Trent’anni fa la STRAGE di CAPACI

 

Le VITTIME


 

Gli agenti di scorta SOPRAVVISSUTI Giuseppe Peppino Costanza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello, Paolo Capuzza.


VIDEO

VOCI DI CAPACI – Polizia di Stato e le comunicazioni via radio di quei minuti



 


La STRAGE di CAPACI, compiuta da Cosa Nostra il 23 maggio 1992 nei pressi di Capaci (sul territorio di Isola delle Femmine), per uccidere il magistrato antimafia Giovanni Falcone. Gli attentatori fecero esplodere un tratto dell’autostrada A29, alle ore 17:57, mentre vi transitava sopra il corteo della scorta con a bordo il giudice, la moglie e gli agenti di Polizia, sistemati in tre Fiat Croma blindate. Oltre al giudice, morirono altre quattro persone: la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito SchifaniRocco Dicillo e Antonio Montinaro. Vi furono 23 feriti, fra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza.

 

 

La decisione dell’attentato  L’uccisione di Falcone venne decisa nel corso di alcune riunioni delle “Commissioni” regionale e provinciale di Cosa Nostra, avvenute tra il settembre-dicembre 1991, e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire[2]. Nello stesso periodo, avvenne anche un’altra riunione nei pressi di Castelvetrano (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano), in cui vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l’allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo. In seguito alla sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso (30 gennaio 1992), la “Commissione provinciale” di Cosa Nostra decise di dare inizio agli attentati: per queste ragioni, nel febbraio 1992 venne inviato a Roma un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci), che avrebbe dovuto uccidere Falcone, Martelli o in alternativa Costanzo, facendo uso di armi da fuoco. Qualche tempo dopo però Riina li richiamò in Sicilia perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito sull’isola adoperando l’esplosivo. Fu scelto Giovanni Brusca come coordinatore dei dettagli delle operazioni.

La ricerca del luogo e la prova dell’esplosivo[6]  Una volta stabilito di utilizzare dell’esplosivo, a Brusca vennero suggerite due opzioni: inserire dell’esplosivo in alcuni cassonetti della spazzatura posti vicino all’abitazione di Falcone, o in un sottopassaggio pedonale che attraversava l’autostrada A29. Entrambe le proposte furono scartate, in quanto per la prima si rischiava di avere troppe vittime “innocenti”, mentre per la seconda Pietro Rampulla, esperto in esplosivi, suggerì di trovare un luogo stretto dove posizionare le cariche, in modo da ottenere una maggiore deflagrazione. Dopo alcune ricerche, venne trovato un cunicolo di scolo dell’acqua piovana, che attraversava l’autostrada da un lato all’altro.

Nell’aprile del ’92 Brusca effettuò una prova dell’esplosivo in Contrada Rebuttone, nei pressi di Altofonte: dopo aver scavato nel terreno, collocò un cunicolo delle stesse dimensioni di quello presente sotto l’autostrada e riempì la buca con del cemento; all’interno del cunicolo inserì dell’esplosivo, e vi collocò un detonatore elettrico fornito da Giuseppe Agrigento (che fornì anche dell’esplosivo). Vennero utilizzate la stessa trasmittente e la stessa ricevente che furono poi impiegate nell’attentato a Capaci, procurate da Pietro Rampulla: si trattava di un radiocomando per aeromodellismo. L’esplosione che venne generata, nonostante la carica fosse in quantità di gran lunga inferiore a quella utilizzata nell’attentato, fu abbastanza potente.

 Tra aprile e maggio, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi (rispettivamente capi dei “mandamenti” di San Lorenzo, della Noce e di Porta Nuova) compirono alcuni sopralluoghi presso l’autostrada A29, nella zona di Capaci, per individuare un luogo adatto per la realizzazione dell’attentato e per gli appostamenti. Nello stesso periodo avvennero riunioni organizzative nei pressi di Altofonte (a cui parteciparono Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera, Pietro Rampulla, Santino Di Matteo, Leoluca Bagarella), in cui avvenne il travaso in 13 bidoncini di 200 kg di esplosivo da cava procurati da Giuseppe Agrigento (mafioso di San Cipirello). I bidoncini vennero poi portati nella villetta di Antonino Troìa (sottocapo della Famiglia di Capaci), dove avvenne un’altra riunione (a cui parteciparono anche Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino e Salvatore Biondo), nel corso della quale avvenne il travaso dell’altra parte di esplosivo (tritolo e T4) procurata da Biondino e da Giuseppe Graviano (capo della Famiglia di Brancaccio)

Negli stessi giorni Brusca, La Barbera, Di Matteo, Ferrante, Troìa, Biondino e Rampulla provarono varie volte il funzionamento dei congegni elettrici che erano stati procurati da Rampulla stesso e dovevano servire per l’esplosione. Effettuarono varie prove di velocità, e collocarono sul tratto autostradale antecedente il punto dell’esplosione un frigorifero e dei segni di vernice rossa, che al passaggio del corteo servivano a segnalare il momento in cui azionare il radiocomando, per compensare il ritardo di millisecondi che l’impulso avrebbe impiegato per attivare il detonatore. Tagliarono inoltre i rami degli alberi che impedivano la visuale dell’autostrada. La sera dell’8 maggio Brusca, La Barbera, Gioè, Troia e Rampulla provvidero a sistemare con uno skateboard i tredici bidoncini (caricati in tutto con circa 400 kg di miscela esplosiva) nel cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada, nel tratto dello svincolo di Capaci, mentre nelle vicinanze Bagarella, Biondo, Biondino e Battaglia svolgevano le funzioni di sentinelle.


