15 gennaio 1993 Arrestato TOTÒ RIINA, la belva

 
 

 

La mattina del 15 gennaio 1993, giorno dell’insediamento di Giancarlo Caselli quale Procuratore della Repubblica di Palermo, alle ore 08.55, Di Maggio riconosce Salvatore Riina mentre esce in macchina da via Bernini 54, accompagnato dall’autista poi identificato in Salvatore Biondino.
Subito viene avviato il pedinamento del veicolo e alle 09.00 il capitano De Caprio, con alcuni dei Carabinieri suoi sottoposti, blocca l’auto segnalata su via Regione Siciliana – all’altezza del Motel Agip – e ammanetta il capo assoluto di “cosa nostra”.


ARRESTATO TOTO’ RIINA (3) (ANSA) – ROMA, 15.1.1993 Toto’ Riina e’ stato bloccato questa mattina alle 8,30 a Palermo , in Via della Regione siciliana. Era a bordo di un’ auto con un’altra persona che non e’ stata ancora identificata. Lo ha comunicato ai giornalisti il Ministro dell’interno Nicola Mancino esprimendo ” soddisfazione e commozione”. Sul posto e’ il comandante dei ROS dei Carabinieri , generale Subrani e sta arrivando il Procuratore Caselli.


 

TOTÒ RIINA – Verbale di perquisizione dopo l’arresto

 

 


La BIOGRAFIA


La cattura “OPERAZIONE IENA”


IL GRANDE MISTERO DEL COVO

 


La sua FAMIGLIA



VIDEO e TRASCRIZIONI  delle intercettazioni ambientali presso il carcere di Opera dei colloqui fra Salvatore Riina e Alberto Lorusso









 

RIINA – intercettazioni



TOTÒ RIINA e i suoi “social-fans”


