GIOVANNI FALCONE, l’uomo e il magistrato

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Sono nato in uno di quei quartieri ieri nobili, oggi più disgregati della vecchia Palermo, dove ho vissuto fino all’età di ventuno anni. Mio padre era una persona seria, onesta, legata alla famiglia. Mia madre una donna energica, autoritaria. Entrambi furono genitori che da me pretesero il massimo, con i sette e gli otto, la mia pagella veniva considerata brutta. Il tempo lo trascorrevo nella biblioteca di famiglia, divorando libri di avventura, storia di Francia di Sicilia ecc.ecc.. Dopo il liceo entrai all’accademia navale, volevo laurearmi in ingegneria, ma mi spedirono allo Stato Maggiore perché dicevano che avevo attitudini al comando, mio padre non ostacolò questa scelta ma mi iscrisse in legge e nel 1961 mi laureai con 110 e lode. Tentai così il concorso per entrare in magistratura che vinsi senza alcuna raccomandazione. A ventisei anni ero Pretore a Lentini con uno stipendio di 110 mila lire al mese, poi il trasferimento d’ufficio a Trapani con la qualifica di Sostituto Procuratore, dove scoprì progressivamente il penale. Era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava. Durante la guerra ci trovammo sfollati a Corleone, in casa di alcuni parenti, mamma era nata lì. “Corleone” no, quell’episodio non ha avuto un peso particolare nelle mie scelte future certo, era il paese nativo di Luciano Liggio anche se con mio padre non si parlava mai di mafia. Tornato a Palermo ottenni di misurarmi con l’attività di giudice istruttore. Che idea avevo allora della mafia? allora ogni fascicolo giudiziario era un fatto a se stante, una storia nata in un certo punto e conclusa in un altro. Ci sfuggiva la veduta d’insieme, l’unicità del fenomeno. Istruì molti processi per delitti di mafia, il lavoro non mi metteva paura e neppure i mafiosi. Erano già avvenuti delitti gravissimi e a tutti ormai era chiaro un messaggio inequivocabile, più si indaga seriamente sulla mafia, più si corrono pericoli di vita. Quando fu assassinato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in via Carini, sul luogo della strage qualcuno tracciò la scritta:
<> frase disperata e sinistrica. I palermitani onesti sono molti di più di quanto si possa immaginare.
Le abitudini peggiori del palazzo di Giustizia a Palermo? i pettegolezzi, le chiacchiere da corridoio, una riserva mentale costante. Di me hanno detto: affogherà nelle sue stesse carte, non caverà un ragno dal buco, ama atteggiarsi a sceriffo, ma chi si crede di essere il ministro della giustizia? No, io ho la coscienza tranquilla. Nel ruolo di accusatore non ho mai prevaricato i diritti della difesa, non sono mai ricorso a strumenti che non fossero propri del giudice. Un interrogatorio è una partita a scacchi, un confronto fra intelligenze. Bisogna compenetrarsi fino in fondo in chi ci sta di fronte, pur sentendosi sempre Giudice. Bisogna capire, ma capire non è perdonare. Eppure ho sempre rispettato persino chi ha ordinato decine di delitti. Mai dimenticare che anche nel peggiore assassino, vive sempre un barlume di dignità.
Giovanni Falcone

“Dottore Falcone il suo rapporto con questa città non è certamente facile. C’è chi dice che lei tende a strafare, che vuole rovinare la Sicilia. C’è chi dice, anche se sottovoce, ci vorrebbero mille Falcone. Cosa risponde agli altri?”
A questa città vorrei dire: Gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini. Ognuno di noi deve continuare a fare la sua parte, piccola o grande che sia, per contribuire a creare in questa Palermo, una volta felice, condizioni di vita più umane. Perchè certi orrori non abbiano più a ripetersi.
Estratto dal libro ” Falcone vive”. Flaccovio editore

 





QUARTO SAVONA 15 A CANTU’



L’ULTIMA INTERVISTA

 

Leggi anche: 

  • I DISSIDI CON IL PROCURATORE GIAMMANCO 
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  • L’ARRIVO AL MINISTERO DI GRAZIA E GIUSTIZIA 
  • AL MINISTERO DI GRAZIA E GIUSTIZIA 
  • LE SUE PROPOSTE LEGISLATIVE  
  • CON LA NUOVA SQUADRA  

 

 

 

GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO, DUE VITE INTRECCIATE DAL MEDESIMO DESTINO – DA LA KALSA ALLA TOGA



GIOVANNI FALCONE risponde ad una cittadina palermitana



LA STORIA di un biglietto d’amore


“Sono andato ad abitare in via Notarbartolo, una strada che scende verso via della Libena, il cuore di Palermo, L’amministratore dello stabile per prima cosa mi ha spedito una lettera ufficiale, che in relazione alla mia presenza in quell’immobile e nel timore di attentati ammoniva: <<L’amministrazione declina ogni responsabilità per i danni che potrebbero essere recati alle parti comuni dell’edificio>>.Un giorno arrivato davanti a casa, con il mio solito seguito di sirene spiegate, purtroppo, di auto della polizia e di agenti con le armi in pugno, ho avuto il tempo di sentire un passante sussurrare: Certo che per essere protetto in questo modo, deve avere commesso qualcosa di malvagio” (Giovanni Falcone, Cose di cosa nostra).


Le parole di Falcone – video 

 

 

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«Falcone fu chiamato Batman, lo sceriffo, il giustiziere… Anche così cominciò la sua fine»

 

 

“Sono semplicemente un servitore dello Stato in terra infidelium… Il mio conto con Cosa Nostra resta aperto. Lo salderò solo con la mia morte, naturale o meno”Giovanni Falcone






Luglio1984 – Interrogatorio di Tommaso Buscetta – Verbali   di Giovanni Falcone


Se vogliamo conoscere il senso dell’esistenza, dobbiamo aprire un libro, là in fondo, nell’angolo più oscuro del capitolo, c’è una frase scritta apposta per noi: Un uomo non muore mai in modo definitivo, finché resta un punto di riferimento delle discussioni e delle azioni di quanti lo seguono.  Giovanni Falcone

Niente è ritenuto innocente in Sicilia, né far visita al direttore di una banca per chiedere un prestito perfettamente legittimo, Né un alterco tra deputati né un contrasto ideologico all’interno di un partito. Accade quindi che alcuni politici a un certo momento si trovino isolati nel loro stesso contesto. Essi allora diventano vulnerabili e si trasformano inconsapevolmente in vittime potenziali. Al di là delle specifiche cause della loro eliminazione, credo sia incontestabile che Mattarella, Reina, La Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui erano impegnati. Il condizionamento dell’ambiente siciliano, l’atmosfera globale hanno grande rilevanza nei delitti politici: certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda nemmeno conto.
Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.
In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.
Giovanni Falcone
 

L’ultima immagine che è rimasta nei suoi occhi è quella di un lembo di Sicilia: il mare, l’erba verde di un pascolo, gli ulivi saraceni. Le lancette dell’orologio di Francesca Morvillo coniugata Falcone sono ferme alle 18:08.