CAPACI 1992, CAMBIA LA STORIA D’ITALIA Giovanni Brusca sulla collinetta da cui premette il telecomando per la strage di Capaci (illustrazione di Dario Campagna) ATTILIO BOLZONI E FRANCESCO TROTTA È il magistrato più amato e più odiato d’Italia, il primo che mette paura a Cosa Nostra. Da vivo perde quasi tutte le sue battaglie, da morto è esaltato e osannato, il più delle volte dagli stessi nemici che ne hanno voluto le sconfitte. Detestato, denigrato, guardato con sospetto dai suoi stessi colleghi in toga, temuto e adulato dalla politica, resiste fra i tormenti schivando attentati dinamitardi e tranelli governativi. Per tredici lunghissimi anni provano ad annientarlo in ogni momento e in tutti i modi. Per quello che fa o per quello che non fa. Prima tremano per la forza delle sue idee, poi si impossessano della sua eredità. È celebrato come eroe nazionale solo quando è nella tomba. La collinetta da cui Brusca premette il telecomando per la strage di Capaci, oggi (illustrazione di Dario Campagna) Dalla morte di Giovanni Falcone sono passati ventinove anni e questa serie del Blog Mafie la dedichiamo alla strage di Capaci pubblicando ampi stralci della prima sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta (Presidente Carmelo Zuccaro) che ha condannato gli assassini del magistrato. Un documento che ricostruisce la dinamica dell’attentato e il movente partendo dalle 17,56 minuti e 48 secondi del 23 maggio 1992, quando gli strumenti dell’Istituto di Geofisica e di Vulcanologia di monte Erice registrano «un piccolo evento sismico con epicentro fra i comuni di Isola delle Femmine e Capaci». Ma non è un terremoto, sono cinquecento chili di tritolo che fanno saltare in aria Giovanni Falcone.  Il giudice è ancora vivo, lo spazio aereo chiuso, la prima auto blindata è scaraventata a oltre duecento metri di distanza e i tre poliziotti che lo seguono come ombre – Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo – non ci sono più. Muore anche Francesca Morvillo, la moglie di Giovanni Falcone. Sono feriti i poliziotti dell’altra blindata, Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello. E’ sanguinante Giuseppe Costanza, l’autista. Sull’autostrada che corre dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo è l’inferno. Dall’ospedale civico arriva la comunicazione ufficiale: Giovanni Falcone non ce l’ha fatta. La notizia fa il giro del mondo. I sicari sono già lontani, ma non lo saranno per molto. Hanno lasciato tracce sulla collinetta che guarda l’autostrada. Palermo è un grande microfono, due boss parlano di un “attentantuni”, le microspie intercettano le loro voci. La caccia ai killer è appena cominciata. L’ordine della strage è partito da Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra. Ancora sconosciuti, dopo quasi tre decenni, quelli che vengono chiamati “i mandanti altri”.

 

 

Strage di Capaci, il punto di non ritorno per il “terrorista” di Corleone


Già nella seconda metà del 1990, ma ancor più nel periodo in cui Giovanni Falcone aveva ricoperto le funzioni di Direttore degli Affari Generali del ministero di Grazia e Giustizia, erano state varate, come già rammentato, una serie di misure e modifiche anche normative di straordinaria efficacia e incisività sul terreno della repressione del crimine mafioso, anche sotto il profilo dell’azione di prevenzione dei fenomeni di infiltrazione del tessuto economico ed istituzionale. Basterà ricordare tra i provvedimenti più significativi il decreto legge 3 maggio 1991, n. 143, recante “misure urgenti per limitare l’uso dei contante e dei titoli al portatore nelle transazioni e prevenire l’utilizzazione del sistema finanziario a scopo di riciclaggio”, poi convertito con modifiche nella legge 5.7.1991, ii. 197; il D.l 13 maggio 1991, n. 152, contenente misure urgenti “in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa”, convertito con modifiche nella legge del 12.7.1991 n. 203, decreto questo con cui si introducevano rigorosi limiti alla possibilità per i condannati per delitti di criminalità mafiosa di usufruire della liberazione condizionale e delle altre misure alternative alla detenzione e si prevedeva un’aggravante ad effetto speciale per i reati commessi avvalendosi delle condizioni previste dall‘art. 416 bis c.p. ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni di tipo mafioso, nonché un’attenuante pure ad effetto speciale per i reati di criminalità mafiosa, da applicare nei confronti di coloro che avessero fornito un contributo rilevante nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura degli autori dei predetti reati.

I decreti normativi

Quest’ultima norma assumeva un particolare rilievo nella produzione legislativa in materia di contrasto alla criminalità organizzata perché introduceva per la prima volta, dopo lunghe polemiche ed incertezze, lo strumento – già collaudato con straordinari risultati nella lotta al terrorismo – dell’incentivazione premiale alla collaborazione di associati alle organizzazioni di tipo mafioso, tradizionalmente chiuse verso l’esterno dal muro dell’omertà. Particolarmente significativi erano, altresì, il D.l 31 maggio 1991 n. 164, recante “misure urgenti per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali e degli organi di altri enti locali, conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso”, convertito con modifiche nella legge 22.7.1991 n. 221; il D.l 9 settembre 1991 n. 292, recante “disposizioni in materia di custodia cautelare, di avocazione dei procedimenti penali per reati di criminalità organizzata e di trasferimento di ufficio di magistrati per la copertura di uffici giudiziari non richiesti”, convertito con modifiche nella legge 8.11.1991 n. 356; il D.l 29 ottobre 1991, n. 345, poi convertito con legge 30.12.1991 n. 410, recante “disposizioni urgenti per il coordinamento delle attività informative ed investigative nella lotta contro la criminalità organizzata”, che tra (‘altro istituiva nell’ambito del Dipartimento della pubblica sicurezza la Direzione investigativa antimafia (Dta), con il compito di coordinare le attività di investigazione preventiva in materia di criminalità organizzata e di effettuare indagini di polizia giudiziaria per i delitti di associazione mafiosa o comunque ricollegabili all’associazione medesima; il D.l 20 novembre 1991 n. 367, convertito con modificazioni nella legge 20.1.1992 n. 8, contenente norme di “coordinamento delle indagini nei procedimenti per reati di criminalità organizzata”, che tra l’altro istituiva la Direzione Nazionale Antimafia (Dna), con il compito di promuovere e coordinare a livello nazionale le indagini per i reati summenzionati, che venivano attribuite in via esclusiva alle Direzioni distrettuali antimafia (Dda), una sorta di “pool” riconosciuto dalla legge, istituito presso le procure della Repubblica aventi sede nei capoluoghi di distretto; il D.l 31.12.1991 n. 419, relativo alla “ Istituzione del Fondo di sostegno per le vittime di richieste estorsive”, convertito con modificazioni nella Legge 18.2.1992, n. 172; la Legge 18 gennaio 1992 n. 16, recante “norme in materia di elezioni e nomine presso le regioni e gli enti locali”, che prevedeva tra l’altro delle cause di ineleggibilità a determinati uffici pubblici locali di coloro che avessero riportato condanne o fossero imputati di determinati reati. E insieme alla produzione normativa, un’efficace azione di contrasto si giovava anche di misure concrete di organizzazione degli uffici giudiziari più sensibili, come nel caso della turnazione nelle assegnazioni dei processi in materia di c.o. alle sezioni della corte di Cassazione o del monitoraggio delle decisioni della suprema corte elevate a sospetto; o il dichiarato appoggio alla candidatura di Giovanni Falcone a ricoprire l’incarico di procuratore Nazionale Antimafia. A questo implacabile trend normativo era andato ad aggiungersi l’esito disastroso del maxi processo che aveva per così dire suggellato la rottura definitiva del tacito patto di non belligeranza o di pacifica coabitazione nei rapporti tra le organizzazioni mafiose e la Politica, stroncando qualsiasi residua speranza di poter beneficiare di coperture e connivenze che per anni avevano assicurato ai mafiosi l’impunità per i crimini commessi, o la possibilità di godere di dorate latitanze. Invertire questo trend negativo ricorrendo alla principale risorsa strategica e la più congeniale ai metodi con cui i corleonesi erano usi regolare i loro affari e tutelare i propri interessi, senza tuttavia trascurare la ricerca di nuove alleanze politiche (e in tale direzione convergono le propalazioni di Cancemi, Brusca e Giuffrè), era divenuta quindi una scelta obbligata per Riina e i capi corleonesi che si stringevano attorno alla sua leadership. E qui affondava le sue radici la decisione dei vertici mafiosi di scatenare un’offensiva senza precedenti contro lo Stato e le Istituzioni.

