Strage Via D’Amelio, a Caltanissetta in corso il processo “depistaggio bis” per altri quattro poliziotti

 

 
 

AUDIO – udienze ”Depistaggio Bis”

 


21.5.2026 La borsa del giudice Borsellino era una, non due.

Il 19 scorso a Caltanissetta sono stati sentiti due testi per cercare di ricostruire anche il percorso della borsa del dr. Borsellino da via D’Amelio fino alla squadra mobile: il dr Andrea Grassi e l’ Ispettore Giuseppe Lo Presti.
 Più di un teste , negli anni, ha dichiarato che la sera tardi del 19 la borsa del giudice si trovasse nell’ ufficio del dr La Barbera ma non certezza .
Ma quale dr La Barbera? Perché il teste Andrea Grassi, nel 2006, ha parlato della borsa sul divano dell’ ufficio del capo della sezione omicidi della mobile che era Salvatore La Barbera: “Non sono in grado di dire quando, se immediatamente dopo o nei giorni successivi alla strage ma ricordo di aver visto una borsa in cuoio negli uffici della Squadra Mobile di Palermo, forse nella stanza del Didgente della Sezione Omicidi. Non ho visionato il contenuto della borsa, che ricordo aperta, circostanza che mi’ fece notare alcuni effetti personali quali un pantaloncino o una maglietta tipo tennis.”
Nell’ udienza del 19 scorso aggiunge dei particolari. Il PM gli chiedeSuccessivamente, in quella stessa giornata del 19 luglio o in un periodo successivo, lei ha potuto vedere una borsa appartenuta al dottore Borsellino?”
” Su questo punto io ho un nitido ricordo nel senso che, prima di questa attività commessa attorno alle 23 del 19( n.d.s. si riferisce all’ apposizione sigilli all’ ufficio del dr Borsellino)io certamente da via d’Amelio andai in ufficio e mi ricordo bene questa circostanza, perché la diciamo il mio ricordo, lo lego alla diciamo alla al mio passaggio..in ufficio e in particolare nell’ufficio del dottor Salvatore la Barbera, che al tempo dirigeva la sezione omicidi della squadra mobile di Palermo, io ricordo perfettamente…cosa abbiamo detto, non lo so, ma potete immaginare insomma il momento emotivamente forte e ricordo che in una stanza , sul divano della stanza dell’ufficio del dottor Salvo la Barbera c’era una borsa che ora la foto e’ in bianco e nero, ma è molto simile a quella che vedo in questa immagine e lui mi disse:” Andrea stai attento non toccare che e’ la borsa del dottor Borsellino” e questo è un ricordo che conservo da sempre perché fu emozionante fu nel ricordo bene quel quel secondo in cui ho visto quella quella borsa, nel ricordo anche dei particolari mi colpì, ad esempio un pantaloncino che sembrava un pantaloncino da tennis o un costume, ricordo che era aperta, non fosse altro che vidi spuntare questo pantaloncino, ricordo un pantaloncino, ecco, sembrava un pantaloncino da tennis. “
Nel 2019 il dr Salvatore La Barbera, al processo di primo grado del Bo, raccontò di aver visto una borsa nell’ ufficio di Arnaldo La Barbera”ricordo una borsa che stava nella stanza del dr Arnaldo la Barbera e che diciamo, ricordo d’ averla vista in più occasioni, sul divano, se e’ la stessa non lo so. Mi ricordo nera che stava sul divano, io ho questa immagine, mi ricordo nera che stava sul divano ”
Dunque, ricordi diversi, probabilmente dovuti al trascorrere del tempo, e agli interrogatori avvenuti dopo anni.
Sempre il 19 e’ stato sentito l’ ispettore Giuseppe Lo Presti, colui il quale si fece consegnare la borsa dal Cap. Arcangioli, sul fatto erano stati sentiti gli agenti Infantino e Manzella all’ udienza del 21 aprile
Il Lo Presti, sentito il 19, racconta “io ricordo una borsa a terra vicino, il corpo del giudice.
 poi ricordo di aver fermato un carabiniere che l’aveva prelevata e io dissi stiamo procedendo noi allora per prassi, allora si usava così chi arrivava per primo procedeva, fermo restando che poi il magistrato poteva delegare chi voleva, ovviamente, ma all’inizio procedeva il corpo che arriva per primo per prassi era così. Traa gli altri i morti erano poliziotti, quindi, a maggior ragione. E quindi io adesso non ricordo le dinamiche, se la borsa gliel’ho tolta dalle mani o se lui l’ha consegnata direttamente a me e poi io ad Armando Infantino, comunque questa borsa dissi poi a Infantino di posarla in macchina, allora io non ricordo se gli dissi la Siena Monza uno, che nel frattempo era arrivato alla nostra, quindi non escludo che sia stata.. di dirlo alla Siena Monza 1, perché per me la cosa che era importante era acquisire all’ufficio la borsa, successivamente in ufficio, poi secondo le disposizioni date dall’organo superiore che era La Barbera, perché tutti prendevamo ordini alla Barbera, si sarebbe poi proceduto a fare il verbale di sequestro previa elencazione del contenuto della borsa, quindi per me era importante acquisirli all’ ufficio, al mio ufficio una volta acquisito, per me era tranquilla la cosa perché poi successivamente avrei ricevuto..avrei messo a disposizione della dirigenza e la dirigenza era la Barbera e tutti gli altri funzionari e quindi poi si sarebbe deciso, si sarebbe poi proceduto a fare il verbale di sequestro previa elencazione del contenuto della borsa e quindi poi si sarebbe deciso in luogo, in sede, come procedere e cosa fare. Quindi il mio compito era acquisire e portare elementi all’ufficio. Io ho il ricordo e, naturalmente di avere bloccato questo carabiniere, questo operatore, questo me lo ricordo che ho avuto e poi ora poi c’è stato il discorso della borsa, quindi viene collocata all’interno della della Siena Monza ha detto, Armando dice, mi ha riferito che di averla collocata lì, io poi non non ne so più nulla. Io ricordo, ho l’ immagine bruciacchiata ai bordi. non ricorda nient’altro, no, quindi non l’ha più vista dopo quella volta “
Aggiunge di aver redatto relazioni di servizio sulle attività di quel giorno, e di aver scritto per 24 ore. Le relazioni e i verbali li inviava a Salvatore La Barbera e ad Arnaldo La Barbera, suoi superiori.
Dopo l’ escussione del 19, alcuni giornali hanno parlato di “due borse “. Probabilmente perché il teste, nelle sit di alcuni anni fa, aveva parlato di due borse.
A proposito di ciò e’ stata posta la domanda dall’avvocato Trizzino, parte civile di Lucia Borsellino, proprio per fare chiarezza.
Vi riportiamo il passaggio nella sue interezza:
 
