Le loro morti ci hanno svegliati: ora tocca a noi non addormentarci più

 

Dal 1971 ad oggi la mafia ha assassinato 13 magistrati, colpendo il cuore dello Stato.
Questa lunga scia di sangue racconta non solo la ferocia di Cosa Nostra, della ’Ndrangheta e della Stidda, ma anche il coraggio di uomini che hanno scelto di servire la giustizia fino all’estremo sacrificio.
Toghe nel mirino: la lunga guerra della mafia contro la giustizia italiana (1971–1992)
Dal 1971, anno dell’omicidio del procuratore Pietro Scaglione, la mafia ha inaugurato una strategia di attacco diretto allo Stato: eliminare i magistrati che indagavano sui clan, sui patrimoni illeciti, sulle connessioni politiche e sugli affari miliardari delle organizzazioni criminali. Una strategia che ha attraversato decenni, mutando volti e modalità, ma mantenendo intatto l’obiettivo: intimidire, destabilizzare, fermare la verità.

13 toghe che chi doveva non ha saputo proteggere

Ci sono numeri che non dovrebbero esistere. Tredici magistrati uccisi dalla mafia dal 1971 ad oggi non sono una statistica: sono una condanna morale per un Paese che troppo spesso ha lasciato soli coloro che lo difendevano. Ogni nome è una storia interrotta, un’indagine spezzata, una verità che qualcuno ha cercato di fermare con il tritolo o con una pistola.
Eppure, ogni volta che la mafia ha colpito, non ha ucciso solo un magistrato: ha tentato di assassinare l’idea stessa di Stato.

La solitudine del coraggio

C’è una costante che ha attraversato  le loro vite:  di una solitudine fatta di scorte insufficienti, di ostilità interne, di isolamento istituzionale, di campagne di delegittimazione che spesso hanno preceduto le pallottole o il tritolo.
La mafia non ha mai temuto solo la legge: ha temuto la competenza, la tenacia, la capacità di leggere i suoi affari, di seguirne i soldi, di smontarne i rapporti con la politica e l’economia. Per questo ha colpito chi non si voltava dall’altra parte.
Paradossalmente, è proprio dalle loro morti che l’Italia ha trovato la forza di cambiare. Il maxiprocesso, la DIA, la DNA, il 41-bis, le leggi sui sequestri e le confische, la cultura della prova, la cooperazione internazionale: tutto questo porta la loro firma.
Falcone diceva che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Ma quella fine non arriverà da sola. Arriverà solo se la memoria diventerà azione, se la legalità smetterà di essere una parola da cerimonia e diventerà un comportamento quotidiano.
Ricordare questi tredici magistrati non è un esercizio di commemorazione: è un obbligo civile. Perché la mafia non li ha uccisi per il passato, ma soprattutto per il futuro. Per impedirci di diventare un Paese più giusto, più libero, più consapevole.

1992: quando l’Italia disse basta

La morte di Paolo Borsellino nel luglio 1992 non fu soltanto l’ultimo assassinio di un magistrato da parte di Cosa Nostra. Fu la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Uno spartiacque.
Da quel giorno la mafia capì che uccidere magistrati non avrebbe più prodotto silenzio, paura, rassegnazione. Al contrario: avrebbe generato una rivolta morale.
Il punto di rottura: la società siciliana si sveglia.  Per vent’anni la mafia aveva colpito toghe coraggiose con la certezza di un contesto sociale spesso intimidito, talvolta indifferente, a volte persino ostile verso chi “disturbava” gli equilibri criminali. Ma via D’Amelio cambiò tutto.
Le immagini delle donne che gridavano contro lo Stato assente, dei ragazzi che strappavano i nastri delle transenne, dei cittadini che non volevano più essere spettatori muti, segnarono un passaggio storico: la Sicilia non accettava più di essere terra di lutto e omertà.
Quella rabbia non era anarchia: era coscienza civile. Era la presa d’atto che la mafia non era un destino, ma un sistema che poteva essere combattuto solo se la società decideva di farlo insieme allo Stato.
Dopo il 1992 la mafia smette di uccidere magistrati. La decisione di Cosa Nostra di interrompere la strategia stragista non fu un gesto di “pace”, ma un calcolo. L’assassinio di Borsellino aveva prodotto: una mobilitazione popolare senza precedenti, una pressione politica e internazionale enorme, un rafforzamento degli strumenti investigativi e repressivi, la nascita di un movimento culturale che avrebbe cambiato la storia dell’isola.
La mafia capì che ogni nuovo omicidio avrebbe generato un’ondata ancora più forte di reazione. La violenza non stava più funzionando come arma di intimidazione: stava diventando un boomerang.

