LILIANA FERRARO e gli anni delle stragi mafiose

 

 

DEPOSIZIONI AI PROCESSI – Audio


 

COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA – Audizione della dottoressa LILIANA FERRARO 

FERRARO. Ringrazio lei, signor Presidente, e la Commissione per l’onore di questa convocazione, dandomi la possibilita` di parlare nella sede istituzionale propria di accadimenti tragici il cui ricordo ancora oggi e` vivo in tutti noi.

Ho letto la sua relazione, signor Presidente, nonche ́ i resoconti di tutte le sedute di questa Commissione. Dalla lettura degli interventi ho percepito anche il convincimento forte della Commissione di rileggere e approfondire, sotto tutti gli aspetti, le vicende che hanno ferito il Paese nel periodo culminato con le stragi del 1992 e del 1993.

Quando ho ricevuto la comunicazione della convocazione per questa sera ho ritenuto necessario, nonostante il breve tempo a disposizione, compilare una sorta di canovaccio delle vicende di quegli anni, anche per aiutare la mia memoria. Mi scuso fin d’ora se la relazione sara` un po’ lunga. Ovviamente, saro` poi a disposizione sua e della Commissione per rispondere a ogni domanda.

Comincero` con una premessa necessaria che descrive per sintesi il tipo di lavoro che ho svolto per e con il dottor Giovanni Falcone fin dal 1983.
Mi soffermero` poi su alcune vicende accadute durante la costru- zione della cosiddetta aula bunker e trattero` del fallito attentato dell’Ad- daura e, quindi, delle stragi del 1992 e del 1993. Infine, cerchero` di dare una risposta ai quesiti posti in relazione alla cosiddetta trattativa e all’articolo 41-bis.

Per la parte che mi riguarda e mi coinvolge maggiormente, penso sia opportuno ricordare quando comincia la mia collaborazione con il dottor Giovanni Falcone e, subito dopo, con il dottor Paolo Borsellino, il dottor Caponnetto e tutto il pool antimafia di Palermo.


Agli inizi del 1983 l’allora presidente dell’Associazione nazionale magistrati, dottor Adolfo Beria d’Argentine, aveva ottenuto l’impegno del Governo allo stanziamento di fondi in favore degli uffici giudiziari per cominciare a risolvere la situazione di dissesto organizzativo e strutturale che era diventata insostenibile. In quel periodo prestavo servizio presso la Corte di cassazione quale magistrato addetto al massimario.

 Il presidente Beria, che conoscevo fin dal mio ingresso in magistratura, mi chiese la disponibilita` a tornare al Ministero di grazia e giustizia in posizione di fuori ruolo per assumere l’incarico presso la Direzione generale degli affari civili e da quel posto svolgere la funzione di punto di riferi- mento per gli uffici giudiziari. La proposta non mi entusiasmo`: ero gia` stata al Ministero durante il periodo del terrorismo e consideravo conclusa quell’esperienza. Per la stima e l’affetto che portavo verso il presidente Beria, che era anche molto convincente, chiesi comunque qualche giorno per riflettere.

Subito dopo, pensai di parlare con Giovanni Falcone, che avevo conosciuto in occasione di un convegno organizzato dal Consiglio superiore della magistratura verso la fine del 1982. Durante la pausa della colazione, il dottor Falcone mi aveva descritto la situazione fatiscente dell’ufficio istruzione di Palermo, con grave danno per l’attivita` di competenza. Il tema dell’incontro tra i magistrati era quello del contrasto alla criminalita` organizzata. Quando gli dissi il motivo della mia telefonata, mi chiese di non dare subito la risposta e di attendere il giorno successivo perche ́, finiti gli adempimenti istruttori che doveva svolgere a Roma, potevamo andare a cena e parlarne con calma. Durante la cena mi parlo` della lotta alla mafia, di cosa nostra, del dovere di liberare il Paese e la sua Sicilia da questo cancro e di tutto quanto si poteva fare avendo mezzi e sostegno dell’amministrazione centrale. Ascoltai una descrizione lucida e compiuta del fenomeno mafioso, degli strumenti di sostegno indispensabili, dell’opportunita` che si era presentata di collaborare con le competenti autorita` di altri Paesi (Stati Uniti, Ca- nada, Germania). Mi disse che era gia` in stretto collegamento con Rudolph Giuliani negli Stati Uniti e con la DEA, anche perche ́ collaborava con lui un giovane dirigente della Polizia di Stato, Gianni De Gennaro, che gia` da tempo con l’autorizzazione del capo della Polizia aveva avviato uno stretto rapporto con la DEA e con l’FBI e con alcuni giudici di tribu- nali chiamati a giudicare in distretti dominati dalla cosa nostra americana. Queste le ragioni e le persone che mi convinsero ad accettare di ri tornare al Ministero.

Quando feci il mio primo viaggio a Palermo, dopo aver preso possesso del nuovo ufficio agli inizi del mese di aprile del 1983, entrando nella stanza del dottor Giovanni Falcone vidi che aveva una scrivania di ferro malandata davanti alla quale si trovavano due sedie sgangherate. Una di queste si reggeva perche ́ sostenuta da una pila di fascicoli. La sicurezza degli uffici dei magistrati era inesistente, anzi, la collocazione degli stessi al piano terra, con grandi finestroni dal soffitto al pavimento, nell’ala esterna del palazzo, davanti alla quale passavano tutti, era in sostanza quasi un luogo provocatorio per un attacco ai magistrati. Ometto di descrivere tutto quello che riscontrai all’esito della compiuta ricognizione.
Comincio` cos`ı un’attivita` assorbente che si svolgeva tra Palermo e Roma e che in breve tempo porto` all’installazione di sistemi di controllo agli ingressi, di vetri blindati agli uffici del piano terra, all’individuazione di un’area nel cosiddetto ammezzato che, adeguatamente ristrutturata e protetta, divento` la sede di lavoro del pool antimafia.

Nel frattempo, i giudici procedevano alle indagini, aumentavano le esigenze e cresceva la tensione nella citta`. Tommaso Buscetta, arrestato in Brasile, dopo aver parlato con Giovanni Falcone, accetto` di collaborare e fu portato in una localita` segreta in Italia ove il dottor Falcone si recava, pressoche ́ quotidianamente, per verbalizzare di suo pugno le dichiarazioni. Non passarono inosservati i suoi continui viaggi e il particolare attivismo dell’ufficio istruzione, sicche ́ il consigliere Caponnetto e tutti i giudici del pool decisero di accelerare quanto piu` possibile la stesura della sentenza ordinanza che fu poi depositata l’8 novembre 1985.

In proposito vorrei raccontare alla Commissione solo due o tre accadimenti. In quei mesi sparirono da tutti i negozi di Palermo la carta per le fotocopiatrici, i toners per le stesse e tutto quanto era necessario per la produzione della sentenza ordinanza. Questa fu di 8.632 pagine, raccolte in 22 volumi, oltre a 400.000 pagine di allegati. La situazione di Palermo e la quantita` di materiale da stampare mi costrinsero a chiedere al Mini- stero del tesoro, previa autorizzazione del Ministro della giustizia, di far stampare l’ordinanza sentenza dal centro documentazione del Ministero del tesoro, all’epoca dedicato alla stampa dei bollettini dei pagamenti dei dipendenti dello Stato. Le copie furono portate a Palermo in aereo e la notificazione agli imputati avvenne pressoche ́ contestualmente, grazie alla grande collaborazione di alcuni uffici giudiziari che aderirono alla richiesta di convocare gli ufficiali giudiziari e di consegnare loro i plichi per le notifiche personalmente, facendoli poi accompagnare da agenti delle Forze dell’ordine. Fu cos`ı che furono arrestati 246 dei 475 imputati.

Contemporaneamente, un altro ufficio della Direzione generale degli affari civili era stato sollecitato ad avviare immediatamente l’individuazione del luogo ove costruire l’aula per celebrare il processo che, si prevedeva, doveva essere sufficientemente grande per contenere un numero cos`ı elevato di imputati detenuti, di imputati a piede libero, di avvocati e degli uffici di cancelleria. Quest’aula doveva avere anche la possibilita` per i giudici della corte di assise di restare a dormire e mangiare, anche per un lungo periodo, al momento di adottare la decisione finale.