La strategia del terrore

Ebbene, la strage di Capaci, in quanto vero e proprio atto di guerra con evidenti valenze terroristiche, aveva segnato un punto di non ritorno di quell’offensiva. Infatti, una volta imboccata la strada dell’attacco armato di stampo terroristico per costringere lo stato — che si presumeva ormai votato a incalzare le organizzazioni mafiosi con incisive misure normative e organizzative, ma pur sempre incapace di sopportare un costo di vite umane che ne avrebbe decretato il fallimento nella principale delle sue funzioni, e cioè quella di assicurare il rispetto dell’ordine pubblico e tutelare l’incolumità dei cittadini — a venire a più miti consigli, non c’era alternativa alla scelta di proseguire su quella strada, fino a quando lo Stato non avesse ceduto o mostrato segni di cedimento: pena il dover riconoscere, Riina e tutti i suoi luogotenenti, il fallimento di quella strategia, quando invece tra le ragioni che avevano indotto ad optare per l’uccisione di Falcone con modalità eccezionalmente eclatanti v’era anche quella di rilanciare, con una dimostrazione di forza senza precedenti, una leadership messa in discussione dall’esito disastroso del maxi processo e dagli effetti che cominciavano a farsi sentire delle misure varate dalla compagine governativa nel trascorso biennio (oltre all’insofferenza per i metodi autoritari di gestione dell’organizzazione che tre anni prima aveva prodotto una fronda interna stroncata nel sangue da Riina: il cd. complotto Puccio).Sotto altro profilo deve convenirsi come possa ormai darsi per acquisito, all’esito dei tanti processi celebrati e definiti ormai con sentenze divenute irrevocabili, che a saldare la strage di via D’Amelio a quella di Capaci in un disegno criminoso unitario non fu solo la finalità ritorsiva – e cioè la vendetta da tempo covata contro due nemici “storici” di Cosa nostra – essendo i due eventi delittuosi accomunati anche dall’ulteriore finalità di ricatto allo stato. Nel senso che si voleva esercitare sul governo e sulla classe politica, mediante reiterate esplosioni di inaudita violenza, una pressione tale da costringere lo Stato a venire a più miti consigli, e a recedere da quella Linea dura a cui Cosa nostra avrebbe opposto reazioni sempre più vilente e sanguinose, dimostrando di averne la capacità di metterle in atto (e su ciò convergono le propalazioni dei collaboratori di giustizia sia palermitani, come Cancemi, Brusca, Giuffrè, Cucuzza, o trapanesi, come Sinacori, che catanesi, come Malvagna, Pulvirenti e Avola), e in particolare a fare concessioni significative sui temi di maggiore interesse per gli affiliati mafiosi: la revisione del maxiprocesso, L‘allentamento della stretta carceraria mediante l’ampliamento delle possibilità di accesso per i mafiosi ai benefici della Legge Gozzini, la revisione in senso più restrittivo della legislazione sui collaboratori di giustizia, e di quella in materia di misure di prevenzione, con riferimento ai sequestri e alle confische dei beni dei mafiosi erano già allora gli obbiettivi che stavano più a cuore dei mafiosi. Ora, se ciò è vero, come ci dicono tanti processi e relative sentenze definitive, e lo confermano le prove testimoniali raccolte anche nel presente processo, allora una nuova manifestazione di terrificante potenza che facesse seguito nel più breve tempo possibile a quella esibita con la strage di Capaci, colpendo al pari di questa e con modalità altrettanto eclatanti un altro simbolo vivente della lotta dello stato a Cosa nostra, non solo era funzionale a quella strategia, ma ne costituiva il più naturale, logico e quindi anche prevedibile sbocco. Come scrivono i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta, nel processo “Borsellino ter”, «in sostanza può senz’altro affermarsi che la ragionevole prevedibilità della strage di via D’Amelio non è frutto di un giudizio formulato a posteriori, giacché le stesse modalità dell’attentato di Capaci avrebbero dovuto rendere palese che, nel mirino di Cosa nostra, c’erano i magistrati che l’avevano affrontato con maggiore determinazione, tra cui, in prima linea, Paolo Borsellino, naturale erede di Giovanni Falcone, ed ideale continuatore della linea da lui tracciata». Ed il primo ad esserne convinto, tanto da sentire di avere i giorni se non le ore contati, con la lucida consapevolezza che gli derivava probabilmente anche dalla profonda conoscenza della logica e del mondo di Cosa nostra, era proprio Paolo Borsellino: come è emerso, in effetti, dalle drammatiche testimonianze dei familiari e dei colleghi di lavoro a lui più vicini, odi soggetti con i quali aveva avuto negli ultimi tempi contatti per ragioni legate al suo lavoro. Spiccano su tutte le dichiarazioni rese dalla Signora Agnese Piraino Leto già nel primo processo (“Borsellino Uno”) su via D’Amelio, e riportate in diverse sentenze acquisite, secondo cui «mio marito era preoccupatissimo e mi diceva sino a quando ci sarà Giovanni vivo mi farà da scuso, Giovanni è morto ed era sì, molto, molto preoccupato. Mi diceva ‘faccio una corsa contro il tempo, devo lavorare, devo lavorare tantissimo, se mi fanno arrivare…. Io ho capito tutto della morte di Giovanni…». E non meno drammatiche le testimonianze dei colleghi a dire dei quali dopo la strage di Capaci, il dott. Borsellino si definiva come “un morto che cammina”, o addirittura evitava di farli salire in auto con lui per evitare loro rischi inutili. Ve n’è un’eco precisa anche in questo processo nelle parole di Fernanda Contri, la quale rammenta che, quando si videro con Borsellino circa 15 giorni prima della sua morte, le disse che stava facendo avanti e indietro dalla Germania, per sentire nuovi pentiti; e le raccomandò di caldeggiare presso il Presidente del Consiglio le proposte e i disegni di legge che riguardavano i collaboratori di giustizia, sottolineando che aveva molta premura. […]. E le stesse annotazioni sull’agenda di lavoro del magistrato trucidato con la sua scorta, incrociate alle testimonianze dei colleghi, documentano eloquentemente il ritmo incalzante e persino frenetico con cui si susseguirono i suoi impegni professionali (a far data in particolare dal 25 giugno, e comprese due trasferte a Roma per andare a sentire due nuovi penti, e una trasferta in Germania, sempre per andare a sentire nuovi pentiti). D’altra parte, è di tutta evidenza che Paolo Borsellino non era solo uno dei tanti obbiettivi da colpire, ma fu fin dall’inizio dell’offensiva stragista che era stata varata nel corso delle riunioni della Commissione provinciale e della commissione regionale di Cosa nostra tra la fine del ‘91 e l’inizio del ‘92, uno degli obbiettivi principali di quella campagna di morte e di terrore. EDITORIALE DOMANI.IT 15.11.2022

