La frattura nella famiglia Borsellino non è più un sussurro, né un dettaglio privato da trattare con pudore istituzionale. È diventata un fatto politico, culturale, simbolico. È entrata nelle istituzioni, negli atti parlamentari, nella narrazione pubblica della memoria civile.
Nell’ottobre 2023 Salvatore Borsellino, davanti alla Commissione Antimafia, non ha parlato solo di stragi, depistaggi o verità negate. Ha parlato anche contro la posizione dei figli del fratello. Rende pubblica ed ufficializza la rottura dei rapporti anche personali con Fiammetta, Lucia e Manfredi a causa delle insanabili divergenze di vedute sui motivi che hanno determinato la strage di Via D’Amelio e sulla ricerca della veritá. E quando una spaccatura familiare diventa persino materia di Commissione Antimafia, significa che non è più solo una questione domestica. L’ha dichiarata, l’ha rivendicata e dettata agli atti. Ha comunicato che non ha più rapporti con i figli del fratello Paolo. E lo ha fatto in modo plateale nel luogo più istituzionale possibile, quello che dovrebbe unire nella ricerca della verità e non certificare divisioni.
In tale circostanza non perse poi occasione per esprimere la sua sentita solidarietà ad ANTONINO DI MATTEO e ROBERTO SCARPINATO, per quanto affermato dall’avvocato TRIZZINO nel corso dell’audizione
Esattamente un anno dopo, nell’ottobre 2024, ospite in una conferenza stampa organizzata dal M5S al Senato, colse nuovamente l’occasione per ribadire la distanza che lo separava dai figli del fratello.
La verità è che la famiglia Borsellino non è più unita da tempo. E non per incomprensioni domestiche, ma per divergenze radicali su ciò che è accaduto prima e dopo via D’Amelio.
Ma ad innescare le reazioni più dure, è stato il sostegno espresso da Fiammetta, Lucia e Manfredi Borsellino – insieme all’avvocato Fabio Trizzino – nei confronti del lavoro della Procura della Repubblica di Caltanissetta, guidata dal procuratore Salvatore De Luca, e della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Chiara Colosimo.
Il motivo scatenante della furiosa reazione di Salvatore Borsellino è stato proprio l’apprezzamento manifestato dai figli del fratello Paolo per il lavoro svolto da Caltanissetta negli ultimi anni: un lavoro che ha ricostruito il depistaggio seguito alla strage, individuato responsabilità precise e restituito centralità agli atti giudiziari dopo decenni di narrazioni contraddittorie.
Una posizione che il fratello del magistrato vive come una presa di distanza dalla sua linea militante, spesso improntata a una critica radicale e generalizzata verso lo Stato e le sue articolazioni. Per i figli di Paolo, invece, si tratta di un atto di fiducia nelle istituzioni che stanno lavorando sulla base di documenti, sentenze e riscontri, non di un allineamento politico.
Due visioni inconciliabili della memoria La contrapposizione è ormai evidente: Salvatore Borsellino continua a interpretare la memoria del fratello come una battaglia permanente contro un’entità statuale percepita come responsabile di omissioni e tradimenti. I figli di Paolo, al contrario, rivendicano un approccio fondato su atti giudiziari, responsabilità individuali e verifiche documentali, rifiutando l’idea di uno “Stato” monolitico e indistinto. Il sostegno alla Procura di Caltanissetta e alla Commissione antimafia nasce da questa impostazione: non un atto di fiducia cieca, ma il riconoscimento di un percorso istituzionale che, negli ultimi anni, ha prodotto risultati concreti e verificabili.
A irrigidire ulteriormente la posizione di Salvatore Borsellino è anche il ruolo dell’avvocato Trizzino, da anni punto di riferimento dei figli di Paolo nelle interlocuzioni con le istituzioni. La sua linea, basata su una lettura rigorosa degli atti e sulla distinzione tra responsabilità accertate e ipotesi non suffragate, si colloca agli antipodi rispetto alla narrazione più emotiva e conflittuale perseguita da Salvatore Borsellino le cui reazioni, definite da più osservatori come “rabbiose” – si inseriscono in un quadro di tensioni già consolidate, ma ne rivela il punto più sensibile: la legittimità di parlare a nome della memoria di Paolo Borsellino.
Quando Salvatore Borsellino comunicava alla Commissione di aver rotto i rapporti anche sul piano personale, non stava solo raccontando un fatto privato: stava dicendo che la sua battaglia non coincide con quella della famiglia del fratello Paolo. Che non puó parlare “a nome dei Borsellino”. Che la sua voce è solo e soltanto sua. E che i nipoti non la riconoscono.
Prima e dopo l’audizione in Antimafia, Salvatore Borsellino non ha mancato di riservare altri duri attacchi ai nipoti.
