Dal piazzale del Tribunale del Tribunale, si noti bene il dottor Nino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia, lancia la sua accusa davanti a ottomila persone in corteo.
Il 23 maggio e il 19 luglio rischiano di diventare «parate istituzionali di sepolcri imbiancati che fingono di commemorare Fal- cone e Borsellino mentre durante l’anno non fanno nulla per aiutare i magistrati a scopri re le verità che ancora mancano, o ostacolando addirittura il processo che le riguarda».
Ha aggiunto: < Parole pesanti co- me pietre, ha scritto qualcuno. Pesanti, sì. Ma su chi cadono?
Ecco la domanda che nessuno tra gli ottomila plaudenti ha rivolto al dottor Di Matteo: chi sono, esattamente, questi sepolcri imbiancati? Chi sono i rappresentanti istituzionali che <
Il dottor Di Matteo non lo dice. Lancia l’accusa, raccoglie gli applausi, e lascia che il sospetto si spanda indistinto, incontrollabile, inconfutabile – su chiunque indossi una fascia tricolore o sieda in un’aula di tribunale.
È la tecnica dell’insinuazione en masse: accuso tutti, condanno nessuno in particolare, e così nessuno può rispondermi.
Ma c’è un problema non da poco. Il dottor Di Matteo è un’istituzione. È sostituto procuratore nazionale antimafia: magistrato in servizio attivo, che esercita una funzione pubblica retribuita dallo Stato, nell’ambito di un organo dello Stato.
Quando afferma che <<Se ha elementi concreti, li usi: si chiamano denuncia, esposto, notitia criminis. Ha la scrivania giu- sta per depositarli.
Se invece non li ha, allora le sue parole dal piazzale del Tribunale non sono un atto di coraggio: sono una delegitti mazione indiscriminata delle istituzioni repubblicane, pronunciata in servizio, sotto gli applausi di chi non chiede prove ma vuole sentire che lo Stato è marcio.
La verità su Via D’Amelio non venne fuori da un palco: venne fuori da anni di processi, da nomi messi agli atti, da sentenze. Da Spatuzza che parlò. Dai giudici che scrissero. Non dai cortei.
La domanda resta una sola: dottor Di Matteo, lei ha le prove di quanto afferma? Se sì, faccia i nomi.
Li scriva in un atto. Se no, si ricordi che i sepolcri imbiancati – lo dice il Vangelo da cui ha preso in prestito la metafora sono belli di fuori ma di dentro pieni di ossa. Attento: quella metafora ha molti specchi.
Di Stefano Giordano – Studio Legale Giordano & Partners IL RIFORMISTA 23.5.2026
il VIDEO delle dichiarazioni del dottor Antonino Di Matteo
L’espressione “sepolcri imbiancati” fa riferimento a un celebre passo del Vangelo secondo Matteo (Mt 23,27-32) in cui Gesù accusa gli scribi e i farisei di ipocrisia. Come i sepolcri dell’epoca, che venivano dipinti di bianco per essere ben visibili e non essere toccati per sbaglio (diventando così “impuri”), apparivano belli all’esterno ma all’interno nascondevano la corruzione e la morte, così gli ipocriti mostrano una facciata di rispettabilità e giustizia nascondendo malvagità e falsità.
Durante il suo intervento a Palermo, Di Matteo ha utilizzato l’espressione “sepolcri imbiancati” in modo mirato e polemico:
La denuncia: Ha attaccato duramente le istituzioni e i rappresentanti dello Stato che, a suo dire, partecipano alle cerimonie antimafia con belle parole di facciata, ma nei fatti ostacolano o non sostengono la ricerca della verità su mandanti occulti e compromessi.
L’attacco all’ipocrisia: Ha definito “parate di sepolcri imbiancati” le passerelle di chi si professa difensore della legalità, ma poi nei comportamenti concreti – come nella gestione delle nomine, nei silenzi sui dossier o negli attacchi ai magistrati scomodi – si dimostra complice o tollerante verso i sistemi di potere che hanno favorito le stragi e la mafia.
La richiesta di chiarezza: Le sue parole hanno riacceso il dibattito politico-giudiziario, sollevando la richiesta – rilanciata anche da diverse testate – di fare finalmente i nomi di chi incarna questa doppiezza all’interno delle istituzioni.
🟥 Quando il dottor ANTONINO DI MATTEO e la Corte non credettero alla ritrattazione di SCARANTINO