Sono stato pesantemente attaccato sul tema dei pentiti. Mi hanno accusato di avere con loro rapporti “intimistici”, del tipo “conversazione accanto al caminetto”. Si sono chiesti come avevo fatto a convincere tanta gente a collaborare e hanno insinuato che avevo fatto loro delle promesse mentre ne estorcevo le confessioni. Hanno insinuato che nascondevo “nei cassetti” la “parte politica” delle dichiarazioni di Buscetta. Si è giunti a insinuare perfino che collaboravo con una parte della mafia per eliminare l’altra. L’apice si è toccato con le lettere del “corvo”, in cui si sosteneva che con l’aiuto e la complicità di De Gennaro, del capo della polizia e di alcuni colleghi, avevo fatto tornare in Sicilia il pentito Contorno affidandogli la missione di sterminare i “Corleonesi”!
Insomma, se qualche risultato avevo raggiunto nella lotta contro la mafia era perché, secondo quelle lettere, avevo calpestato il codice e commesso gravi delitti. Però gli atti dei miei processi sono sotto gli occhi di tutti e sfido chiunque a scovare anomalie di sorta. Centinaia di esperti avvocati ci hanno provato, ma invano.  (Giovanni Falcone)

 
“Da vivo perde quasi tutte le sue battaglie. Da morto è esaltato e osannato, il più delle volte dagli stessi nemici che ne hanno voluto le sconfitte. Un’indagine come tante è all’origine del grande processo che segna l’inizio della fine per i padroni della Sicilia, un giudice come tanti diventa il magistrato più amato e più odiato d’Italia. Sepolto in una piccola stanza dietro una porta blindata, in mezzo ai codici e alla sua collezione di papere di terracotta, è il primo a mettere veramente paura alla mafia. Prigioniero nella sua Palermo, è l’uomo che cambia Palermo. Detestato, denigrato, guardato con sospetto dai suoi stessi colleghi in toga, temuto e adulato dalla politica, resiste fra i tormenti schivando attentati dinamitardi e tranelli governativi. Prima tremano per la forza delle sue idee, poi si impossessano della sua eredità. È celebrato come eroe nazionale solo quando è nella tomba.
Per tredici lunghissimi anni provano ad annientarlo in ogni momento e in tutti i modi. Per quello che fa o per quello che non fa.
Ci riescono alle 17.56 minuti e 48 secondi del 23 maggio 1992 su una curva dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi corre verso la città. A quell’ora, gli strumenti dell’Istituto di geofisica e di Vulcanologia di monte Erice registrano “un piccolo evento sismico con epicentro fra i comuni di Isola delle Femmine e Capaci”.
Non era un terremoto.
È una carica di cinquecento chili di tritolo che fa saltare in aria Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.”  (Attilio Bolzoni)
 

LA MEMORIA, 29 ANNI FA LA STRAGE a Palermo Cosa Nostra dichiarò guerra allo Stato inaugurando una nuova stagione terroristica. L’agguato per uccidere Giovanni Falcone costò la vita alla moglie, Francesca Morvillo e ai tre agenti di scorta. Il ricordo di quella ferita ancora aperta e i misteri ancora irrisolti


GIOVANNI FALCONE – Articoli 1° Parte

  • IL MAXIPROCESSO 
  • L’ATTENTATO ALL’ADDAURA E LA CONGIURA DEL “CORVO”  
  • LA STRAGE DI CAPACI  
  • LA RINASCITA 
  • I pentiti raccontano: «Falcone ucciso per il Maxiprocesso»
  • GLI OMICIDI DI SALVO LIMA E IGNAZIO SALVO 
  • L’ESITO DEL “MAXIPROCESSO”
  • Giovanni Falcone aveva messo fine all’impunità di Cosa Nostra
  • LA NASCITA DEL POOL ANTIMAFIA 
  • GLI INTOCCABILI ESATTORI SALVO 
  • 19 Gennaio1987, mentre il maxiprocesso di Palermo si avviava alla sua conclusione, il Dott. Caponnetto dovette per ragioni di salute e suo malgrado fare ritorno a Firenze. 
  • Le VITTIME della STRAGE di CAPACI 

GIOVANNI FALCONE – Articoli 2° parte

  • Un palermitano autentico, il giudice Falcone. Palermo e la storia ne è testimone, è capace di dare “tutto il peggio” ma anche “tutto il meglio”. 
  • ALLA KALSA SULLE STRADE DI FALCONE E BORSELLINO
  • Giovanni Falcone, il ragazzo della Kalsa della Palermo giusta
  • I discorsi sulla morte si facevano più frequenti. 
  • La solitudine di Giovanni Falcone
  • La scrivania del giudice è coperta di assegni. 

GIOVANNI FALCONE Articoli 3° Parte

  • GIOVANNI BRUSCA: Iniziammo i turni il 21 maggio di pomeriggio
  • CORRADO CARNEVALE, il giudice che ama il cavillo
  • Nel 1939 via Castrofilippo non era il simbolo del degrado palermitano
  • Cosa Nostra ha buona memoria e non dimentica facilmente
  • Faceva paura, in quegli anni, la macchina da guerra che si muoveva attorno a Falcone. Q
  • Una strage per fermare Giovanni Falcone, il giudice che fa paura alla mafia
  • Isolato nella sua città  
  • La giornata del 22 maggio 1992 fino a sera, Giovanni Falcone l’aveva trascorsa a mettere ordine nelle sue cose. 

