GIOVANNI FALCONE, l’uomo e il magistrato

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MANOSCRITTI degli INTERROGATORI



 

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LA STRAGE DI CAPACI


3.11.1988 – Audizione in Commissione Parlamentare Antimafia 

 

 


L’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988
. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.
Giovanni Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro.  (Paolo Borsellino)
 
 

 


Di Paolo Borsellino

“FALCONE È VIVO!” il Dott. Paolo Borsellino, al termine di una fiaccolata con una veglia di preghiera, organizzata per ricordare il suo amico Giovanni Falcone, teneva un discorso che è considerato il suo testamento morale, qualche giorno dopo avrebbe scandito le stesse parole a Casa Professa.  “Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la Mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua morte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone l’estremo pericolo che egli correva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. Perché non è fuggito; perché ha accettato questa tremenda situazione; perché non si è turbato; perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? PER AMORE! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo e la sua gente, ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali. Intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene. Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche d’indagine. Ma anche consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia (primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità. Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse : “La gente fa il tifo per noi”. E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro, stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza di essa. Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare solo poco perché ben presto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza al prezzo che alla lotta alla mafia, alla lotta al male, doveva essere pagato dalla cittadinanza. Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza ad una lotta d’amore che costava però a ciascuno, non certo i terribili sacrifici di Falcone. Ma la rinuncia a tanti piccoli o grossi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità. Insofferenza che fini per invocare ed ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su una ubriacatura di garantismo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa Nostra e fornirono un alibi a chi, dolorosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsene. In questa situazione Falcone andò via da Palermo non fuggì. Cercò di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le ottime condizioni del suo lavoro. Per continuare a “DARE”. Per continuare ad “AMARE”. Venne accusato di essersi avvicinato troppo al potere politico. MENZOGNA! Qualche mese di lavoro in un ministero non può fare dimenticare il suo lavoro di dieci anni. E come lo fece! Lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. Per fare il magistrato, indipendente come sempre lo era stato, mentre si parlava male di lui, con vergogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta. Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato e perseguitato, hanno perso il diritto di parlare! Nessuno tuttavia, ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta. Se egli è morto nella carne, ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze se non si sono svegliate debbono svegliarsi. La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio, dal sacrificio della sua donna, dal sacrificio della sua scorta. Molti cittadini, è vero, ed è la prima volta, collaborarono con la giustizia per le indagini concernenti la morte di Falcone. Il potere politico trova incredibilmente il coraggio di ammettere i suoi sbagli, e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupide scuse accademiche Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro: occorre dare un senso alla morte di Giovanni, alla morte della dolcissima Francesca, alla morte dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagalo gioiosamente, continuando la loro opera: facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che impongono sacrifici: rifiutando di trarne dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro), collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia, troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli, accentando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito: dimostrando a noi stessi ed al mondo che Falcone È VIVO!” Paolo Borsellino” discorso alla Veglia per Falcone, Palermo 



PAOLO BORSELLINO: CSM bocciò Falcone con motivazioni risibili e grazie anche a qualche Giuda

Video – PAOLO BORSELLINO: ricorda la bocciatura del CSM


L’ULTIMO DISCORSO A PALERMO DI PAOLO BORSELLINO   Il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino interviene ad un dibattito organizzato dalla rivista MicroMega presso l’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo. Con lui, il sindaco Leoluca Orlando, l’avvocato difensore di familiari di vittime al Maxiprocesso Alfredo Galasso e Nando dalla Chiesa. Il magistrato giunge nell’atrio gremito della biblioteca a dibattito iniziato. Il suo arrivo è accolto da un lunghissimo e fragoroso applauso, è la Palermo che si stringe intorno lui, è la Palermo che vive il lutto del 23 maggio. Questo è l’ultimo intervento pubblico di Paolo Borsellino prima della strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992 in cui persero la vita, oltre al magistrato, gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Emanuela Loi.Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro. In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita. Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul “Sole 24 Ore” dalla giornalista – in questo momento non mi ricordo come si chiama… – Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.  Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione – in questo momento i miei ricordi non sono precisi – un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, e questa strage del maggio 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero; perché oggi che tutti ci rendiamo conto quale è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il Paese, lo Stato, la magistratura, che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l’anno prima, in quella data che ha or ora ha ricordato Leoluca Orlando: cioè quell’articolo di Leonardo Sciascia sul “Corriere della Sera” che bollava me come un professionista dell’antimafia e l’amico Orlando come professionista della politica, dell’antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno, già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, perché temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva, a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo; lo convincemmo, riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, ed il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli. Giovanni Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli, nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall’esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro “La mafia ad Agrigento”, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l’aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio, questa iniziativa che allora sembrava soltanto nei miei confronti del Consiglio superiore, immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo. Proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque. Almeno, dissi, se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio. Allora l’opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell’agosto del 1988, l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto; tant’è che il 15 settembre, seppur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l’intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri, perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste, continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter lì continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Quando io, apprendendo dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po’ più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l’ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento, mi cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa. Certo anch’io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell’attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch’esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall’ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin da quel primo momento mi illustrò quello che poteva, riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare soprattutto con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e soprattutto con riferimento al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questa, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena di Torino; ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento, sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato, servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa – non voglio esprimere opinioni circa se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque! – e l’organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia. Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice “cominciò a morire nel gennaio del 1988”, aveva proprio ragione, anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto continuare, ritornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura. (Trascrizione a cura di Samuele Motta da Stampo Antimafioso | Gen 26, 2017)


FIAMMETTA BORSELLINO SI RACCONTA: “LA MIA VITA ALL’ASINARA E QUELLA FRASE DI FALCONE…” Dal 5 al 30 agosto 1985 Falcone e Borsellino furono portati coattivamente assieme alle famiglie sull’isola-penitenziario dell’Asinara perché suo padre e Falcone dovevano preparare la requisitoria per il maxi-processo a Cosa Nostra. Come avete vissuto quel periodo?  “Sia mio padre che Giovanni Falcone hanno vissuto quel periodo attraversando stati d’animo diversi: eravamo lì perché loro dovevano istituire il maxi processo, il processo più grande realizzato in Italia sino ad allora e quindi c’era una mole di lavoro da fare che richiedeva un grandissimo impegno. I primi giorni in cui siamo arrivati all’Asinara attendevano ancora che arrivassero gli incartamenti e ricordo che si sentivano come dei leoni in gabbia, impotenti, sentivano di avere le mani legate senza poter far nulla, ma sono stati anche i giorni in cui si sono goduti una sorta di “vacanza obbligata”, forse almeno per qualche ora, da quello che era diventato il loro obiettivo primario. Quando arrivarono i faldoni invece si gettarono anima e corpo su quegli incartamenti e furono totalmente assorbiti da tutto ciò che comportarono. Per quanto riguarda noi familiari, sicuramente mia mamma, mio fratello Manfredi e mia sorella Lucia avranno avuto una percezione diversa rispetto a me che ero più piccola, ma ad ogni modo la percezione di pericolo si avvertiva. Il 6 agosto 1985 i corleonesi avevano ucciso a Palermo Ninni Cassarà, vicecapo della Squadra Mobile e capo della sezione investigativa. Più di un collaboratore prezioso per mio padre e per Falcone. Da quella tragedia in poi il loro lavoro all’Asinara proseguì con un altro ritmo”. Tratto da intervista a Fiammetta Borsellino  11 Maggio 2021 – Simone Savoia Angela Amoroso IL GIORNALE


“Dottore Falcone il suo rapporto con questa città non è certamente facile. C’è chi dice che lei tende a strafare, che vuole rovinare la Sicilia. C’è chi dice, anche se sottovoce, ci vorrebbero mille Falcone. Cosa risponde agli altri?”
A questa città vorrei dire: Gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini. Ognuno di noi deve continuare a fare la sua parte, piccola o grande che sia, per contribuire a creare in questa Palermo, una volta felice, condizioni di vita più umane. Perchè certi orrori non abbiano più a ripetersi.
Estratto dal libro ” Falcone vive”. Flaccovio editore

 
Un paio di giorni prima di lasciare la Sicilia e iniziare una nuova vita a Roma, Falcone cenò con il collega Pietro Grasso e tre giornalisti in un ristorante di Catania, rivolgendo di tanto in tanto lo sguardo alla splendida vista dell’Etna.
Il magistrato era di umore frizzante, ma i giornalisti continuavano a distrarlo con le loro domande. Volevano sapere cosa pensava dei recenti attacchi personali che lo accusavano di scappare a Roma perché aveva paura di restare in Sicilia.
Visibilmente adirato, Falcone esclamò: <>. Con il pollice e l’indice si afferrò un bottone della giacca, quasi strappandolo e disse: <<Si, io sono siciliano e per me la vita vale meno di questo bottone>>.
Durante il pasto, Falcone aveva fatto una sola osservazione sul clan di Riina. (JOHN FOLLAIN i 57 giorni che hanno sconvolto l’Italia)

 
Il giudice che quasi nessuno ha rispettato in Italia, un mese dopo la morte è commemorato al Congresso americano. A Washington votano all’unanimità una risoluzione per mettere tutti in guardia: la sua uccisione (è un delitto commesso anche contro gli Stati Uniti d’America). Nel grande atrio della scuola dell’FBI, a Quantico, in Virginia, c’è un suo busto in bronzo. L’hanno messo li, proprio in quel punto, perché gli allievi che vogliono diventare agenti speciali, devono passare davanti a Giovanni Falcone almeno due volte al giorno. Per rendere onore a un grande italiano. Attilio Bolzoni
 

 

 

 