Immediatamente il direttore generale competente chiese al Ministro della giustizia di concordare con il Ministro dell’interno la possibilita` di autorizzare il prefetto di Palermo a fare ricorso alla normativa straordinaria che consentiva di superare tutti i passaggi previsti dalla legge di con- tabilita` di Stato. Ottenuta l’autorizzazione dei Ministri competenti, fu con- vocato immediatamente un comitato provinciale per l’ordine e sicurezza pubblica al quale furono invitati a partecipare anche i capi degli uffici giu- diziari e alcuni dei giudici maggiormente impegnati nel processo.

Purtroppo quel giorno un temporale eccezionale imped`ı l’atterraggio dei voli all’aereoporto di Punta Raisi e conseguentemente il direttore generale degli affari civili, dottor Peppino Niutta, accompagnato dal direttore e dai funzionari dell’ufficio, non riusc`ı a raggiungere Palermo. Io mi tro- vavo nella citta` per ragioni del mio ufficio; fui rintracciata telefonicamente dal presidente Niutta il quale mi disse di trovarsi nello studio del ministro Mino Martinazzoli e che, considerata l’impossibilita` di raggiun- gere Palermo, mi delegava a partecipare al predetto comitato dandomi tutte le istruzioni di carattere amministrativo. Subito dopo mi passo` il mi- nistro Martinazzoli il quale, a sua volta, mi impart`ı le disposizioni di carattere politico.

La costruzione dell’aula doveva essere decisa immediatamente; dovevano essere adottate tutte le procedure per completarla entro la fine del 1985; si doveva garantire la copertura finanziaria dell’opera in quanto il Governo avrebbe provveduto a stanziare i fondi necessari in favore del Ministero di grazia e giustizia. Finí così che  anche la costruzione dell’aula resto` affidata a me. Il percorso per l’individuazione del luogo ove costruire l’aula, il modello della stessa, delle misure di sicurezza, del tra- sporto detenuti, e cos`ı via, richiederebbe troppo tempo e non credo possa essere in questo momento d’interesse per la Commissione, ma ovviamente sono a disposizione per ogni risposta per quanto mi e` dato di ricordare.

Nell’anno 1985, del quale stiamo parlando, vi fu anche la cosiddetta estate maledetta di Palermo. Ai primi di agosto vennero uccisi i commissari di polizia Montana e Cassara`, strettissimi collaboratori del pool anti- mafia. La situazione di tensione nella citta` divento` cos`ı forte che il prefetto di Palermo, dottor Finocchiaro, mi prego` di raggiungerlo immediata- mente per convincere Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone, Paolo Bor- sellino e le loro famiglie ad andare via da Palermo, perche ́ lo stato di ten- sione faceva dubitare di poter garantire la loro incolumita`.

Mi recai dal consigliere Caponnetto, che era ospitato nella caserma della Guardia di finanza, avendo la famiglia a Firenze, che mi disse: «Porta via Giovanni, Paolo e tutti. Vai a dirglielo immediatamente, li chiamero` anch’io, ma io non mi muovo di qua perche ́ mai si dovra` dare l’immagine della giustizia che fugge davanti alla mafia». Fu cos`ı che il giorno dopo, organizzato un trasporto con aerei speciali, giunsero tutti ad Al- ghero, per proseguire in macchina verso Porto Torres, da cui raggiunsero l’Asinara su motovedette della Polizia. Io arrivai all’Asinara il 15 agosto, avendo gia` ordinato l’approvvigionamento e il trasporto di scaffali, mac- chine da scrivere, carta e tutto quanto era necessario per lavorare. L`ı restarono per circa due mesi, anche se Giovanni volle assolutamente rien- trare a Palermo, anche per un solo giorno, al fine di partecipare alla commemorazione in occasione dell’anniversario della morte del consigliere Rocco Chinnici.

Come ho detto, la sentenza ordinanza fu depositata l’8 novembre del 1985 e in un comitato provinciale di pochi giorni dopo fu decisa anche la data di inizio del dibattimento, il 10 febbraio 1986, anche se l’aula non era ancora stata completata.

In concomitanza con lo svolgimento del processo, il pool antimafia continuava a istruire i cosiddetti maxi-bis e maxi-ter e io proseguivo nella spola tra Roma e Palermo. Purtroppo l’atmosfera di consenso comincio` piano piano a venir meno e nacquero cos`ı quelle che sono state definite le stagioni del corvo.

Il 21 giugno del 1989, nella villa in localitá Addaura, dove Giovanni e Francesca Falcone si trovavano in compagnia del procuratore generale svizzero Carla Del Ponte e di due alti funzionari, fu scoperta e fatta brillare per renderla inoffensiva una borsa sportiva contenente 58 candelotti di esplosivo. Appresa la notizia, chiamai subito il giudice Falcone per essere sicura che nulla di grave fosse accaduto a lui, a Francesca e ai suoi ospiti. Qualche ora dopo cominciai pero` a leggere comunicati di agenzia che as- sumevano che il dottor Falcone non era rintracciabile, che non si sapeva molto di questi candelotti fatti brillare anzitempo, fino a leggere, nei giorni successivi, che la bomba forse l’aveva piazzata lui. Tutte queste voci non mi preoccuparono sotto l’aspetto della sicurezza, in quanto sa- pevo che il capo della Polizia Vincenzo Parisi, appreso l’accaduto, aveva immediatamente inviato a Palermo il dottor Gianni De Gennaro, affinche ́ si recasse da Giovanni Falcone e ne garantisse l’incolumita` dormendo con lui nella villa.

Due giorni dopo il fallito attentato, il dottor Falcone mi telefono` pregandomi di recarmi a Palermo. All’indomani mattina giunsi all’ufficio istruzione; mi parlo` di alcune esigenze di lavoro con molta calma, quasi che nulla fosse accaduto. Subito dopo mi illustro` la ragione per la quale mi aveva chiamata a Palermo con urgenza. Mi spiego` che era sicuro, come ampiamente pubblicato dalla stampa, che il fallito attentato fosse attribuibile a quelle che lui chiamo` «menti raffinatissime», ma non aveva ancora ben chiaro l’effettivo contesto di riferimento e non poteva escludere che un altro attentato, meglio preparato, potesse essere organizzato da lì a poco. Riteneva pertanto che la moglie Francesca dovesse accettare l’idea di fermarsi a Palermo e di lasciarlo da solo rientrare la sera all’Ad- daura, magari anche mostrando qualche dissenso tra di loro, in modo da dare l’impressione che lo avesse sollecitato a lasciare quel lavoro cos`ı pericoloso. Era convinto che la moglie sarebbe stata molto piu` al sicuro nella casa di Palermo.
Per quanto riguarda l’attentato all’Addaura, le mie conoscenze dei fatti mi portarono a condividere quanto gia` scritto nella relazione del pre- sidente Pisanu e quanto ribadito dall’onorevole Martelli nella seduta del 25 ottobre 2010. Posso aggiungere che da quel momento il sentimento di solitudine, di isolamento e di «predestinato ad essere ucciso» diventa- rono molto piu` forti nel giudice Giovanni Falcone, anche se meno evi- denti, ma non per coloro che riuscivano a leggere il suo pensiero oltre lo sguardo fermo e inespressivo.

Gli anni 1988, 1989 e 1990 sono anni difficilissimi, sono quelli della «stagione del corvo», della mancata nomina a consigliere istruttore in so- statuizione del dottor Caponnetto, della protesta di Paolo Borsellino, nel frattempo diventato procuratore della Repubblica a Marsala, per lo smembramento del pool antimafia di Palermo portato avanti dal nuovo consigliere istruttore Antonino Meli, della vicenda dei «professionisti dell’anti- mafia», nata dall’equivoco di un’intervista rilasciata da Sciascia, dell’accausa dei processi nei cassetti, delle dimissioni del dottor Falcone dall’ufficio istruzione di Palermo, della sua mancata elezione a componente del Consiglio superiore della magistratura, del suo trasferimento alla procura della Repubblica di Palermo quale procuratore aggiunto.