Avv. Trizzino senta, mi conferma che è stato lei ad individuare il corpo del dottor Borsellino?
Teste sì, perché ho comunicato con Roma e quindi l’ho visto, poi se lo hanno visto anche gli altri, non lo so, ma io fui quello che lo comunicò a Roma.
Avv. Trizzino sì, può dirmi qual era la situazione in termini di presenze di persone eventualmente attorno se c’erano persone attorno ai resti del dottor Borsellino in quel momento?
Teste In quel momento..allora. Essendo arrivato nell’immediatezza, si può dire, assieme ad altri equipaggi contemporanemente, compresi i vigili del fuoco che arrivavano in quel momento.
In quel momento c’erano urla strazianti, pezzi di cadavere dappertutto, serramenti degli edifici sparsi..
E credo di ricordare proiettili che ancora esplodevano e quindi c’era da stare attenti.
Avv. Trizzino Però la mia domanda è specifica.
Teste Attorno no, non è, non ce n’erano, io non ricordo..
Avv. Trizzino Lei e’ arrivato per primo e ha visto che era il corpo del dr Borsellino?
Teste Io l’ ho individuato come come l’ ho attribuito a Borsellino, il cadavere sì.
Avv. Trizzino quindi da solo e mi dica una cosa. Conferma che accanto al corpo del dottor Borsellino, c’era una borsa?
Teste credo di ricordare di aver visto una borsa accanto, che è chiaramente.. che ho ho attribuito a Borsellino non proprio accanto, ma qualche metro, due, tre, quattro metri.
Avv. Trizzino lei ricorda qual era lo stato di questa borsa? Se era intatta, bruciata ..
Teste I ricordi che ritengo di avere, considerando che nel tempo io ho visto altre immagini anche della Borsa perché mi sono state mostrate e quindi non vorrei che adesso ci fosse confusione che sono trascorsi 35 anni per me bruciacchiata ai bordi in particolare.
Avv. Trizzino ed è la stessa borsa che poi lei ha visto in mano al dottor, al soggetto per cui ha ordinato a Infantino di prenderla? E’ la stessa identica borsa?
Teste può specificare la domanda?
Avv. Trizzino la domanda e’: la borsa che lei ha vista tre, quattro metri dal dal corpo straziato del dottor Borsellino, e’ la Borsa che ha ha ordinato di Infantino riprendere?
Teste sì sì, sì, la medesima, ritengo di sì. Per i ricordi che ho ritengo di sì..
PC Quindi e’ la medesima borsa?
Teste Ritengo di sì, ragionevolmente, ritengo di sì.
PC Allora, dal verbale. del… Diciamo una contestazione per la sua memoria, diciamo il verbale del 26 marzo 2019, a pagina 3. Lei dice che aveva avuto un’interlocuzione con il collega Infantino per cercare di giustamente
Teste di ricordare..
Avv. Trizzino di mettere ordine nei ricordi per eventi molto risalenti e dice:”nell’ nell’occasione, rievocando quanto accaduto il 19 luglio del 92, mi disse che quel giorno eravamo andati insieme in via d’Amelio particolare che io non ricordavo assolutamente poi ci ha spiegato eccetera mi parlò anche di un ordine che io gli avrei impartito quel giorno con il quale gli avrei affidato due borse sollecitandolo a costi a custodirle con cura due borse.
Successivamente, sempre secondo il racconto di Infantino, quest’ultimo mi avrebbe rassicurato dicendomi di aver posto le 2 borse. All’interno della Siena Monza, 1, macchina in genere a disposizione della Barbera che quel giorno però non credo fosse in via d’Amelio”, quindi dobbiamo cercare di veramente risolvere questo…questo dilemma, le borse, erano due o una?
Teste Ricordo una
Avv. Trizzino quindi ricordava male probabilmente.
Teste Delle due una
Avv. Trizzino perfetto.
Teste anche perché mi pare che Infantino poi, abbia detto che sulla Siena Monza, quando ha depositato una borsa, ne aveva visto un’altra.
Avv. Trizzino Può essere che forse..
Teste sa, insomma..>>
In sostanza, la borsa del giudice era una, solo una, i ricordi a distanza di tempo hanno messo insieme anche la borsa che si trovava già nell’ auto del dr Fassari ( la Siena Monza 1) e che probabilmente apparteneva allo stesso Fassari.
a cura FRATERNO SOSTEGNO AD AGNESE BORSELLINO