GIOVANNI FALCONE Articoli 4° Parte

  • ERA DIVERSO, ERA UN FUORICLASSE 
  • LA SCOPERTA DELLE RAFFINERIE DI EROINA  
  • I SUOI RAPPORTI CON L’FBI E CON RUDOLPH GIULIANI 
  • UNA NUOVA STRADA FINO AL MAXI PROCESSO 
  • LA “GESTIONE” DEI COLLABORATORI DI GIUSTIZIA 
  • SEMPRE ALLA RICERCA DI VERITA’ 
  • IL “METODO FALCONE” COME MATERIA DI STUDIO 
  • Io, uditore nella stanza del dottor Falcone
  • Da vivo perde quasi tutte le sue battaglie .da morto è esaltato e osannato
  • QUANDO FALCONE MI DISSE: “CE LA POSSIAMO FARE” – QUELLE PAROLE SEMPRE CON ME  

  • Enzo Biagi ricorda Giovanni Falcone 
  • QUEL MAGISTRATO HA FATTO COSE DA PAZZI
  • Giannicola Sinisi (Magistrato) racconta: I discorsi sulla morte si facevano sempre più frequenti.  Licata)
  • L’INFANZIA DI GIOVANNI FALCONE
  • Quello che pensava Falcone dei collaboratori di giustizia
  • ” Il traffico dello svincolo per l’autostrada va ingrossandosi sempre di più , mentre corro in direzione opposta
  • “Nel luglio del ’78 una mattina nella mia stanza dell’ufficio istruzione
  • Giovanni Falcone sapeva come sarebbe finita.
  • Il “metodo Falcone” era lui stesso, uomo e giudice di Pietro Grasso 
  • Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone
  • Lo stile dell’uomo e del magistrato di Giovanni Paparcuri 
  • La mossa vincente di seguire il denaro
  • In quel mese di maggio del 1992 a Roma arrivano i sicari di mafia. Seguono Giovanni Falcone. 
  • Alla fine del 1984 il pool è al massimo dell’impegno e dei risultati

GIOVANNI FALCONE Articoli 6° Parte

  • Falcone e quel verbale dopo l’attentato all’Addaura  
  • Analisi di un testimone 
  • L’avvertimento  
  • Le parole di Carla Del Ponte  “Oliviero Tognoli decise di farsi arrestare a Lugano perché diceva che lì la mafia non c’era. 
  • Paolo Borsellino non era riuscito a far parte del pool di magistrati che investigavano sull’omicidio di Giovanni Falcone 
  • Porta in spalla la bara di Giovanni Falcone, gli restano ancora cinquantacinque giorni

 


PIU’ FORTE DEI POLITICI LA TESTA DELLA MAFIA 
di GIOVANNI FALCONE
IL tempo è galantuomo. La riflessione, un po’ sciasciana, mi è arrivata spontanea, sfogliando le pagine di cronaca di questi ultimi giorni. Due notizie, a mio avviso, meritano di essere considerate con un’attenzione maggiore di quanta ne sia stata dedicata: il deposito della motivazione della sentenza di appello nel primo maxiprocesso contro Cosa Nostra e le recentissime dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia, su due vicende importanti della nostra storia recente. E cioè: il rapimento di Aldo Moro e l’ uccisione del banchiere Roberto Calvi.
Entrambe le notizie mi sembra riportano all’attenzione, rendendo giustizia di certe banali approssimazioni degli anni passati, argomenti centrali per la comprensione del fenomeno mafioso e, quindi, per la scelta delle giuste contromisure: la struttura di Cosa Nostra e il meccanismo che regola la dialettica dei rapporti della mafia con gli “altri poteri” , quello politico compreso.
Andiamo con ordine. Alcuni mesi fa, quando il presidente della Corte d’Appello lesse il dispositivo di udienza che concludeva il primo processone a Cosa Nostra, molti si avventurarono in giudizi catastrofici. Quella sentenza fu bollata come un vistoso e deludente cambio di rotta che vanificava tanti sforzi e sacrifici nelle indagini di mafia. Leggendo, adesso, la motivazione depositata nei giorni scorsi – e in questo senso il tempo è galantuomo – si capisce quanto quelle analisi, superficiali e non condivise dai commentatori più attenti, si siano rivelate del tutto ingiustificate.
Al di là delle decisioni adottate sulle singole imputazioni, il dato più significativo della sentenza oltre al riconoscimento del ruolo decisivo dei pentiti nella ricostruzione dei delitti di mafia e della assoluta trasparenza nella loro “gestione” è costituito dalla motivata riaffermazione della unicità strutturale ed organizzativa di Cosa Nostra. Contrariamente a quanto possa apparire a prima vista, questa è una grande novità. Non dimentichiamo che, solo qualche anno fa, veniva messa in discussione addirittura la stessa esistenza della mafia e che certa stampa isolana liquidava sbrigativamente il problema, attribuendo pudicamente la matrice dei delitti ad “ignota mano assassina”.
È risultato di grande rilievo, quindi, che sia stata autorevolmente confermata dai giudici di secondo grado, dopo ulteriori verifiche rispetto a quelle già particolarmente attente della Corte di primo grado, l’esistenza e l’unicità di una organizzazione criminale che, per numero dei suoi membri e per pericolosità, non ha uguali nel mondo occidentale. La precisazione è d’ obbligo: non perché vi sia da menar vanto per l’esistenza di un fenomeno criminale di tali proporzioni, ma perché finalmente si è giunti ad una incontestabile identificazione della natura e delle dimensioni del da combattere.
Una diagnosi, questa, indispensabile per la scelta di una giusta terapia di contrasto. I termini del problema sono ormai noti a tutti, per cui certe fantasiose ricostruzioni o, peggio, certe strane dimenticanze della realtà mafiosa non sono più consentite e si rivelerebbero fonte di imperdonabili errori nella strategia contro la “piovra”.
E veniamo alla seconda notizia. Ci arriva dalla solita violazione del segreto che dovrebbe accompagnare le indagini del pubblico ministero e che, invece, pare impossibile da rispettare, specialmente nelle vicende più eclatanti. Sembra, dunque, che il pentito di mafia Francesco Marino Mannoia abbia riferito, prima alle autorità statunitensi poi ai magistrati italiani, del rifiuto di Cosa Nostra nonostante la richiesta di autorevoli uomini politici di adoperarsi per la liberazione di Aldo Moro. Il pentito avrebbe parlato anche della uccisione, per mano della mafia, del banchiere Roberto Calvi, “colpevole” di non aver restituito somme di denaro di provenienza illecita e di pertinenza delle “famiglie” palermitane.
Non è certo questa la sede per verificare l’attendibilità delle rivelazioni, né per ipotizzare quale seguito giudiziario queste potranno avere. Ma non si può ignorare come, ancora una volta, la realtà smentisca chi vorrebbe annegare lo specifico del fenomeno mafioso in una genericità priva di qualsiasi riferimento ai suoi collegamenti con la terra d’origine. Penso allo scetticismo di tanti autorevoli esperti che ritengono riduttiva l’indicazione di cercare a Palermo la “testa del serpente”. Ma la realtà smentisce anche chi si ostina a disegnare improbabili scenari dove hanno vita schematici rapporti tra mafia e politica, ipotizzando una subalternità della prima rispetto alla seconda.
L’intreccio è, in realtà, molto più complesso di quanto si pensi e poco adatto a generalizzazioni tanto suggestive quanto infondate. Una costante, tuttavia, a conferma del potere di Cosa Nostra, si può dedurre dalle diverse vicende che costellano la storia siciliana. E cioè: la mafia si è sempre rifiutata seppure in presenza di pressioni politiche o di autorevoli centri di interessi di intervenire in imprese che non siano anche di sua utilità e comunque senza la garanzia del rispetto della propria autonomia.
Mi pare superfluo sottolineare quanto, tali caratteristiche, siano la spia della soglia di pericolosità ormai raggiunta dalla mafia. E della necessità che qualunque attività di contrasto tenga conto della unicità del fenomeno che si vuole combattere, facendo ricorso, dunque, a strategie unitarie e a strutture e uomini altamente specializzati.