«‘NDRANGHETA E 007, IL PIANO PER FAR EVADERE RIINA» di Lucio Musolino – 

 
C’è un filo e c’è un puzzle. Un filo che la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria sta cercando di seguire. Un puzzle che gli stessi pm hanno intenzione di ricostruire. E poi ci sono nodi imbrogliati e tasselli mancanti o ben nascosti da oltre 30 anni. Nodi e tasselli che il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e la Direzione investigativa antimafia vogliono sbrogliare e trovare per ricomporre uno dei periodi più bui del nostro Paese.
Tracce di quei nodi e di quei tasselli si trovano nelle informative depositate nel processo d’appello “‘Ndrangheta stragista” che vede imputati il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, ritenuto il referente della cosca Piromalli, condannati in primo all’ergastolo per il duplice omicidio dei carabinieri Antonino fava e Vincenzo Garofalo consumato il 18 gennaio 1994.
Nodi e tasselli che riguardano il rapporto tra le organizzazioni mafiose e pezzi deviati dello Stato: da Gladio al protocollo “Farfalla” passando per i servizi segreti che avrebbero fornito alla ‘Ndrangheta e a Cosa nostra la sigla “Falange armata”. Barbe finte stipendiate con soldi pubblici, che hanno stretto le mani insanguinate di chi si è reso responsabile delle stragi dei primi anni novanta.
Oltre ai riferimenti alla morte del maresciallo Vincenzo Li Causi in Somalia nel 1993, al tritolo piazzato al Comune di Reggio Calabria nel 2004 e alla spartizione dei proventi dei sequestri di persona tra i servizi segreti e la ‘ndrangheta, una parte dell’inchiesta della Dia tocca anche gli interessi della ‘Ndrangheta in Costa Azzurra dove ci sarebbe stato pure un incontro per discutere del progetto di far evadere Totò Riina dal carcere attraverso un gruppo di contractor.
Nelle carte finite alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, però, c’è molto di più. Viene ricostruito, infatti, l’incontro a Montecarlo tra il pregiudicato Vittorio Canale e Maurizio Broccoletti, “in quel periodo – si legge – direttore amministrativo del Sisde e, di lì a poco, al centro del noto scandalo sui ‘fondi neri’ del Servizio”.
Ma andiamo con ordine. Sullo sfondo c’è sempre Domenico Papalia, il boss ritenuto dalla Dda il vertice nazionale della ‘Ndrangheta e per questo “pari grado” di Totò Riina. Il 16 agosto 1989, Papalia “era stato controllato a Parma dalla locale questura presso l’albergo Milano, dove aveva preso alloggio in occasione di un permesso premio ottenuto dalla casa di reclusione di Opera. Nell’occasione, aveva dichiarato di doversi incontrare con il pregiudicato Antonio Vittorio Canale, il quale ultimo, a seguito di un controllo della Squadra Mobile del luogo, veniva trovato in possesso della somma di lire 23 milioni in contante e lire 80 milioni in assegni”.
Si tratta dello stesso Canale ritenuto “soggetto di vertice della cosca De Stefano” che da decenni vive in Costa Azzurra dove il boss don Paolino De Stefano, a Cape d’Antibe, aveva una villa (“Villa tacita Georgia”) dal nome di sua figlia Giorgia.
Canale, in sostanza, è un pezzo da novanta della ‘ndrangheta di Archi, ma anche un personaggio che “su quella riviera – scrivono gli investigatori – ha trascorso indisturbato la latitanza bypassando possibili estradizioni in Italia”. “Era stato anche il dominus di alcune case da gioco francesi, rimanendo riferimento costante delle organizzazioni criminali. – scrivono gli investigatori della Dia – In questo contesto, la risultanza acquisita dalle fonti aperte in merito al festeggiamento di battesimo del figlio di Graviano ‘in un lussuoso Grand Hotel sulla promenade des Anglais di Nizza’ ci porta a una ulteriore riflessione: in quella via di Nizza è ubicato il ‘Grand Hotel Meridien’ che, all’interno, ospita il casinò ‘Rhul’”.
Era la stessa casa da gioco che, stanno a un’informativa dell’operazione “Nizza” sarebbe stata controllata da Canale. In quelle carte è stata annotata “anche la consistente relazione tra il Canale e Sergio Landonio”, un pregiudicato milanese che viveva a Nizza. In rapporti storici con la ‘ndrangheta, Landonio era un trafficante di opere d’arte diventato famoso per la truffa che rovinò Luigi Fasulo, il pilota italo-svizzero che nell’aprile 2002 si schiantò col suo piccolo aeroplano contro il Pirellone.
Landonio era quindi, in contatto con Vittorio Canale. Ma era anche “in stretto collegamento al pregiudicato Michele Condoluci con il quale – si legge – ha anche legami di natura ideologica. Entrambi hanno avuto e hanno legami con l’estrema destra, in particolare il Condoluci, che giunge a Sanremo nel 1970, risultava legato da contatti telefonici con il noto Franco Freda, del quale pare abbia agevolato la latitanza e la fuga in Francia”.
I rapporti tra Vittorio Canale e Sergio Landonio sarebbero stati talmente stretti che l’uomo dei De Stefano avrebbe accompagnato il truffatore milanese anche a Gioia Tauro, da Vincenzo Zito, elemento di spicco dei Piromalli. Ma non solo. Secondo gli investigatori della Dia, sul conto di Landonio sono emersi altri spunti di indagine collegati all’incontro a Montecarlo tra Vittorio Canale, il funzionario del Sisde Maurizio Broccoletti e un agente libico.
Questi avrebbero voluto programmare la fuga di Totò Riina. Il collaboratore di giustizia Pasquale Nucera “aveva parlato di un acconto di 100mila dollari che dovevano servire per assoldare un gruppo di mercenari e un pilota di elicottero”.
Dalle carte dell’operazione “Nizza” emerge “un’attività delittuosa del traffico di dollari statunitensi e di banconote libiche”. Traffico in cui sarebbe stato coinvolto Marco Affatigato che dalla Criminalpol viene definito “noto elemento collegato all’eversione terroristica di destra che ha specifici precedenti in materia di traffico di quella cartamoneta libica”.
Arrestato nel sud della Francia nel 2016 dopo una lunga latitanza, è lo stesso Affatigato militante di Ordine Nuovo, collaboratore dei servizi segreti e definito “l’uomo dei due depistaggi”. Oltre a comparire nell’inchiesta sulla strage di Bologna (non emerse nulla contro di lui sulla bomba), il suo nome venne fatto dopo la strage di Ustica come “un camerata che era in missione verso Palermo” e a bordo dell’aereo abbattuto.
Ritornando all’informativa depositata nel processo d’appello “’Ndrangheta stragista”, la presenza a Nizza di Affatigato “era stata documentata a far data dal 23 settembre 1992 (Riina sarebbe stato catturato nel gennaio successivo), con l’identificazione in una banca svizzera con 4 borsoni contenenti denaro contante per complessivi 435 mila dinari libici, corrispondenti a oltre un miliardo e 876milioni delle vecchie lire”.
In quel contesto investigativo, la Criminalpol centrale “non escludeva che l’Affatigato potesse essere in contatto con organizzazioni terroristiche, dedite al traffico di armi”.
Un’ipotesi che traeva origine da alcune dichiarazioni fatte dal pentito delle Br Antonio Savasta a vari magistrati nell’ambito delle cosiddette indagini “Moro ter” e “Moro quater”.
In sostanza, Savasta aveva “riferito che il regime libico organizzava corsi di guerriglia e terrorismo a favore delle organizzazioni eversive. Quantunque le Brigate Rosse non avessero preso parte a tale attività addestrativa, di contro vi avevano partecipato elementi della destra eversiva italiana. Tali soggetti, poi, rimanevano in contatto con i servizi libici per ovvi motivi”.
‘Ndrangheta, destra eversiva, servizi segreti italiani e servizi segreti libici. Mondi che, all’epoca, si sono incrociati a Montecarlo da dove Vittorio Canale il 16 agosto 1989, con parecchi soldi in contanti, si è spostato per andare a Parma e incontrare il boss Domenico Papalia in permesso premio. Mesi dopo, nell’aprile 1990, è stato ucciso l’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile al quale, stando al collaboratore di giustizia Vittorio Foschini, i Papalia offrirono 30 milioni per corromperlo. “Lui si rifiuto. – spiegò il pentito – e aggiunse: ‘Non sono dei servizi’”.
Mormile aveva denunciato i privilegi di cui godeva il boss Papalia in carcere dove, “a cadenza periodica”, riceveva le visite anche Vittorio Canale registrato nell’elenco dei colloqui come “Canali Vittorio, Canale Vittorio e Canale Antonio”. Tutte visite “da intendersi riferibili al Canale Antonio Vittorio, con la dicitura ‘cugino’ e l’annotazione ‘autorizz. Direttore”.
Ovviamente tra il destefaniano Vittorio Canale e il boss di Platì trapiantato a Milano Domenico Papalia “non è emerso alcun legame di parentela”.
Storie che si intrecciano e puzzle ancora incompleti. Nodi ancora da sciogliere e tasselli da trovare e incastrare per la Procura di Reggio Calabria che sta seguendo un filo che passa anche dai rapporti tra “Canale e le istituzioni deviate nel periodo delle stragi continentali”.  FQ 


BOSS E REVISIONISMO LA NUOVA VERITA’ DOPO GLI ULTIMI ARRESTI. 