La strage di via D’Amelio: il processo sul depistaggio riparte con un nuovo collegio

Il processo nei confronti di quattro poliziotti appartenenti al pool «Falcone Borsellino», accusati di avere depistato le indagini sulla strage di via d’Amelio, il 19 luglio 1992 a Palermo in cui furono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e 5 poliziotti, riparte a Caltanissetta con un nuovo collegio. A presiederlo sarà il giudice Giuseppina Chianetta, dopo che i difensori dei quattro imputati hanno ricusato il presidente del collegio Alberto Davico, che l’11 marzo scorso aveva chiesto di astenersi dal processo. Secondo la difesa, Davico, avendo fatto parte del collegio che in appello processò per le stesse accuse altri tre funzionari di polizia – Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo – e avendo ritenuto «manipolatoria e depistatoria l’intera attività svolta dal gruppo Falcone e Borsellino», avrebbe già espresso valutazioni tali da incidere anche sulla posizione dei quattro imputati attualmente sotto processo: Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi, Angelo Tedesco e Maurizio Zerilli. Il tribunale, nell’udienza di oggi, pur confermando la validità degli atti compiuti nel corso dell’istruttoria, ha concesso alle parti un termine fino alla prossima udienza per formulare eventuali richieste.


VIA D’AMELIO Processo “Depistaggio Bis”- Deposizione Infantino


5.5.2026 Strage di via D’Amelio, il groviglio dei depistaggi

I faldoni con le indagini da una parte, dall’altra il dirigente di polizia che le ha coordinate. Marzia Giustolisi ha lavorato a lungo sull’oscuro groviglio di interessi e rapporti tra boss, rappresentanti delle forze dell’ordine e servizi segreti. Inquietanti alleanze – che sarebbero dietro le stragi del 92  – e progetti di morte mai portati a termine. Come riportato in una nota della Dia letta in aula.
Vittima designata il giudice Leonardo Guarnotta come svelato da Pietro Riggio, ex agente della polizia penitenziaria, mafioso e poi collaboratore di giustizia.  E’ il principale accusatore di Angiolo Pellegrini e Alberto Tersigni, due ex ufficiali dei carabinieri poi passati alla Dia che avevano raccolto le sue dichiarazioni e adesso alla sbarra a Caltanissetta per depistaggio.
Con i due ex ufficiali dei carabinieri alla sbarra c’è l’ex poliziotto Giovanni Peluso. Ha confessato di essere stato l’artificiere della strage di Capaci. È imputato per concorso esterno in associazione mafiosa.


21.4.2026 Strage di via D’Amelio, in aula a Caltanissetta il racconto sulla borsa di Borsellino


16.12.2025 SERVIZIO TG RAI


Audio delle deposizioni incriminate:


28.10.2025 –Depistaggio Borsellino, in aula per la prima volta relazioni “fantasma” su falso pentito Scarantino


 delle vittime e coloro i quali sono stati condannati all’ergastolo in seguito alle false dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino sono parte civile

I parenti delle vittime della strage di via D’Amelio e coloro i quali sono stati condannati all’ergastolo in seguito alle false dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino sono parte civile al dibattimento che si è aperto a carico di quattro agenti di polizia accusati di depistaggio. Il processo si è aperto dinnanzi al tribunale collegiale di Caltanissetta, presieduto da Alberto Davico, vede sul banco degli imputati gli ex agenti del gruppo “Falcone-Borsellino” che subito dopo la stragi venne istituita e guidata da Arnaldo La Barbera.



15.11.2024
– “Preferisco non dire nulla…”. Così l’avvocato Fabio Trizzino, in foto, legale dei figli del giudice Paolo Borsellino, con l’avvocato Vincenzo Greco, commenta il rinvio a giudizio dei 4 poliziotti accusati di depistaggio sulle indagini sulla strage di via D’Amelio.
La prima udienza si terrà il 17 dicembredavanti al Tribunale di Caltanissetta. I figli di Borsellino, Lucia, Fiammetta e Manfredi, si sono costituiti parte civile nel corso dell’udienza preliminare.

 

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STRAGE DI VIA D’AMELIO: “processo depistaggio bis”, chiesto il rinvio a giudizio per 4 poliziotti. TRIZZINO, legale dei figli di Borsellino: “Depistaggio infinito, noi umiliati”

Subito dopo tocca all’avvocato di parte civile, Fabio Trizzino, che rappresenta i figli del giudice Paolo Borsellino. Trizzino è anche il figlio di Lucia Borsellino, figlia maggiore del magistrato ucciso in via D’Amelio. “Avete visto che stavano creando il mostro (Scarantino ndr) e avete taciuto. Poi, quando finalmente l’impostura si è disvelata, dovevate darci una mano. Dovevate dirci quello che avete visto, quello che i vostri colleghi hanno commesso.
Alcuni hanno mentito in maniera spudorata. Abbiamo assistito a momenti in cui avete umiliato i vostri colleghi, la memoria dei vostri colleghi”.
Rivolgendosi direttamente ai 4 poliziotti imputati per il depistaggio sulle indagini sulla strage di via D’Amelio, l’avvocato Fabio Trizzino, che rappresenta i figli del giudice insieme con l’avvocato Vincenzo Greco, ha chiesto al gup di Caltanissetta David Salvucci il rinvio a giudizio per i quattro poliziotti accusati del depistaggio.