Nel corso di un intervento pubblico, oltre a platealmente abbracciarlo e baciarlo, rivolse le proprie scuse al magistrato Antonino Di Matteo per le critiche che, nei mesi precedenti, gli erano state indirizzate da Fiammetta Borsellino,
Il fondatore del movimento Le Agende Rosse definí “ingiuste” e “dolorose” le accuse provenienti da un membro della sua stessa famiglia, sottolineando come tali parole non rispecchiassero la sua posizione né quella del movimento da lui guidato.
Nel suo mirino, come già accennato, oltre i nipoti anche l’avvocato Fabio Trizzino genero di Borsellino e legale dei figli del medesimo: ”Qualcuno consiglia i miei nipoti e TRIZZINO. Forse tra i Ros” ebbe a dire.
In un successivo intervento accusò i figli di suo fratello Paolo di aver preso parte alla “squallida cerimonia” organizzata alla Camera dei Deputati in occasione della esposizione della borsa del magistrato alla presenza del Capo dello Stato.
Ma la rottura non cancella e neppure oscura l’esemplare dignità dei figli di Paolo, né la loro scelta di affidarsi ai documenti e non alle ipotesi. Ma segna un punto di non ritorno: la memoria di Paolo Borsellino non è una sola, non parla con una sola voce, non cammina su una sola strada.
La verità non si difende con le genealogie, ma con i fatti. E quando la memoria diventa un campo di battaglia, il cognome non basta più a garantire autorevolezza perché la credibilità non si eredita.
Ci sono momenti, nella vita pubblica, in cui il merito smette di contare e lascia spazio a un’altra valutazione: il cognome. Non importa cosa dici, ma di chi sei figlio, fratello o sorella. Non importa cosa hai fatto o cosa fai, ma da quale storia familiare provieni.
È un meccanismo antico e collaudato, che sopravvive e che non di rado orienta il dibattito pubblico.
Il cognome può così diventare un marchio, un lasciapassare, un credito illimitato. Un mezzo per poter dire ciò che si vuole pensando di non rischiare di pagare pegno.
Il problema non è il cognome in sé, ma quando diventa sufficiente a sostituire la verifica, l’analisi, la responsabilità. Quando basta pronunciarlo per ottenere ascolto, o per essere messi a tacere. Quando la genealogia diventa più forte dei fatti.
Questo meccanismo è particolarmente evidente nei terreni più sensibili quali: la memoria civile, la lotta alle mafie, la narrazione delle stragi. Qui i cognomi pesano come macigni e troppo spesso la credibilità viene assegnata non sulla base della coerenza o della trasparenza, ma dell’eredità simbolica che quel cognome porta con sé.
È un errore culturale prima ancora che politico. Perché la credibilità non si eredita: si costruisce. E soprattutto: si dimostra.
Affidarsi unicamente al cognome significa rinunciare alla responsabilità del giudizio. Significa trasformare la memoria in un’arena di dinastie, non in un terreno di ricerca.
LA ROTTURA CON I FIGLI DI PAOLO BORSELLINO
…da essi (Fiammetta , Lucia e Manfredi Borsellino) è emersa una posizione processuale che si è venuta a differenziare nel corso dei tanti processi, arrivando purtroppo, e con mio grande dolore, a influire anche sui rapporti personali. (Da audizione Commissione Parlamentare Antimafia)
Le posizioni processuali mie e quelle dei figli di Paolo e del loro avvocato sono sicuramente nettamente distinte. Io porto avanti una certa posizione processuale. I figli di Paolo ne portano avanti un’altra che purtroppo è troppo simile a quella che portano avanti Mori e De Donno, quelle due persone … che sono state assolte nel processo sulla trattativa…. In effetti non esiste un reato di trattativa, ma esistono le conseguenze delle trattative. Se una trattativa porta a salvare delle vite degli ostaggi è una trattativa che viene portata avanti dai servizi di intelligence di tutto il mondo. Però una cosa diversa è (ndr) se la trattativa porta, come ha portato questa trattativa di cui è stata affermata l’esistenza anche nelle sentenze, ad altre stragi perché la strage di via dei Georgofili, la strage di via Palestro sono una diretta conseguenza di questa trattativa. Quindi quelli che oggi proclamano eroi Mori e De Donno dovrebbero tenere conto di questo. A mio avviso dovrebbero tenerne conto anche i figli di Paolo… (Tratto dall’intervista a cura di ALTRO 16.8.2025 – 19luglio1992.com)
Le ACCUSE di SALVATORE BORSELLINO a GIOVANNI ARCANGIOLI
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È proprio da questo che si dovrebbe ripartire e non da un dossier “mafia-appalti” che, se pure può essere considerato una concausa, non è sicuramente la vera causa dell’improvvisa accelerazione di una strage che, a quel punto, non poteva più essere rimandata. Occorreva eliminare, e in fretta, chi rappresentava un ostacolo insormontabile per un disegno criminoso, teso, con l’ausilio anche dell’organizzazione mafiosa e dell’eversione nera, a cambiare gli equilibri di questo nostro disgraziato Paese che da queste stragi, che io ho chiamato e continuerò sempre a chiamare “stragi di Stato”, è stato sempre segnato».
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