Guerra di mafia. Riscritta la storia del golpe di Riina «Furono i palermitani ad attaccare i corleonesi»  PALERMO. Il 29 dicembre del 2004 è una data che difficilmente gli uomini di Cosa nostra dimenticheranno. Quella «vigilia di festa», per dirla con le parole di Nino Rotolo (uno dei 45 boss finiti in carcere dopo essere stato intercettato per quasi due anni) rimarrà nella memoria collettiva della mafia. Da lì cominciarono i «mali discorsi» che contribuirono ad incrinare la pax mafiosa di Bernardo Provenzano. E da quei dialoghi, carpiti dalle microspie nascoste dentro il capannone che consentiva a Rotolo di tenere assemblee pur essendo agli arresti domiciliari, gli investigatori sono risaliti ad una versione dell’origine della guerra di mafia degli Ottanta inedita e diversa da quella accreditata nel maxiprocesso. Sono stati gli stessi uomini d’onore, ascoltati in «viva voce», a fare questa sorta di revisionismo storico che rivela come in realtà non furono i «corleonesi» a scatenare la faida che avrebbe provocato più di mille morti. L’involontaria «confessione» fa parte della lunga e intricatissima diatriba sorta dentro Cosa nostra in seguito al ritorno a Palermo di alcuni esponenti della «famiglia» Inzerillo, a sua tempo «condannati» all’esilio negli Stati Uniti ed «avvertiti» che mai avrebbero dovuto rimettere piede in Italia. Ma il 29 dicembre del 2004, diviene ufficiale la notizia che è tornato a Palermo, Rosario Inzerillo, fratello di «Totuccio», il capomandamento della borgata di Passo di Rigano ucciso dai «corleonesi» il 10 maggio 1981. Rosario è uno di quelli a suo tempo «esiliati» e il suo ritorno finirà per rappresentare un «serio problema» per i fragili equilibri di Cosa nostra, tenuti da Bernardo Provenzano attraverso il sistema di comunicazione dei pizzini. 
Il dollaro in bocca La storia va raccontata dall’inizio. Quando fu assassinato Totuccio, il capo della «famiglia», gli Inzerillo rappresentavano forse il clan più potente di Palermo, anche per via dell’amicizia coi Gambino di New York, coi quali esistevano forti vincoli di parentela. Sedici giorni dopo Totuccio, sparì nel nulla il fratello Santo; sei mesi dopo toccò a Pietro. L’onorabilità del giovane – strangolato con le corde di un pianoforte – era «sfregiata» da un biglietto di un dollaro ficcato in bocca. Come a voler dire: sei un uomo che vale poco. Ma anche Cosa nostra ha un codice deontologico e così la Commissione decretò che non si potevano ammazzare tutti gli Inzerillo. Si decise, perciò, di «salvargli la vita» imponendo loro di restarsene negli Usa col divieto assoluto di tornare a Palermo. Nasceva così la categoria dei cosiddetti «scappati». Una decisione che 25 anni dopo veniva posta in discussione dal rientro di «Sarino» e, in verità, da un altro precedente: l’arrivo (nel 1997) di Franco Inzerillo, espulso dagli Usa e, quindi, «esonerato» dall’ «esilio» per motivi di forza maggiore. E non è tutto: ad aggravare la situazione interveniva la scarcerazione di Tommaso Inzerillo e la riapparizione di vecchi «scappati» come Salvatore Di Maio, sottocapo della famiglia della Noce. E’ a quel punto che nasce il problema del ritorno degli «scappati», non di secondaria importanza, a giudicare dalla verve con cui Nino Rotolo si fa promotore di una campagna per la cacciata degli «scappati». Fino a entrare in rotta di collisione con l’altro capo, Salvatore Lo Piccolo, e ad incrinare i rapporti con lo stesso Provenzano, più volte chiamato in causa perchè risolva il problema. Ma don Binu prima tergiversa: «Ormai di quelli che hanno deciso queste cose non c’è più nessuno», scrive Provenzano. E diplomaticamente sentenzia: «A decidere siamo rimasti io, tu e Lo Piccolo». Insomma, il solito Provenzano che prende tempo, adombra l’ipotesi del perdono per gli «scappati» e dichiara incredibilmente: «Fatemi sapere quali sono gli impegni precedenti, perchè io non li so». Chiara e netta, invece, l’avversione di Rotolo per Lo Piccolo e per «tutta la razza degli scappati»: «…perchè la decisione è questa, il programma è questo, per tutti uguale, cioè, per gli scappati… ci sarà questo programma , per loro c’era uno stabilito “se ne stanno in America… si devono rivolgere a Sarino, se vengono in Italia li ammazziamo tutti…». Sarino sarebbe Rosario Naimo, il «tutore degli scappati», l’uomo a suo tempo investito dell’incarico di far rispettare il decreto della Commissione. E per convincere gli altri uomini d’onore a non dare ascolto a Lo Piccolo, fautore del rientro degli Inzerillo, Rotolo racconta che Franco Inzerillo ha già tentato di ucciderlo. La tensione si stempererà dopo un incontro fra Lo Piccolo e Nino Cinà, alleato di Rotolo. Entrambi scriveranno a Provenzano di un «avvenuto chiarimento». Ma tra un discorso e l’altro, Rotolo dà la sua versione della guerra di mafia degli Ottanta. Il boss la racconta ad un nipote di Totuccio Inzerillo. «Tu sei nipote di Totuccio Inzerillo – dice Rotolo ad Alessandro Mannino – il quale Totuccio Inzerillo ed altri, senza ragione, senza ragione alcuna, sono venuti a cercarci per ammazzarci, ma nessuno gli aveva fatto niente. Ci hanno cercato e ci han- no trovato! Non siamo stati noi a cercarli! E si è creata questa si- tuazione di lutti e di carceri e la resposnabilità è di tuo zio e compagni, se ci sono morti e ci sono carcerati! Quindi io ti dico che non c’è differenza tra voi che ave- te i morti e fra famiglie che hanno la gente in galera per sempre, perchè sono morti vivi o sono pu- re morti». Altro che Corleonesi cattivi che infieriscono sulla mafia palermitana «buona», altro che «colpo di stato» di Riina. A sentire Rotolo fu «legittima difesa», contro un gruppo (Bontade/Inzerillo) assetato di soldi e potere. ARCHIVIO 900