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  • Depistaggio Borsellino, pm: “Poliziotti reticenti e in malafede”
  • Borsellino: chiesto il rinvio a giudizio per quattro poliziotti
  • Il legale dei figli di Borsellino: “Depistaggio infinito, noi umiliati”
  • Borsellino: chiesto il rinvio a giudizio per i quattro poliziotti nel processo sui depistaggi
  • Processo Borsellino: chiesto il rinvio a giudizio per 4 poliziotti per depistaggio
  • Depistaggio Borsellino, chiesto il processo per quattro agenti che testimoniarono nel processo sui poliziotti poi prescritti

 

SEGUE

 

 

13.11.2024 Depistaggio Borsellino, difesa poliziotti: “Erano ultima ruota carro” – ADNKRONOS

13.11.2024 SERVIZIO TGR RAI REGIONE


Il 3 ottobre 2024 udienza preliminare per altri 4 poliziotti a novembre la discussione

E’ stata rinviata al prossimo 3 ottobre per sciogliere la riserva sull’ammissione delle parti civili, l’udienza preliminare dinanzi al gup del tribunale di Caltanissetta per i quattro poliziotti accusati di depistaggio per aver dichiarato il falso deponendo come testi nel corso del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Si tratta di Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi, Angelo Tedesco e Maurizio Zerilli. L’ulteriore udienza si terrà il 7 novembre per l’eventuale discussione. Nell’ultima udienza erano state depositate le richieste di costituzione di parte civile e diversi avvocati avevano chiesto la citazione, come responsabili civili, della presidenza del consiglio dei ministri e del ministero dell’Interno. Il procuratore Salvatore De Luca e il sostituto Maurizio Bonaccorso hanno già sollecitato il rinvio a giudizio dei 4 poliziotti. 19.9.2024 ADNKRONOS 

 

Depistaggio Borsellino, altri quattro poliziotti rischiano il processo. La procura di Caltanissetta: “Hanno mentito in aula”

 