Nino Caponnetto dichiaro` in un’intervista televisiva che Giovanni Falcone comincio` a morire nel gennaio 1988, quando gli fu rifiutata la no- mina a consigliere istruttore. La solitudine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e` descritta in modo magistrale nell’articolo «Cent’anni di soli- tudine» – come il capolavoro di Marquez – di Mario Pirani, pubblicato su «La Repubblica» del 26 maggio 1992, che mi sono permessa di portare. Questo articolo e` riportato alla fine di un volumetto dal titolo «Falcone e Borsellino», scritto da Gian Maria Monti, che ripercorre le calunnie, gli attacchi e l’odio nei confronti dei giudici Falcone e Borsellino.

Ho letto in uno dei verbali della Commissione che dal Consiglio superiore non e` ancora pervenuta, o non era ancora pervenuta, la memoria presentata dal dottor Giovanni Falcone in relazione alla vicenda delle carte nei cassetti. Mi sono permessa di portare una fotocopia del libro appena citato che contiene questa memoria, oltre a raccogliere esposti, decisioni del Consiglio superiore, articoli di giornale dal 1982 al maggio 1992, dai quali si puo` comprendere la sofferenza che ha accompagnato i magi- strati fino alla morte.

Quando prese possesso del suo ufficio alla procura della Repubblica di Palermo, Giovanni Falcone dichiaro` la piu` completa disponibilita` a svolgere il lavoro in sintonia con il capo dell’ufficio, consigliere Pietro Giammanco, che gli aveva assicurato di volergli affidare il coordinamento dell’attivita` antimafia. Infatti, un giorno volle che lo accompagnassi a una colazione con il procuratore Giammanco e la moglie affinche ́ il capo dell’ufficio potesse stringere con me un rapporto di diretta collaborazione, cos`ı com’era avvenuto prima con il dottor Caponnetto. Dopo pochi mesi, tuttavia, la speranza di poter creare una situazione di lavoro compa- tibile con il procuratore Giammanco e con alcuni sostituti di piena fiducia dello stesso convinsero Giovanni a concludere che il tentativo era fallito e che la sua posizione alla procura di Palermo era ancora piu` stretta di quella che aveva lasciato all’ufficio istruzione del consigliere Meli.

In questo periodo, comprese la sua solitudine e gli fu vicino il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che poi rivendico` anche di es- sere stato il suggeritore di Martelli per la nomina del dottor Falcone al Ministero di grazia e giustizia. In verita`, per quanto mi risulta, la proposta fu avanzata, come ha detto l’onorevole Martelli, dal professor Giuseppe Di Federico e la circostanza mi consta personalmente in quanto la telefonata a Giovanni, alla quale fa riferimento l’onorevole nell’audizione davanti a questa Commissione, fu fatta dal dottor Di Federico nel mio ufficio al quarto piano del Ministero di grazia e giustizia. Verso la fine della con- versazione, quando Giovanni aveva manifestato il suo assenso, il professor Di Federico me lo passo` dicendogli: «Adesso sarai costretto a prendere lezioni da noi, perche ́ non sai niente del Ministero».

L’immissione in possesso avvenne agli inizi del marzo 1991, credo il giorno 8, ma gia` partire dal 7-8 febbraio il dottor Falcone aveva preso l’a- bitudine di venire al Ministero per cominciare a prendere conoscenza delle competenze. Mi aveva chiesto subito di seguirlo alla Direzione generale degli affari penali come capo della segreteria e vice direttore generale; mi disse anche di pensare a quali colleghi magistrati potessero essere stimolati a unirsi a noi per costruire una squadra. Gli proposi subito il collega Giannicola Sinisi, che era stato applicato al mio ufficio solo da 15 giorni, ma che avevo potuto apprezzare in precedenza, tanto da chiederne l’applicazione al Ministero. Subito dopo concordammo che era indispensa- bile ottenere il trasferimento del collega Loris D’Ambrosio, gia` distaccato al Ministero presso l’ufficio legislativo, per affidargli il cosiddetto ufficio I, vale a dire l’incarico di predisporre una stesura di ogni innovazione nor- mativa. Anche il dottor D’Ambrosio accetto`.

Qualche tempo dopo il ministro Martelli comunico` che aveva pensato di chiedere alla dottoressa Livia Pomodoro, all’epoca procuratore della Repubblica presso il tribunale dei minori di Milano, di assumere l’incarico di capo di Gabinetto. Io conoscevo molto meglio di Giovanni la dottoressa Pomodoro, con la quale fin dal 1971 avevo preso parte alle riunioni dell’Associazione nazionale magistrati e anche agli incontri di studio pro- mossi dal Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale diretta da Beria D’Argentine; inoltre, era stata gia` al Ministero nella qualita` di vice capo di gabinetto del ministro Rognoni. Dissi a Giovanni: «Benissimo; cos`ı an- che al gabinetto abbiamo un punto di riferimento amico».

Comincio` cos`ı un periodo lavorativo di grande impegno che ci porto` anche a trascorrere insieme gran parte della giornata. Il dottor Falcone utilizzo` tutte le conoscenze del sistema di contrasto alla criminalita` organizzata varato negli Stati Uniti fin dagli anni Settanta; nello stesso tempo in- segno` agli agenti e ai giudici di quel Paese come dovevano essere appli- cate quelle leggi. Ancora oggi sono numerosissimi gli agenti dell’FBI che ricordano di averlo incontrato e di non poterlo piu` dimenticare. D’al- tronde, aveva una conoscenza del fenomeno mafioso in tutti i suoi aspetti ed era consapevole degli strumenti e dei metodi indispensabili per contra- starlo. Era, inoltre, come lui amava definirsi, «malato di Stato», oltre che innamorato della sua Sicilia, della quale avrebbe voluto far emergere sol- tanto il bello.

Se la Commissione me lo consente, vorrei soffermarmi su qualche tratto umano del dottor Giovanni Falcone e del dottor Paolo Borsellino. Timido il primo, ironico, orgoglioso ma non presuntuoso, molto carisma- tico, affettuoso, ma troppo timido per poterlo dimostrare. Molto piu` espansivo il dottor Borsellino, molto piu` allegro, ma anche lui molto ironico, con una vena di scetticismo in piu`. Persone certamente non comuni, che riuscirono a coinvolgere e motivare altre persone cos`ı diverse tra loro.

Lavorammo senza sosta fino al 22 maggio 1992 (nel frattempo il dot- tor Borsellino era stato trasferito alla procura delle Repubblica di Marsala) e furono approvati in quel periodo l’istituzione della DIA, della Procura nazionale antimafia, delle procure distrettuali, la legge sui pentiti e gran parte della normativa antimafia che questa Commissione ben conosce.

Del periodo trascorso al Ministero vorrei ricordare due date significstive: il 31 gennaio 1992, quando fu pubblicata la sentenza che confermava la condanna emessa dalla corte di appello di Palermo alla fine del cosiddetto maxi uno, e il 12 marzo 1992, quando fu ucciso Salvo Lima.

La sera del 31 gennaio eravamo felici, ma nel profondo dello sguardo di Giovanni, nonostante tutto, c’era qualcosa di triste; lo notai e dissi: «Dobbiamo brindare. Abbiamo vinto». Lui rispose: «Brindiamo sicuramente, ma non abbiamo vinto, almeno non ancora». Poi chiamo` Pier Luigi Vigna per comunicargli la notizia e io chiamai il consigliere Caponnetto. Quindi, mandammo a prendere una bottiglia di champagne in un bar vi- cino al Ministero (che arrivo` anche tiepida), scendemmo al secondo piano, dove era l’ufficio di Livia Pomodoro, e brindammo tutti assieme alla rot- tura del mito della invincibilita` della mafia.

Il 12 marzo, invece, mentre ero negli Stati Uniti con il Sottosegreta- rio per la giustizia per ragioni di lavoro, Giovanni mi chiamo` durante la notte per dirmi: «Hanno ucciso Lima. Adesso puo` succedere di tutto. Torna appena possibile». Preparai le valigie, attesi il Sottosegretario, gli riferii la vicenda e gli chiesi di consentirmi di rientrare immediatamente in Italia.