 


CUNICOLO DI DRENAGGIO RIEMPITO DI ESPLOSIVO


 
GIOVANNI BRUSCA Iniziammo i turni il 21 maggio di pomeriggio. Eravamo sempre gli stessi ma Bagarella non c’era più. Infatti quando finimmo di collocare l’esplosivo, lui prese la moglie e se ne andò a Mazara del Vallo. In quel periodo era latitante.
La squadra si ridusse a me, La Barbera e Gioè, del mandamento di San Giuseppe Jato; Troia e Battaglia perché avevano la disponibilità del villino di Capaci; e Biondino, che faceva da tramite fra noi e i Ganci che si trovavano a Palermo. Ci eravamo messi d’accordo su come fare. Non potevamo andare sulla montagna dieci minuti prima, all’ultimo momento.
Appena arrivava il segnale della macchina che partiva, dovevamo andare a collocare la ricevente. Avevamo preparato degli spinotti che ormai si dovevano solo collegare. Avevamo l’antenna pronta e tutto il sistema era composto da un motorino che doveva andare a fare massa con un chiodo di ferro e poi sarebbe avvenuta l’esplosione.
Avevo anche detto a Ferrante: <<Giovà, mi devi fare la cortesia che quando arrivi in aeroporto, tu devi scendere dalla macchina. Devi guardare dentro l’auto di Falcone: dobbiamo essere sicuri che dentro non c’è qualcun altro. Dovessimo fare qualche pasticcio…Quindi tu lo devi vedere, Giovà; lo devi vedere. Hai capito? Scendi dalla macchina, ti metti all’ingresso del passaggio di polizia, in aeroporto. Falcone lo devi vedere entrare in macchina, devi essere sicuro. Capito Giovà? Solo allora telefoni a La Barbera>>.
Poteva fare quello che gli dicevo perché in quel momento era libero, non era latitante. Quindi lui vide in faccia il magistrato.
(Da -HO UCCISO GIOVANNI FALCONE- di Saverio Lodato. La confessione di Giovanni Brusca.)

L’orrore e la memoria, 29 anni fa la strage di Capaci Il 23 maggio del 1992 a Palermo Cosa Nostra dichiarò guerra allo Stato inaugurando una nuova stagione terroristica. L’agguato per uccidere Giovanni Falcone costò la vita alla moglie, Francesca Morvillo e ai tre agenti di scorta. Il ricordo di quella ferita ancora aperta e i misteri ancora irrisolti