 


RIINA ORDINO’ : ‘ E’ INCINTA? UCCIDETE LA DONNA DEL BOSS’ 

Aveva implorato i killer fino all’ ultimo di avere pietà per quel bambino che portava in grembo. Ma l’ ordine di Totò Riina doveva essere rispettato ad ogni costo. E così Antonella Bonomo, 23 anni, incinta da tre mesi, venne strangolata dopo che il suo fidanzato, il boss di Alcamo (Trapani), Vincenzo Milazzo, era stato torturato ed ucciso con un colpo di pistola. E’ il racconto di un pentito di mafia che martedì ha consentito di trovare i cadaveri di Vincenzo Milazzo, del fratello Paolo e di Antonella Bonomo, seppelliti in aperta campagna. Il pentito ha fatto anche i nomi degli esecutori del duplice delitto: Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Giuseppe La Barbera, Antonino Gioè, Francesco Denaro e Gioacchino Calabrò. Quest’ ultimo è stato arrestato un mese fa mentre Bagarella, Brusca e Denaro, sono latitanti, La Barbera è in carcere, Antonino Gioè si suicidò nella primavera scorsa in carcere lasciando una lettera nella quale si pentiva delle “atrocità” che aveva commesso. Tra queste “atrocità” c’ è anche l’ uccisione della donna. Secondo il racconto del pentito, Vincenzo Milazzo che era uno dei “fedelissimi” di Riina, venne ucciso perché la sua autorità nel trapanese era stata messa in discussione da una banda capeggiata da Carlo Greco. Milazzo imputato ed assolto nel processo per la strage di Pizzolungo contro il giudice Carlo Palermo, si era allontanato da Alcamo dopo una serie di agguati del clan avversario ai quali era riuscito a scampare. L’ “esecuzione” di Vincenzo Milazzo e della sua donna, ha raccontato il pentito, avvenne tra il giugno ed il luglio del 1992: l’ uomo era stato “convocato” da Leoluca Bagarella in un casolare di campagna. Con Bagarella erano presenti Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Giuseppe La Barbera (tutti coinvolti nella strage di Capaci), Francesco Denaro e Gioacchino Calabrò. Milazzo venne “interrogato” e poi ucciso con un colpo di pistola alla testa. Ma prima, sotto tortura, aveva però confessato di avere confidato molti “segreti” di Cosa Nostra alla sua donna. I “corleonesi” decisero allora di strangolarla.17 dicembre 1993 LA REPUBBLICA

 


CAPACI: L’ORDINE PER CAPACI ARRIVA DIRETTAMENTE DAL CAPO DEI CAPI TOTÒ RIINA 

Giovanni Brusca riceve l’incarico direttamente da Salvatore Riina e racconta: «Ci trovavamo a casa di Girolamo Guddo. Era fine febbraio, marzo… Io ero andato là per altri fatti, in quella occasione mi disse che loro già stavano progettando, lavorando per l’attentato al giudice Giovanni Falcone…»  Il ruolo rivestito dall’imputato all’interno di Cosa Nostra fa si che lo stesso sia stato coinvolto sia nella fase esecutiva che in quella “ideativa” della strage, per cui l’analisi che qui si compie prescinderà naturalmente da quest’ultimo momento tranne che per l’input iniziale, che si era concretizzato nell’incarico ricevuto dall’imputato da parte di Salvatore Riina, che lo aveva interpellato per il reperimento dell’esplosivo e di quant’altro potesse servire per la realizzazione dell’attentato: «Ci trovavamo a casa di GUDDO GIROLAMO dietro la casa del sole, VILLA SERENA, (la casa di via Margi Faraci 40 in Palermo di cui si è trattato nel corso della deposizione del teste DI Caprio)…A mia conoscenza in quell’occasione c’era GANCI RAFFAELE, CANCEMI SALVATORE, RIINA SALVATORE, BIONDINO SALVATORE e io, per la prima occasione. Era Marzo, fine febbraio, marzo. Io ero andato là per altri fatti, in quella occasione mi disse che loro già stavano progettando, lavorando per l’attentato al giudice FALCONE GIOVANNI, infatti mi hanno dato la velocità che, il giudice FALCONE me lo hanno dato loro RIINA SALVATORE mi chiese se c’era la possibilità di potere trovare tritolo e se c’era la possibilità di potere trovare il telecomando e se ero disposto a dargli una mano d’aiuto. A questa richiesta io sono subito, mi sono messo a disposizione e ho cominciato a partecipare attivamente all’attentato…Cioè che mi hanno spiegato cosa loro avevano già fatto. Cioè quel gruppo, GANCI RAFFAELE, CANCEMI SALVATORE, BIONDINO e RIINA già avevano stabilito il luogo, avevano individuato la velocità del dottor FALCONE che faceva, io lo apprendo da loro… Ma non so se fu GANCI RAFFAELE o BIONDINO SALVATORE, non è che l’ho controllata io, già l’ho trovata controllata, cioè stabilita…il luogo che avevano individuato per commettere l’attentato era quello dove è avvenuto da PUNTA RAISI venendo verso PALERMO, 400, 500, 600 metri prima e precisamente sotto sottopassaggio pedonale che poi dall’autostrada era ricoperto da una rete di, rete metallica, cioè rete di protezione…».