Di Paolo Borsellino

“FALCONE È VIVO!” Il 20 Giugno 1992 il Dott. Paolo Borsellino, al termine di una fiaccolata con una veglia di preghiera, organizzata per ricordare il suo amico Giovanni Falcone, teneva un discorso che è considerato il suo testamento morale, qualche giorno dopo avrebbe scandito le stesse parole a Casa Professa.  “Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la Mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua morte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone l’estremo pericolo che egli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. Perché non è fuggito; perché ha accettato questa tremenda situazione; perché non si è turbato; perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? PER AMORE! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente, ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali. Intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene. Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche d’indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità. Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse : “La gente fa il tifo per noi”. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro, stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza di essa. Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare solo poco perché ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza al prezzo che alla lotta alla mafia, alla lotta al male, doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza ad una lotta d’amore che costava però a ciascuno, non certo i terribili sacrifici di Falcone. Ma la rinuncia a tanti piccoli o grossi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità. Insofferenza che fini per invocare ed ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su una ubriacatura di garantismo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa Nostra e fornirono un alibi a chi, dolorosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsene. In questa situazione Falcone andò via da Palermo non fuggì. Cercò di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le ottime condizioni del suo lavoro. Per continuare a “DARE”. Per continuare ad “AMARE”. Venne accusato di essersi avvicinato troppo al potere politico. MENZOGNA! Qualche mese di lavoro in un ministero non può fare dimenticare il suo lavoro di dieci anni. E come lo fece! Lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. Per fare il magistrato, indipendente come sempre lo era stato, mentre si parlava male di lui, con vergogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta. Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato e perseguitato, hanno perso il diritto di parlare! Nessuno tuttavia, ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta. Se egli è morto nella carne, ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze se non si sono svegliate debbono svegliarsi. La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio, dal sacrificio della sua donna, dal sacrificio della sua scorta. Molti cittadini, è vero, ed è la prima volta, collaborarono con la giustizia per le indagini concernenti la morte di Falcone. Il potere politico trova incredibilmente il coraggio di ammettere i suoi sbagli, e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupide scuse accademiche Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro: occorre dare un senso alla morte di Giovanni, alla morte della dolcissima Francesca, alla morte dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagalo gioiosamente, continuando la loro opera: facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che impongono sacrifici: rifiutando di trarne dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro), collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia, troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli, accentando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito: dimostrando a noi stessi ed al mondo che Falcone È VIVO!” Paolo Borsellino” discorso alla Veglia per Falcone, Palermo 20 giugno 1992

  • La morte di Falcone mi ha lasciato in uno stato di grave situazione psicologica per il dolore provato, in quanto non si tratta soltanto di un collega o compagno di lavoro ma, probabilmente del più vecchio degli amici che è venuto meno.  Ho temuto nell’immediatezza della morte di Falcone una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che faccio. Fortunatamente, non dico di averlo ritrovato, ho almeno ritrovato la rabbia di continuarlo a fare.
  • Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”.
  • In pochi giorni mi sento invecchiato di almeno 10 anni, non solo perché ho perso un grande amico, ma anche perché ho perso il mio scudo. Mi sento solo.
  • «Mio padre rimase invalido nel primo conflitto mondiale: in testa, trentatrè schegge d’osso che i medici, per non complicare le cose, evitarono di rimuovere. Da allora ebbe sempre difficoltà di deambulazione. Un mio zio, capitano d’aviazione, fu abbattuto».  Non si riferiva a Salvatore ma a Giuseppe, fratello del padre, caduto a ventiquattro anni nel corso di un duello aereo. Ma lo zio Salvatore era nel suo cuore e lo ricordo cosi: «Un altro zio, fratello di mia madre, falsificò i documenti anagrafici pur di arruolarsi come volontario: una granata lo colpi in pieno e l’uccise. Per questi nostri morti provavamo affetto e ammirazione, la loro vita era considerata un esempio. “Hanno servito la patria!” erano soliti ripetere i miei genitori». (da “Storia di Giovanni Falcone” di Francesco La Licata

FIAMMETTA BORSELLINO SI RACCONTA: “LA MIA VITA ALL’ASINARA E QUELLA FRASE DI FALCONE…” Dal 5 al 30 agosto 1985 Falcone e Borsellino furono portati coattivamente assieme alle famiglie sull’isola-penitenziario dell’Asinara perché suo padre e Falcone dovevano preparare la requisitoria per il maxi-processo a Cosa Nostra. Come avete vissuto quel periodo?  “Sia mio padre che Giovanni Falcone hanno vissuto quel periodo attraversando stati d’animo diversi: eravamo lì perché loro dovevano istituire il maxi processo, il processo più grande realizzato in Italia sino ad allora e quindi c’era una mole di lavoro da fare che richiedeva un grandissimo impegno. I primi giorni in cui siamo arrivati all’Asinara attendevano ancora che arrivassero gli incartamenti e ricordo che si sentivano come dei leoni in gabbia, impotenti, sentivano di avere le mani legate senza poter far nulla, ma sono stati anche i giorni in cui si sono goduti una sorta di “vacanza obbligata”, forse almeno per qualche ora, da quello che era diventato il loro obiettivo primario. Quando arrivarono i faldoni invece si gettarono anima e corpo su quegli incartamenti e furono totalmente assorbiti da tutto ciò che comportarono. Per quanto riguarda noi familiari, sicuramente mia mamma, mio fratello Manfredi e mia sorella Lucia avranno avuto una percezione diversa rispetto a me che ero più piccola, ma ad ogni modo la percezione di pericolo si avvertiva. Il 6 agosto 1985 i corleonesi avevano ucciso a Palermo Ninni Cassarà, vicecapo della Squadra Mobile e capo della sezione investigativa. Più di un collaboratore prezioso per mio padre e per Falcone. Da quella tragedia in poi il loro lavoro all’Asinara proseguì con un altro ritmo”. Tratto da intervista a Fiammetta Borsellino  11 Maggio 2021 – Simone Savoia Angela Amoroso IL GIORNALE