La ribellione che ha cambiato la Sicilia. Dopo il 1992, la Sicilia non fu più la stessa. Nacquero associazioni, movimenti, scuole di legalità, cooperative sui beni confiscati. Le piazze si riempirono di giovani che non avevano conosciuto Falcone e Borsellino, ma che li sentivano come padri civili.
La mafia, che per decenni aveva prosperato anche grazie alla passività sociale, si trovò davanti un nemico nuovo: la coscienza collettiva.
La violenza non era più sostenibile perché la Sicilia aveva smesso di essere sola.
La morte di Borsellino non ha chiuso solo una stagione: ha reso la società più consapevole, più vigile, più capace di riconoscere la mafia come un problema nazionale e non regionale.
Oggi, cosa resta di quella ribellione? Resta un dovere: non tradire quel grido. Resta una responsabilità: non lasciare che la memoria diventi rituale. Resta una certezza: quando la società si muove, la mafia arretra.

 

BIOGRAFIE e STORIE

 

 

 

Il 24 luglio 1992, nella chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, si svolgono i funerali in forma privata di Paolo Borsellino. I familiari rifiutano il rito di Stato, alla cerimonia funebre non è gradita la presenza dei politici e la signora Agnese, vedova del magistrato, accusa l’Esecutivo di non aver saputo proteggere il marito. 
L’orazione funebre la pronuncia Antonino Caponnetto, il vecchio giudice a capo dell’ufficio di Falcone e Borsellino:
Nella giornata precedente, durante le esequie dei cinque agenti di scorta nella Cattedrale di Palermo, la polizia è costretta a intervenire all’arrivo dei rappresentanti dello Stato  (compreso il neo Presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro). La folla è inferocita e inizia a gridare “Fuori la mafia dallo stato”.


Registrazione audio della manifestazione “I funerali del Giudice Paolo Borsellino”, registrato a Palermo venerdì 24 luglio 1992. Sono intervenuti: Dottor Antonino Caponnetto, Cardinale Salvatore Pappalardo.


 


BORSELLINO, FUNERALI SENZA LACRIME DI STATO  

 