Da quel momento Giovanni divento` sempre piu` teso, convinto che a breve cosa nostra avrebbe ucciso un politico di livello nazionale e che successivamente sarebbe stato il suo turno. Ne parlavamo anche la sera del venerd`ı 22 maggio, l’ultima volta che l’ho visto vivo. Il giorno dopo lui partiva per Palermo con Francesca e io per Milano, per incontrare il procuratore generale Catelani. Mi trovavo a casa della dottoressa Livia Pomodoro, della quale ero ospite, quando squillo` il mio cellulare e rice- vetti la notizia che c’era stato un attentato, ma che Giovanni e Francesca erano ancora vivi. Due secondi dopo mi chiamo` Piero Grasso e mi disse piangendo: «Liliana, Giovanni e` morto».

La dottoressa Pomodoro e io raccogliemmo in gran fretta le nostre cose e andammo all’aeroporto per raggiungere Palermo. Mentre stavamo per imbarcarci arrivo` una telefonata del ministro Martelli, che era gia` sul posto, il quale ci disse che era inutile arrivare a Palermo e ci chiese di raggiungerlo a Roma nella sua abitazione sull’Appia. Cos`ı facemmo. Passammo pochi minuti dal Ministero, dove avevamo gia` fatto radunare il personale di segreteria e alcuni agenti di custodia che lasciammo a guardia dell’ufficio di Giovanni, in attesa del sostituto procuratore della Repubblica che doveva venire ad apporre i sigilli.

Raggiungemmo il ministro Martelli, il quale ci descrisse lo scempio che quella bomba aveva fatto di Giovanni, Francesca, Rocco Di Cillo, Antonio Montinari e Vito Schifano. Dopo avere deciso che all’indomani presto saremmo scesi tutti a Palermo, lasciammo l’abitazione del Ministro. Mentre rientravo a casa squillo` di nuovo il telefono cellulare e sentii la voce del dottor Gianni De Gennaro, all’epoca vice direttore della DIA, che mi chiedeva dove fossi; gli risposi che avevo appena lasciato l’abita- zione del ministro Martelli, ma che se lui si tratteneva nel suo ufficio l’a- vrei raggiunto subito.

Rimasi alla DIA fin verso le 5 del mattino. Non dimentichero` mai il volto di Gianni De Gennaro, gli occhi senza lacrime ma quasi immobili, piu` che gelidi. Parlammo a lungo, ricordando cose del passato ma, soprat- tutto, di quello che si poteva e doveva fare per catturare gli assassini di Giovanni Falcone.

Da quel momento comincio` un periodo di grande dolore e di lavoro vorticoso. Il ministro Martelli dispose che si traducessero in testi normativi compiuti tutte le proposte gia` preparate da Giovanni. Uno di questi provvedimenti fu quello che viene comunemente indicato come il «decreto 8 giugno», data della sua approvazione da parte del Consiglio dei ministri. La preparazione del decreto fu molto complessa: tra gli addetti ai lavori si scontrarono differenti posizioni dottrinarie e giurisprudenziali.

Il ministro Martelli decise anche di convocare la commissione per la riforma del codice di procedura penale, presieduta dal professor Giando- menico Pisapia, e della quale era vice presidente il professor Giovanni Conso, per sottoporre loro la bozza del decreto. Fu una riunione a dir poco tempestosa: molti componenti della commissione abbandonarono i lavori. Nonostante cio`, il ministro Martelli e il ministro Scotti, entrambi presenti, decisero di portare il decreto-legge in Consiglio dei ministri e ne ottennero l’approvazione.
L’iter legislativo per la conversione dello stesso comincio` immedia- tamente a rivelare le posizioni contrarie gia` emerse nella fase preparatoria, ma su questo hanno diffusamente parlato sia l’onorevole Martelli che l’onorevole Scotti. Ritengo solo doveroso sottolineare che il decreto-legge fu poi approvato in pochi giorni senza modifiche da entrambi i rami del Par- lamento subito dopo l’uccisione del giudice Borsellino.

In quel periodo il ministro Martelli mi affido` l’incarico di reggente della Direzione generale degli affari penali. Rimasi nel mio ufficio di capo della segreteria, non avendo la forza di andarmi a sedere sulla sedia del giudice Falcone. Ovviamente, cercammo di fare fronte a tutte le richieste che provenivano dalle forze di polizia, dagli uffici giudiziari, dai Paesi stranieri per le rogatorie, e di seguire i lavori parlamentari, senza trascurare le presenze ufficiali nei momenti significativi quali il trigesimo della morte, la messa di commemorazione al Ministero e l’altra nella chiesa dei Santi Apostoli.

In quei giorni numerosi erano i magistrati, gli avvocati, i professori universitari e soprattutto gli appartenenti alle forze di polizia che venivano per manifestare il loro dolore, quasi chiedendomi una parola di conforto e di speranza. Fra i tanti mi pare necessario ricordarne due che sono di in- teresse per questa Commissione: il capitano Di Caprio, cosiddetto «Ultimo», e il capitano De Donno. Il capitano Di Caprio mi porto` un crest della CRIMOR che ancora conservo e mi disse che si era fatto destinare a Palermo per cominciare immediatamente le indagini sui responsabili della morte di Giovanni Falcone.

In un altro giorno venne a trovarmi il capitano De Donno, che avevo conosciuto in un viaggio tra Roma e Palermo con il dottor Falcone e che sapevo essere stato un collaboratore nelle indagini svolte a Milano dalla dottoressa Ilda Boccassini nel processo cosiddetto «Duomo connection». Il capitano De Donno era emozionato come «Ultimo», se non di piu`.

Mi racconto` che, da quando era andato via il dottor Falcone da Palermo, i rapporti con la procura erano diventati molto difficili. Con la morte del dottor Falcone evidentemente cadeva ogni speranza di qualche miglioramento.

Anche lui, come Di Caprio, mi disse che da quel momento l’unico obiettivo nella vita era quello di catturare gli assassini di Giovanni Fal- cone. In proposito mi racconto` che aveva incontrato in aereo, nella tratta Roma-Palermo, il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, da lui conosciuto in passato, non so se in occasione dell’arresto del padre o in qualche altra occasione. Mi disse che avevano pensato – io intesi lui e i suoi superiori – che vista la condanna inferta a Vito Ciancimino nel gennaio 1992 valeva forse la pena di tentare di verificare la disponibilita` di questi a collaborare con la giustizia. Aggiunse inoltre che, considerata la statura di Vito Ciancimino, definito non contiguo ma aderente a cosa nostra, forse era opportuno informare il ministro Martelli, per averne un sostegno politico. Io ri- sposi che sicuramente avrei informato il Ministro, come peraltro era mia abitudine costante, ma che loro – intendendo con cio` il capitano e il rag- gruppamento del quale l’ufficiale faceva parte – dovevano immediata- mente raccordarsi con l’autorita` giudiziaria che sola poteva valutare l’uti- lita` di quella iniziativa. Dissi anche che per nostra fortuna alla procura di Palermo era finalmente arrivato il dottor Paolo Borsellino in qualita` di aggiunto. Era il miglior amico di Giovanni Falcone ed era anche quello che aveva sempre portato avanti con Giovanni tutte le indagini di mafia.

Gli assicurai che anch’io avrei parlato con il dottor Borsellino al piu` presto. Cosa che feci una domenica che poi, dall’agenda del dottor Borsellino, e` risultata essere la domenica 28 giugno 1992, quando lo incontrai su sua richiesta all’aereoporto di Roma, proveniente da Bari, in compagnia della moglie Agnese che dopo la morte di Giovanni tentava di essergli sempre accanto. Grazie alla polizia e alle autorita` aeroportuali ci fu data la possibilita` di stare da soli in una saletta. Parlammo di molte cose e io riferii a Paolo anche il contenuto della visita del capitano De Donno. Paolo non diede molta importanza a questo fatto e mi disse «ci penso io» o «me ne occupo io».