Si va verso un nuovo processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio. La procura di Caltanissetta, infatti, ha notificato un avviso di conclusione delle indagini per falsa testimonanza a quattro poliziotti. A raccontarlo è l’edizione palermitana di Repubblica. Gli indagati sono Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco. Le indagini sono scaturite dal processo di primo grado sul depistaggio: secondo l’accusa i quattro poliziotti hanno reso false dichiarazioni deponendo come testimoni.
Zerilli e i 121 non ricordo “La cifra del narrato dibattimentale è rappresentata dai 121 ‘non ricordo’ pronunciati dal testimone nel corso dell’udienza che ha occupato la sua escussione”, scrive il collegio presieduto da Francesco D’Arrigo riferendosi a Zerilli. Più di 100 i “non ricordo” di Tedesco, 110 quelli di Di Ganci, mentre per Maniscaldi il tribunale di Caltanissetta ha scritto: “Non si è trincerato dietro ai non ricordo, ma si è spinto a riferire circostanze false”. Per questo motivo il giudice ha trasmesso i verbali delle dichiarazioni dei poliziotti alla procura guidata da Salvatore De Luca, che ora ha notificato la chiusura delle indagini, atto che di solito prelude alla richiesta di rinvio a giudizio.
La relazione dimenticata Durante l’ultima udienza in corte d’Appello sul depistaggio la procura generale di Caltanissetta ha presentato un nuovo documento inedito. Si tratta di una relazione di servizio redatta da Zerilli, in cui sono descritti alcuni sopralluoghi fatti dal poliziotto insieme a Vincenzo Scarantino, il falso pentito sul quale fu imbastito il primo processo sulla strageche uccise Paolo Borsellino e la sua scorta il 19 luglio del 1992. La relazione che è stata trovata addirittura con 29 anni di ritardo e solo per caso: il ritrovamento risale al 5 ottobre scorso, durante il trasloco di uffici della Mobile di Palermo. Proprio durante il trasferimento dei faldoni un agente ha, infatti, notato un fascicolo sul quale era scritto “gruppo Falcone-Borsellino”, ovvero il nome della squadra guidata da Arnaldo La Barbera, creata appositamente per indagare sulle stragi.
Scarantino e il parcheggio della 126 Il documento riporta la data del primo luglio del 1994, Zerilli è in quel momento ispettore della Squadra Mobile di Palermo, aggregato al “gruppo investigativo Falcone-Borsellino” e compila una relazione di servizio in cui ripercorre i sopralluoghi fatti con altri colleghi e con Scarantino il 28, 29 e 30 giugno dello stesso anno. “Unitamente ad altro personale di questo Gruppo – si legge – ha effettuato dei sopralluoghi con Scarantino Vincenzo, mirati alla individuazione di alcuni obiettivi”. Il primo obiettivo è nei pressi della carrozzeria di Giuseppe Orofino, l’uomo che secondo il falso pentito avrebbe custodito la Fiat 126 rubata, fornendo anche una targa pulita per quella che diventerà l’autobomba usata in via d’Amelio. “Lo Scarantino ha indicato il punto dove ha posteggiato l’auto in via Messina Marine, di fronte al civico 229/231, sul marciapiede lato mare, a circa 200 mt dalla carrozzeria di Giuseppe Orofino”.
“La polizia sapeva che Scarantino mentiva” All’annotazione di Zerilli, però, non è allegato un verbale con le dichiarazioni di Scarantino durante il sopralluogo. Un punto cruciale, che infatti è stato uno dei passaggi dell’arringa dei difensori di parte civile durante il processo di primo grado sul depistaggio: “L’assenza del verbale durante il sopralluogo alla carrozzeria Orofino ci dà l’idea che Scarantino non sapeva nulla di dove fosse l’autocarrozzeria”, aveva detto Giuseppe Scozzola, avvocato del carrozziere. Adesso spunta fuori l’annotazione