La verità di Brusca sulla strage di Capaci

Entrò per la prima volta in un’aula giudiziaria dieci mesi dopo il suo pentimento. Lo fece nell’aula bunker di Caltanissetta dove si stava celebrando il processo per la strage di Capaci. Indossava un abito color fumo di Londra. Camicia in tono. Dieci mesi prima, nel cortile della questura di Palermo, prima di essere trasferito in carcere, aveva lo sguardo perso nel vuoto e gli occhi sbarrati mentre fotografi e cameraman lo riprendevano. Dieci mesi dopo a Caltanissetta non era lo stesso Giovanni Brusca. Entrò in aula e salì sul pretorio con passo deciso, dimagrito, sicuro di sé. Si sedette senza essere protetto né da paravento né da uomini di scorta perché non era ancora stato inserito nel programma di protezione.
Era il pomeriggio del 27 marzo del 1997. Un giovedì. Ad interrogarlo il pubblico ministero Luca Tescaroli. Fu un fiume in piena colui che nell’immaginario collettivo, e non, è visto con un telecomando in mano mentre fa saltare un pezzo di autostrada e cinque vite umane. Ad ascoltarlo dalle gabbie dell’aula bunker i suoi ex complici nella strage di Capaci.
Quel giovedì 27 marzo 1997 era carica di tensione l’aula bunker di Caltanissetta. Sul pretorio a testimoniare non c’era uno dei tanti pentiti che avevano già raccontato molto del massacro che costò la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti Rocco Dicillo, Vito Schifani ed Antonio Montinaro. No, non era uno dei tanti. Era colui che aveva scatenato l’inferno sull’autostrada che collega Punta Raisi con Palermo. Cominciò a rispondere alle domande del pubblico ministero quasi sottovoce, poi piano piano il suo tono aumentò. Sul perché decise di collaborare disse: “Ho deciso di liberarmi di un peso, quando parlo con i magistrati mi sento la coscienza più libera”. In aula conferma quanto già detto ai magistrati: “Sì, sono colpevole della strage di Capaci, ho schiacciato io il telecomando”.
Il pm Tescaroli, però, contesta a Brusca di avere detto, subito dopo la decisione di voler collaborare, alcune falsità. Brusca replicò duramente: “Io non mi giudico, sarà la Corte a farlo. Posso solo dire che qualche bugia inizialmente l’ho detta, ma subito dopo ho confessato e ho anche spiegato il perché di quei fatti raccontati diversamente dalla verità, ma ora chiedo soltanto di poter raccontare tutto ciò che è a mia conoscenza”. Ma allora e forse ancora oggi Brusca è ancora da interpretare. Verità e bugie miscelate fra loro. Dichiarazioni fatte e poi ritrattate o cambiate. E ancora indicazioni smentite da altri collaboratori. Viene quindi in mente una terribile logica mafiosa, che recita così: “Amputare il braccio incancrenito per salvare il resto del corpo”, ovvero affossare la “vecchia” commissione, già nelle patrie galere con sentenze definitive, per salvare la “nuova” commissione formata in gran parte da latitanti. Era questo il teorema di Brusca? A tutt’oggi non c’è risposta. Dopo quei tre giorni il pm Luca Tescaroli riassunse così quella testimonianza: “Abbiamo raccolto un elemento probatorio che va confrontato con gli altri che fanno parte del processo. Brusca non ha fornito apprezzabili elementi nuovi. Per quanto riguarda l’aspetto esecutivo della strage ha ripercorso quanto dichiarato dai collaboratori”.
Nel corso degli anni ha cercato di spiegare e spiegarsi ma Brusca rimane lo stragista di Cosa nostra, è stato lui stesso all’inizio della sua collaborazione a precisare: “Quello che ho fatto con Chinnici ho fatto con Falcone” poi aggiunse di avere compiuto oltre 150 omicidi.
A Caltanissetta quella fine di marzo del 1997 parlò per tre giorni di fila. Parlò del perché, secondo la sua versione, ci furono le stragi, “Salvatore Riina voleva uccidere tutti coloro che in qualche modo avevano tradito la fiducia di Cosa nostra. Dovevamo chiudere i conti con quel ramo politico con la speranza di aprirne altri. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio Totò Riina presentò il conto ad esponenti politici e qualcuno si fece vivo”. In quel momento Brusca lasciò intuire l’esistenza di una trattativa tra lo Stato e la mafia finalizzata a fermare la violenza stragista.
“L’uomo politico che in quel momento era maggiormente odiata da Riina – aggiunse Brusca – era Giulio Andreotti. Quando si era nella fase operativa della strage di Capaci si stava votando in Parlamento per la elezione del presidente della Repubblica e Andreotti era uno dei maggiori candidati. Riina mi disse che sperava che la strage avvenisse in quei giorni in maniera tale da bloccare l’elezione di Andreotti e quando ciò avvenne mi disse che avevamo preso due piccioni con una fava”.
Brusca in quei tre giorni nisseni ha parlato anche del tentativo di accordo tra Stato e mafia. “Bastava un’altra strage, un altro colpo e Riina avrebbe vinto. Aveva già presentato il papello, delle richieste scritte su due fogli protocollo.
Descrisse dettagliatamente le ore che precedettero la strage di Capaci, il momento dell’esplosione, e cosa avvenne subito dopo.
Lo raccontò con calma, senza particolari emozioni. “I compiti erano già stati stabiliti. Tutti sapevamo cosa dovevamo fare quando arrivava il segnale. Così è stato quando il gruppo di Palermo, formato dai Ganci e da Salvatore Cancemi ha dato il segnale che l’auto del giudice Falcone aveva lasciato il garage ed era diretta verso Punta Raisi. In quel momento ci trovavamo nel casolare, io, La Barbera, Gioè, Battaglia, Biondino e Troia. Io, Biondino e Battaglia ci dirigiamo sulla collina, gli altri escono pure, vanno ad azionare la ricevente che si trovava nei pressi dell’autostrada, e subito dopo La Barbera va verso l’aeroporto, mentre Gioè ci raggiunge e ci da l’ok che è tutto a posto. Subito dopo si mette al cannocchiale, mentre io ho già in mano il telecomando. Il compito di La Barbera era quello di passare dalla ricevente, andare a togliere la protezione in plastica, che è un tubo di benzina, inforcare i fili, azionare la ricevente, mettersi in macchina ed andarsene. Dopo doveva segnalare appena vedeva il dottor Falcone. Doveva segnarlo telefonando a Gioè e così è stato. A Gioè doveva dire a che velocità andava il dottor Falcone. Quando io ad occhio nudo ho visto la macchina, ho visto che rallentava, non riuscivo a capire perché La Barbera diceva un’altra velocità, vedevo ad occhio nudo che non andava a quella forza. Gioè mi dice vai, ma io non so perché ero bloccato. Gioè mi grida ancora vai, ma io non premo il pulsante. Gioè grida per la terza volta e a questo punto premo il telecomando e non vedo più nulla. Solo fumo e fiamme. Poi sento scoppi a ripetizione, probabilmente erano i bidoni che non sono esplosi contemporaneamente. Io poi ho saputo dai giornali che il dottor Falcone aveva tolto le chiavi della macchina e la velocità si era ridotta, poi ha rimesso le chiavi ed è ripartito un’altra volta. Se andava per come… cioè si era programmato, cioè succedeva la disgrazia solo al dottor Falcone. Lì, in quel momento ho avuto anche rimorso, ma si doveva fare. Cosa nostra lo aveva voluto ed io ho ubbidito”. Brusca si ferma nel suo racconto solo un attimo poi prosegue: “Dal luogo della strage ci allontanammo a bordo di due Clio, con me c’era Gioè. Passammo da Torretta, Bellolampo e Boccadifalco e una volta giunti in via Michelangelo, all’altezza di Borgo Nuovo, salutammo Biondino che si diresse altrove. Io avevo un appuntamento nell’abitazione di Girolamo Guddo e Gioè mi lasciò davanti al portone di ingresso. All’interno vi trovai Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi. Ascoltammo la televisione dalla quale, in un primo momento, apprendemmo che Giovanni Falcone non era deceduto, al che Cancemi reagì dicendo che “questo cornuto se non muore ci darà filo da torcere. Questo maledetto non vuole morire”. A distanza di una mezzora, alla notizia fornita dalla televisione del decesso del magistrato, Cancemi d’impeto si alzò per sputare verso il televisore e subito dopo, gioendo per la notizia, usciva dalla tasca del denaro che consegnava ad un ragazzo lì presente, a nome Giovanni, incaricandolo di andare a comprare una bottiglia. Avuta la bottiglia si effettuò un brindisi”.
Un interrogatorio quello di Giovanni Brusca iniziato il 27 marzo del 1997, Giovedì santo e conclusosi alla vigilia della Pasqua di quell’anno. Un interrogatorio atteso per mesi, ma che non aggiunse più di tanto a quanto, processualmente già si era conoscenza. Va anche ricordato come l’ingresso di Brusca nell’aula bunker nissena fu sottolineato dal commento di Leoluca Bagarella: “Trasiu u maiali”