“Il traffico dello svincolo per l’autostrada va ingrossandosi sempre di più , mentre corro in direzione opposta -racconta Lucia -. C’è già tanta gente di fronte all’ospedale , scopro che mio padre è arrivato tra i primi al pronto soccorso . Ha chiesto dov’è Falcone , è scomparso dietro una porta a vetri . No , non so quanto tempo sia passato dal suo arrivo . All’improvviso lo vedo: ho impresso nella memoria il suo sguardo smarrito , sconvolto, è invecchiato in pochi minuti . Mi viene incontro , mi abbraccia: “È morto così, tra le mie braccia”. Comincio a piangere senza freni , sento la sua voce che vuole essere ferma , altera: “Non piangere, Lucia, non dobbiamo dare spettacolo”. Dopo qualche secondo non ce la fa più neanche lui . Ora è tra le mie braccia , inizia a singhiozzare . Sento le sue lacrime bagnarmi il collo , lo stringo per paura che si lasci andare . “Papà, ma adesso come farai a continuare?” Chiedo. “Non lo so, non lo so”. Piange ancora , scuote la testa . Alle nostre spalle arriva Alfredo Morvillo , il fratello di Francesca. Lui e papà si conoscono da una vita . Capisce che anche per la sorella non c’è stato niente da fare . “No, pure Francesca no…”, Singhiozza ancora. È grande la sofferenza per la perdita di Giovanni e Francesca , gli volevamo tutti bene , in casa Borsellino . Ma il mio pianto , quel 23 maggio , non sembri egoistico , nasconde anche una consapevolezza: adesso la morte di mio padre diventa più vicina , anche per lui le ore sono ormai contate .  (Estratto da “Paolo Borsellino”, Umberto Lucentini)


PAOLO BORSELLINO: CSM bocciò Falcone con motivazioni risibili e grazie anche a qualche Giuda

Video – PAOLO BORSELLINO: ricorda la bocciatura del CSM


GIOVANNI FALCONE: «Paolo è un elemento di grande volare. Siamo cresciuti insieme, nessuno lo conosce meglio di me. Sta attraversando un periodo difficile perché gli vengono assegnati solo dei processi di routine. Si sente escluso dai grandi processi di mafia. Io ritengo che possa svolgere un ruolo importante, ne sono certo»da “Falcone-Borsellino e i Segreti di Stato-Mafia”


L’ULTIMO DISCORSO A PALERMO DI PAOLO BORSELLINO   Il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino interviene ad un dibattito organizzato dalla rivista MicroMega presso l’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo. Con lui, il sindaco Leoluca Orlando, l’avvocato difensore di familiari di vittime al Maxiprocesso Alfredo Galasso e Nando dalla Chiesa. Il magistrato giunge nell’atrio gremito della biblioteca a dibattito iniziato. Il suo arrivo è accolto da un lunghissimo e fragoroso applauso, è la Palermo che si stringe intorno lui, è la Palermo che vive il lutto del 23 maggio. Questo è l’ultimo intervento pubblico di Paolo Borsellino prima della strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992 in cui persero la vita, oltre al magistrato, gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Emanuela Loi.Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro. In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita. Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul “Sole 24 Ore” dalla giornalista – in questo momento non mi ricordo come si chiama… – Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.  Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione – in questo momento i miei ricordi non sono precisi – un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, e questa strage del maggio 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero; perché oggi che tutti ci rendiamo conto quale è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il Paese, lo Stato, la magistratura, che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l’anno prima, in quella data che ha or ora ha ricordato Leoluca Orlando: cioè quell’articolo di Leonardo Sciascia sul “Corriere della Sera” che bollava me come un professionista dell’antimafia e l’amico Orlando come professionista della politica, dell’antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno, già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, perché temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva, a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo; lo convincemmo, riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, ed il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli. Giovanni Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli, nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall’esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro “La mafia ad Agrigento”, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l’aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio, questa iniziativa che allora sembrava soltanto nei miei confronti del Consiglio superiore, immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo. Proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque. Almeno, dissi, se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio. Allora l’opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell’agosto del 1988, l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto; tant’è che il 15 settembre, seppur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l’intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri, perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste, continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter lì continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Quando io, apprendendo dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po’ più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l’ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento, mi cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa. Certo anch’io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell’attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch’esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall’ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin da quel primo momento mi illustrò quello che poteva, riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare soprattutto con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e soprattutto con riferimento al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questa, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena di Torino; ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento, sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato, servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa – non voglio esprimere opinioni circa se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque! – e l’organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia. Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice “cominciò a morire nel gennaio del 1988”, aveva proprio ragione, anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto continuare, ritornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura. (Trascrizione a cura di Samuele Motta da Stampo Antimafioso | Gen 26, 2017)


In genere i soldati vincono le battaglie e i generali se ne prendono il merito.
Il giudice Falcone aveva un carattere particolare, a volte un po’ scontroso, ma aveva tantissimi pregi, uno su tutti era che ti diceva le cose in faccia, in più era molto rispettoso dei suoi collaboratori, in particolar modo rispettava il loro lavoro. Per esempio, se il risultato di una ricerca che mi aveva affidato non lo convinceva, mi faceva trovare un post-it giallo con su scritto “parlarne con Paparcuri”, mi chiedeva semplicemente perché avevo preso una determinata decisione anziché un’altra, e io da buon soldato gli spiegavo tutto. Mai mi disse io sono il capo e si fa come dico io, invece, ripeto, se ne parlava e assieme si trovava la soluzione migliore nell’interesse dell’ufficio e nell’interesse delle sue esigenze investigative. Giovanni Paparcuri

