ANTONIO INGROIA: Borsellino ucciso perché contrario alla trattativa Stato-mafia. Non credo alla “pista nera” e a “mafia e appalti”

 

Ingroia: “Borsellino ucciso perché contrario alla trattativa Stato-mafia. Per la sua morte e per quella di Falcone più concause, dentro un progetto per demolire la Prima Repubblica. Berlusconi fu vittima di Dell’Utri”

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Le stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non furono soltanto una vendetta della criminalità organizzata contro due magistrati. È questa la convinzione di Antonio Ingroia, ex magistrato e protagonista delle indagini sulla trattativa Stato-mafia.
Ospite di “Oklahoma Podcast”, condotto da Stefano Bandecchi e Gianluca Fabi, in uscita oggi, giovedì 29 ottobre, su tutte le piattaforme e su Cusano Media Play, Ingroia ha ripercorso le zone d’ombra nelle indagini sulle stragi del 1992, spiegando perché, a suo giudizio, la trattativa Stato-mafia ebbe un ruolo decisivo nell’omicidio di Paolo Borsellino.
Secondo Ingroia, infatti, dietro le stragi ci sarebbero state più concause, nell’ambito di un progetto più ampio volto a modificare gli equilibri politici italiani. «No, assolutamente non solo vendetta», ha detto, spiegando che la mafia, quando mette in conto le prevedibili reazioni dello Stato a un attentato, non agisce mai soltanto per regolare i conti con i propri nemici.
Pur sottolineando come la verità sulle stragi sia ancora incompleta – «Noi purtroppo abbiamo solo dei brandelli di verità» –, Ingroia ha affermato di ritenere che Falcone e Borsellino fossero diventati un ostacolo per ragioni che andavano oltre la loro attività giudiziaria. Falcone, secondo la sua ricostruzione, non doveva diventare procuratore nazionale antimafia; Borsellino, invece, non doveva proseguire sulle piste investigative aperte dal collega.

La trattativa Stato-mafia e le ragioni della strage di via D’Amelio

Ingroia ha poi commentato il dibattito in corso alla Commissione parlamentare antimafia, criticando la contrapposizione tra le tesi che attribuiscono un ruolo centrale al rapporto Ros su mafia e appalti e quelle che sostengono la cosiddetta pista nera. «Purtroppo, anche in questo campo si ragiona sempre per tifoserie», ha osservato l’ex magistrato, riferendosi alle posizioni sostenute dalla maggioranza e dall’opposizione. «Io non credo a nessuna delle due piste.

Sono convinto che ci siano delle concause», ha affermato, indicando nella trattativa Stato-mafia l’elemento fondamentale da considerare.
A suo giudizio, furono la conoscenza dell’avvio della trattativa e la contrarietà di Borsellino a qualsiasi negoziato con Cosa Nostra a determinare la sua morte.

Ingroia ha ricordato infatti la durezza delle posizioni del magistrato contro la criminalità organizzata: «Borsellino, che era un uomo di destra, in un momento molto acceso, di grande indignazione, subito dopo la strage di Capaci, una volta disse pure, in una riunione ristretta e non pubblica, che sarebbe stato favorevole addirittura alla reintroduzione della pena di morte. Per dire quanto Borsellino fosse su posizioni durissime nei confronti della mafia, altro che trattativa».
Per l’ex magistrato le stragi sarebbero state legate a un progetto volto a provocare una rottura definitiva con gli equilibri della Prima Repubblica. «Ci sono state varie concause dentro un progetto che voleva dare spallate definitive alla Prima Repubblica», ha spiegato, richiamando la crisi dei precedenti rapporti tra Cosa Nostra e alcuni ambienti politici e la ricerca di nuovi interlocutori.
Secondo la ricostruzione di Ingroia, dopo il tentativo di trovare sponde nella Lega di Umberto Bossi, emerse la prospettiva di un nuovo riferimento politico attraverso la vicenda di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. L’ex magistrato ha sostenuto che Dell’Utri abbia inizialmente portato avanti, all’insaputa di Berlusconi, il progetto di un partito in grado di raccogliere le aspettative di Cosa Nostra.
Una ricostruzione che Ingroia ha accompagnato con una considerazione tuttavia netta: «Berlusconi è stato vittima di Marcello Dell’Utri».