18.5.2022 PIOLATORRE.IT


Capaci, una strage spaventosa per lanciare un segnale “forte e chiaro”

 
CAPACI (PA) 23.05.1992 – STRAGE DI CAPACI: MUORE IL GIUDICE GIOVANNI FALCONE CON LA MOGLIE FRANCESCA MORVILLO E TRE UOMINI DELLA SCORTA. © LANNINO & NACCARI / STUDIO CAMERA

Alla piena convergenza delle predette dichiarazioni si aggiunge l’accertamento consacrato con forza di giudicato dei processi celebrati sulla strage di Capaci le cui sentenze ormai divenute irrevocabili sono state qui acquisite. In particolare, la stessa riunione della “commissione regionale” tenutasi tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992 per deliberare (rectius, ratificare il volere di Salvatore Riina) riguardo alla nuova strategia di attacco alle Istituzioni, può ritenersi storicamente e processualmente accertata all’esito del processo sulla strage di Capaci, da cui emerge anche la condanna passata in cosa giudicata di Benedetto Santapaola per quel delitto, a riprova del coinvolgimento dell’intera “cosa nostra” siciliana nella deliberazione dalla quale scaturì (anche) la strage di Capaci. Così come può ritenersi provato che l’originario intento di Salvatore Riina, maturato già prima della pronunzia della sentenza della Corte di Cassazione all’esito del maxi processo (ma strettamente collegato alla previsione ormai certa, dopo la sostituzione del dott. Carnevale, dell’esito infausto che questo avrebbe avuto) e che Iii recepito senza alcuna opposizione all’interno dell’associazione mafiosa “cosa nostra”, fu quello di scatenare la propria vendetta, uccidendo i Giudici Falcone e Borsellino, quali nemici “storici” della mafia responsabili della debacle che si preannunciava con la sopra ricordata sentenza, ed alcuni politici, iniziando da Salvo Lima, che avevano tradito le attese in essi riposte dallo stesso Riina. E ulteriore e definitivo riscontro la Corte ritiene di poter ricavare dalle parole dello stesso Salvatore Riina, intercettate nel 2013 all’interno del carcere in cui il predetto era detenuto, […]. Ma la Corte tiene a sottolineare, per la refluenza sull’accertamento dei fatti qui in contestazione che in quella prima fase — e, sino al giugno 1992 — non v’era alcun intendimento da parte di Riina (e, conseguentemente, da parte dei suoi sodali stante il potere assoluto dal primo esercitato e l’assenza di qualsiasi possibile opposizione interna manifestabile in occasione delle riunioni degli organismi collegiali senza incorrere nella punizione con la morte da parte del Riina medesimo) di “trattare” contropartite di sorta ovvero di subordinare l’inizio o anche soltanto la prosecuzione del programma delittuoso già comunicato nelle riunioni di cui sopra si è detto a eventuali cedimenti da parte delle Istituzioni dello Stato. E tuttavia comincia a farsi strada l’idea che una manifestazione eclatante di potenza e ferocia distruttiva, avrebbe potuto indurre o costringere lo Stato a venire a più miti consigli, ovvero a ripiegare su un atteggiamento di non belligeranza, invece che di risoluto contrasto: come del resto era sempre stato, almeno prima che sulla scena irrompessero irriducibili antagonisti del potere mafioso (ovvero, magistrati quali Chinnici, Costa, Falcone e Borsellino e gli altrettanti validi investigatori che li affiancavano). Atteggiamento al quale, almeno nell’ottica mafiosa, poteva ricondursi l’esito di molti processi conclusasi, a differenza di quanto sarebbe, invece, avvenuto col maxiprocesso, con sentenze o che negavano addirittura l’esistenza della mafia o che, al più, si rifugiavano nella formula dubitativa dell’assoluzione per insufficienza di prove.

Una duplice finalità strategica

Le condanne fioccate all’esito del primo maxi processo evidenziavano quindi un chiaro indebolimento dell’associazione mafiosa — ed, in primis, della leadership di Salvatore Riina — per non essere più riuscita, pur con la pletora di politici o di soggetti che più o meno indirettamente facevano da tramite, ad “aggiustare” quel processo e, conseguentemente, ad ottenere un risultato che in passato e sino ad allora era stato indice della potenza intimidatrice della mafia, ma anche — e forse soprattutto puntualizza ancora la Corte — della capacità di tessere una ragnatela di rapporti tale da avviluppare a sé, in un gioco di interessi e controinteressi ed in nome del quieto vivere, una fetta non indifferente della società civile che più contava (politici, imprenditori, professionisti, magistrati e investigatori). Salvatore Riina non poteva subire, senza reagire a suo modo, un simile indebolimento, che ne avrebbe inevitabilmente intaccato la leadership: e opta per una reazione preventiva, senza attendere la sentenza definitiva della Corte di Cassazione, che avrebbe potuto scatenare l’insoddisfazione del “popolo” di “cosa nostra” e il risentimento nei confronti del capo incontrastato che si era fatto garante di un risultato favorevole fidandosi di quei politici che sino ad allora lo avevano sempre assecondato per i propri tornaconti elettorali ed economici, quando ancora il suo potere era saldo. Ma emerge anche l’interesse di Riina a coinvolgere i vertici di “cosa nostra” in quella strategia di attacco frontale allo Stato, che, segnando inevitabilmente un punto di non ritorno, avrebbe costretto coloro che avessero approvato quella strategia a non poter più recedere da quella decisione; e, quindi, in definitiva, avrebbe impedito che altri, che magari già segretamente vi aspiravano, avessero potuto tentare di conquistare la guida di “cosa nostra” in opposizione al “ridimensionato” Salvatore Riina. Ecco perché già all’indomani della sentenza della Corte di Cassazione nel maxi processo (30 gennaio 1992), prima che vi fosse il tempo di riflettere sulla debacle di “cosa nostra” e, quindi, di Riina, iniziano le attività preparatorie per l’esecuzione dell’omicidio di Salvo Lima, poi effettivamente realizzato il 12 marzo 1992; seguito a breve distanza di tempo, prima dall’omicidio del M.llo Guazzelli (4 aprile) e, poi, a coronamento di quella prima fase, dalla più eclatante delle stragi per modalità esecutive e valore simbolico, quella di Capaci (23 maggio): che non a caso fu voluta e portata a termine con tecnica libanese e in Sicilia (nonostante la più agevole esecuzione a Roma ove il dott. Falcone aveva di fatto una vigilanza più attenuata), perché occorreva ricorrere ad una terrificante manifestazione di potenza, che incutendo terrore nella popolazione, e dimostrando la capacità di Cosa Nostra di colpire lo Stato nei suoi uomini-simbolo, valesse a rinsaldare e ricostituire la capacità d’intimidazione dell’organizzazione mafiosa e la forza del suo capo. E all’omicidio Lima e all’uccisione del Maresciallo Guazzelli la sentenza dedica una riflessione specifica per la loro refluenza sulla ricostruzione dei prodromi della vicenda che costituisce specifico oggetto del processo. Dalla sentenza 