Nel tempo che passammo insieme all’aereoporto Paolo mi spiego` prima di tutto la ragione per la quale mi aveva chiesto d’incontrarlo e di andare con lui a Palermo: voleva parlarmi del caso Mutolo, che so es- sere gia` a conoscenza di questa Commissione perche ́ ne ha riferito il dot- tor Pierluigi Vigna. Gaspare Mutolo, detenuto per fatti di mafia, mesi prima aveva chiesto di parlare con il dottor Giovanni Falcone il quale aveva ritenuto di sentirlo ma si era fatto accompagnare dal dottor Sinisi, svolgendo egli funzioni amministrative. Il Mutolo dichiaro` di essere dispo- nibile a collaborare con la giustizia ma chiedeva di farlo solo con il dottor Falcone, come era accaduto per Buscetta. Il dottor Falcone gli rispose che questo non era possibile ma aggiunse che avrebbe avvertito il Ministro della giustizia, il Ministro dell’interno e il capo della Polizia sollecitando questi ad affidare l’incarico a Gianni De Gennaro, mentre per la parte giu- diziaria gli disse che lo avrebbe affidato completamente al dottor Borsel-lino. Questa e` la ragione per la quale Mutolo, come gia` detto dal dottor Vigna, si rifiutava di parlare con altri o in presenza di altri.

Il procuratore Giammanco, come ha gia` riferito il dottor Vigna alla Commissione, continuava tuttavia a respingere le richieste di Borsellino. Paolo mi spiego` che probabilmente se la stessa richiesta l’avessi formulata io al procuratore, considerato il mio ruolo al Ministero e la possibilita` che avevo di informare non solo il ministro Martelli ma anche il Ministro dell’interno, forse Giammanco si sarebbe convinto. Decisi di chiamare imme- diatamente Palermo da una cabina telefonica nell’atrio dell’aeroporto, in quanto i cellulari non funzionavano, per avvertire il procuratore Giam- manco che il giorno dopo avevo assolutamente bisogno di parlare con lui; cosa che feci l’indomani mattina trovando nel procuratore molta resistenza. Al termine di una lunga e vivace conversazione il procuratore passo` a una risposta piu` possibilista, ma da adottare qualche giorno dopo perche ́ aveva in corso, mi disse, una sorta di redistribuzione del la- voro tra i magistrati della procura.

Fu in occasione della telefonata dalla cabina dell’aereoporto che in- contrammo, Paolo e io, alcune persone e l’allora Ministro della difesa Ando`. Ritornati nella saletta, il dottor Borsellino mi fece altre domande sulle attivita` di Giovanni nell’ultimo periodo e volle che gli raccontassi cio` che sapevo sulla cosiddetta indagine sugli appalti. Era un rapporto contenente spunti di attivita` investigativa in relazione a una rete di appalti in Sicilia che aveva diramazioni con grandi aziende anche sul continente e che, a giudizio del ROS che l’aveva redatto, se adeguatamente sviluppata avrebbe potuto portare all’accertamento delle attivita` economiche svolte da cosa nostra in Sicilia e nel resto del Paese.

Questo rapporto era arrivato al ministro Martelli in plico sigillato inviato dal procuratore della Repubblica di Palermo. Il Ministro, come era sua abitudine per le questioni che riguardavano le attivita` degli uffici giudiziari in materia penale, lo aveva inviato immediatamente al dottor Falcone il quale era appena partito per Palermo per il fine settimana. Io lo avvertii dell’arrivo del plico ed egli mi prego` di cominciare a leggerlo per capire quale provvedimento la procura della Repubblica di Palermo stesse chiedendo al Ministero. Poco tempo dopo – non piu` di due ore – il dottor Falcone mi richiamo` e mi disse di risigillare immediatamente i faldoni pervenuti da Palermo e di predisporre una bozza di lettera a firma del Ministro per accompagnare la restituzione degli atti alla procura. Cos`ı facemmo.

Dopo quella domenica non ho piu` incontrato di persona il dottor Borsellino, pur avendo con lui dei rapporti telefonici pressoche ́ quotidiani. L’ho sentito l’ultima volta il sabato 18 luglio, in mattinata, allorche ́ mi disse che nella settimana successiva avrebbe trovato comunque il tempo di venirmi a parlare, magari raggiungendomi a casa.

Come ho riferito all’autorita` giudiziaria a Palermo, il capitano De Donno non mi parlo` affatto di «trattativa», ne ́ io ebbi percezione alcuna che si stesse riferendo a qualcosa di diverso dal comune tentativo di con- vincere un appartenente all’organizzazione a collaborare, cos`ı come previsto dalle norme sui collaboratori di giustizia. D’altra parte, a quanto mi e` parso di capire dalle notizie riportate dai giornali, anche il colonnello Mori raccontava ad altri rappresentanti delle istituzioni i tentativi che avevano avviato per indurre Vito Ciancimino a collaborare. L’avvocatessa Contri, all’epoca segretario generale di Palazzo Chigi, riferisce di aver appreso di queste iniziative sia il 22 luglio 1992, prima dei funerali di Paolo Borsellino, che il 28 dicembre dello stesso anno, quando Ciancimino era or-mai detenuto.

Per quanto riguarda il colloquio tra me e il capitano De Donno e la richiesta di questi di informare il ministro Martelli, la circostanza fu da me interpretata come una sorta di captatio benevolentiae considerati i rapporti difficili dei carabinieri del ROS con lo stesso Ministro. Quest’ultimo avrebbe voluto che del contrasto alla mafia si occupasse esclusivamente la DIA, struttura da lui voluta appositamente a questo fine e che doveva di- ventare una sorta di FBI sul modello statunitense. Ovviamente gli altri Corpi di polizia – che nel frattempo avevano istituito lo SCO, il ROS e il GICO – non erano d’accordo e quelli che maggiormente manifestavano il loro dissenso, in tutte le sedi e in tutti i modi, erano proprio i carabinieri del ROS. Ricordo che per cercare di rendere meno conflittuale la situazione il dottor Falcone chiese al generale Tavormina, appena nominato di- rettore della DIA, di organizzare una colazione con i carabinieri alla quale partecipammo anche il dottor Sinisi e io.

Ho appreso della morte del dottor Borsellino dalla televisione, che avevo acceso per sentire un telegiornale. Rimasi ferma come una statua di sale; poi chiamai il ministro Martelli attraverso la batteria e una delle segretarie perche ́ avvertisse tutti i magistrati e i funzionari e dicesse loro di recarsi immediatamente al Ministero per eventuali esigenze. Io stessa vi andai subito, in pochi minuti e a piedi; non abitavo distante. Dopo poco, mi pare di ricordare con un’autovettura inviatami dal capo della Polizia, mi recai a Ciampino, cos`ı come mi era stato chiesto dal ministro Martelli, e andammo insieme a Palermo.

A Palermo erano gia` arrivati in prefettura anche il Ministro dell’in- terno Mancino, il ministro della difesa Ando`, i vertici delle forze di Poli- zia, il capo di gabinetto del Ministro dell’interno e altre autorita` che in questo momento non ricordo. Si tenne una riunione carica non solo di do- lore ma anche di tensione e, a tratti, di rabbia. Ho letto nei resoconti che questa situazione e` stata gia` descritta da altri, quindi penso di evitare ul- teriori considerazioni.

Merita invece un chiarimento la questione del trasferimento dei detenuti. Il ministro Martelli propose agli altri Ministri di adottare immediata- mente un provvedimento d’urgenza che facesse capire ai boss di cosa nostra e a tutti che lo Stato non avrebbe avuto alcun cedimento. Suggerì che quella stessa notte i detenuti per reati di mafia presenti all’Ucciardone fossero trasferiti all’isola di Pianosa. Il ministro Mancino e il ministro Ando` aderirono immediatamente e impartirono le disposizioni necessarie per far confluire uomini e mezzi a Pianosa e a Palermo, tra cui anche un Hercules, mi pare di ricordare, per il trasporto dei detenuti stessi.

A mia volta, fui incaricata dal ministro Martelli, che nel frattempo avvertiva il Presidente del Consiglio, di chiamare il direttore generale degli istituti di prevenzione e pena, dottor Nicolo` Amato, affinche ́ predisponesse e inviasse via fax al carcere di Palermo l’ordine di trasferimento dei detenuti. Il direttore Amato mi rispose che lui non era affatto d’accordo con questa decisione improvvisa, che Pianosa non era ancora pronta e che non riteneva di dover impartire al direttore del carcere l’ordine di trasferimento immediato, che in ogni caso era invece necessario andare con calma e preparare i singoli provvedimenti di applicazione del 41-bis intro- dotto dal decreto dell’8 giugno. Riferii al ministro Martelli, il quale richiamo` subito il direttore del Dipartimento che, ritengo, comincio` a ripetergli le stesse cose che aveva detto a me, perche ́ il Ministro interruppe bruscamente la conversazione e mi disse: «Scriva lei il decreto, lo firmo io».