L’audio inedito in cui Falcone difende il capitano De Donno

 

L’ULTIMA INTERVISTA

 

 

 

 

 

 


LA STORIA di un biglietto d’amore


Giovanni Falcone e il CSM

Le tensioni nella vita professionale di Falcone

15.10.1991 – Audizione CSM

Le audizioni di Giovanni Falcone al C.S.M., dinanzi al Comitato antimafia o alla Prima commissione, testimoniano delle tensioni che ne hanno accompagnato l’attività professionale, da leggersi in combinato con i dibattiti in commissione e plenum in occasione dei concorsi cui prese parte, per la nomina a Consigliere Istruttore, a Procuratore Aggiunto di Palermo e per Procuratore Nazionale Antimafia. Il concorso per la nomina del Consigliere Istruttore che sarebbe dovuto succedere ad Antonino Caponnetto aveva riproposto il tema dell’applicazione della regola dell’anzianità senza demerito quale criterio preferenziale per la nomina dei dirigenti, a scapito del criterio delle maggiori attitudini, della specializzazione e delle pregresse esperienze nel settore. Con esiti esattamente contrari a quelli della precedente nomina per Procuratore di Marsala, che aveva premiato Paolo Borsellino. Dopo la nomina di Antonino Meli, il 19 gennaio 1988, l’attività del Comitato antimafia, che aveva già visitato altri uffici siciliani, proseguì con la visita a Palermo. Visita che si era svolta, come indicato dal relatore, “in un momento di tensioni, di discussioni e di polemiche seguite alla decisione del Consiglio circa la copertura del posto di Consigliere dirigente”. Le questioni affrontate, e riportate nella relazione al plenum del 3 febbraio 1988, risuonano come molto attuali: i carichi  di lavoro degli uffici, la scopertura degli organici di magistratura e del personale amministrativo, l’informatizzazione, il rilievo delle banche dati, la specializzazione e professionalità della polizia giudiziaria, la ponderazione dei processi, la sostenibilità dei maxiprocessi, l’elevato numero di prescrizioni, il coordinamento investigativo, la circolazione delle informazioni fra diversi uffici giudiziari, il rilievo delle misure di prevenzione, la revisione delle circoscrizioni  giudiziarie.

Le tensioni riemergono dopo pochi mesi, quando al Consiglio giunge il carteggio fra i magistrati del pool (Falcone, Guarnotta, Di Lello, Conte, De Francisci, Natoli) e il Consigliere Istruttore Meli. Falcone ha appena reso pubblica la sua intenzione di essere destinato a diverso ufficio. Il nodo della questione si lega alla filosofia che ha condotto al maxiprocesso. L’intuizione di Falcone, è che essendo Cosa nostra una organizzazione unitaria e verticistica, cui ricondurre l’intero programma criminoso e la realizzazione dei reati fine, per ottenere risultati processualmente validi, sia contro i mandanti che contro gli esecutori materiali, occorre immagazzinare i dati, mettere insieme le informazioni, elaborarle in una centrale informatica; i procedimenti vanno assegnati attraverso regole di competenza interna che consentano a tutti i magistrati che si occupano di mafia (il c.d. pool) di conoscere il lavoro degli altri; con la valorizzazione del sistema delle coassegnazioni, per assolvere la duplice esigenza di assicurare una visione globale delle strutture e dei dinamismi dell’organizzazione mafiosa e di garantire, nel contempo, una sempre maggiore professionalità dei magistrati assegnatari delle istruttorie. Tale filosofia appare sconfessata dall’approccio di Meli. Durante le audizioni del 31 luglio e dell’1 agostodinanzi alla prima commissione e al comitato antimafia, Giovanni Falcone rappresenta tutto il disagio, che a volte definisce scoramento, suo e dei colleghi, per quei primi mesi di lavoro con il nuovo dirigente, di cui non mette mai in discussione la buona fede e la probità, ma di cui contesta il metodo di lavoro, e la stessa filosofia del contrasto alla criminalità organizzata. Il pool risulta depotenziato o, in concreto, smantellato, le regole tabellari di assegnazione dei procedimenti in vigore e approvate con Caponnetto sono disattese o addirittura ignorate, i procedimenti assegnati senza criteri riconoscibili. Emergono chiaramente due diversi modelli. Il Consigliere Istruttore si preoccupa della quantità dei procedimenti pendenti presso l’ufficio, pone continuamente l’accento sul carico arretrato degli affari ordinari, chiede le statistiche; i procedimenti di criminalità organizzata non seguono più la competenza per materia del pool, con le regole di connessione e di precedente. I magistrati del pool, che in ogni caso non avevano trascurato il carico ordinario, vengono ulteriormente gravati. I processi di mafia sono assegnati a tutti, con conseguente atomizzazione delle indagini e polverizzazione delle conoscenze in mille rivoli processuali. Falcone e gli altri magistrati del pool se ne lamentano. A fronte di carichi di lavoro significativi, invece, ad avviso di Falcone, occorre stabilire le priorità. Il modello più efficace per il contrasto alla mafia è quello del pool, che fino ad allora ha operato secondo le regole tabellari di Caponnetto. Nello specifico, non è condivisibile, per i magistrati del pool, la decisione di trasmettere, per competenza territoriale, al Giudice Istruttore di Marsala le posizioni processuali di alcuni soggetti gravati da contestazioni associative, proprio perché configgente con la determinazione di considerare Cosa Nostra un’organizzazione criminale di natura unitaria, avente epicentro a Palermo. La gestione del Consigliere Istruttore è definita “burocratica- amministrativa-verticistica”, l’esatto opposto del modello culturale, organizzativo e professionale che aveva condotto al maxiprocesso.

Il tempo passa, cambia il codice di procedura penale, il maxiprocesso fa il suo corso nei vari gradi di giudizio, restano le tensioni. Giovanni Falcone è nominato Procuratore Aggiunto di Palermo   il 29 giugno 1989 e, successivamente, il 27 febbraio 1991 va a ricoprire l’incarico di Direttore Generale degli Affari penali al Ministero di Grazia e Giustizia. Inizia a lavorare al progetto della Procura nazionale antimafia e alla normativa sui collaboratori di giustizia.