GIOVANNI BRUSCA IN AZIONE Successivamente l’imputato ha fatto riferimento ad un altro luogo ancora ove si sarebbe dovuta collocare la carica esplosiva, di cui egli aveva appreso notizia sempre nel corso di queste riunioni preliminari svoltesi in presenza di Salvatore Riina, ma questo primo luogo non era stato preso in considerazione neanche per un eventuale sopralluogo di verifica della sua conformità rispetto al piano da realizzare: «Quando c’è stata la riunione dove io sono stato convocato nel mese di marzo, così vagamente si parlava, per dire, in base a quello che mi aveva detto BIONDINO, GANCI o CANCEMI o RIINA, credo fu nell’occasione credo che c’era pure RAMPULLA però non sono sicuro, si parlava di tante ipotesi e si era pensato pure di metterlo pure all’entrata, cioè, all’uscita dell’aeroporto, cioè nella curva quando lui si immetteva per l’autostrada e troviamo un cassonetto, ma era solo così discorsi, ipotesi, non cento per cento. Quelli concreti sono quelli che ha individuato il BIONDINO e poi quello dove è stato utilizzato». A livello operativo, la prima cosa che Brusca aveva fatto era stato è di proporre al Riina la figura di Pietro Rampulla, che già conosceva per i suoi contatti con le “famiglie” mafiose catanesi e che infatti era riuscito a rintracciare tramite Aiello e Galea, (“GALEA EUGENIO e AIELLO ENZO venivano settimanalmente, ogni quindici giorni, settimanalmente, ogni otto giorni a Palermo per portare messaggi da Catania per problemi di “cosa nostra” e poi perché anche noi avevamo un’amicizia vecchia e tramite costui ho mandato a chiamare RAMPULLA PIETRO..»), avendo appreso da costoro che si trattava di persona esperta nel campo degli esplosivi e dei telecomandi: «…RAMPULLA PIETRO è persona esperta in materia e vediamo se lui ci può dare una mano” dissi a Riina, anche se io già qualcosa la sapevo per l’esperienza avuta della strage del dottor CHINNICI però per essere più sicuro mi prendo la collaborazione di RAMPULLA PIETRO, uomo d’onore della famiglia delle MADONIE, non mi ricordo il suo paese di origine. Al che Riina mi disse: “Va bene”, siccome lui credo che lo conosceva mi dà l’okay. Cerco RAMPULLA PIETRO, gli chiedo la cortesia dei telecomandi, RAMPULLA PIETRO è quello che trova i telecomandi, li porta ad ALTOFONTE e ad ALTOFONTE poi là cominciamo tutta una serie di attività per portare a termine il fatto». Ricevuto quindi il benestare da Salvatore Riina in ordine all’impiego del Rampulla, che Brusca aveva condotto dal capo («…l’ho portato da RIINA SALVATORE,.. ci siamo incontrati a casa di GUDDO GIROLAMO dietro VILLA SERENA …saranno passati otto, quindici, venti giorni dal primo incontro non è che, comunque nei primi di aprile, fine marzo, a questo periodo…nel corso di questo ulteriore incontro, diciamo avvenne di metterci in atto per cominciare a lavorare per portare a termine il lavoro dell’attentato al giudice FALCONE…E c’era BIONDINO, GANCI RAFFAELE, CANCEMI, io e credo che non c’era più nessuno oltre RIINA e RAMPULLA…»), ecco che Rampulla era comparso ad Altofonte portando con sè dei telecomandi, che secondo l’imputato, avrebbe trasportato nascosti sotto la paglia riposta in un camioncino, usato per il trasporto di un cavallo di cui gli aveva fatto grazioso dono. A tale consegna avrebbe assistito anche Di Matteo. Ha confermato quindi Brusca il verificarsi degli incontri nella casa di campagna di quest’ultimo, in contrada Rebottone, nei quali si era discusso della progettazione dell’attentato, incontri ai quali aveva partecipato con assiduità. Brusca ha ammesso di aver dato incarico a Giuseppe Agrigento di portare l’esplosivo a casa di Di Matteo, e che ciò si era verificato nel mese di marzo, dopo l’incontro di presentazione fra Rampulla e Riina, precisando che lo aveva mandato a prelevarlo da un suo parente, tale Piedescalzi che lavorava in una cava, la “Inco”, da cui la sua “famiglia” mafiosa si era in passato rifornita per approvvigionarsi di esplosivo per altri attentati.  […] Quanto al congegno, Brusca ha confermato che la trasmittente era già pronta e che la sola cosa che fecero fu bloccare del tutto una leva e assicurarsi che l’altra potesse andare solo verso destra; quanto alla ricevente ha ammesso che fu costruita da loro, descrivendola come una scatoletta di legno larga 10 cm, alta 7,8, 10 cm, da cui fuoriusciva un filo di plastica che fungeva da antenna, in cui avevano montato le batterie con un chiodo che aveva determinato il contatto fra polo positivo e negativo: «La ricevente l’abbiamo completata dai pezzi per completare, cioè per, quelli che vanno usati per l’aereo modellismo… era una scatoletta di legno larga quindici, venti centimetri, lunga quindici venti centimetri, larga 10 centimetri, comunque non mi ricordo… alta 7, 8, 10 centimetri e dentro questa scatoletta abbiamo montato il motorino, le batterie, il servo e poi l’abbiamo modificata con, mettendo un chiodo il contatto che avveniva tra negativo e positivo. Nella ricevente c’era un’antenna di plastica, cioè un filo, un piccolo filo».