di servizio che riporta il momento in cui Scarantino avrebbe parlato dei luoghi in cui era stata custodita la piccola utilitaria usata per uccidere Borsellino. “Questa è la prova provata che il Gruppo Falcone-Borsellino sapeva che Scarantino stava mentendo”, dice Scozzola. Gli investigatori avevano riportato varie versioni di come il falso pentito avesse indicato la carrozzeria di Orofino. Nella relazione, però, è scritto soltanto che Scarantinoha indicato il luogo dove aveva posteggiato l’auto, cioè in un punto che Zerilli sottolinea essere a 200 metri dalla officina di Orofino.
Il carrozziere Orofino Del resto le attenzioni degli investigatori per il carrozziere risalivano ad almeno due anni prima. La mattina del 20 luglio del 1992, dodici ore dopo la strage, Orofino era andato a denunciare il furto di alcune targhe di una Fiat 126, che custodiva all’interno della sua officina e che avrebbe dovuto riverniciare. I poliziotti si erano insospettiti subito: due ore dopo erano arrivati a perquisire quella carrozzeria. Eppure gli investigatori scopriranno che l’autobomba esplosa in via d’Amelio era effettivamente una 126 soltanto nel pomeriggio del 20 luglio, mentre ci vorranno ancora altri quattro giorni per capire che effettivamente la Fiat esplosa montava delle targhe rubate. Senza considerare che le presunte accuse di Scarantino arrivano solo nel giugno del ’94: come mai dunque gli investigatori s’interessano a Orofino praticamente subito dopo l’esplosione? All’epoca dei fatti il carrozziere era incensurato: per colpa delle false dichiarazioni di Scarantino sarà condannato per la strage di via d’Amelio. Verrà assolto nel processo di revisione solo nel 2017, dopo la collaborazione di Gaspare Spatuzza, il pentito che ha svelato l’esistenza del depistaggio.
Gli altri sopralluoghi Nella relazione di Zerilli vengono annotati anche altri sopralluoghi: “Per quanto concerne Piazza Leoni ha precisato di non essersi fermato, ma soltanto che ivi giunto gli era stato fatto cenno che era tutto a posto e che poteva allontanarsi”, scrive Zerilli nel 1994. “Ha indicato ancora l’officina del fratello di Romano Giuseppe”, che fu assolto nel Borsellino bis. Indica ancora un casolare a Borgo Molara dove venivano “nascosti armi e droga” e in via Santicelli dove si svolgevano degli “incontri tra il Greco Carlo ed altri personaggi di rilievo”. Mentre in “via Paternò all’interno del cantiere per lavori di ristrutturazione sito nei pressi del fiume Oreto, indica a circa 30 metri, non visibile comunque dalla strada dal momento del sopralluogo, un magazzino dove veniva scaricato l’acido per i cadaveri”. Sopralluoghi in “obiettivi indicati” per Pietro Aglieri, il boss di Santa Maria di Gesù, e per il suo vice Carlo Greco. Ma anche per Lorenzo Tinnirello, boss della famiglia di Corso dei Mille, condannato poi all’ergastolo per la strage di Capaci.
Il processo L’annotazione di Zerilli è stata depositata dal procuratore generale di Caltanissetta Fabio D’Anna, i sostituti Gaetano Bono e Antonino Patti, e il pm applicato dalla Procura Maurizio Bonaccorso, durante la prima udienza d’Appello sul depistaggio. Sotto accusa ci sono Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, tre poliziotti che indagarono sulla strage agli ordini di La Barbera, accusati di concorso in calunnia, aggravata dall’avere agevolato Cosa Nostra, per avere cioè indotto Scarantino, Salvatore Candura e Francesco Andriotta a dichiarare il falso sulla strage. In primo grado la caduta dell’aggravante mafiosa ha fatto scattare la prescrizione per i primi due mentre il terzo è stato assolto perché il fatto non costituisce reato.