A quel punto i Ministri, accompagnati da tutte le autorita` presenti, si recarono a casa di Paolo Borsellino per rendere omaggio alla moglie e ai figli. Io rimasi con un autista, alcune persone della prefettura che non co- noscevo e, se non ricordo male, tra queste la dottoressa Isabella Giannola, che poi ho rincontrato a Roma al Ministero dell’interno. Poiche ́ effettiva- mente c’era stata un’interruzione di corrente e nella zona in cui si trovava qualche macchina da scrivere elettrica la corrente mancava, scrissi il prov- vedimento su una macchina da scrivere manuale priva di molti tasti e per averne una copia mi pare che utilizzai la carta copiativa. Mentre scrivevo il provvedimento, avevo pregato la dottoressa Giannola di cercare, con l’aiuto della batteria, il direttore o il vice direttore del carcere dell’Ucciardone. Nel frattempo, eravamo arrivati alle ore 2,30-3 della notte. Mi pare di ricordare che riuscimmo a rintracciare il vice direttore, che convocai subito a Punta Raisi in quanto, nel frattempo, il ministro Martelli mi aveva avvertita che stavano andando tutti all’aeroporto, dove mi avrebbe attesa. Infatti, il provvedimento di trasferimento di circa 60 boss dall’Ucciardone fu firmato dal Ministro sul cofano dell’automobile che lo aveva condotto all’aeroporto.

Non so quale sia il gesto simbolico al quale fa riferimento l’avvocato Amato nella sua audizione davanti a questa Commissione, perche ́ quella notte a Palermo non vi fu nulla di simbolico, nulla di pubblicitario, ma soltanto dolore, rabbia e senso d’impotenza. D’altra parte, il comporta- mento per cos`ı dire distaccato e singolare del dottor Amato non era nuovo. Tutti ricordano che ai giudici Falcone e Borsellino furono inviati i conti da pagare per il periodo di permanenza all’Asinara nel 1985. Di questa decisione, assunta dagli uffici del dottor Amato, anche il Ministro fu in- formato solo dai giornali che pubblicarono i legittimi commenti ironici dei magistrati, cos`ı come e` gia` emerso in parte nell’audizione davanti a questa Commissione che il dottor Amato, lasciato il dipartimento peniten- ziario, comincio` la professione di avvocato assumendo la difesa di Cian- cimino e di Madonia.

L’avvocato Amato ha precisato a questa Commissione che Vito Ciancimino l’aveva conosciuto solo in questa occasione e che gli era stato presentato dall’avvocato Ghiron e che non gli aveva pagato neppure l’onorario. Vorrei ricordare a questa Commissione che l’avvocato Ghiron, molto legato a Ciancimino padre e figlio e` stato condannato in appello, nell’anno 2009, a cinque anni e quattro mesi di reclusione per il reato di riciclaggio.

I provvedimenti di applicazione del 41-bis, sia quelli emessi subito dopo la morte di Borsellino, sia quelli dei giorni successivi, furono predi- sposti dalla competente direzione degli istituti di prevenzione e pena, ma firmati tutti dal vice direttore. Negli incontri che da quel momento in poi si svolsero al Ministero per affrontare materie di competenza di piu` dire- zioni generali, la Direzione degli istituti di prevenzione e pena ripeteva spesso che molti provvedimenti di applicazione del 41-bis erano assoluta- mente ingiustificati o errati, in conseguenza della fretta e dell’emergenza con la quale erano stati adottati.

Ricordo che nel corso di una audizione davanti alla Commissione antimafia dell’epoca, presieduta dall’onorevole Parenti, il direttore generale del Dipartimento penitenziario dell’epoca, Adalberto Capriotti, il quale aveva preso il posto dell’avvocato Nicolo` Amato, descrisse tutta la situazione venutasi a creare a seguito dell’applicazione del 41-bis. In particolare, in risposta alle richieste dell’onorevole Caccavale, affermava: «Dico che effettivamente i decreti delegati sono stati 567 e che il guardasigilli fu Martelli. Le ragioni per le quali sono stati delegati le ignoro, ne ́ sono scritte. Non dico che in quel momento lo Stato abbia perduto la testa, pero` vi era apprensione per certi territori dove si diceva che lo Stato aveva perduto la propria forza». Per i provvedimenti subito emessi su delega, scaduti nel novembre 1993, questo dipartimento» – sono sempre dichiara- zioni di Capriotti – «provvide ad interessare i consueti organi di polizia per acquisire notizie aggiornate sui singoli nominativi sotto il profilo sia processuale sia investigativo, allo scopo di proporre all’onorevole Ministro l’emissione di provvedimenti di rinnovo nell’ambito della criminalita` or- ganizzata. Sulla base degli elementi pervenuti non si e` ritenuto che sussistessero le condizioni per il rinnovo del regime. A questo si era aggiunto che verso la fine del 1993 avevo gia` preso possesso del mio nuovo incarico».

Per quanto riguarda i provvedimenti in scadenza nel novembre 1993 devo aggiungere un richiamo a quanto affermato dal professor Conso da- vanti a questa Commissione: «Nessuno si potrebbe permettere di dire al Ministro se deve rinnovare o non deve rinnovare un provvedimento. Ca- somai, sono io a chiedere un consiglio; ma se io chiedo un consiglio, devo chiederlo a tutta la scala dei collaboratori, non ad uno solo. Devo rivolgermi anzitutto al capo di Gabinetto, poi al vice capo di Gabinetto, poi al capo del settore penitenziario; allora vado ad imbarcarmi in una cosa senza fine».

E questa scala gerarchica il professor Conso l’ha sempre rispettata, perche ́ anch’io lo conosco dal 1971 e con lui condivido ancora un appun- tamento, almeno una volta all’anno, il 14 marzo, per commemorare il presidente Francesco Paolo Bonifacio, con la moglie e un piccolo gruppo di amici, nella chiesa dei Santi Apostoli, ove sono conservate le sue ceneri.

Inoltre, nel novembre 1993 il posto di capo di gabinetto era stato assunto dal dottor La Greca e l’incarico di vice capo di gabinetto era stato assunto dal consigliere Loris D’Ambrosio, gia` direttore dell’ufficio I degli affari penali, il quale ben conosceva la materia e tutta la normativa appli- cabile.

Tornando indietro nel tempo e per una piu` esauriente risposta ai quesiti gia` emessi in Commissione, aggiungo che dopo la morte del dottor Borsellino l’attivita` e la stessa vita del Ministero diventarono ancora piu` frenetiche, anche perche ́ il ministro Martelli aveva voluto delegare a me l’autorizzazione dei colloqui investigativi introdotti dal decreto-legge 8 giugno.

Come ho dichiarato all’autorita` giudiziaria, mi pare di ricordare che in un incontro con il colonnello Mori (non so se accompagnato dal capitano De Donno) mi si parlo` del desiderio di Vito Ciancimino di ottenere il rilascio del passaporto. Feci presente – come peraltro noto – che la questione non era assolutamente di mia competenza e che mi pareva difficile che l’autorita` giudiziaria rilasciasse un nulla osta. Successivamente informai il ministro Martelli di questa conversazione. Desunsi da questo incontro – ma questa fu una mia considerazione – che si era ancora nella fase dei tentativi per convincere Ciancimino a collaborare. Nessuna richiesta di colloquio investigativo mi fu presentata nel frattempo dagli ufficiali del ROS in quel periodo, per la semplice ragione che fino al 19 dicembre 1992, giorno in cui fu arrestato, Vito Ciancimino non era detenuto e viveva nel suo appartamento a Roma alla Salita di San Sebastianello, ac- canto a piazza di Spagna. Peraltro, ricordando quello che in passato mi aveva detto piu` volte Giovanni Falcone, ritenevo poco probabile, se non impossibile, che il Ciancimino potesse pentirsi e collaborare.