PROVE PER L’ESPLOSIONE Per quanto riguarda i detonatori, Brusca li ha descritti come oggetti lunghi 7 o 8 cm, con due fili che fuoriuscivano da un’estremità e che poi andavano collegati alla ricevente: ha raccontato che avevano provato a lanciarne uno fuori dalla casa nel giardino e avevano accertato che esplodeva: […] Prima di spostarsi da C.da Rebottone avevano fatto diverse altre prove: innanzitutto tramite Gioè o La Barbera, si era fatto dare da Salvatore Biondino 5 kg di esplosivo, che La Barbera avrebbe collocato in un tubo che era stato sotterrato nel giardino della casa, e che era stato collegato al telecomando. In effetti l’esplosione si era verificata all’invio del segnale, costringendo i presenti (La Barbera, Bagarella, Gioè e Rampulla che azionò il telecomando) a ripararsi a circa un centinaio di metri di distanza: […]. Inoltre l’imputato ha collocato anche in questa fase prove di velocità che gli altri collaboratori invece hanno inserito esclusivamente durante il soggiorno a Capaci: quelle di cui ha parlato Brusca si sarebbero svolte lungo la strada che collega la casa di C.da Rebottone alla strada provinciale, utilizzando la Lancia Delta bianca di Di Matteo. L’espediente usato per saggiare l’efficacia del congegno era stato anche in questo caso costituito dal ricorso all’uso delle lampadine flash, che erano state collegate al filo della ricevente e che si bruciavano ogni qualvolta veniva inviato il segnale con la trasmittente. La dislocazione dei soggetti interessati da queste prove, che si erano ripetute per 3-4-5 volte, prevedeva Rampulla al telecomando, Gioè addetto al controllo della lampadina, La Barbera posizionato sulla sommità del monte, lui e Di Matteo si alternavano alla guida della macchina: “…Al posto dell’esplosivo noi adoperavamo del flash, quelli veri, cioè la prima serie, quelli che si infilavano di sopra alla vecchia macchina fotografica, che si poteva sfilare dove uscivano due filini per poterli ricollocare al detonatore elettrico, quindi in maniera quando noi facevamo il contatto con il telecomando alla ricevente, cioè non esplodesse ma bensì bruciasse la lampadina. Quindi, RAMPULLA, io messo, RAMPULLA al telecomando quando passava la macchina per vedere quando esplodeva, GIOE’ nella lampadina, LA BARBERA messo a monte, non mi ricordo per quale motivo, e ci alternavamo io e DI MATTEO nel guidare la macchina perchè abbiamo fatto tre, quattro, cinque prove”. L’imputato ha collocato altresì nella fase Rebottone altro tipo di prova, quella relativa alla verifica dei luoghi ove la carica andava posizionata: […] L’abbandono del primo luogo trova spiegazione nel fatto che secondo BIONDINO SALVATORE …”c’era la possibilità di non una buona riuscita se si doveva fare dove era stato prestabilito perché ci voleva molto materiale…” quindi – ha aggiunto Brusca – la ricerca si era indirizzata verso altri luoghi. Dopo alcuni giorni Biondino gli aveva fatto sapere di aver trovato un altro posto perfetto e gli aveva descritto le caratteristiche di un cunicolo che evidentemente era stato localizzato lungo l’autostrada nel tragitto che il giudice avrebbe percorso dall’aeroporto alla città. Per verificare la rispondenza del luogo prescelto alle esigenze del progetto deliberato dagli agenti Brusca aveva deciso, durante la permanenza in C. da Rebottone, di chiedere consiglio ad un suo parente, che, per l’attività svolta, poteva fornirgli un parere qualificato in ordine alle modalità con cui procedere e alla efficacia della soluzione trovata, che nella sostanza si incentrava nell’imbottimento di esplosivo di un condotto autostradale: […]. Nel corso di tale opere di verifica della funzionalità del congegno era andata perduto un telecomando: […].   Esauriti tutti questi adempimenti si era passati, secondo Brusca, al trasporto dell’esplosivo a Capaci, dove erano stati portati anche la trasmittente, la ricevente e i detonatori: l’esplosivo, come già detto, si trovava a casa di Pietro Romeo, e lì erano andati a prenderlo La Barbera e Di Matteo, per riportarlo ad Altofonte da dove nel primo pomeriggio erano partiti alla volta di Isola delle Femmine:  «L’esplosivo si trovava a casa di ROMEO PIERO, da ROMEO PIERO ci è andato LA BARBERA GIOACCHINO e DI MATTEO SANTINO, prendendo per una strada secondaria dal paese sono andati a finire nella casa del DI MATTEO, arrivando a casa del DI MATTEO, c’ero io, c’era GIOE’, c’era LA BARBERA, c’era DI MATTEO, c’era BAGARELLA e Rampulla eravamo ad ALTOFONTE a CONTRADA PIANO MAGLIO».  […] Oltre alle persone menzionate erano presenti Antonino Gioè e Leoluca Bagarella: i fustini erano stari collocati sulla Patrol Jeep di La Barbera, sulla quale aveva preso posto anche lui; Di Matteo era con la sua Lancia Delta con Rampulla o Bagarella, Gioè era invece a bordo della sua auto. Allo svincolo di Isola delle Femmine erano ad aspettarli Biondino e Biondo, che li avevano portati in un villino nella disponibilità di Troia, ( «…Era un abitazione, un casa estiva, cioè casa di campagna non glielo so dire, comunque una casa villino nella disponibilità di TROIA MARIO, cioè del TROIA»…) dove avevano trovato Salvatore Cancemi, Ganci Raffaele e suo figlio Domenico, Battaglia, Ferrante.  […] Brusca aveva avuto modo di notare che nella casa c’era già dell’altro esplosivo: «…Là abbiamo trovato altro esplosivo, 130, 140, 150 chili, sarebbe un materiale polveroso tipo farina di colore giallino…l’esplosivo, il famoso SENTEX che era sul posto era se non ricordo male in sacchetti di stoffa che poi abbiamo travasato…quello che abbiamo portato noi è materiale da cava, non so se è esplosivo, come si chiama o come non si chiama, è materiale proveniente da cava, quello che è non lo so, il colore è bianco».  Ha rilevato infine, sia ad Altofonte che a Capaci, che durante il maneggio dell’esplosivo da loro procurato si sollevava polvere e che aveva avvertito, in tale frangente, un odore particolare: «… Semplicemente faceva un po’ di polvere, ma a me non mi ha creato nessun particolare, però un odore un po’ particolare e un po’ di polvere c’era…».