Borsellino, “depistaggio infinito”: accusa più pesante per i poliziotti

 

L’accusa diventa più pesante. Non più falsa testimonianza, ma depistaggio. Le bugie sulla strage di via D’Amelio sarebbero iniziate subito dopo le bombe del ’92 per proseguire fino ai giorni nostri. Il 16 novembre scorso la Procura di Caltanissetta ha notificato a quattro poliziotti un nuovo avviso di conclusione delle indagini che sostituisce quello finora noto e datato 3 ottobre.
Il procuratore Salvatore De Luca e il sostituto Maurizio Bonaccorso si apprestano a chiedere il processo per Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco. Facevano parte del Gruppo “Falcone-Borsellino” e sono stati convocati durante il processo che ha visto imputati l’ex dirigente Mario Bò, gli ex ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo (per i primi due è scattata la prescrizione, il secondo è stato assolto ed è in corso l’appello). Il tribunale ha deciso di trasmettere gli atti in Procura.
Le loro deposizioni non hanno convinto. Troppi non ricordo che, secondo l’accusa, non sono giustificabili con il trascorrere del tempo. E tante circostanze ritenute false sulla gestione di Vincenzo Scarantino, un malacarne di borgata che si auto assegnava un ruolo chiave nelle stragi di mafia. Uno stuolo di magistrati, fra pubblici ministeri e giudici, si sono bevuti le sue menzogne. Una distrazione di massa. Cosa diversa, secondo l’accusa, sarebbe accaduta per il castello di bugie costruito ad arte sotto la guida dell’allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera.

“Aggravante mafiosa”