Il 5 e l’11 settembre 1991 pervengono al Consiglio due esposti, uno a firma dell’avv. Giuseppe Zupo, l’altro a firma del prof. Leoluca Orlando, del prof. Alfredo Galasso e di Carmine Mancuso, contenenti critiche alla gestione delle indagini riguardanti la criminalità organizzata di tipo mafioso, con la conseguente richiesta del Presidente della Repubblica dell’avvio di un’inchiesta sull’operato delle istituzioni giudiziarie e sui magistrati della Procura della Repubblica di Palermo. Nello specifico, gli esponenti contestavano a Giovanni Falcone di non aver adeguatamente valorizzato, nei processi per i cd. “omicidi politici” (Reina, Mattarella, La Torre e Dalla Chiesa), elementi documentali già in atti e di non aver approfondito filoni d’indagine in precedenza avviati dal defunto procuratore Costa e coltivati poi dal Consigliere Istruttore Chinnici, nonché di non aver attribuito la giusta valenza alle dichiarazioni eteroaccusatorie rese dai collaboratori di giustizia Pellegriti e Calderone, ai fini del disvelamento del contesto politico che faceva da sfondo alle più recenti evoluzioni dell’organizzazione criminale denominata “Cosa Nostra”. Il 15 ottobre Falcone è chiamato in audizione dinanzi alla Prima commissione. Il clima è davvero teso, e l’audizione si svolge in modo concitato, con l’incalzare delle domande dei commissari e una crescente insofferenza dell’audito, chiamato di fatto a discolparsi da accuse di avere tenuto “le prove nei cassetti” o, comunque,“di aver fatto male le indagini”. Il relatore definisce le accuse contenute negli esposti con la locuzione “doveri trascurati”. Sono passati tre anni dalle audizioni sulla gestione dell’ufficio istruzione da parte di Meli, e ora il Consiglio deve svolgere un approfondimento su una presunta mala gestione delle indagini da parte di Falcone. Da accusatore ad accusato. Nel frattempo tante polemiche si erano registrate, successive all’attentato dell’Addaura e al fuori ruolo al Ministero. Tutto un altro clima. Falcone spiega nel dettaglio il perché di certe scelte investigative, rintuzza punto per punto il contenuto degli esposti che il relatore gli sottopone, fino a dichiararsi in alcuni passaggi dell’audizione sdegnato per certe accuse strumentali e in malafede degli esponenti. Torna sulla gestione Meli e questa volta parla espressamente di una gestione che aveva messo il bastone fra le ruote alle indagini dell’ufficio, determinando una “sofferenza complessiva”. Queste le sue ragioni: “Obiettivamente m’intendevo riferire a quella situazione d’impossibilità di andare avanti, a quella situazione che ha portato allo smantellamento del pool a Palermo, che ha impedito certi risultati che sono stati ottenuti nel passato. Tutto lì. Non intendo ipotizzare né malafede da parte di nessuno, né intendo avanzare dietrologie di alcun tipo, tendo a prendere atto di una realtà: che se ogni due-tre mesi devi discutere di certi problemi, se ad ogni piè sospinto il tuo capo disfa quello che fai un minuto prima, è chiaro che le indagini si arrestano. Se nel momento in cui, poi, si innestano polemiche, come quelle che tutti quanti conosciamo e che sono avvenute negli anni passati e di cui il precedente Consiglio è un testimone, è chiaro che il risultato non può che essere di una sofferenza complessiva. Incalza, poi, ricordando le accuse di essersi messo da solo i candelotti di dinamite all’Addaura, le polemiche relative alla vicenda che aveva condotto alla morte di un suo agente di scorta e che era presente al momento dell’omicidio Dalla Chiesa, le accuse di essere un insabbiatore, proprio lui che, invece, aveva consentito a tantissimi fatti oscuri di venire alla luce con le sue indagini e, soprattutto, con “la più grande indagine bancaria mai fatta in un procedimento”. Ancora una volta, però, ciò che emerge è un modello di magistrato dell’accusa che fa della professionalità e della specializzazione le sue migliori doti; soprattutto riluce una cultura della prova rigorosa, che mira al risultato processuale e non a parziali obiettivi investigativi di facile uso mediatico. Falcone ricorda perfino alcuni contrasti di opinione con altri colleghi del pool, per il rigore che ha sempre richiesto per il raggiungimento di un quadro indiziario grave ed univoco, soprattutto per riscontrare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Emerge la sua profonda conoscenza del fenomeno mafioso:“Io non faccio parte di quella categoria di persone che sostengono che la mafia è un fatto economico e sociale e che se prima non si risolvono i problemi dell’economia siciliana non si risolveranno i problemi della mafia. Io penso che l’ istituzione, il mantenimento di strutture salde di repressione, della forza statale, in zone in cui, proprio dall’assenza dello Stato si sono giovate per giungere a certi risultati, ecco, tutto questo è una delle precondizioni per consentire lo sviluppo e il decollo del Mezzogiorno d’Italia. Quindi sono convinto non che la via giudiziaria sia una bella scorciatoia per risolvere i problemi politici, gabellandoli come problemi di mafia, tutt’altro – ma che la presenza dello Stato è fondamentale in una zona per combattere certi fenomeni che, prima che economici e sociali, sono squisitamente fenomeni di pertinenza criminale …”E, sulle accuse di non aver perseguito il terzo livello della mafia … “non esistono vertici politici che possono in qualche modo orientare la politica di Cosa Nostra. È vero esattamente il contrario … il terzo livello, inteso qual direzione strategica, che è formata da politici, massoni, capitani d’industria ecc … e che sia quello che orienta Cosa Nostra, vice solo nella fantasia degli scrittori: non esiste nella pratica. Esiste una situazione estremamente più grave e più complessa, perché più articolata … Certo è che mi sento di respingere – con sdegno – che ci sia stata una differenza di intensità fra prima e dopo la sentenza del maxi processo. Più avanti, nel corso dell’audizione chiarisce ulteriormente che la presenza di un terzo livello inteso come un direzione strategica che ordina alla mafia di compiere gli omicidi di politici e magistrati consentirebbe, paradossalmente, una repressione molto più agevole rispetto all’effettiva situazione esistente, costituita invece di “rapporti molto intensi, molto ramificati e molto complessi” e, dunque, di gran lunga più difficili da contrastare ed estirpare, per il loro radicamento intimo nell’organizzazione mafiosa e nella società. Falcone richiama la necessità di fare attenzione alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, da sottoporre a rigoroso vaglio e riscontro, e sottolinea la delicatezza e complessità del trattamento del “pentito”, che richiede professionalità specifica: … Non intendo fare un’elegia, intendo dire soltanto che abbiamo di fronte personaggi saldissimamente strutturati che riferiscono ciò che sanno sulla base di un loro preciso disegno. E allora il problema è un sottile gioco psicologico di riuscire a capire qual è il loro disegno per poterti inserire e portarlo verso lo Stato. Una cosa molto difficile e, soprattutto, una cosa che, pentito per pentito, ha una sua origine, una sua evoluzione ed un suo modo d’essere … di fronte a persone che sono abituate da decenni a resistere a qualsiasi situazione di emergenza, figurarsi se è la domanda in un senso o nel’altro che può determinare la decisione di collaborare o meno. Si tratta di un enorme lavoro di pazienza”. La Prima Commissione dovette chiudere la pratica, archiviando le accuse mosse ai magistrati di Palermo (la delibera di plenum arriva il 4 giugno 1992, dopo la morte di Falcone).
Il modello Falcone troverà attuazione, normativa, organizzativa e giudiziaria, con l’istituzione delle Direzioni distrettuali e della Procura nazionale antimafia, e nell’ audizione del 24 febbraio 1992, dinanzi alla Commissione Speciale per il conferimento degli Uffici Direttivi, che dovrà nominare il PNA, il candidato farà ancora richiamo alla necessità di dare impulso al coordinamento investigativo – mediante la sistematica acquisizione ed elaborazione, anche informatica, dei dati e delle informazioni – ed alla esigenza di rafforzare la cooperazione internazionale. Le idee, lucide e sofferte, di un visionario sono diventate realtà, anche nelle circolari del C.S.M.: professionalità, specializzazione, coordinamento investigativo, priorità, cultura della prova del P.M. (il testo è stato curato dal Consigliere CSM  Antonio Ardituro)


Nel 1939 via Castrofilippo non era il simbolo del degrado palermitano. E la piana della Magione raccoglieva i palazzi della buona borghesia. Gli enormi portoni di legno lasciavano intravedere gli atri all’aperto che anticipavano le bianche scalinate. I balconi lunghi, con le ringhiere in ferro battuto e le persiane verdi, rappresentavano lo status symbol dei palermitani che avevano conquistato almeno il “pezzo di pane sicuro” con lo stipendio statale. No, né la Magione, col gioiello arabo-normanno al centro dell’enorme slargo, né la Kalsa con le sue chiese barocche, Palazzo Butera e l’ultima residenza palermitana del Gattopardo, venivano considerati quartieri a rischio. Certo, il “popolino” c’era anche allora, ma non dava manifestazioni di turbolenze. Anche la mafia esisteva già, pur se non si faceva vedere. Presenza discreta e immanente per garantire una tranquilla convivenza tra classi sociali che avevano poche affinità, se non il “comune sentire” e la vocazione a “farsi i fatti propri”. Ciò assicurava alla mafia, ancora primitiva e scarsamente industrializzata, il controllo del territorio, agli abitanti -anche a quelli non mafiosi- di poter rincasare col buio senza essere derubati o infastiditi.
Non erano tempi eccezionali. Di quel periodo Sciasca dirà che viveva “dentro una società doppiamente non giusta, doppiamente non libera, doppiamente non razionale.
Gli analfabeti erano il venti per cento della popolazione. Palermo contava più di quattrocentomila abitanti e il reddito medio (ma non tutti avevano un reddito) era di 3029 lire al mese.
I Falcone, che il reddito lo avevano, abitavano al numero 1 di via Castrofilippo, al “piano nobile” di un bel palazzo antico che era stato la casa del sindaco Pietro Bonanno, fratello della nonna, quello della villa con le palme davanti a Palazzo d’Orléans. Appartamento, grande, con le volte alte, gli affreschi sul soffitto e le maioliche pregiate del pavimento. Una famiglia tranquilla, né ricca né povera, quella del dottor Arturo Falcone, direttore del laboratorio provinciale di igiene e profilassi. Lavorava solo lui; la moglie, Luisa Bentivegna, stava in casa a badare ai figli.
In quella casa, il 18 maggio del 1939, col fondamentale aiuto di una levatrice e di un medico, è nato Giovanni, terzogenito molto atteso dopo due femmine. Era un giovedì di primavera inoltrata, ma Palermo era spazzata da un fastidioso vento di scirocco. L’umidità raggiungeva punte altissime. Il calendario annunciava la festa di san Venanzio martire e il “Giornale di Sicilia”, come piatto del giorno, consigliava “Quaglie alla siciliana”. La cronaca, invece, non offriva grandi spunti, tranne un infortunio al cantiere navale e il caso di una bambina, Caterina Restuccia, caduta nella pentola di acqua bollente e morta per le ustioni. Il 18 maggio i nati erano venticinque. Allentante il cartellone degli spettacoli: al Teatro Massimo l’ultima rappresentazione della stagione con la Traviata interpretata da Attilia Archi e Gino Fratesi. Al cine-varietà del Massimo il Gruppo d’arte “Novecento” dava La Casa del peccato con la Negri. Quel 18 maggio le cronache sportive davano conto del fatto che la squadra di calcio del Palermo aveva superato “agevolmente la combattiva Salernitana” e si attestava sui 32 punti in classifica. La prima pagina annunciava l’imminente visita del principe Umberto. Ma in casa Falcone, quel giorno, non ci fu tempo per leggere il giornale. Era arrivato il maschio, dopo due femminucce: Maria, che aveva tre anni e Anna, la più grande, che ne aveva quasi nove.
(Francesco La Licata -Storia di Giovanni Falcone-)

Nel febbraio 1991, Claudio Martelli, l’allora ministro di Grazia e Giustizia, chiese a Falcone di trasferirsi a Roma e gli offrì un posto dirigenziale al ministero, quello di direttore degli Affari Penali. In principio, Falcone esitò, poi accettò. Riteneva di poter fare molto di più contro la mafia da Roma che da Palermo e vide il nuovo incarico come un’opportunità di dichiarare guerra, una vera guerra a livello nazionale, all’organizzazione. Progettò l’istituzione di una Direzione Investigativa Antimafia -meglio nota come DIA- un’agenzia, simile all’FBI americana, che avrebbe coordinato le indagini in tutto il Paese.
Un paio di giorni prima di lasciare la Sicilia e iniziare una nuova vita a Roma, Falcone cenò con il collega Pietro Grasso e tre giornalisti in un ristorante di Catania, rivolgendo di tanto in tanto lo sguardo alla splendida vista dell’Etna. Il magistrato era di umore frizzante, ma i giornalisti continuavano a distrarlo con le loro domande. Volevano sapere cosa pensava dei recenti attacchi personali che lo accusavano di scappare a Roma perché aveva paura di restare in Sicilia. Visibilmente adirato, Falcone esclamò: <>. Con il pollice e l’indice si afferrò un bottone>>. Durante il pasto, Falcone aveva fatto una sola osservazione sul clan di Riina: <>. (da i 57 giorni che hanno sconvolto l’Italia di JOHN FOLLAIN)

I discorsi sulla morte si facevano più frequenti.