 Testi tratti dalla sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta (Presidente Carmelo Zuccaro) A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA


E Totò Riina disse: “A Sarajevo muoiono tanti bambini, che problema c’è?”

In quell’estate del 1992 continuammo a vederci e a riunirci, forse anche con meno precauzioni rispetto a prima, perché avevamo fatto saltare in aria l’Italia e ci sentivamo potenti e intoccabili. La nostra natura predatoria aveva preso il sopravvento. Assistevamo ai funerali di Stato, ai cortei dei «Buffoni! Buffoni!», ai cuori vibranti di protesta. Vedevamo le strade invase da militari e carabinieri.

Peccato che all’epoca non ci fosse ancora internet perché avremmo fatto una diretta in streaming per urlare al mondo: siamo noi. E avremmo voluto continuare, e abbiamo continuato. Eravamo dentro una specie di incantesimo, una ruota che girava nella ruota, un inizio senza fine.

Alcuni proponevano di portare le bombe sul continente. Matteo e i Graviano cominciavano già a valutare questa opzione: tanto a Roma l’esplosivo lo avevamo lasciato, e poi non sarebbe stato un problema spostarlo qua e là. E in effetti verrà il turno dei luoghi d’arte e dei musei. Come se fossimo fatti di acido, avevamo delle visioni: ci ubriacavamo spesso, in quel periodo, cercavamo una magica regressione nel ventre protettore dell’ebbrezza, che ci ricordava quello della mamma.

Arrivavamo già ubriachi agli appuntamenti con le nostre ragazze per portarle in motoscafo a fare il bagno dietro l’isola di Favignana, consumavamo litri di vino bianco con la scusa di accompagnare due fili di busiate allo scoglio nei ristoranti vista mare di Mazara, passavamo i pomeriggi di caldo e polvere scandendo il tempo a suon di birre. Nel delirio ognuno la sparava grossa, su come dare un altro colpetto.

Qualcuno diceva: perché non avveleniamo le merendine dei distributori delle scuole? Qualcun altro voleva mettere le siringhe infette di Aids nascoste nella sabbia di Rimini. Qualcun altro voleva distruggere i templi di Selinunte. Oppure mettere una bomba nel centro di Trapani. Ma sarebbero morte tante persone innocenti, avevamo obiettato. E Riina: A Sarajevo muoiono tanti bambini innocenti, per ora. Che problema c’è?

Ci mancava solo che qualcuno diceva: togliamo i sassi alla Luna, a poco a poco, per farla crollare sull’Italia. Per fortuna che c’era Matteo a riportarci sulla Terra. Lui stava a Bagheria, oppure a Brancaccio. Lì un giorno i poliziotti fecero irruzione nell’appartamento dove era ospitato, convinti però di trovare Giuseppe Graviano. Per fortuna non c’era nessuno, ma a ogni modo a Graviano viene la prescia, appena la polizia se ne va, di svuotare l’appartamento, soprattutto perché c’era un mobiletto con tutte le foto e i documenti di Matteo.

Nella vostra memoria rimane il ricordo di quelle stragi: e Falcone & Borsellino, e Giovanni & Paolo sempre con noi, e i cortei, e le foto – una in particolare che sembrava fatta apposta per il necrologio combinato dei due – ma per noi era chiaro che la cosa non finiva lì. E quell’anno, come vi abbiamo spiegato, fu pieno di altri eventi importanti, che servirono eccome per gli scopi che ci eravamo prefissi, per il cambio generazionale, strategico, che Matteo stava portando avanti. Quindi parlare di quelle stragi senza coinvolgere il resto è come farci un torto.

Perché il mosaico è unico e, anche se avete in mano le tessere più grosse, è dai particolari che si apprezza la visione di insieme, no? E Matteo la visione di insieme l’aveva chiara. Noi con l’adrenalina in corpo a volte ragionavamo davvero come bestie, sembravamo cani da caccia incontenibili dopo aver azzannato le prime fagianelle, e avremmo voluto continuare, per quel senso di onnipotenza che ci dava l’intera operazione. Eravamo diventati, improvvisamente, un’arma mortale, distruttiva, potentissima, da gestire con cura, perché qualcuno si sarebbe potuto fare male.

E non bastava neanche l’esperienza, per gestirci, perché eravamo qualcosa di nuovo, un improvviso fuoco di sant’Antonio nella storia di Cosa nostra, ed è per questo che anche il signor Riina ne è stato travolto, perché è stato vittima dello stesso mostro che aveva creato, convinto di poter dominare il mondo a furia di colpi e colpetti, e invece poi il colpo lo ha preso lui, tradito dai suoi, preso, buttato in carcere, finito, stop. Matteo no.

Aveva pensieri nuovi e splendidi, Matteo, vedeva tutto con chiarezza, sembrava sempre sapere. Ed è per questo che cavalcò questo tsunami con posa plastica da surfista, portandoci tutti dentro il nuovo corso che lui stava creando per noi.