Alla fine del mese di novembre di quello stesso 1992 fu nominato procuratore della Repubblica di Palermo il dottor Giancarlo Caselli. Lo chiamai subito, anche per incarico del Ministro, sollecitandolo a prendere possesso immediato, considerata la difficile situazione di Palermo, priva del capo della procura che aveva chiesto di essere trasferito pochi giorni dopo la morte del dottor Paolo Borsellino. Il dottor Caselli mi rispose negativamente, pregandomi di rappresentare al Ministro l’impossibilita` di in- terrompere il dibattimento contro le Brigate rosse – credo della colonna Walter Alasia – che egli stava conducendo in quel momento in qualita` di presidente. E il rifiuto fu confermato anche al ministro Martelli che volle tentare a sua volta di convincere il dottor Caselli.

Dopo circa venti giorni, tuttavia, poco prima di Natale, il dottor Caselli mi venne a trovare al Ministero e mi disse che aveva molto riflettuto; aveva sentito i colleghi di Palermo e le forze di Polizia e, quindi, si era convinto della necessita` di recarsi subito in sede. Mi pregava, pertanto, di informare il Ministro per l’adozione del provvedimento di anticipato possesso che chiedeva avvenisse subito dopo l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Fu cos`ı che il dottor Caselli arrivo` a Palermo nello storico giorno in cui i carabinieri del ROS del colonnello Mori e della squadra del capitano Ultimo arrestarono Toto` Riina. Come tutti sappiamo, fu un momento di emozione per l’intero Paese, per l’importanza di Riina e per- che ́ questo ci lasciava ulteriormente sperare che avremmo sconfitto cosa nostra. Restava il dolore per la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma almeno il loro sogno cominciava a realizzarsi.

Una settimana dopo l’arresto di Riina mi fu presentata una richiesta di colloquio investigativo da parte del colonnello Mori e del capitano De Donno con Vito Ciancimino, mi pare per il giorno 22 gennaio. Ovviamente l’autorizzai, anche se mi lascio` perplessa la data del colloquio: solo sette giorni dopo la cattura di Riina. Seppi poi che a partire dalla set- timana successiva ebbero inizio numerosi colloqui investigativi con lo stesso Ciancimino autorizzati dal procuratore Caselli, con la presenza dello stesso procuratore, del dottor Ingroia e a volte di altri sostituti della procura, nonche ́ del colonnello Mori o del capitano De Donno, o di entrambi. Ovviamente la presenza della procura della Repubblica di Palermo mi tranquillizzo` completamente.

Il racconto minuzioso di questi passaggi mi e` sembrato utile per offrire a questa Commissione una descrizione il piu` possibile precisa di un periodo estremamente complesso. Di queste vicende ho parlato molti anni dopo con il dottor Chelazzi, il quale mi aveva convocata come persona informata sui fatti presso la Procura nazionale antimafia. Egli era convinto che il fallito attentato ai Carabinieri allo stadio Olimpico temporalmente doveva essere collocato nell’ottobre del 1993. Il dottor Chelazzi mi pose numerose domande in merito al regime penitenziario, alle competenze, ai provvedimenti adottati da quella Direzione generale, quesiti tutti a cui non potevo fornire risposta in quanto non di mia competenza. Su sua richiesta pero` gli indicai, per quanto mi risultava, sia gli uffici che le persone addette ai diversi incarichi, in modo da agevolarne l’individuazione. Mi rivolse anche alcune domande che riguardavano due incontri con il co- lonnello Mori, in quanto aveva rinvenuto, nelle agende del colonnello Mori che aveva fatto copiare, due appuntamenti nel mese di ottobre presi con me e uno anche con il dottor Sinisi. Gli spiegai che gli appuntamenti riguardavano sempre la materia dei colloqui investigativi e anche il desi- derio dei carabinieri del ROS di estendere il piu` possibile l’autorizzazione ai colloqui investigativi anche ai carabinieri delle sedi periferiche perche ́ questo avrebbe aiutato la collaborazione di tutti, vale a dire anche alle per- sone non contemplate dalla legge. Ovviamente io rifiutai questa proposta.

Il dottor Chelazzi, poi, mentre i collaboratori stampavano il verbale redatto in forma riassuntiva – e avevano qualche problema derivante dalle stampanti – mi chiese di tornare indietro con la memoria per ricordare e ricostruire, anche nei dettagli, i periodi intercorsi tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio e, poi, fino alla fine del 1992. Cominciai subito a raccontargli una ricostruzione sommaria di quel periodo ma il dottor Chelazzi mi interruppe dicendomi che dovevo ricordare e che mi avrebbe richiamato successivamente, completati alcuni accertamenti che aveva in corso. Purtroppo la sua prematura scomparsa ha impedito che cio` avve- nisse. Ricordo che mentre parlavamo si apr`ı la porta e ci saluto` il dottor Vigna; credo che il dottor Chelazzi avesse un impegno con lui.

Questa e` la ricostruzione il piu` possibile precisa, tenuto conto dei tanti anni trascorsi, e che spero possa essere di aiuto alla Commissione.

Ancora una considerazione. Nei tanti anni trascorsi da quando cominciai a collaborare con Giovanni Falcone non trascurai le richieste di mezzi e strutture di altri uffici giudiziari, soprattutto di quelli particolarmente impegnati o nel contrasto alla criminalita` organizzata o nei processi alle ul- time frange delle Brigate rosse. Ebbi cos`ı occasione di incontrare piu` volte il colonnello Mori, in quanto lo stesso con i suoi uomini riscuoteva la fiducia degli uffici giudiziari maggiormente impegnati nelle investigazioni contro la criminalita` organizzata e contro quello che restava delle Brigate rosse. Ricordo soltanto alcuni nomi ben noti a questa Commissione: il dottor Caselli e il dottor Maddalena a Torino, la dottoressa Boccassini a Milano, il dottor Vigna a Firenze, il dottor Mancuso a Napoli e gli stessi dot- tor Falcone e Borsellino a Palermo. Anche nel periodo precedente la morte di Giovanni molto spesso incontravo il colonnello Mori nel corri- doio del quarto piano, in attesa di essere ricevuto dal dottor Falcone.
A meta` del 1994 sono andata via dal Ministero perche ́ nominata consigliere di Stato, anche se nell’attesa dell’immissione in possesso il mini- stro della giustizia Biondi, che era succeduto al ministro Conso nella formazione del primo Governo Berlusconi, mi chiese di collaborare, conside- rati i tempi stretti a disposizione, alla preparazione della Conferenza tran- snazionale contro il crimine organizzato che si tenne a Napoli tra il 21 e il 23 novembre 1994, che io avevo fatto approvare dall’ONU per portare a compimento un’altra iniziativa del dottor Falcone, proposta in sede internazionale a Parigi.

Richiamo questo evento perche ́, in occasione dell’incontro preparatorio svoltosi a Palermo nel mese di ottobre, con la partecipazione di circa quaranta Paesi in rappresentanza delle Nazioni Unite, chiesi all’allora ministro dell’interno Roberto Maroni di mettere in evidenza l’importanza del trattamento previsto dal 41-bis e la necessita` di prevedere lunghi periodi di vigenza dello stesso, tenuto conto che erano sollevate continuamente questioni di legittimita` costituzionale. Il ministro Maroni mi disse che era gia` stato informato dal capo della Polizia Masone e dal direttore della Criminalpol Gianni De Gennaro. Aggiunse che, considerata la sede, gli sembrava anzi quella l’occasione per rendere nota la decisione del Governo di mantenere in vigore il richiamato articolo 41-bis. Fu cos`ı che i ministri della giustizia Biondi e dell’interno Maroni e il presidente del Consiglio Berlusconi annunciarono a Palermo la decisione del Governo di rendere permanente il 41-bis.

Mi sono molto dilungata, ma ho ritenuto cio` doveroso verso i miei amici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ho sempre rifiutato le richieste di scrivere libri su quegli anni. In questa sede istituzionale mi e` sembrato possibile tratteggiare anche quache ricordo personale dei miei amici e delle idee di giustizia in nome della quale hanno sacrificato la vita.