Era diventato un tema ricorrente, insieme con l’abitudine a un ordine quasi maniacale. Quella scrivania diventava ogni giorno più rassettata, come se la preoccupazione di Giovanni fosse solo quella di mettere ogni cosa al proprio posto. Una sera, dopo lettura dell’ennesimo articolo anti-Falcone, fece il discorso più amaro che gli abbia mai sentito pronunciare. Poche Parole; “Io non ho niente. Non posseggo neanche una casa, ho soltanto il mio lavoro e la mia dignità. Quella non me la possono togliere”.
No, forse razionalmente non pensava di essere così vicino alla morte. Era semmai la morte che inconsciamente gli entrava nella pelle. Quell’ansia di ordine non l’aveva mai avuta, la sua scrivania di Palermo era una bolgia di fascicoli, lo stesso quella del primo periodo romano. Era come se si stesse preparando a un distacco e “ripuliva” prima di andarsene. Un po’ come aveva fatto prima di lasciare la Procura.
Ma non mutava il suo comportamento, non cambiava il suo pensiero. Pochi giorni prima di saltare in aria sull’autostrada di Capaci, Giovanni tornava a difendere il “suo” maxiprocesso, ricordando che per la prima volta, “sia pure in un dibattimento con centinaia di imputati, l’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra” era stata “processata in quanto tale”. Instancabile, Giovanni continuava a battere sui temi della lotta alla mafia, fino alla vigilia della morte: l’8 maggio all’istituto Gonzaga di Palermo, il 13 all’Università di Pavia, qualche giorno prima dell’attentato a Roma, in una conferenza presso il residence Ripetta. Quel giorno accadde un fatto assai strano: qualcuno gli fece trovare un biglietto vicino al posto dove si sarebbe seduto. Il contenuto del messaggio non era particolarmente allarmante, lasciava sorpresi il fatto che qualcuno, malgrado tutte le misure di sicurezza adottate, fosse riuscito a giungere fino alla poltrona di Giovanni Falcone.  (Francesco La Licata -Storia di Giovanni Falcone-)

Con la nuova “squadra”

 
Molti avevano detto che all’esterno quella scelta sarebbe stata vissuta come una sconfitta. Ma lui non se ne curò. Falcone arrivò al ministero con un leggero ritardo. L’insediamento era previsto per i primi di marzo, ma fu rinviato perché bisognava attendere che si liberasse dell’ultimo impegno processuale palermitano: la chiusura dell’inchiesta sugli omicidi politici. Una volta firmata la sentenza, si trasferì. Non si può dire che a Roma fosse più amato che a Palermo. Ma certamente potè contare su un gruppo di amici che si era trovati vicini ai tempi non sospetti del lavoro preparatorio del maxiprocesso. Aveva in mente il “suo gruppo”, del quale “doveva” far parte Liliana Ferraro. Sorse qualche problema, dato che Martelli si accingeva a trasferirla. Falcone intervenne e propose al ministro che la Ferraro fosse nominata sua vice: “La voglio accanto”. Aveva i suoi buoni motivi per avanzare una richiesta così determinata: motivi di profonda amicizia, ma non solo. Falcone non conosceva la “macchina” del ministero, mentre la Ferraro la dominava, e poi aveva bisogno di sentirsi protetto da qualcuno che sicuramente non avrebbe tradito. Un’altra amicizia nascerà con Livia Pomodoro, che Martelli nominerà capo di gabinetto del ministro nel maggio 1991. Un terzo amico lo troverà in Giannicola Sinisi, un giovane magistrato pugliese anche lui appena giunto a Roma, che diventerà per Falcone “l’allievo”.
Giannicola SINISI (magistrato)
Mi colpì subito quell’uomo. Mi colpirono i suoi occhi mobilissimi, il suo sguardo leale e franco. Capii che mi trovavo di fronte una persona “difficile” ma estremamente ricca. Legammo immediatamente, ci trovammo d’accordo soprattutto sul programma che aveva accettato di portare avanti. Ricordo che cominciammo a lavorare quasi subito. Anche prima del 13 marzo, in una stanza che non era la sua, in condizioni precarie. Primo obiettivo fu quello di chiedersi come fare per dare una nuova organizzazione alla polizia giudiziaria. Organizzò degli incontri. Andammo a cena, io, lui e Liliana Ferraro con Pino Arlacchi, con Gianni De Gennaro e con Piero Grasso, che si accingeva a passare anch’egli al ministero. Questo accadeva in febbraio, e non abitava ancora a Roma. Poi si insediò e mi disse: “Preparati a cambiare ufficio, verrai da me”. Sorse qualche problema e allora ne parlò col ministro, quindi andò direttamente dal capo di gabinetto di allora, Filippo Verde, e gli cominciò: “Lui viene con me”. Qualche tempo dopo cominciò ad avvalersi della collaborazione di Loris D’ambrosio, un collega che lavorava all’ufficio riforme del ministero e che Giovanni chiamò alla direzione generale degli Affari penali. Ricordo ancora il suo ritorno dal primo weekend trascorso a Palermo. Si presentò con un questionario sul problema del coordinamento delle indagini preliminari, lo stesso che poi sarebbe stato inviato, senza riceverne grande riscontro, a tutti i procuratori generali. Mi colpì la concretezza di quell’uomo: le cose di cui parlava diventavano realtà. Mi disse che si era fatto aiutare da Francesca per scrivere a macchina i testi delle domande.  (Francesco LA LICATA-storia di Giovanni FALCONE- Feltrinelli)
 

 
“Da vivo perde quasi tutte le sue battaglie. Da morto è esaltato e osannato, il più delle volte dagli stessi nemici che ne hanno voluto le sconfitte. Un’indagine come tante è all’origine del grande processo che segna l’inizio della fine per i padroni della Sicilia, un giudice come tanti diventa il magistrato più amato e più odiato d’Italia. Sepolto in una piccola stanza dietro una porta blindata, in mezzo ai codici e alla sua collezione di papere di terracotta, è il primo a mettere veramente paura alla mafia. Prigioniero nella sua Palermo, è l’uomo che cambia Palermo. Detestato, denigrato, guardato con sospetto dai suoi stessi colleghi in toga, temuto e adulato dalla politica, resiste fra i tormenti schivando attentati dinamitardi e tranelli governativi. Prima tremano per la forza delle sue idee, poi si impossessano della sua eredità. È celebrato come eroe nazionale solo quando è nella tomba.
Per tredici lunghissimi anni provano ad annientarlo in ogni momento e in tutti i modi. Per quello che fa o per quello che non fa.
Ci riescono alle 17.56 minuti e 48 secondi del 23 maggio 1992 su una curva dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi corre verso la città. A quell’ora, gli strumenti dell’Istituto di geofisica e di Vulcanologia di monte Erice registrano “un piccolo evento sismico con epicentro fra i comuni di Isola delle Femmine e Capaci”.
Non era un terremoto. È una carica di cinquecento chili di tritolo che fa saltare in aria Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.”  (Attilio Bolzoni)

I magistrati italiani non lo votano per il Csm. Non lo vogliono fra i piedi nemmeno lì

Sono pochi i giudici che gli vogliono bene. Una è Ilda Boccassini, il pubblico ministero di Milano che in quei mesi -è la fine dell’estate del 1989- inizia a indagare sulla mafia al Nord. E’ la Duomo Connection, trafficanti siciliani in combutta con amministratori pubblici milanesi.
Giù a Palermo, la Procura ha chiuso intanto la sua inchiesta sui <>, le uccisioni di Pio La Torre, del segretario provinciale della Dc Michele Reina e del presidente della Regione Piersanti Mattarella.
E’ un’indagine superficiale, manca di approfondimenti sui mandanti. Come sempre, c’è solo Totò Riina.
<>, dice Falcone a Borsellino e a qualche altro collega.
Ma ancora una volta prevale il senso del dovere, la disciplina, l’ubbidienza, il rispetto della gerarchia. Giovanni Falcone firma. E’ stremato dalle polemiche precedenti, non condividere ufficialmente quell’inchiesta equivarrebbe ad aprire un altro <> e ricominciare con le audizioni al Csm.
Dopo il duello Falcone-Meli, lo scontro Falcone-Giammanco. Capisce che è finito in una trappola, E’ stanco.
Gli spiace solo di non aver indagato di più su <>, l’organizzazione paramilitare nata nell’immediato dopoguerra per difendere le democrazie occidentali dal <>. Falcone ha trovato alcuni indizi degli <> strutturati militarmente, tracce che lo portano alla morte di Pio La Torre. E’ il procuratore Giammanco a fermarlo. Lui annota tutto sul suo computer. Consegna qualche appunto a Liana Milella, una giornalista di cui si fida.  le confessa.
E’ frastornato, sempre più solo. Si prende i rimproveri e gli insulti anche degli artefici della <> di Palermo. Il sindaco Orlando lo attacca <>, il riferimento è alla sua firma in calce all’inchiesta sui cosiddetti delitti politici.
E’ la fine di un’amicizia e la fine di un’epoca.  (Attilio Bolzoni -UOMINI SOLI-)

Alla fine degli anni 70 quando per la prima volta Giovanni Falcone sale i gradini del Palazzo di Giustizia di Palermo, non può lontanamente immaginare le amarezze che gli riserverà quel Tribunale; allora chiamato “Palazzo dei veleni”