Le minacce e le botte ricevute da Scarantino per convincerlo a raccontare bugie, i confronti con altri collaboratori che lo sbugiardavano ma rimasti nascosti per anni (“Tu sei bugiardo… quello che vi sta dicendo è una lezione che qualcuno gli ha messo in bocca“, diceva Salvatore Cancemi), i buchi nei riscontri alle false dichiarazioni (di recente è spuntata un’annotazione inghiottita per 31 anni in un buco nero), i sopralluoghi in giro per la città con il pentito della Guadagna: è in questo contesto che i poliziotti avrebbero mentito per sviare il processo penale. A cominciare dai tanti “non ricordo” riferiti alle volte in cui Scarantino avrebbe detto di essere innocente.
Il reato viene contestato ai poliziotti con l’aggravante di agevolare la mafia. Ci sarebbe un filo che lega la lunga stagione del depistaggio, iniziata quando le bombe dilaniarono i corpi di Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina, e proseguita fino ai giorni nostri.
“Incomprensibile appare, a distanza di pochi giorni, il mutamento dell imputazione, dalla falsa testimonianza al depistaggio, e la nuova contestazione dell’aggravante di aver agevolato la mafia, stante l’immodificato compendio probatorio del procedimento”, commenta l’avvocato Giuseppe Seminara, legale dei poliziotti assieme a Maria Giambra e Giuseppe Panepinto.
“Data l’immutata permanenza della precedente imputazione per tutto lo sviluppo procedimentale, non si comprende se si tratti di un errore o di una discutibile strategia processuale – aggiunge Seminara -. D’altronde la stessa Procura ha proposto appello nei confronti dell’imputato Michele Ribaudo nel processo principale, nonostante l’evidenza della prova della sua innocenza. Si tratta di approcci processuali che mettono sovente l’ufficio del pubblico ministero ai margini di quella cultura della giurisdizione che dovrebbe essere patrimonio comune di tutte le parti processuali e che rendono inderogabile l’auspicata riforma della separazione delle carriere”. Riccardo Lo Verso LIVE SICILIA


21 marzo 2024  DEPISTAGGIO: chiesto il processo per altri quattro

Ufienza preliminare per 4 poliziotti. Fissata a Caltanissetta, dinanzi al gup David Salvucci, l’udienza preliminare, per il processo a carico di quattro poliziotti accusati di depistaggio. Si tratta di Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi, Angelo Tedesco e Maurizio Zerilli,accusati di aver dichiarato il falso deponendo come testi nel corso del processo di primo grado sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Il procedimento, ora in appello, vede imputati tre poliziotti ex appartenenti al gruppo “Falcone-Borsellino”: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. In primo grado sono stati prescritti i reati per Bo e Mattei mentre per Ribaudo era stata emessa sentenza di assoluzione. La procura di Caltanissetta però ha fatto ricorso in appello contestando l’aggravante mafiosa. Ed è stato proprio nel processo di primo grado che, secondo la procura, i quattro poliziotti avrebbero affermato il falso. SEGUE


21 febbraio 2024  Depistaggio su Borsellino, saranno sentiti altri 4 poliziotti La decisione della Corte d’Appello di Caltanissetta.

 

La Corte d’Appello di Caltanissetta presieduta da Giovanbattista Tona, nel corso dell’udienza di questo pomeriggio del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, ha accolto la richiesta del procuratore generale Maurizio Bonaccorso di ascoltare i testi Nicola Aiuto, Maurizio Zerilli, Giovanni Franco, Francesco Vaiana, tutti poliziotti, sulla circostanza relativa al rinvenimento dell’annotazione di servizio di Maurizio Zerilli sui sopralluoghi effettuati nel giugno ’94. La Corte ha inoltre rigettato la richiesta dell’avvocato della difesa Giuseppe Seminara di audire l’ex magistrato Ilda Boccasini che, mentre era applicata alla procura, per prima espresse dubbi sulla attendibilità delfalso pentito Vincenzo Scarantino.SEGUE


20 febbraio 2024  

Depistaggio su Borsellino, saranno sentiti altri 4 poliziotti La decisione della Corte d’Appello di Caltanissetta. La Corte d’Appello di Caltanissetta presieduta da Giovanbattista Tona, nel corso dell’udienza di questo pomeriggio del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, ha accolto la richiesta del procuratore generale Maurizio Bonaccorso di ascoltare i testi Nicola Aiuto, Maurizio Zerilli, Giovanni Franco, Francesco Vaiana, tutti poliziotti, sulla circostanza relativa al rinvenimento dell’annotazione di servizio di Maurizio Zerilli sui sopralluoghi effettuati nel giugno ’94.SEGUE  
 
 


STRAGE VIA D’AMELIO – I processi