16 febbraio 2011

 



Morta Liliana Ferraro, magistrato che collaborò con Falcone al ministero della Giustizia

E’ deceduta a 78 anni dopo una breve malattia. Liliana Ferraro, magistrato che collaborò con Giovanni Falcone al ministero della Giustizia è morta a Roma dopo una breve malattia. Dopo la strage di Capaci, Ferraro prese il posto proprio del giudice, ucciso il 23 maggio 1992, alla Direzione degli Affari penali.


Ricordo di Liliana Ferraro. di Livia Pomodoro

Con Liliana Ferraro ci lascia un altro grande protagonista di quella irripetibile stagione, il biennio 1991-1993, che qualcuno ha definito del “coraggio di Stato” e che lei aveva contribuito a preparare, al fianco di Giovanni Falcone, proprio curando la logistica di allestimento dell’aula bunker del cosiddetto maxi-processo (475 imputati) a cosa nostra, iniziatosi il 10 febbraio 1986 e terminato con la sentenza finale della Corte di Cassazione, il 30 gennaio 1992.
Ma il profilo istituzionale di Liliana, dopo la laurea in Giurisprudenza a Napoli, si delinea assai presto. Entrata in magistratura nel 1970 e assegnata al Tribunale di Lodi, approda ben presto al Ministero di Grazia e Giustizia (1973): qui segue la riforma dell’ordinamento penitenziario e del codice di procedura penale. Tra il 1974 e il 1980 rivestirà poi l’incarico di responsabile del coordinamento tra il Ministero di Grazia e Giustizia ed il Nucleo Antiterrorismo del Generale Dalla Chiesa. In questa veste cura anche i profili normativi previsti dagli accordi internazionali e le relazioni con il Consiglio d’Europa per la Convenzione per la lotta al terrorismo.
Dal 1980 al 1983 una nuova esperienza: presso la Corte Suprema di Cassazione. E poi di nuovo al Ministero di Grazia e Giustizia: collabora con il pool antimafia di Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino al quale fornisce mezzi e strutture per la lotta alla criminalità. È in questa sua nuova veste che sovrintenderà, come sopra ricordato, alla costruzione dell’aula bunker, una futuristica “astronave” blindata in grado di contenere in sicurezza migliaia di persone tra imputati, avvocati, giornalisti da tutto il mondo, il pubblico.
Nel 1991 poi è nominata Vice Direttore Generale del Ministero di Grazia e Giustizia, al fianco di Giovanni Falcone. Con il ministro Claudio Martelli daremo il via ad una stagione di fortissimo impulso, nella legislazione e nella nuova architettura di contrasto al crimine organizzato transnazionale, che neppure la strage di Capaci riuscirà a fermare.    Dopo l’assassinio di Falcone, nell’agosto del 1992, Liliana ne prenderà il testimone con la nomina a Direttore Generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia. Sarà il settembre nero degli arresti di mafia, sarà la cattura di Totò Reina. Quello stesso anno riceverà il premio di “Europeo dell’anno”, per l’attività svolta in Europa.
Nel 1994 sarà, a Napoli, Coordinatore Nazionale per la preparazione e l’organizzazione della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata transnazionale. Dal 1996 al 2003 è Consigliere di Stato. È stata poi socio fondatore e Segretario Generale della Fondazione “Giovanni e Francesca Falcone”. Per molti anni Liliana, nel segno dell’amicizia con Giovanni Falcone e Gianni De Gennaro, ha seguito le attività del Centro Studi Americani, del cui Consiglio di Amministrazione ha fatto parte. E nel 2001 è nominata Assessore alle Politiche per la Sicurezza, alla Polizia Municipale ed Avvocatura del Comune di Roma. Dal 2015 ricopriva il ruolo di Presidente dell’Organismo di Vigilanza della Società Aeroporti di Roma. 
Liliana è stata sempre una protagonista anche contro e in mezzo a tanti pericoli e minacce. Da ultimo, nonostante la malattia e le sofferenze che ha patito, non ha mai smentito il suo essere una forte donna dedita al bene comune, con una concezione del suo ruolo istituzionale che è stata e sarà di esempio per le future generazioni.
Se ne va con lei un’amica. Insieme, penso, siamo state capaci di interpretare un percorso di cambiamento negli organismi giudiziari ancora oggi presidio di legalità. Combattenti e combattute abbiamo insieme affermato una prima presenza delle donne nell’universo giudiziario di questa Italia, senza retorica e con l’orgoglio di poter affermare che solo il merito ci avrebbe potuto premiare.
Sono certa che il testimone che Liliana ci ha consegnato ha e avrà un altissimo valore morale e noi lo conserveremo come il suo dono più prezioso.


 

audizione Liliana Ferraro febbraio 2011

 

 

Testimonianza  d’archivio di Liliana Ferraro.

Il 28 giugno del ’92, al rientro da Bari, a Roma, all’aeroporto, nella saletta vip di “Fiumicino”, Paolo Borsellino, con la moglie Agnese, incontra il nuovo direttore degli Affari penali, Liliana Ferraro, subentrata a Giovanni Falcone al Ministero della Giustizia. Liliana Ferraro racconta a Borsellino dell’incontro con il capitano dei Carabinieri, De Donno, dei contatti di Vito Ciancimino con i Carabinieri e delle richieste di “coperture” da parte di Ciancimino per proseguire la collaborazione. Liliana Ferraro, in audizione d’archivio in Commissione antimafia, ricorda:

 

“Borsellino mi disse che era solo, ma la moglie Agnese, udendo tale frase, si inserì nel discorso chiedendomi più volte di convincere il marito a non andare avanti, perché non voleva che i suoi figli rimanessero orfani. Riferii poi a Borsellino la visita di De Donno.
Lui non ebbe nessuna reazione, mostrandosi per nulla sorpreso, e quasi indifferente alla notizia, dicendomi comunque che se ne sarebbe occupato lui”. Poi, la Ferraro ricorda ancora: “Ad un tratto, nella saletta vip dell’aeroporto, arriva anche il nuovo ministro della Difesa, Salvo Andò, socialista, che saluta Borsellino, gli si avvicina e gli dice che deve parlargli. Borsellino si allontana e si apparta con Andò che gli riferisce preoccupato dell’informativa dei Carabinieri del Ros, spedita nei giorni precedenti alla Procura di Palermo, che li indica entrambi come possibili bersagli di un attentato mafioso.
Un terzo obiettivo indicato dal Ros è il pubblico ministero di Milano Antonio Di Pietro. Salvo Andò chiede a Borsellino informazioni ulteriori, pareri, consigli. Borsellino impallidisce, poi va su tutte le furie: non ne sa nulla. E’ persino imbarazzato, ma deve confessare ad Andò di essere totalmente all’oscuro dell’informativa. Il procuratore di Palermo Pietro Giammanco, destinatario ufficiale della nota riservata del Ros, non gli ha comunicato niente. Il giorno dopo, il 29 giugno, appena arrivato a Palermo, Borsellino si precipita nell’ufficio di Giammanco, e protesta: ‘Lo so bene che da una minaccia ci si può difendere poco, ma é mio diritto conoscere tutte le notizie che mi riguardano’. Borsellino urla, si indigna. Per la rabbia sferra un gran pugno sul tavolo, e si ferisce la mano. Poi la sera, quando i familiari gli domandano: ‘E Giammanco?’, Borsellino risponde: ‘Farfugliava, farfugliava qualcosa. Diceva: ma che c’entra, la competenza è di Caltanissetta”. Lucia Borsellino a tal proposito ha rivelato: “Quando papà ci parla di quell’episodio, sfoga tutta la sua amarezza. Raccontandoci di Giammanco, si chiede mille volte il motivo di quel silenzio, giungendo però alla conclusione che niente potrà giustificarlo”. Poi altra testimonianza: lunedì 13 luglio ’92, sei giorni prima della strage: “Nel pomeriggio un poliziotto della scorta guarda Borsellino in volto, lo vede preoccupato, teso, troppo teso, non può fare a meno di chiedergli: ‘Dottore, cosa c’è? E’ successo qualcosa?’. Borsellino, come se non potesse trattenersi, gli dice di botto: ‘Sono turbato, sono preoccupato per voi, perché so che é arrivato il tritolo per me e non voglio coinvolgervi’. L’agente sbianca, resta senza parole”.