 

Alla fine del 1978 Falcone torna dopo 14 anni nella sua città. E’ stato Pretore a Lentini poi sostituto procuratore a Trapani.
Dopo un anno viene chiamato all’ufficio istruzione da Rocco Chinnici, (magistrato integerrimo) che ha appena preso il posto di Cesare Terranova ucciso dalla mafia il 25 settembre 1979.
Dal diario di Rocco Chinnici:
Ore 12:00 vado da Pizzillo…Mi investe in malo modo dicendomi che all’ufficio istruzione
stiamo rovinando l’economia palermitana…Mi dice chiaramente che devo caricare di processi semplici Falcone in maniera che cerchi di scoprire nulla perché i giudici istruttori non hanno mai scoperto nulla…Mi dice che la dobbiamo finire, che non dobbiamo più disporre accertamenti nelle banche.
Giovanni Falcone lavorerà ancora per poco con Rocco Chinnici, il 29 luglio 1983 Palermo si sveglia in uno scenario di guerra; alle 8:05 del mattino esplode un’autobomba che uccide Rocco Chinnici, i due uomini della scorta il maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile dove abita il magistrato Stefano Li Sacchi. La mafia è passata al tritolo. L’asfalto di via Federico Pipitone sprofonda sotto le cariche di esplosivo, le autovetture volano fino al terzo piano. Occorre ricordare cosa sono stati quegli anni a Palermo. Furono uccisi magistrati, carabinieri, poliziotti, sacerdoti, giornalisti, tutta quella parte di società civile che si opponeva a Cosa Nostra fu eliminata fisicamente. Il sangue nelle strade di Palermo l’elenco infinito dei morti, oltre quattromila ne ha contati la guerra di mafia. Chi poteva fermare lo scempio. La città ammutolita confida in Falcone, Borsellino, nel pool antimafia che fu guidato da Antonino Caponnetto. L’anziano magistrato prese il posto di Rocco Chinnici. A questi uomini la città sembrò consegnarsi con speranza. (Da la storia siamo noi -Giovanni Falcone un giudice italiano-)
 

Alla fine del 1984 il pool è al massimo dell’impegno e dei risultati.

 
Falcone si muove lento ma inesorabile, passo dopo passo. Come un bulldozer rimuove ogni ostacolo ed evita le bordate dei suoi avversari che, secondo la peggior tradizione palermitana, non potendolo uccidere col piombo, ci tentano con le maldicenze. Cosa dicono, stavolta, le solite voci di corridoio? Cantano una vecchia e collaudata filastrocca: “Falcone arresta solo i deboli, i potenti non li tocca”. In verità ha già inviato comunicazioni giudiziarie a Nino e Ignazio Salvo, ipotizzando il reato di associazione per delinquere. E ha cominciato a ronzare pericolosamente attorno a Vito Ciancimino, il “padrone di Palermo”. Bella forza, insinua il tam-tam. Perché non passa alle manette?
Giovanni incassa e non fiata. Sa che la fretta e l’approssimazione giocherebbero contro di lui, che il nemico in agguato aspetta un suo errore, anche minimo, per delegittimarlo. Confida ai pochi amici: “Io faccio il giudice e per firmare un provvedimento devo avere la certezza di non essere smentito. Se arresti uno di questi signori e dopo un pò sei costretto a metterlo fuori, hai chiuso”. Le maldicenze montano, lui continua a subire senza reagire.
Ottobre era stato il mese del “raccolto”. In Canada Falcone cominciò a ottenere le prove che gli avrebbero consentito di incastrare l’ex sindaco Vito Ciancimino: i riscontri bancari di operazioni per milioni di dollari. Contemporaneamente Buscetta sottoscrisse un verbale con cui ammetteva di essere stato in contatto diretto coi Salvo, durante la sua latitanza del 1980. Diede anche una particolareggiata descrizione della casa dove aveva trascorso le feste di Natale: la villa che gli esattori possedevano a Casteldaccia e che gli avevano “messo a disposizione”.
Due volte Palermo finì in prima pagina. La prima, il 3 novembre, quando il commissario Ciccio Accordino si presentò al quinto piano di via Sciuti per dire all’ex “padrone di Palermo”: Signor Ciancimino lei è in arresto, l’accusa è di associazione mafiosa ed esportazione di capitali all’estero”. Quindi passò qualche giorno e Falcone replicò. Fu la volta degli intoccabili Nino e Ignazio Salvo: in manette, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso.
Era il 12 novembre: la città guardava sbigottita, nessuno avrebbe mai creduto di poter assistere a tanto. Solo qualche anno prima, per interrogare gli esattori, tanto potenti da riuscire a imporre alle elezioni i “loro” deputati, i magistrati dovevano chiedere un appuntamento telefonico.  (Storia di Giovanni Falcone di Francesco La Licata)

 
 
Nel  cortile dell’accademia nazionale dell’FBI di Quantico (Virginia), vi è un busto in bronzo di Giovanni Falcone raffigurato secondo la simbologia araldica dello scudo e la spada che rappresenta la “morte in battaglia”.  L’opera fu voluta nel 1994 dal direttore dell’FBI Louis Freeh che aveva collaborato con Falcone nell’inchiesta Pizza Connection tra il ’79 e l’84, che portò allo smatellamento di  un enorme traffico di droga e rete di riciclaggio internazionale tra Italia, Stati Uniti e Svizzera.
Freeh rimase impresssionato dal “Metodo Falcone”, il “Follow the money” (“segui il denaro”) per tracciare e identificare tutte le attività delle organizzazioni criminali e poter chiudere loro i rubinetti. Nella sede generale dell’FBI di Washington, invece esiste la “Giovanni Falcone Gallery”, una galleria di oggetti e immagini dedicata al magistrato siciliano.
“Affinché le nostre reclute prendano esempio da Giovanni Falcone e ricordino che essere servitori della legge significa essere in ogni momento consapevoli di rischiare la propria vita in nome di una causa più grande.”
Louis Freeh, direttore dell’FBI
 

GIOVANNI FALCONE – Articoli 1° Parte

  • IL MAXIPROCESSO 
  • L’ATTENTATO ALL’ADDAURA E LA CONGIURA DEL “CORVO”  
  • LA STRAGE DI CAPACI  
  • LA RINASCITA 
  • I pentiti raccontano: «Falcone ucciso per il Maxiprocesso»
  • GLI OMICIDI DI SALVO LIMA E IGNAZIO SALVO 
  • L’ESITO DEL “MAXIPROCESSO”
  • Giovanni Falcone aveva messo fine all’impunità di Cosa Nostra
  • LA NASCITA DEL POOL ANTIMAFIA 
  • GLI INTOCCABILI ESATTORI SALVO 
  • 19 Gennaio1987, mentre il maxiprocesso di Palermo si avviava alla sua conclusione, il Dott. Caponnetto dovette per ragioni di salute e suo malgrado fare ritorno a Firenze. 
  • Le VITTIME della STRAGE di CAPACI 

Leggi anche: 

  • I DISSIDI CON IL PROCURATORE GIAMMANCO
  • Isolato e attaccato a Palermo, Falcone si trasferisce al Ministero di Grazia e Giustizia
  • L’ARRIVO AL MINISTERO DI GRAZIA E GIUSTIZIA  
  • AL MINISTERO DI GRAZIA E GIUSTIZIA  
  • LE SUE PROPOSTE LEGISLATIVE
    CON LA NUOVA SQUADRA  

GIOVANNI FALCONE – Articoli 2° parte

  • Un palermitano autentico, il giudice Falcone. Palermo e la storia ne è testimone, è capace di dare “tutto il peggio” ma anche “tutto il meglio”. 
  • ALLA KALSA SULLE STRADE DI FALCONE E BORSELLINO
  • Giovanni Falcone, il ragazzo della Kalsa della Palermo giusta
  • I discorsi sulla morte si facevano più frequenti. 
  • La solitudine di Giovanni Falcone
  • La scrivania del giudice è coperta di assegni. 

GIOVANNI FALCONE Articoli 3° Parte

  • GIOVANNI BRUSCA: Iniziammo i turni il 21 maggio di pomeriggio
  • CORRADO CARNEVALE, il giudice che ama il cavillo
  • Nel 1939 via Castrofilippo non era il simbolo del degrado palermitano
  • Cosa Nostra ha buona memoria e non dimentica facilmente
  • Faceva paura, in quegli anni, la macchina da guerra che si muoveva attorno a Falcone. 
  • Una strage per fermare Giovanni Falcone, il giudice che fa paura alla mafia
  • Isolato nella sua città  
  • La giornata del 22 maggio 1992 fino a sera, Giovanni Falcone l’aveva trascorsa a mettere ordine nelle sue cose. 

