Giammanco, oggi cosa avete da temere?
O forse i nostri Eroi servono solo per insulse passarelle, per scrivere libri, per inutili proclami, e poi diventano scomodi quando dovremmo parlare di poteri forti, quelli veri, quelli che con “Cosa nostra” facevano affari, quelli che “Mi uccideranno ma non sarà una vendetta della mafia: saranno mafiosi coloro che mi uccideranno ma quelli che hanno voluto la mia morte saranno i miei colleghi e altri”, come disse il giudice Borsellino.
Mi vergogno!
Mi vergogno per i tanti che non si vergognano.
Gian J. Morici