 


2012 – PALERMO – XX ANNIVERSARIO DI CAPACI A PALERMO – GALLERIA FOTOGRAFICA

Il giudice che quasi nessuno ha rispettato in Italia, un mese dopo la morte è commemorato al Congresso americano. A Washington votano all’unanimità una risoluzione per mettere tutti in guardia: la sua uccisione (è un delitto commesso anche contro gli Stati Uniti d’America). Nel grande atrio della scuola dell’FBI, a Quantico, in Virginia, c’è un suo busto in bronzo. L’hanno messo li, proprio in quel punto, perché gli allievi che vogliono diventare agenti speciali, devono passare davanti a Giovanni Falcone almeno due volte al giorno. Per rendere onore a un grande italiano. Attilio Bolzoni


“Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. E’ stato sempre “trombatissimo”. Bocciato come consigliere istruttore. Bocciato come procuratore di Palermo. Bocciato come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso.
Eppure, nonostante le ripetute “trombature”, ogni anno si celebra l’esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza. Un altro paradosso. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di “amici” che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito”.
Credo che la ragione vada rintracciata nell’ipocrisia del Paese, nel senso di colpa della magistratura, nella cattiva coscienza della politica. Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento.” ILDA BOCCASSINI


 Di Nando Dall Chiesa

Il magistrato “morto che cammina” aveva portato un vento nuovo dopo gli assassini di Terranova, Costa e Chinnici. Istruì il più grande processo alla mafia che si ricordi. Obbligò il mondo a decidere dove stare. Ma come in tutte le curve della storia del nostro Paese arrivarono le bombe, i morti e le stragi.
Ci volle il tritolo, un tritolo infinito, per fermarlo. Dicevano di lui da anni che fosse “un morto che cammina”, perché la mafia da tempo l’aveva condannato. Anche Buscetta lo aveva avvertito: lei salderà il suo conto con Cosa Nostra solo con la morte. Lo sapeva benissimo. Per questo non volle avere figli, “per non lasciarli orfani”. Ma continuò lo stesso a camminare. E camminando faceva cose che i “vivi” non sapevano o non osavano fare. Istruì, con Paolo Borsellino, il più grande processo alla mafia che si ricordi. Per la prima volta in centotrent’anni di storia dello Stato italiano fece condannare all’ergastolo in via definitiva i grandi capi della mafia, sicuri (perché così gli era stato promesso) di farla franca in Cassazione, come centinaia di volte era già successo. Era arrivato come un turbine, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, mentre la mafia uccideva grandi magistrati: Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici.
Giovane e sconosciuto, aveva portato un vento nuovo nelle investigazioni e nella giurisprudenza sconvolgendo abitudini ed equilibri, facendo sentire a un mondo melmoso e ambiguo tutta la scomodità di dover decidere da che parte stare, se con la legge o con i criminali. Costruì con tenacia e intelligenza una nuovo cultura giuridica nella lotta alla mafia, sfruttando gli spazi aperti dall’articolo 416 bis introdotto nel codice penale dalla legge Rognoni-La Torre. Pochi mesi prima del tritolo, in collaborazione con Marcelle Padovani, lasciò anche un libro di rara sapienza antimafiosa, che ancora oggi trasmette insegnamenti preziosissimi, primo fra tutti il ruolo del famoso “concorso esterno”, senza il quale la mafia potrebbe essere spedita a casa in poco tempo.
Tra quella delle tante vittime, la sua vicenda fu la più terribile. Isolato come altri, ma per un periodo infinito, dieci, dodici anni che sembrarono un secolo, tali furono il carico di sangue, i conflitti, le lacerazioni, ma anche i passi avanti. Invidiato da molti suoi colleghi, e con una acidità tutta palermitana, quella del Corvo e del Palazzo dei veleni, fino ad accusarlo di essersi organizzato il fallito attentato all’Addaura per far carriera. Inviso al potere, che dopo le sue incursioni nei piani alti dei Salvo e dei Ciancimino coniò un nuovo vocabolario che ancora impera: il giustizialismo, la cultura del sospetto, il giudice-sceriffo. Temuto dalla politica, che manovrò, trovando provvidenziali aiuti democratici nel Csm, per sbarrargli il passo all’ufficio istruzione di Palermo.
Sospettato perfino da settori dell’antimafia, e questa fu forse la più crudele pagina della sua vita, che ancora tutti ci interroga, poiché nel clima impazzito di quegli anni era possibile muovere accuse proprio a lui o ascoltarle senza condannarle. Isolato, umiliato, “seviziato” (come mi disse un giorno), non arretrò di un metro e nemmeno si fermò. Continuò a camminare. Per rimanere stritolato alla fine dentro una convergenza che sembrò allestita da un destino implacabile: la voglia di vendetta di Cosa Nostra; il crollo del sistema politico di Tangentopoli; la nascita della procura nazionale antimafia, da lui voluta tra mille diffidenze, ma che terrorizzava chi – dal nord – faceva patti con la mafia nell’isola e fuori dall’isola; la nascita (ancora clandestina) del nuovo partito a Milano. E l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, con le votazioni che ristagnavano in Parlamento.
Fu in quel punto della transizione italiana verso qualcosa di nuovo e di incerto che decisero di fermare il suo cammino nel modo più eclatante e spaventoso. Facendo saltare l’autostrada Punta Raisi-Palermo. Perché in Italia a ogni momento di svolta arrivano le bombe e i morti e le stragi. Perché i poteri criminali, e la mafia in mezzo a loro, fanno politica così, da Portella della Ginestra a ieri. Fu una scena di guerra che si incise per sempre nella memoria di un popolo intero. E si trasmise alle nuove generazioni. Che affacciandosi all’adolescenza vengono da vent’anni educate a specchiarsi nei due visi sorridenti del giudice Falcone e del suo amico Borsellino e grazie al loro esempio scelgono di stare dalla parte dell’antimafia, animando il movimento che più ha cambiato la faccia civile del paese.

“Sono andato ad abitare in via Notarbartolo, una strada che scende verso via della Libena, il cuore di Palermo, L’amministratore dello stabile per prima cosa mi ha spedito una lettera ufficiale, che in relazione alla mia presenta in quell’immobile e nel timore di attentati ammoniva: <<L’amministrazione declina ogni responsabilità per i danni che potrebbero essere recati alle parti comuni dell’edificio>>.Un giorno arrivato davanti a casa, con il mio solito seguito di sirene spiegate, purtroppo, di auto della polizia e di agenti con le armi in pugno, ho avuto il tempo di sentire un passante sussurrare: Certo che per essere protetto in questo modo, deve avere commesso qualcosa di malvagio” (Giovanni Falcone, Cose di cosa nostra).