 


Un pentito rivela: “Falcone non fu ucciso a Roma solo perché i killer sbagliarono ristorante”

Questo e altro nelle rivelazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, ex capo del mandamento di Mazara del Vallo, che ha deposto oggi nell’aula bunker di Rebibbia a Roma, nell’ambito del secondo processo per la strage di Capaci davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta. Secondo il pentito tra l’ottobre e il novembre del 1991 si tenne un summit di mafia a Castelvetrano e in in quella sede fu deciso di eliminare il giudice Giovanni Falcone, l’allora ministro Claudio Martelli, Maurizio Costanzo e altri giornalisti, come Andrea Barbato. All’incontro, presieduto da Totò Riina, erano presenti anche Matteo Messina Denaro e i fratelli Graviano.

Secondo Sinacori, alla riunione di Castelvetrano ne seguirono altre a Palermo, a casa di Salvatore Biondino, autista di Riina, e del fratello, per definire le modalità con cui uccidere le vittime designate. “Bisognava usare delle armi tradizionali. In caso di attentati bisognava chiedere il permesso a Riina. A Roma, arrivarono con un camion, armi ed esplosivo”. Falcone, nella versione del pentito, doveva essere ucciso prima degli altri “perché dopo il maxiprocesso era un nemico storico di cosa nostra. Maurizio Costanzo perché durante le sue trasmissioni era contro cosa nostra e Martelli perché era stato eletto con i voti dalla mafia e poi aveva girato le spalle ai boss. Il giudice Falcone doveva essere ammazzato in un ristorante che frequentava a Roma mentre Martelli in via Arenula, dove c’era la sede del ministero di Grazia e Giustizia”. Una volta a Roma il commando mafioso sbagliò ristorante e si decise di agire in Sicilia.

27 aprile 2015 IL SITO DI SICILIA 


ARTICOLI – 1° parte

  • “Faccia da mostro, la sua complice e quelle tracce che portano a una donna nel commando che uccise Falcone” Il giornalista Lirio Abbate ha dedicato un libro-inchiesta al misterioso uomo con la faccia sfregiata che compare sullo sfondo dei delitti mafiosi degli anni ’80.
  • Nella metà di maggio Raffaele Ganci, i figli Domenico e Calogero e il nipote Antonino Galliano si occuparono di controllare i movimenti delle due Fiat Croma e della Lancia Thema 
  • L’attentato  il 23 maggio Domenico Ganci avvertì telefonicamente prima Ferrante e poi La Barbera 
  • Gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che viaggiavano nella terza auto 
  • La strage di Capaci, festeggiata dai mafiosi nel carcere dell’Ucciardone 
  • Prima indagine e processo “Capaci uno. “Nel 1993 la Direzione Investigativa Antimafia, su indicazione del neo-pentito Giuseppe Marchese, cognato di Leoluca Bagarella
  • Nuove indagini e processo “Capaci bis“  
  • Indagine “Mandanti occulti”  
  • I SOPRAVVISSUTI RACCONTANO L’INFERNO IN AUTOSTRADA  «NON HO VISTO PIÙ NIENTE» 
  • I RACCONTI DI COSTANZA E CAPUZZA  
  • UNA STRAGE PER FERMARE GIOVANNI FALCONE, IL GIUDICE CHE FA PAURA ALLA MAFIA 
  • GLI ATTENTATORI SI COSTRUIRONO UN RICEVITORE ANCORA PIÙ RUDIMENTALE

  • .. E  GIOVANNI BRUSCA, U VERRU SCANNA CRISTIANI AZIONO’ IL RADIOCOMANDO
  • COSI’ HO UCCISO GIOVANNI FALCONE, FRANCESCA MORVILLO, ANTONIO MONTINARO, ROCCO DICILLO E VITO SCHIFANI  
  • Brusca “si dispiace” di non avere colpito in pieno il giudice  
  • E FALCONE TOLSE LE CHIAVI DAL CRUSCOTTO  
  • GIOÈ FERMATO DAI CARABINIERI 
  • La decisione fu presa dopo la morte del consigliere Rocco Chinnici 
  • I PIANI PER UCCIDERE IL GIUDICE 
  • COSA NOSTRA VOLEVA ELIMINARE FALCONE DOPO CHINNICI 
  • IL FALLITO ATTENTATO DELL’ADDAURA 
  • Dopo la strage, gli assassini brindano con lo champagne davanti alla tv 
  • SQUILLANO I CELLULARI  
  • I MAFIOSI SCAPPANO 
  • SI ASPETTA LA NOTIZIA DELLA MORTE DI FALCONE  
  • LA COLLOCAZIONE DELL’ESPLOSIVO AVVENNE A FINE APRILE, QUESTA VOLTA DI NOTTE