 

 

Ingroia: “La vera matrice della strage di via D’Amelio è nella trattativa Stato-mafia”

 

La strage di via D’Amelio continua a rappresentare uno dei nodi più controversi e irrisolti della storia repubblicana italiana. A oltre 34 anni  dall’attentato che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta, l’ex magistrato Antonio Ingroia rilancia una lettura che pone al centro la cosiddetta trattativa Stato-mafia, respingendo altre piste interpretative che negli anni hanno animato il dibattito pubblico e politico.
Secondo Ingroia, la chiave per comprendere la matrice dell’attentato del 19 luglio 1992 va ricercata proprio nel dialogo avviato tra apparati dello Stato e Cosa Nostra nel pieno della stagione stragista.
“A mio parere, rispetto alla verità relativa al famigerato rapporto mafia-appalti, la vera matrice di quella strage non può essere altro che la trattativa Stato-mafia, che si realizzò a cavallo delle due stragi. Paolo Borsellino, ovviamente, non poteva che essere di ostacolo”.
Per l’ex procuratore aggiunto di Palermo, Borsellino avrebbe rappresentato un impedimento a un processo politico-istituzionale che stava prendendo forma tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio.
“L’unica spiegazione possibile del muro da abbattere non poteva che essere, in quel momento, Paolo Borsellino. E che cosa doveva andare avanti, rispetto alla quale quel muro si era frapposto, se non la famosa trattativa Stato-mafia?”.

Le critiche alla politica

Ingroia riserva parole severe anche al confronto politico che da anni accompagna le indagini e le ricostruzioni sulla stagione delle stragi. A suo giudizio, sia il centrodestra sia il centrosinistra tendono a utilizzare determinate interpretazioni storiche come strumenti di scontro politico, piegando la ricerca della verità a esigenze di parte.
“La mia convinzione è che i due schieramenti politici che si affrontano nella Commissione parlamentare antimafia prediligano una lettura della stagione stragista funzionale alla propria posizione, per abbattere il nemico politico”.
L’ex magistrato non risparmia critiche nemmeno all’area politica alla quale dichiara di sentirsi più vicino.
“E devo dire, con dispiacere, che anche la parte politica alla quale mi sento più vicino, il centrosinistra, cade nello stesso errore brandendo la falsa pista del dossier mafia-appalti e l’altro prendendo la pista nera”.

Il no alla “pista nera”

Nel suo ragionamento, Ingroia esclude inoltre un ruolo di Stefano Delle Chiaie nelle stragi del 1992, prendendo le distanze da ipotesi che collegano la stagione delle bombe a settori dell’estrema destra.
“Ho indagato a lungo su Stefano Delle Chiaie, ma secondo me non c’entra nulla né con la strage di Capaci, tantomeno con quella di via D’Amelio, dove quello che conta veramente è la trattativa Stato-mafia”.
Una posizione netta che ridimensiona la cosiddetta “pista nera” e riporta l’attenzione sull’intreccio tra criminalità mafiosa e apparati istituzionali.

“Una responsabilità bipartisan”

Per Ingroia, il tema della trattativa Stato-mafia resta difficile da affrontare anche perché coinvolgerebbe responsabilità e zone d’ombra che attraversano trasversalmente gli schieramenti politici.
“C’è una radice bipartisan perché, nella trattativa Stato-mafia, a destra come a sinistra, non c’è chi possa dirsi senza peccato e lanciare la prima pietra. È più comodo attaccare il nemico politico di turno”.
Da qui la denuncia di una sorta di rimozione collettiva, alimentata dalla convenienza politica e dalla difficoltà di confrontarsi con una delle pagine più delicate della storia nazionale.

L’appello alla verità

Nelle parole finali di Ingroia emerge la convinzione che sulla trattativa Stato-mafia pesi ancora una sorta di “ragion di Stato”, capace di frenare la piena emersione dei fatti.
“Forse c’è una ragion di Stato contagiosa, che nessuno vuole affrontare”.
Un concetto che l’ex magistrato collega a una celebre riflessione di Antonio Gramsci:
“La verità è sempre rivoluzionaria. Dobbiamo fare una rivoluzione con la verità”.
Un richiamo che, nelle intenzioni di Ingroia, invita a superare letture ideologiche e contrapposizioni politiche per continuare a cercare una verità condivisa sulle stragi del 1992 e sulle dinamiche che ne avrebbero determinato la genesi.


“A mio parere, rispetto alla verità relativa al famigerato rapporto mafia-appalti, la vera matrice di quella strage non può essere altro che la trattativa Stato-mafia, che si realizzò a cavallo delle due stragi. Paolo Borsellino, ovviamente, non poteva che essere di ostacolo”.

Le stragi sono state colpa di Stato. Per dirla in modo diretto, come sono abituato a fare, sono state vere e proprie stragi di Stato.

“L’unica spiegazione possibile del muro da abbattere non poteva che essere, in quel momento, Paolo Borsellino. E che cosa doveva andare avanti, rispetto alla quale quel muro si era frapposto, se non la famosa trattativa Stato-mafia?”.