Il desiderio di relegare i magistrati antimafia o meglio, l’opposizione della mafia in genere – ai margini della vita civile è una tentazione ricorrente, che proviene dallo stomaco della società siciliana. Una volta ci riuscirono davvero a mandarli via, insieme, sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino. Era la vigilia del maxiprocesso. A Palermo lo Stato non era in grado di garantire né la loro sicurezza né quella delle loro famiglie. Li misero su un aereo militare e li inviarono all’Asinara, un super carcere, un’isola fortezza, dove sarebbero stati al sicuro e dove avrebbero potuto lavorare in pace per completare l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo maxiprocesso, I magistrati vi rimasero a lavorare due mesi e alla fine furono costretti anche a pagare il conto per il soggiorno-vacanza nella foresteria del carcere, Rimuovere Falcone Borsellino è un desiderio che torna, anche se ormai possono trovare spazio solo nella memoria. Ma i due giudici sono ostinati, come tutti siciliani. Non si lasciano cacciare via nemmeno da morti.  (Uomini contro la mafia di Vincenzo Ceruso)

ANSA 27 GIUGNO 1984

GIUDICE FALCONE IN BRASILE PER INTERROGARE BUSCETTA 

 PALERMO, 27 GIU – IL GIUDICE ISTRUTTORE GIOVANNI FALCONE HA LASCIATO PALERMO PER INTERROGARE IN UN CARCERE BRASILIANO IL BOSS MAFIOSO TOMMASO BUSCETTA, PALERMITANO, ARRESTATO SETTE MESI FA, NEI CUI CONFRONTI E’ PENDENTE UNA RICHIESTA DI ESTRAZIONE. 

 MAFIA: GIUDICE FALCONE IN BRASILE PER INTERROGARE BUSCETTA 2 (ANSA) – PALERMO, 27 – BUSCETTA E’ IMPUTATO DI ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE CON ALTRE 161 PERSONE; E’ RITENUTO MANDANTE DI ALCUNI DELITTI AVVENUTI A PALERMO TRE ANNI FA, NEL QUADRO DELLA ” GUERRA DI MAFIA” ; E’ IMPLICATO IN VARIE INCHIESTE PER TRAFFICO INTERNAZIONALE DI STUPEFACENTI. CON OGNI PROBABILITA’ FALCONE PORRA’ A BUSCETTA ALCUNE DOMANDE SUI SUOI RAPPORTI CON L’ ING.IGNAZIO LO PRESTI, RIMASTO VITTIMA DELLA ” LUPARA BIANCA” , DOCUMENTATI, SECONDO POLIZIA E CARABINIERI, DA INTERCETTAZIONI TELEFONICHE. UN’ ALTRA PARTE DELL’ INTERROGATORIO VERTERA’ SUI PRESUNTI RAPPORTI TRA LO STESSO BUSCETTA ED I FINANZIERI NINO ED IGNAZIO SALVO, CUGINI. PER ESSI – ANCHE SULLA SCORTA DI QUEST’ ULTIMO PRESUNTO COLLEGAMENTO – E’ STATO CHIESTO DALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO L’ INVIO AL SOGGIORNO OBBLIGATO; SULLA RICHIESTA DOVRA’ PRONUNCIARSI LA SEZIONE ANTIMAFIA DEL TRIBUNALE. NON E’ TUTTAVIA DETTO CHE LA MISSIONE DEL DOTTOR FALCONE ABBIA SUCCESSO: BUSCETTA, INFATTI, NEI MESI SCORSI SI ERA RIFIUTATO DI RISPONDERE ALLE DOMANDE POSTEGLI DA UFFICIALI DI POLIZIA GIUDIZIARIA CHE ERANO ANDATI AD INTERROGARLO SUBITO DOPO LA SUA CATTURA

 CONCESSA ESTRADIZIONE BUSCETTA (3) (ANSA) – PALERMO, 27 GIU – CONDANNATO AD UNA DECINA DI ANNI DI RECLUSIONE IN ALCUNI PROCESSO DI MAFIA, TOMMASO BUSCETTA LASCIA IL CARCERE DELL’ UCCIARDONE DI PALERMO NEL 1977 PER ESSERE TRASFERITO NELLA CASA CIRCONDARIALE DI CUNEO. IL 18 FEBBRAIO DELL’ ’80 IL ” BOSS” OTTIENE IL REGIME DI SEMILIBERTA’ CONCESSO DALLA SEZIONE DI SORVEGLIANZA DELLA CORTE D’ APPELLO DI TORINO PER ” COMPORTAMENTO ESEMPLARE” NEL PERIODO DI DETENZIONE. TRE MESI DOPO TOMMASO BUSCETTA, CHE NEL FRATTEMPO AVEVA ROTTO L’ ALLEANZA CON LE COSCHE MAFIOSE CAPEGGIATE DAI GRECO PRESUNTI BOSS DI CIACULLI, FA PERDERE LE SUE TRACCE. LA SUA PRESENZA VIENE SEGNALATA IN SUDAMERICA DOVE RIPRENDE IL CONTROLLO DI UN VASTO TRAFFICO DI STUPEFACENTI E DI NUMEROSE AZIENDE COMMERCIALI. INTANTO A PALERMO SCOPPIA UNA CRUENTA GUERRA DI MAFIA TRA LE COSCHE CAPEGGIATE DA BUSCETTA E BADALAMENTI E QUELLA DEI GRECO, I CUI COMPONENTI SONO INCLUSI NEL RAPPORTO DEI ”162” CONSEGNATO DAGLI INVESTIGATORI ALLA MAGISTRATURA PALERMITANA.- (SEGUE X). 