GIOVANNI FALCONE Articoli 4° Parte

  • ERA DIVERSO, ERA UN FUORICLASSE 
  • LA SCOPERTA DELLE RAFFINERIE DI EROINA  
  • I SUOI RAPPORTI CON L’FBI E CON RUDOLPH GIULIANI 
  • UNA NUOVA STRADA FINO AL MAXI PROCESSO 
  • LA “GESTIONE” DEI COLLABORATORI DI GIUSTIZIA 
  • SEMPRE ALLA RICERCA DI VERITA’ 
  • IL “METODO FALCONE” COME MATERIA DI STUDIO 
  • Io, uditore nella stanza del dottor Falcone
  • Da vivo perde quasi tutte le sue battaglie .da morto è esaltato e osannato
  • QUANDO FALCONE MI DISSE: “CE LA POSSIAMO FARE” – QUELLE PAROLE SEMPRE CON ME  

  • Enzo Biagi ricorda Giovanni Falcone 
  • QUEL MAGISTRATO HA FATTO COSE DA PAZZI
  • Giannicola Sinisi (Magistrato) racconta: I discorsi sulla morte si facevano sempre più frequenti.  Licata)
  • L’INFANZIA DI GIOVANNI FALCONE
  • Quello che pensava Falcone dei collaboratori di giustizia
  • ” Il traffico dello svincolo per l’autostrada va ingrossandosi sempre di più , mentre corro in direzione opposta
  • “Nel luglio del ’78 una mattina nella mia stanza dell’ufficio istruzione
  • Giovanni Falcone sapeva come sarebbe finita.
  • Il “metodo Falcone” era lui stesso, uomo e giudice di Pietro Grasso 
  • Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone
  • Lo stile dell’uomo e del magistrato di Giovanni Paparcuri 
  • La mossa vincente di seguire il denaro
  • In quel mese di maggio del 1992 a Roma arrivano i sicari di mafia. Seguono Giovanni Falcone. 
  • Alla fine del 1984 il pool è al massimo dell’impegno e dei risultati

GIOVANNI FALCONE Articoli 6° Parte

  • Falcone e quel verbale dopo l’attentato all’Addaura  
  • Analisi di un testimone 
  • L’avvertimento  
  • Le parole di Carla Del Ponte  “Oliviero Tognoli decise di farsi arrestare a Lugano perché diceva che lì la mafia non c’era. 
  • Paolo Borsellino non era riuscito a far parte del pool di magistrati che investigavano sull’omicidio di Giovanni Falcone 
  • Porta in spalla la bara di Giovanni Falcone, gli restano ancora cinquantacinque giorni

  • La morte di Falcone mi ha lasciato in uno stato di grave situazione psicologica per il dolore provato, in quanto non si tratta soltanto di un collega o compagno di lavoro ma, probabilmente del più vecchio degli amici che è venuto meno.  Ho temuto nell’immediatezza della morte di Falcone una drastica perdita di entusiasmo nel lavoro che faccio. Fortunatamente, non dico di averlo ritrovato, ho almeno ritrovato la rabbia di continuarlo a fare.
  • Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”.
  • In pochi giorni mi sento invecchiato di almeno 10 anni, non solo perché ho perso un grande amico, ma anche perché ho perso il mio scudo. Mi sento solo.
  • «Mio padre rimase invalido nel primo conflitto mondiale: in testa, trentatrè schegge d’osso che i medici, per non complicare le cose, evitarono di rimuovere. Da allora ebbe sempre difficoltà di deambulazione. Un mio zio, capitano d’aviazione, fu abbattuto».  Non si riferiva a Salvatore ma a Giuseppe, fratello del padre, caduto a ventiquattro anni nel corso di un duello aereo. Ma lo zio Salvatore era nel suo cuore e lo ricordo cosi: «Un altro zio, fratello di mia madre, falsificò i documenti anagrafici pur di arruolarsi come volontario: una granata lo colpi in pieno e l’uccise. Per questi nostri morti provavamo affetto e ammirazione, la loro vita era considerata un esempio. “Hanno servito la patria!” erano soliti ripetere i miei genitori». (da “Storia di Giovanni Falcone” di Francesco La Licata

“Il traffico dello svincolo per l’autostrada va ingrossandosi sempre di più , mentre corro in direzione opposta -racconta Lucia -. C’è già tanta gente di fronte all’ospedale , scopro che mio padre è arrivato tra i primi al pronto soccorso . Ha chiesto dov’è Falcone , è scomparso dietro una porta a vetri . No , non so quanto tempo sia passato dal suo arrivo . All’improvviso lo vedo: ho impresso nella memoria il suo sguardo smarrito , sconvolto, è invecchiato in pochi minuti . Mi viene incontro , mi abbraccia: “È morto così, tra le mie braccia”. Comincio a piangere senza freni , sento la sua voce che vuole essere ferma , altera: “Non piangere, Lucia, non dobbiamo dare spettacolo”. Dopo qualche secondo non ce la fa più neanche lui . Ora è tra le mie braccia , inizia a singhiozzare . Sento le sue lacrime bagnarmi il collo , lo stringo per paura che si lasci andare . “Papà, ma adesso come farai a continuare?” Chiedo. “Non lo so, non lo so”. Piange ancora , scuote la testa . Alle nostre spalle arriva Alfredo Morvillo , il fratello di Francesca. Lui e papà si conoscono da una vita . Capisce che anche per la sorella non c’è stato niente da fare . “No, pure Francesca no…”, Singhiozza ancora. È grande la sofferenza per la perdita di Giovanni e Francesca , gli volevamo tutti bene , in casa Borsellino . Ma il mio pianto , quel 23 maggio , non sembri egoistico , nasconde anche una consapevolezza: adesso la morte di mio padre diventa più vicina , anche per lui le ore sono ormai contate .  (Estratto da “Paolo Borsellino”, Umberto Lucentini)


Era il 1991, Giovanni Falcone era un altro uomo rispetto a Palermo..
“Pronto Mi ha chiamato Kim Basinger? Non ha chiamato? Bene allora non voglio sapere chi altri si è interessato di me..”[…..].
Dopodiché ascoltava diligentemente l’elenco delle telefonate giunte in ufficio. Avrebbe imparato presto, la segretaria(che in breve sarebbe divenuta amica insostituibile) a convivere con l’umore di Falcone, a capire se le cose andavano bene oppure se c’erano problemi.
Tutto sommato il giudice aveva un carattere allegro. Scherzava, ricorreva al paradosso, storpiava le parole, giocava coi cognomi e ne sa qualcosa Livia Pomodoro, capo di gabinetto del ministro, Giovanni la chiamava “Tomato” o più accessibilmente “salsa”. Giochetti ingenui certo, al pari delle sue famose battute demenziali alla Totò: se infatti, entrando nel suo ufficio, gli chiedevi” come stai”?, poteva capitare che ti rispondesse “seduto” oppure “in piedi in questo momento.” “
Era l’inizio del 1991 e si era finalmente liberato dell’incubo di Palermo. Tratto dal libro ” Storia di Giovanni Falcone” di Francesco La Licata.

In genere i soldati vincono le battaglie e i generali se ne prendono il merito.
Il giudice Falcone aveva un carattere particolare, a volte un po’ scontroso, ma aveva tantissimi pregi, uno su tutti era che ti diceva le cose in faccia, in più era molto rispettoso dei suoi collaboratori, in particolar modo rispettava il loro lavoro. Per esempio, se il risultato di una ricerca che mi aveva affidato non lo convinceva, mi faceva trovare un post-it giallo con su scritto “parlarne con Paparcuri”, mi chiedeva semplicemente perché avevo preso una determinata decisione anziché un’altra, e io da buon soldato gli spiegavo tutto. Mai mi disse io sono il capo e si fa come dico io, invece, ripeto, se ne parlava e assieme si trovava la soluzione migliore nell’interesse dell’ufficio e nell’interesse delle sue esigenze investigative. Giovanni Paparcuri
 

La scrivania del giudice è coperta di assegni. Tutti ordinati per data e per nome. Sulla prima fila ce ne sono undici firmati Gambino Tommaso. Sono tre cugini con lo stesso nome. Uno nato nel 1939, l’altro nel 1934, il terzo nel 1940.
Sulla seconda fila gli assegni portano la firma Inzerillo. Per non confondersi, il giudice Falcone dispone gli assegni con cura e comincia a disegnare sull’agenda un albero genealogico. La sua indagine è finita dentro una grande famiglia siciliana. In un intreccio di matrimoni, i Gambino sono uniti da legami di sangue agli Spatola, agli Inzerillo, ai Di Maggio. Da vicino o da lontano sono imparentati tutti con John Gambino, il mafioso più potente d’America. Sono quattro ceppi familiari che hanno radici da una parte e dall’altra dell’Atlantico.
Giovanni Falcone scopre che Rosario Spatola conquista appalti pubblici con estremi ribassi, ha un’enorme liquidità, alle aste non ha mai concorrenti. Il giudice segue i movimenti di denaro e li incrocia con le <> che arrivano da Cherry Hill, nel New Jersey, dove dal 1964 -emigrati dalla borgata palermitana di Passo di Rigano- vivono i suoi cugini americani.
E’ la prima volta che, a Palermo, qualcuno si addentra negli istituti di credito. E’ anche la prima volta che un inquirente si concentra non sui singoli delitti ma sulle connessioni fra un delitto e l’altro, fra un mafioso e un altro mafioso.
Falcone indaga su un’organizzazione criminale. E capisce che è una e una sola. E’ una rivoluzione investigativa.
Ancora non sa che l’inchiesta su Rosario Spatola stravolgerà la sua vita per sempre.
<>, sibila nell’atrio del Tribunale un famoso penalista, quando il giudice richiede la copia di un versamento di 300 mila dollari alla filiale palermitana della <>. Soldi dall’America. In cambio di eroina dalla Sicilia.
Gli Spatola e i suoi parenti sono trafficanti di droga. I più ricchi dell’isola. I più protetti dalla politica. I più favoriti dalle pubbliche amministrazioni.
Le prime lettere anonime, bare o croci disegnate su fogli bianchi, gli vengono recapitate dopo che ha ordinato l’acquisizione delle distinte di cambio in valuta estera a partire dal 1975.
La sua piccola stanza, in fondo al corridoio buio del piano terra del Tribunale, si riempie di scatoloni. Tutti i movimenti di denaro da New Jersey a Palermo sono lì dentro. E’ la scoperta dell’America.
(Attilio Bolzoni)