“La mia convinzione è che i due schieramenti politici che si affrontano nella Commissione parlamentare antimafia prediligano una lettura della stagione stragista funzionale alla propria posizione, per abbattere il nemico politico.
E devo dire, con dispiacere, che anche la parte politica alla quale mi sento più vicino, il centrosinistra, cade nello stesso errore
brandendo la falsa pista del dossier mafia-appalti e l’altro prendendo la pista nera”.

“Ho indagato a lungo su Stefano Delle Chiaie, ma secondo me non c’entra nulla né con la strage di Capaci, tantomeno con quella di via D’Amelio, dove quello che conta veramente è la trattativa Stato-mafia”.

“C’è una radice bipartisan perché, nella trattativa Stato-mafia, a destra come a sinistra, non c’è chi possa dirsi senza peccato e lanciare la prima pietra. È più comodo attaccare il nemico politico di turno”.

Forse c’è una ragion di Stato contagiosa, che nessuno vuole affrontare.
Antonio Gramsci che la verità è sempre rivoluzionaria. Dobbiamo fare una rivoluzione con la verità
”.

FONTE: Antimafia Duemila 28.10.2026







ANTONIO INGROIA – biografia


“Definirei il lavoro della Commissione antimafia una contro inchiesta un po’ mortificante nei confronti di Paolo Borsellino. Perché si riduce l’impatto, ed addirittura eventualmente il movente, della strage di via d’Amelio a quelle che furono, certamente, delle gravi conflittualità interne alla Procura”.  
Secondo l’ex magistrato “al di là di quanto si può sbraitare in tv quotidianamente, bisogna confrontarsi con la realtà processuale. E la realtà dice che deve esserci stato ben altro.
Noi originariamente pensavamo che potesse essere la collaborazione di Mutolo, riguardo a quello che poteva dire su mafia e istituzioni. E aveva una sua credibilità.
Col passare degli anni mi sono convinto che la faccenda della trattativa potesse avere un ruolo preponderante. E’ possibile che ce ne siano altre ma sono abbastanza scettico che potesse avere questa efficacia dirompente solo la famosa indagine mafia-appalti
”. AD2000 4.2.2024

Dalla deposizione del dr Ingroia al processo Mario Bo (depistaggio via d’Amelio).Udienza del 15 dicembre 2021. Il tema era la riunione del 14 luglio 92.

 
“PUBBLICO MINISTERO – Lei innanzitutto era presente a questa riunione?
TESTIMONE INGROIA ANTONIO – Sì, certo, ero presente.
Ho un ricordo però approssimativo, devo dire la verità, oggi. Però io credo che o sono stato sentito lì o sono stato sentito al Consiglio Superiore della Magistratura, perché nel mese di agosto ci sono state le audizioni di tutti noi e credo che una parte sia stata dedicata alla faccenda dell’indagine mafia–appalti, il rapporto del ROS. Lì potrei, non sono sicuro, potrei anche essere stato più preciso.
Comunque io ricordo che c’è stato o che si sono state le richieste di chiarimenti di Borsellino. Ricordo, e ho già riferito in qualche circostanza, mi ha colpito di più la battuta che fece Borsellino fuori dalla riunione, e anche se non ricordo bene a chi la fece, ma l’ho già dichiarato, credo che fosse la Commissione Regionale, o la fece al dottore Lo Forte o la fece al dottor Pignatone, una cosa del tipo.
Voi non me la state raccontando bene”, una cosa simile.
PUBBLICO MINISTERO – Mi scusi, ma questa è una cosa che lei ha visto o gliel’ha raccontato…
TESTIMONE INGROIA ANTONIO – Io ho visto, sì.
Nel corridoio davanti… se non ricordo male alla fine della riunione, cioè nel corridoio subito dopo la riunione. Sempre nello sostanziale che raccontavo prima. Borsellino certe volte con il sorriso e con la battuta un po’ ironica lanciava dei piccoli messaggi per vedere anche la reazione della controparte.
Quello che so è che comunque Borsellino aveva interesse – questo l’ho dichiarato diverse volte anche in Corte d’Assise qui a Caltanissetta – Borsellino aveva interesse ad approfondire tutta questa vicenda del rapporto ROS mafia–appalti, e che nasceva dal fatto che lui intendeva, così me lo spiegò, intendeva approfondire tutte le annotazioni che Falcone aveva annotato nella sua agenda elettronica, famosa agenda elettronica poi pubblicata da Liana Mirella sul “Sole 24 Ore” a spezzoni”.