 CONCESSA ESTRADIZIONE BUSCETTA (4) (ANSA) – PALERMO, 27 GIU – LO SCONTRO FRA LE OPPOSTE FAZIONI PROVOCA TRA IL 1982 E L’ ’83 OLTRE 250 MORTI. LA COSCA DI BUSCETTA SEMBRA AVERE LA PEGGIO. INTORNO A TOMMASO BUSCETTA VIENE FATTA TERRA BRUCIATA: IL 26 DICEMBRE DELL’ ’82 ALL’ INTERNO DELLA PIZZERIA ” NEW YORK PLACE” GESTITA DALLA FIGLIA DEL BOSS, FELICIA, NELLA ZONA RESIDENZIALE DI PALERMO, VENGONO ASSASSINATI IL GENERO DI TOMMASO BUSCETTA, GIUSEPPE GENOVA, E DUE DIPENDENTI DELLA PIZZERIA. TRE GIORNI DOPO TOCCA AL FRATELLO DI TOMMASO BUSCETTA, VINCENZO, ED AL FIGLIO DI QUESTI, BENEDETTO, UCCISI ALL’ INTERNO DELLA LORO FABBRICA DI SPECCHI. QUALCHE MESE DOPO DUE FIGLI DI TOMMASO BUSCETTA, ANTONIO E BENEDETTO, SCOMPAIONO IMPROVVISAMENTE, VITTIME, SECONDO GLI INVESTIGATORI, DELLA ” LUPARA BIANCA”. LA LORO AUTO, UNA ” VOLVO”, FU TROVATA ABBANDONATA CON LE CHIAVI INSERITE NEL CRUSCOTTO IN UNA STRADA DEL CENTRO DI PALERMO. LA REAZIONE DI ” DON MASINO” NON SI FA ATTENDERE ED IL SUO RIENTRO A PALERMO, SECONDO UNA INTERCETTAZIONE TELEFONICA FATTA DAGLI INQUIRENTI PALERMITANI, VIENE SOLLECITATO DALL’ INGEGNERE IGNAZIO LO PRESTI ” PER METTERE UN PO’ DI ORDINE”. IL 24 OTTOBRE DELLO SCORSO ANNO, INFINE, TOMMASO BUSCETTA VIENE ARRESTATO A SAN PAOLO, IN BRASILE, INSIEME A LEONARDO BADALAMENTI, FIGLIO DI ” DON TANO” RECENTEMENTE ARRESTATO A MADRID..

 27-GIU-84 23:56


 

LA STRAGE DI CAPACI

 


PREMIO INTERNAZIONALE GIOVANNI FALCONE AL PROGETTO SAN FRANCESCO

 

COMO RICORDA CAPACI

note

  1. ^L’istituto Nazionale di Geofisica comunicava che secondo le risultanze della stazione di Monte Cammarata (AG), determinate dall’analisi temporale dei segnali registrati si poteva stabilire il momento esatto dell’avvenuta esplosione.
  2. ^abAudizione del procuratore Sergio Lari dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia – XVI LEGISLATURA (PDF).
  3. ^abValutazione delle prove – Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF).
  4. ^Archivio – LASTAMPA.itArchiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive.
  5. ^abSenato della Repubblica XVI LEGISLATURA Documenti (PDF).
  6. ^abRadio Radicale, Processo Madonia Salvatore ed altri (Strage di Capaci bis), in Radio Radicale, 24 novembre 2014. URL consultato l’8 giugno 2018.
  7. ^abcLe dichiarazioni dei collaboratori di giustizia – Sentenza d’appello per la strage di Capaci (PDF).
  8. ^abcdefGli esecutori materiali della strage di Capaci – Sentenza d’appello per la strage di Capaci (PDF).
  9. ^abcdefghijklStralcio della sentenza della Corte di Cassazione per la strage di Capaci (PDF) (archiviato dall’url originale il 4 marzo 2016).
  10. ^
  11. ^
  12. ^abUNA STRAGE COME IN LIBANO – Repubblica.it » Ricerca
  13. ^Boris Zarcone Vlogs, Giovanni Falcone | La Verità Nascosta (Testimonianza di Antonio Vassallo), 11 maggio 2018. URL consultato il 9 giugno 2018.
  14. ^Strage di Capaci, il racconto dei sopravvissuti, in l’Espresso, 20 maggio 2016. URL consultato il 9 giugno 2018.
  15. ^E I CLAN BRINDARONO ALL’UCCIARDONE – La Repubblica.it
  16. ^A PALERMO UN MESE DOPO PER NON DIMENTICARE – La Repubblica.it
  17. ^UN AEREO PER LA STRAGE – La Repubblica.it
  18. ^‘ VERGOGNA, VERGOGNA ASSASSINI’ – La Repubblica.it
  19. ^E Pappalardo Grida Dall’Altare ‘ Smascherate Chi L’Ha Tradito’ – La Repubblica.it
  20. ^“La strage di Capaci? Fu per fermare Andreotti”Corriere della Sera, 28 marzo 1997
  21. ^“Andreotti fece avvertire Violante: la bomba di Capaci è contro di me”Corriere della Sera, 28 agosto 1996
  22. ^Antonino Gioè, boss “chiacchierone” si ammazzo’ per paura della vendettaCorriere della Sera, 12 novembre 1993
  23. ^GIOE’ SUICIDA PER COPRIRE I PIANI FUTURI DELLA MAFIA – La Repubblica.it
  24. ^Presi i carcerieri di Di Matteo – La Repubblica.it
  25. ^BRUSCA AI DI MATTEO: ‘PERDONATEMI’ – La Repubblica.it
  26. ^CAPACI, 41 ALLA SBARRA ‘ MA IL PROCESSO SLITTERA’ ‘ – La Repubblica.it
  27. ^STRAGE DI CAPACI, 24 ERGASTOLI – La Repubblica.it
  28. ^Capaci, ergastolo a 29 boss e sconti di pena ai pentiti – La Repubblica.it
  29. ^gli errori dei politici – La Repubblica.it
  30. ^Processo unico per le stragi – La Repubblica.it
  31. ^la sentenza – La Repubblica.it
  32. ^Strage del ’92 carcere a vita per i mandanti – La Repubblica.it
  33. ^abInterrogatorio del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza
  34. ^Falcone, individuato il commando della strage “Ecco chi procurò l’esplosivo”: 8 arresti – La Repubblica.it
  35. ^Mafia: pm Gozzo, Capaci bis processo molto importante – La Repubblica.it
  36. ^Mafia: due ergastoli per strage di Capaci – La Repubblica.it
  37. ^Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia – XVI LEGISLATURA (PDF).
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  43. ^La giornata della memoria tra l’albero Falcone e Capaci – Repubblica.it » Ricerca
  44. ^Strage di Capaci l’auto in mostra – Repubblica.it » Ricerca
  45. ^Navy NCIS: Naval Criminal Investigative Service (2003)

Bibliografia

Filmografia

Voci correlate

Collegamenti esterni

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a cura di Claudio Ramaccini – Direttore Centro Studi Sociali contro le mafie – PSF