Hanno riflettuto a lungo, chiusi in quella casa inutilmente blindata, in via Cilea, le persiane chiuse, folla sul marciapiede. Consegnare o no la bara di Paolo Borsellino, al solito, angoscioso, rito di Stato, all’ omelia di Pappalardo, agli abiti blu della prima fila, alla rabbia dei palermitani impotenti sul sagrato? No, basta, basta davvero. Agnese Borsellino, i suoi figli, Lucia e Manfredi, 22 e 20 anni, la sorella del giudice, Rita, la vecchia madre, Maria, hanno scelto di rinunciare alla rappresentazione ufficiale del dolore, hanno deciso di difendere se stessi e il loro caro dalla fastosa scenografia del potere, dalla formalità, forse anche dall’ ipocrisia di alcuni.
Paolo Borsellino avrà i suoi funerali, strettamente privati, nella chiesa di Santa Maria di Marillac, là dove era solito sentir messa quando poteva, nelle domeniche di festa. Una decisione travagliata, difficile.
Il capo della polizia Parisi ha sperato fino all’ ultimo in un ripensamento, assicurando che no, “non sarebbe stata una parata”. Ma i Borsellino non si sono lasciati convincere.
A tarda sera, mentre la salma del magistrato prendeva la strada, purtroppo già vista, del Palazzo di Giustizia, per il rito “comune” della veglia funebre con gli altri cinque feretri, la famiglia diffondeva una nota, fissava la sua volontà nero su bianco: “E’ nostro desiderio celebrare i funerali alla presenza dell’ intero nucleo familiare… siamo profondamente vicini, nell’ immenso dolore comune, ai familiari delle altre vittime della strage… in tal senso, abbiamo deciso per una veglia congiunta…”.
Tutti insieme, i morti, alla camera ardente. Ma poi funerali separati. Oggi alle 15,30, quelli degli agenti in forma ufficiale alle presenza del presidente della Repubblica (la cerimonia sarà trasmessa in diretta dal Tg1 e da Tg4 a partire dalle 15). In un’ altra chiesa, il loro giudice, domani o dopodomani.
Tutto dipende dall’ arrivo di Fiammetta, la figlia diciannovenne, lontana dalla macerie, lontana dal sangue, in Indonesia per una vacanza, ignara, fino a ieri sera, perfino della fine di suo padre.
Funerali a invito, cercando di non stringere mani non gradite.
Potrà venire il presidente della Repubblica Scalfaro, lui sì, ma altri sarebbe meglio non si facessero vedere. Il messaggio è chiaro. Dolore su dolore. Prima la morte di Falcone, adesso il marito, il padre, il magistrato, ammazzato dalla stessa mano.
In via Cilea, sotto casa Borsellino, è un viavai continuo.
C’è una rabbia silenziosa, disperata nelle facce dei poliziotti che vegliano su quella famiglia spezzata, c’ è un’ angoscia che spegne le parole negli occhi dei compagni di classe di Manfredi, il figlio ventenne, che ha visto tutto, che è passato sul luogo dell’ esplosione subito dopo, quando i corpi carbonizzati erano ancora caldi e i macabri resti di quella strage giacevano dappertutto. La famiglia Borsellino è come la famiglia Falcone: riservata, dignitosa, orgogliosa nella tragedia.
Non fa polemiche aperte, non grida.
Il dolore si consuma tra quelle mura, nel salotto pieno di argenti tirati a lucido, le pareti color ocra, i divani damascati. Agnese Piraino Leto, bionda, minuta, pallida, riceve solo poche persone selezionate.
Arriva Antonino Caponnetto, collega e amico del marito.
L’emozione è forte, la vedova scoppia in lacrime, bacia una fotografia di Paolo pubblicata dai giornali. Sussurra: “Gioia mia, gioia mia. Me l’ hanno tolto”.
Le mani anziane, tremanti, di Caponnetto l’ abbracciano. Le stesse mani, improvvisamente forti, porteranno a spalle, assieme ai giudici Natoli e Ilarda, il feretro a Palazzo di Giustizia, in un clima agitato, sul filo dell’ incidente.
I sopravvissuti, sempre meno, si stringono. Ecco la suocera di Giovanni Falcone, la madre di Francesca Morvillo, uccisa a Capaci nemmeno due mesi fa. “Paolo è andato a trovare Giovanni e Francesca…”, dice Agnese.
Qualcuno la sente pronunciare, con un filo di voce, l’ unica frase di vera rabbia nei confronti dello Stato: “Non meritavano questi uomini”. Giornata di dolore forte, di sfinimento.
Per la famiglia Borsellino, la fine di un percorso. Alle sei della sera, arrivano sei catafalchi nell’ immenso atrio- obitorio del Palazzo di Giustizia. La vedova del giudice avanza sorretta da una coppia di amici. E’ vestita di nero, stringe nelle mani la toga del marito. Dietro di lei, la figlia Lucia, con il fidanzato.
Quella figlia fragile per la quale Borsellino tremava, quella figlia che nell’ 85, all’ epoca del ritiro forzato della famiglia all’ Asinara, assieme a Falcone, divenne anoressica per lo stress crudele.
Dietro la bara fasciata dalla bandiera tricolore, c’è anche Manfredi, gli occhi nel vuoto, un cenno stanco di ringraziamento a Giovanni Galloni, vicepresidente del Csm, tra i primi ad arrivare. 
Le ha parlato, per telefono, alle quattro di domenica prima di morire. Fiammettaera contenta, gli ha raccontato che sarebbe andata a fare una gita nella zona vulcanica dell’ isola di Bali.
Per tutto il giorno hanno cercato di rintracciarla. Senza di lei, niente funerali. “Anche in questo lo Stato è impotente, non riesce nemmeno a trovarmela”, sussurrava Agnese Borsellino, nelle prime, angosciate ore d’ attesa.
Accanto alle lacrime, la forza di una famiglia unita.
Lucia, dopo il primo strazio all’ ospedale (“dov’ è papà, dov’ è papà”, urlava battendo i pugni su una porta a vetri pietosamente sbarrata) si è trovata addosso il coraggio della disperazione.
In mattinata, ha voluto assistere, assieme al fratello, all’ apposizione dei sigilli nell’ ufficio del padre. Sulla scrivania di Borsellino, c’ era un quaderno, i caratteri a stampatello, calligrafia infantile.
Davanti agli agenti che l’ accompagnavano, Lucia ha aperto quel libretto: dentro, il disegno di un angelo custode, chiamato a “vigilare sui giudici di Palermo”.
Avrebbero voluto sequestrarlo, quel quadernino, che Borsellino forse non ha avuto il tempo di sfogliare, ma la figlia si è opposta. “Lo prendo io, non vi serve per le indagini”, ha detto.
Nel pomeriggio, dopo le visite di Ayala, sempre più pallido, dopo l’ apparizione di Rosaria, giovane vedova dell’ agente di Falcone, e qualche ora prima di quella veglia “congiunta” a Palazzo, turbata dalle urla dei familiari, disturbata da tafferugli esterni tra missini e simpatizzanti della Rete, ecco la decisione più difficile: dire no ai solenni funerali di Stato.  ALESSANDRA LONGO La Repubblica 21.7.2019