2012 – PALERMO – XX ANNIVERSARIO DI CAPACI A PALERMO – GALLERIA FOTOGRAFICA

Il giudice che quasi nessuno ha rispettato in Italia, un mese dopo la morte è commemorato al Congresso americano. A Washington votano all’unanimità una risoluzione per mettere tutti in guardia: la sua uccisione (è un delitto commesso anche contro gli Stati Uniti d’America). Nel grande atrio della scuola dell’FBI, a Quantico, in Virginia, c’è un suo busto in bronzo. L’hanno messo li, proprio in quel punto, perché gli allievi che vogliono diventare agenti speciali, devono passare davanti a Giovanni Falcone almeno due volte al giorno. Per rendere onore a un grande italiano. Attilio Bolzoni


“Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. E’ stato sempre “trombatissimo”. Bocciato come consigliere istruttore. Bocciato come procuratore di Palermo. Bocciato come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso.
Eppure, nonostante le ripetute “trombature”, ogni anno si celebra l’esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza. Un altro paradosso. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di “amici” che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito”.
Credo che la ragione vada rintracciata nell’ipocrisia del Paese, nel senso di colpa della magistratura, nella cattiva coscienza della politica. Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento.” ILDA BOCCASSINI

 Di Nando Dalla Chiesa

Il magistrato “morto che cammina” aveva portato un vento nuovo dopo gli assassini di Terranova, Costa e Chinnici. Istruì il più grande processo alla mafia che si ricordi. Obbligò il mondo a decidere dove stare. Ma come in tutte le curve della storia del nostro Paese arrivarono le bombe, i morti e le stragi.
Ci volle il tritolo, un tritolo infinito, per fermarlo. Dicevano di lui da anni che fosse “un morto che cammina”, perché la mafia da tempo l’aveva condannato. Anche Buscetta lo aveva avvertito: lei salderà il suo conto con Cosa Nostra solo con la morte. Lo sapeva benissimo. Per questo non volle avere figli, “per non lasciarli orfani”. Ma continuò lo stesso a camminare. E camminando faceva cose che i “vivi” non sapevano o non osavano fare. Istruì, con Paolo Borsellino, il più grande processo alla mafia che si ricordi. Per la prima volta in centotrent’anni di storia dello Stato italiano fece condannare all’ergastolo in via definitiva i grandi capi della mafia, sicuri (perché così gli era stato promesso) di farla franca in Cassazione, come centinaia di volte era già successo. Era arrivato come un turbine, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, mentre la mafia uccideva grandi magistrati: Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici.
Giovane e sconosciuto, aveva portato un vento nuovo nelle investigazioni e nella giurisprudenza sconvolgendo abitudini ed equilibri, facendo sentire a un mondo melmoso e ambiguo tutta la scomodità di dover decidere da che parte stare, se con la legge o con i criminali. Costruì con tenacia e intelligenza una nuovo cultura giuridica nella lotta alla mafia, sfruttando gli spazi aperti dall’articolo 416 bis introdotto nel codice penale dalla legge Rognoni-La Torre. Pochi mesi prima del tritolo, in collaborazione con Marcelle Padovani, lasciò anche un libro di rara sapienza antimafiosa, che ancora oggi trasmette insegnamenti preziosissimi, primo fra tutti il ruolo del famoso “concorso esterno”, senza il quale la mafia potrebbe essere spedita a casa in poco tempo.
Tra quella delle tante vittime, la sua vicenda fu la più terribile. Isolato come altri, ma per un periodo infinito, dieci, dodici anni che sembrarono un secolo, tali furono il carico di sangue, i conflitti, le lacerazioni, ma anche i passi avanti. Invidiato da molti suoi colleghi, e con una acidità tutta palermitana, quella del Corvo e del Palazzo dei veleni, fino ad accusarlo di essersi organizzato il fallito attentato all’Addaura per far carriera. Inviso al potere, che dopo le sue incursioni nei piani alti dei Salvo e dei Ciancimino coniò un nuovo vocabolario che ancora impera: il giustizialismo, la cultura del sospetto, il giudice-sceriffo. Temuto dalla politica, che manovrò, trovando provvidenziali aiuti democratici nel Csm, per sbarrargli il passo all’ufficio istruzione di Palermo.
Sospettato perfino da settori dell’antimafia, e questa fu forse la più crudele pagina della sua vita, che ancora tutti ci interroga, poiché nel clima impazzito di quegli anni era possibile muovere accuse proprio a lui o ascoltarle senza condannarle. Isolato, umiliato, “seviziato” (come mi disse un giorno), non arretrò di un metro e nemmeno si fermò. Continuò a camminare. Per rimanere stritolato alla fine dentro una convergenza che sembrò allestita da un destino implacabile: la voglia di vendetta di Cosa Nostra; il crollo del sistema politico di Tangentopoli; la nascita della procura nazionale antimafia, da lui voluta tra mille diffidenze, ma che terrorizzava chi – dal nord – faceva patti con la mafia nell’isola e fuori dall’isola; la nascita (ancora clandestina) del nuovo partito a Milano. E l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, con le votazioni che ristagnavano in Parlamento.
Fu in quel punto della transizione italiana verso qualcosa di nuovo e di incerto che decisero di fermare il suo cammino nel modo più eclatante e spaventoso. Facendo saltare l’autostrada Punta Raisi-Palermo. Perché in Italia a ogni momento di svolta arrivano le bombe e i morti e le stragi. Perché i poteri criminali, e la mafia in mezzo a loro, fanno politica così, da Portella della Ginestra a ieri. Fu una scena di guerra che si incise per sempre nella memoria di un popolo intero. E si trasmise alle nuove generazioni. Che affacciandosi all’adolescenza vengono da vent’anni educate a specchiarsi nei due visi sorridenti del giudice Falcone e del suo amico Borsellino e grazie al loro esempio scelgono di stare dalla parte dell’antimafia, animando il movimento che più ha cambiato la faccia civile del paese.

Il desiderio di relegare i magistrati antimafia o meglio, l’opposizione della mafia in genere – ai margini della vita civile è una tentazione ricorrente, che proviene dallo stomaco della società siciliana. Una volta ci riuscirono davvero a mandarli via, insieme, sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino. Era la vigilia del maxiprocesso. A Palermo lo Stato non era in grado di garantire né la loro sicurezza né quella delle loro famiglie. Li misero su un aereo militare e li inviarono all’Asinara, un super carcere, un’isola fortezza, dove sarebbero stati al sicuro e dove avrebbero potuto lavorare in pace per completare l’ordinanza di rinvio a giudizio del primo maxiprocesso, I magistrati vi rimasero a lavorare due mesi e alla fine furono costretti anche a pagare il conto per il soggiorno-vacanza nella foresteria del carcere, Rimuovere Falcone Borsellino è un desiderio che torna, anche se ormai possono trovare spazio solo nella memoria. Ma i due giudici sono ostinati, come tutti siciliani. Non si lasciano cacciare via nemmeno da morti.  (Uomini contro la mafia di Vincenzo Ceruso)

 

Luglio1984 – Interrogatorio di Tommaso Buscetta – Verbali   di Giovanni Falcone


ANSA 27 GIUGNO 1984

GIUDICE FALCONE IN BRASILE PER INTERROGARE BUSCETTA 

 PALERMO, 27 GIU – IL GIUDICE ISTRUTTORE GIOVANNI FALCONE HA LASCIATO PALERMO PER INTERROGARE IN UN CARCERE BRASILIANO IL BOSS MAFIOSO TOMMASO BUSCETTA, PALERMITANO, ARRESTATO SETTE MESI FA, NEI CUI CONFRONTI E’ PENDENTE UNA RICHIESTA DI ESTRAZIONE. 

 MAFIA: GIUDICE FALCONE IN BRASILE PER INTERROGARE BUSCETTA 2 (ANSA) – PALERMO, 27 – BUSCETTA E’ IMPUTATO DI ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE CON ALTRE 161 PERSONE; E’ RITENUTO MANDANTE DI ALCUNI DELITTI AVVENUTI A PALERMO TRE ANNI FA, NEL QUADRO DELLA ” GUERRA DI MAFIA” ; E’ IMPLICATO IN VARIE INCHIESTE PER TRAFFICO INTERNAZIONALE DI STUPEFACENTI. CON OGNI PROBABILITA’ FALCONE PORRA’ A BUSCETTA ALCUNE DOMANDE SUI SUOI RAPPORTI CON L’ ING.IGNAZIO LO PRESTI, RIMASTO VITTIMA DELLA ” LUPARA BIANCA” , DOCUMENTATI, SECONDO POLIZIA E CARABINIERI, DA INTERCETTAZIONI TELEFONICHE. UN’ ALTRA PARTE DELL’ INTERROGATORIO VERTERA’ SUI PRESUNTI RAPPORTI TRA LO STESSO BUSCETTA ED I FINANZIERI NINO ED IGNAZIO SALVO, CUGINI. PER ESSI – ANCHE SULLA SCORTA DI QUEST’ ULTIMO PRESUNTO COLLEGAMENTO – E’ STATO CHIESTO DALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI PALERMO L’ INVIO AL SOGGIORNO OBBLIGATO; SULLA RICHIESTA DOVRA’ PRONUNCIARSI LA SEZIONE ANTIMAFIA DEL TRIBUNALE. NON E’ TUTTAVIA DETTO CHE LA MISSIONE DEL DOTTOR FALCONE ABBIA SUCCESSO: BUSCETTA, INFATTI, NEI MESI SCORSI SI ERA RIFIUTATO DI RISPONDERE ALLE DOMANDE POSTEGLI DA UFFICIALI DI POLIZIA GIUDIZIARIA CHE ERANO ANDATI AD INTERROGARLO SUBITO DOPO LA SUA CATTURA