ARTICOLI – 3° parte

  • COSÌ UCCIDEMMO IL GIUDICE FALCONE, MA DIETRO LE STRAGI NON C’È SOLO MAFIA”  
  • L’ORDINE PER CAPACI ARRIVA DIRETTAMENTE DAL CAPO DEI CAPI TOTÒ RIINA
  • GIOVANNI BRUSCA IN AZIONE 
  • PROVE PER L’ESPLOSIONE 
  • IL PRIMO LAVORO ERA QUELLO DI RIUSCIRE A ENTRARE NEL CUNICOLO E VEDERE COM’ERA FATTO
  • L’attentato è imminente, i mafiosi si riuniscono e caricano l’esplosivo 
  • IL RACCONTO DI BRUSCA  
  • I RICORDI DI LA BARBERA  
  • IL DETONATORE NEL BIDONE PIÙ GRANDE 
  • PARLA IL PENTITO LA BARBERA: «FUI IO A DARE IL SEGNALE 
  • LA BARBERA: «AVEVO MESSO IO L’ESPLOSIVO»–  
  • CAPACI BIS, LA BARBERA: “Giovanni Falcone si sarebbe potuto salvare”  
  • CAPACI ERA UN SEGNALE ANCHE SENZA LA MORTE DI GIOVANNI FALCONE
  • “MAI PRIMA DI CAPACI USAMMO COSÌ TANTO ESPLOSIVO” 
  • CAPACI BIS, LA BARBERA: “FALCONE SI SAREBBE POTUTO SALVARE”   
  • Capaci era un segnale anche senza la morte di Falcone 
  • LA BARBERA: “FUI IO A COLLEGARE IL DETONATORE IL GIORNO DELLA STRAGE” 
  • “MAI PRIMA DI CAPACI USAMMO COSÌ TANTO ESPLOSIVO” 
  • E AL TELEFONO I MAFIOSI DELLA STRAGE PARLANO DELL’”ATTENTATUNI” 
  • LE DICHIARAZIONI DI GIUSEPPE MARCHESE  
  • I PEDINAMENTI DI ANTONINO GIOÈ  
  • LE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE  
  • BAGARELLA CONOBBE ESTREMISTI IN CELLA 
  • A CASA DI SANTINO DI MATTEO COMINCIANO A PREPARARE LA BOMBA PER FALCONE 
  • Nel 1992 Di Matteo era proprietario di due appartamenti, uno nel paese di Altofonte, in Via del Fante, l’altro un po’ fuori dall’abitato, in contrada Rebottone.
  • L’ORDINE DI BRUSCA  
  • Manca poco, si aspetta solo l’aereo che viene da Roma 
  • DUE GRUPPI IN AZIONE  
  • L’INCIDENTE DELL’ARTIFICIERE  
  •  E i killer si rammaricano per non averli uccisi insieme   
  • LA FAMIGLIA GANCI A DISPOSIZIONE   
  • IL FALSO ALLARME 
  • UCCIDERE IL GIUDICE UNA SETTIMANA PRIMA 
  • I Ganci pedinano il giudice per le strade di Palermo   
  • IL RACCONTO DI CALOGERO GANCI  
  • QUELLA VOLTA CHE LA FIAT CROMA CAMBIÒ STRADA  oltre… oltre questo gruppo.

ARTICOLI – 4° parte

  • INTERVISTA AD UOMO DELLE SCORTE  NELLA QUALE PARLA DELLA PAURA.. POCO TEMPO PRIMA DELLA STRAGE DI CAPACI
  • Fra sottopassaggi e cunicoli, la ricerca del luogo dove fare la strage 
  • IL RUOLO DI SALVATORE BIONDINO  
  • I BIDONI NASCOSTI SOTTOTERRA 
  • ECCO COME SI SCOPRONO TUTTI I BOSS DEL COMMANDO 
  • MICROFONI DAPPERTUTTO 
  • LE INDAGINI DEL ROS SUI GANCI 
  • E la voce passa di boss in boss: «Il giudice Falcone deve morire» 
  • BIONDINO, IL “PORTAVOCE” DI RIINA
  • Corse in auto a 170 km l’ora, simulazioni di una strage 
  • LA BARBERA E IL TELECOMANDO
  • I MOZZICONI DI CINQUANTUNO SIGARETTE PORTANO AL DNA DEI SICARI  
  • LA CASUPOLA DELL’ACQUEDOTTO  
  • LE PRIME INDAGINI DELLA DIA 
  • IL CRATERE CHE INGOIA TUTTO E LE TRACCE LASCIATE DAGLI ASSASSINI 
  • DELLA FIAT CROMA RESTA BEN POCO Lampadine e cellulari, il commando fa le “prove” del massacro
  • LE LAMPADINE FLASH 
  • LE INDAGINI SUL “POSIZIONAMENTO” DEI KILLER  
  • UN RADIOCOMANDO A DISTANZA PER FARE ESPLODERE 500 CHILI DI TRITOLO  
  • LA STRAGE RIPRODOTTA IN UN’AREA MILITARE  
  • PIETRO RAMPULLA, L’ARTIFICIERE RECLUTATO PER COSTRUIRE IL RADIOCOMANDO 
  • UN ESPLOSIVO “DIVERSO” 
  • LA COSTRUZIONE DEL RADIOCOMANDO 

FILMOLOGIA


PROGETTO SAN FRANCESCO A PALERMO CON MARIA FALCONE AL XX ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI CAPACI – 23 MAGGIO 2012

 

PROGETTO SAN FRANCESCO A PALERMO CON MARIA FALCONE AL XX ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI CAPACI    Il Centro Studi sociali contro le mafie – Progetto San Francesco, a Palermo per ricordare il lavoro giudiziario e culturale di Giovanni Falcone. Nel giorno del ventesimo anniversario della strage di Capaci, in cui morí il magistrato palermitano con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta.Il Progetto San Francesco ha incontrato Maria Falcone (in foto con Claudio Ramaccini, Benedetto Madonia e il segretario generale della Cisl di Como, Gerardo Larghi) all’arrivo delle navi della legalità. ” Avervi qui a Pelermo, insieme a tutti questi ragazzi, con questi giovani scout genovesi è per noi la prosecuzione di un percorso comune iniziato a Como, proseguito a Milano e che certamente ci vedrà uniti in tutt’Italia” Così Maria Falcone alla squadra del Progetto San Francesco, ricordando anche gli atti vandalici a danno della targa posta sul lungo lago lariano.




COMO RICORDA CAPACI

 


A CURA DI CLAUDIO RAMACCINI DIRETTORE CENTRO STUDI SOCIALI CONTRO LE MAFIE – PROGETTO SAN FRANCESCO