 CONCESSA ESTRADIZIONE BUSCETTA (3) (ANSA) – PALERMO, 27 GIU – CONDANNATO AD UNA DECINA DI ANNI DI RECLUSIONE IN ALCUNI PROCESSO DI MAFIA, TOMMASO BUSCETTA LASCIA IL CARCERE DELL’ UCCIARDONE DI PALERMO NEL 1977 PER ESSERE TRASFERITO NELLA CASA CIRCONDARIALE DI CUNEO. IL 18 FEBBRAIO DELL’ ’80 IL ” BOSS” OTTIENE IL REGIME DI SEMILIBERTA’ CONCESSO DALLA SEZIONE DI SORVEGLIANZA DELLA CORTE D’ APPELLO DI TORINO PER ” COMPORTAMENTO ESEMPLARE” NEL PERIODO DI DETENZIONE. TRE MESI DOPO TOMMASO BUSCETTA, CHE NEL FRATTEMPO AVEVA ROTTO L’ ALLEANZA CON LE COSCHE MAFIOSE CAPEGGIATE DAI GRECO PRESUNTI BOSS DI CIACULLI, FA PERDERE LE SUE TRACCE. LA SUA PRESENZA VIENE SEGNALATA IN SUDAMERICA DOVE RIPRENDE IL CONTROLLO DI UN VASTO TRAFFICO DI STUPEFACENTI E DI NUMEROSE AZIENDE COMMERCIALI. INTANTO A PALERMO SCOPPIA UNA CRUENTA GUERRA DI MAFIA TRA LE COSCHE CAPEGGIATE DA BUSCETTA E BADALAMENTI E QUELLA DEI GRECO, I CUI COMPONENTI SONO INCLUSI NEL RAPPORTO DEI ”162” CONSEGNATO DAGLI INVESTIGATORI ALLA MAGISTRATURA PALERMITANA.- (SEGUE X). 

 CONCESSA ESTRADIZIONE BUSCETTA (4) (ANSA) – PALERMO, 27 GIU – LO SCONTRO FRA LE OPPOSTE FAZIONI PROVOCA TRA IL 1982 E L’ ’83 OLTRE 250 MORTI. LA COSCA DI BUSCETTA SEMBRA AVERE LA PEGGIO. INTORNO A TOMMASO BUSCETTA VIENE FATTA TERRA BRUCIATA: IL 26 DICEMBRE DELL’ ’82 ALL’ INTERNO DELLA PIZZERIA ” NEW YORK PLACE” GESTITA DALLA FIGLIA DEL BOSS, FELICIA, NELLA ZONA RESIDENZIALE DI PALERMO, VENGONO ASSASSINATI IL GENERO DI TOMMASO BUSCETTA, GIUSEPPE GENOVA, E DUE DIPENDENTI DELLA PIZZERIA. TRE GIORNI DOPO TOCCA AL FRATELLO DI TOMMASO BUSCETTA, VINCENZO, ED AL FIGLIO DI QUESTI, BENEDETTO, UCCISI ALL’ INTERNO DELLA LORO FABBRICA DI SPECCHI. QUALCHE MESE DOPO DUE FIGLI DI TOMMASO BUSCETTA, ANTONIO E BENEDETTO, SCOMPAIONO IMPROVVISAMENTE, VITTIME, SECONDO GLI INVESTIGATORI, DELLA ” LUPARA BIANCA”. LA LORO AUTO, UNA ” VOLVO”, FU TROVATA ABBANDONATA CON LE CHIAVI INSERITE NEL CRUSCOTTO IN UNA STRADA DEL CENTRO DI PALERMO. LA REAZIONE DI ” DON MASINO” NON SI FA ATTENDERE ED IL SUO RIENTRO A PALERMO, SECONDO UNA INTERCETTAZIONE TELEFONICA FATTA DAGLI INQUIRENTI PALERMITANI, VIENE SOLLECITATO DALL’ INGEGNERE IGNAZIO LO PRESTI ” PER METTERE UN PO’ DI ORDINE”. IL 24 OTTOBRE DELLO SCORSO ANNO, INFINE, TOMMASO BUSCETTA VIENE ARRESTATO A SAN PAOLO, IN BRASILE, INSIEME A LEONARDO BADALAMENTI, FIGLIO DI ” DON TANO” RECENTEMENTE ARRESTATO A MADRID..

 27-GIU-84 23:56


I LUOGHI DI GIOVANNI FALCONE



PREMIO INTERNAZIONALE GIOVANNI FALCONE AL PROGETTO SAN FRANCESCO

 

 


note

  1. ^L’istituto Nazionale di Geofisica comunicava che secondo le risultanze della stazione di Monte Cammarata (AG), determinate dall’analisi temporale dei segnali registrati si poteva stabilire il momento esatto dell’avvenuta esplosione.
  2. ^abAudizione del procuratore Sergio Lari dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia – XVI LEGISLATURA (PDF).
  3. ^abValutazione delle prove – Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF).
  4. ^Archivio – LASTAMPA.itArchiviato il 19 ottobre 2013 in Internet Archive.
  5. ^abSenato della Repubblica XVI LEGISLATURA Documenti (PDF).
  6. ^abRadio Radicale, Processo Madonia Salvatore ed altri (Strage di Capaci bis), in Radio Radicale, 24 novembre 2014. URL consultato l’8 giugno 2018.
  7. ^abcLe dichiarazioni dei collaboratori di giustizia – Sentenza d’appello per la strage di Capaci (PDF).
  8. ^abcdefGli esecutori materiali della strage di Capaci – Sentenza d’appello per la strage di Capaci (PDF).
  9. ^abcdefghijklStralcio della sentenza della Corte di Cassazione per la strage di Capaci (PDF) (archiviato dall’url originale il 4 marzo 2016).
  10. ^
  11. ^
  12. ^abUNA STRAGE COME IN LIBANO – Repubblica.it » Ricerca
  13. ^Boris Zarcone Vlogs, Giovanni Falcone | La Verità Nascosta (Testimonianza di Antonio Vassallo), 11 maggio 2018. URL consultato il 9 giugno 2018.
  14. ^Strage di Capaci, il racconto dei sopravvissuti, in l’Espresso, 20 maggio 2016. URL consultato il 9 giugno 2018.
  15. ^E I CLAN BRINDARONO ALL’UCCIARDONE – La Repubblica.it
  16. ^A PALERMO UN MESE DOPO PER NON DIMENTICARE – La Repubblica.it
  17. ^UN AEREO PER LA STRAGE – La Repubblica.it
  18. ^‘ VERGOGNA, VERGOGNA ASSASSINI’ – La Repubblica.it
  19. ^E Pappalardo Grida Dall’Altare ‘ Smascherate Chi L’Ha Tradito’ – La Repubblica.it
  20. ^“La strage di Capaci? Fu per fermare Andreotti”Corriere della Sera, 28 marzo 1997
  21. ^“Andreotti fece avvertire Violante: la bomba di Capaci è contro di me”Corriere della Sera, 28 agosto 1996
  22. ^Antonino Gioè, boss “chiacchierone” si ammazzo’ per paura della vendettaCorriere della Sera, 12 novembre 1993
  23. ^GIOE’ SUICIDA PER COPRIRE I PIANI FUTURI DELLA MAFIA – La Repubblica.it
  24. ^Presi i carcerieri di Di Matteo – La Repubblica.it
  25. ^BRUSCA AI DI MATTEO: ‘PERDONATEMI’ – La Repubblica.it
  26. ^CAPACI, 41 ALLA SBARRA ‘ MA IL PROCESSO SLITTERA’ ‘ – La Repubblica.it
  27. ^STRAGE DI CAPACI, 24 ERGASTOLI – La Repubblica.it
  28. ^Capaci, ergastolo a 29 boss e sconti di pena ai pentiti – La Repubblica.it
  29. ^gli errori dei politici – La Repubblica.it
  30. ^Processo unico per le stragi – La Repubblica.it
  31. ^la sentenza – La Repubblica.it
  32. ^Strage del ’92 carcere a vita per i mandanti – La Repubblica.it
  33. ^abInterrogatorio del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza
  34. ^Falcone, individuato il commando della strage “Ecco chi procurò l’esplosivo”: 8 arresti – La Repubblica.it
  35. ^Mafia: pm Gozzo, Capaci bis processo molto importante – La Repubblica.it
  36. ^Mafia: due ergastoli per strage di Capaci – La Repubblica.it
  37. ^Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia – XVI LEGISLATURA (PDF).
  38. ^Francesco Viviano, Stragi di Capaci e via D’Amelio archiviazione per Berlusconi, in la Repubblica, 4 maggio 2002. URL consultato l’8 ottobre 2011.
  39. ^I moventi della strage – Estratto della sentenza d’appello per la strage di Capaci (PDF).
  40. ^abcMarco Travaglio, Suicidio Gardini e fondi riciclati le nuove verità dei pm antimafia, in la Repubblica, 16 ottobre 2003. URL consultato l’11 settembre 2014.
  41. ^Strage di Capaci, Lari: “Fatta luce sulla fase esecutiva”- gds.it
  42. ^Berlusconi e Dell’Utri indagati – Cronaca, su ANSA.it, 31 ottobre 2017. URL consultato l’11 luglio 2019.
  43. ^La giornata della memoria tra l’albero Falcone e Capaci – Repubblica.it » Ricerca
  44. ^Strage di Capaci l’auto in mostra – Repubblica.it » Ricerca
  45. ^Navy NCIS: Naval Criminal Investigative Service (2003)

Bibliografia

Filmografia

Voci correlate

Collegamenti esterni

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