Serviva al cambio di passo, ad esempio, l’omicidio di Ignazio Salvo, uomo d’onore del nostro territorio, e come tale potente e segreto. Grazie a noi la sua fortuna era stata grassa e sfacciata, tanto che lo chiamavamo «Il barone del 10 per cento». Dalla montagna di gesso della sua Salemi aveva costruito con suo cugino Nino un impero. Era caduto in disgrazia, era inaffidabile, e ci siamo andati a casa, il 17 settembre di quell’anno 1992, con un commando di uomini d’onore di tutto rispetto.

Per noi Ignazio Salvo era il tramite per Lima. Ucciso Salvo Lima a marzo, Ignazio Salvo era da mesi un morto che camminava, e lo sapeva, e aveva pure delle guardie del corpo armate fino ai denti, ma erano persone di buon senso e avevano capito che se non volevano appizzarci oltre lo stipendio anche la vita, era meglio lasciarci fare. L’Italia era nella tempesta perfetta, perché tante cose stavano accadendo insieme, e se il destino è un regista, ha proprio talento.

Perché c’era la nostra guerra, c’era Tangentopoli, e c’era la più grave crisi economica mai vista, con la lira svalutata. In effetti era proprio come se la Luna stesse crollando sul nostro Paese. E in quel caos ne approfittammo ancora, perché il caos non è disordine, il caos è una scala. E il gradino successivo era proprio Ignazio Salvo, che fu ucciso a Bagheria, e siccome valeva sempre quanto avevamo deciso mesi prima, non ci fu bisogno di chiedere alcun permesso al capo mandamento della zona.

Per queste operazioni ognuno dava carta bianca nel proprio territorio: ciascuna delle famiglie, all’occorrenza, avrebbe messo a disposizione uomini e mezzi. Era non solo una regola, di più, era l’essenza di Cosa nostra. È come quando viene deliberato lo «stato di emergenza», e saltano tutte le regole e i protocolli, per essere più veloci e operativi.

Arrivammo dal mare, ancora una volta, come i pirati a Palermo «cu li facci d’inferno» e nel buio della notte. Lui era fuori casa, lo sapevamo. Sarebbe rientrato di lì a poco. Lo aspettammo nel giardino della sua villa. Gli svuotammo addosso i caricatori delle nostre pistole automatiche non appena scese dalla sua Mercedes bianca, con le mani ancora in tasca, tra il cancello di ferro battuto e gli scalini della veranda.


L’archivio segreto di Totò Riina, un “tesoro” di informazioni mai trovato

La deposizioni rese dai collaboratori di giustizia (udienze 21 e 22 ottobre 2005; 18 e 19 novembre 2005; 10 dicembre 2005) hanno consentito di accertare come avvenne lo svuotamento e la ristrutturazione della casa del Riina.

Giovanni Brusca ha riferito che il 15 gennaio 1993 il boss corleonese era atteso ad una riunione che vedeva coinvolti tutti i maggiori esponenti dell’organizzazione mafiosa, ad eccezione di Bernardo Provenzano; arrivò invece, portata da Salvatore Biondo, la notizia che “Totò” era stato arrestato, assieme al Biondino.

A quel punto si recò, assieme a Leoluca Bagarella, nell’officina di Michele Traina, per avere la conferma della notizia dai mezzi di informazione ed i particolari di come era avvenuta la cattura; c’era inoltre la preoccupazione di capire cosa fosse successo alla famiglia.

Non conosceva il luogo preciso in cui dimorasse Salvatore Riina, ma sapeva che si trovava nella zona Uditore, che vi si recava Vincenzo De Marco e che lo accompagnava nei suoi spostamenti Pino Sansone.

Visto che sulla stampa non usciva alcuna ulteriore notizia, diede incarico al Traina di recarsi a casa di Biondino Salvatore per verificare se fosse in atto la perquisizione dell’abitazione, ove quegli in effetti constatò la presenza di forze dell’ordine.

A quel punto mandò a chiamare Giovanni Sansone, genero di Salvatore Cancemi e cugino di quei fratelli Sansone che avevano curato sino ad allora la latitanza del Riina, per incaricarlo di mettere al riparo la Bagarella con i figli e far sparire tutte le tracce riconducibili al boss; a tal fine lo incontrò nei pressi del carcere “Pagliarelli” di Palermo e gli ordinò di tenere i contatti, da quel momento in avanti, con Antonino Gioè, il quale a sua volta avrebbe contattato Gioacchino La Barbera, che era allora incensurato e dunque si poteva muovere per la città senza eccessivi rischi.

Il Brusca ha spiegato che l’incarico fu dato al Sansone perché era l’unica persona che potesse recarsi, senza destare sospetto nelle forze dell’ordine, al complesso di via Bernini, in quanto vi abitavano quei suoi familiari, per cui, anche se fosse stato fermato, avrebbe senz’altro potuto giustificare la sua presenza sui luoghi.

Fu dunque uno dei Sansone (Giuseppe), che risiedeva nel complesso di via Bernini, ad accompagnare la Bagarella ed i figli nei pressi del motel Agip, dove furono prelevati da La Barbera e Gioè e condotti alla stazione ferroviaria, ove presero un taxi per rientrare a Corleone.

E fu sempre il Sansone ad occuparsi di ripulire la casa da ogni traccia, affidando anche ad una ditta di operai edili i lavori di ristrutturazione della villa; operazioni in merito alle quali relazionava, giorno per giorno, Gioacchino La Barbera che a sua volta riferiva le notizie a Leoluca Bagarella ed al Brusca. La preoccupazione iniziale, dovuta al timore che da un momento all’altro gli organi investigativi facessero irruzione nel comprensorio, cedette il posto, con il passare dei giorni, alla soddisfazione di constatare che tutto stava procedendo per il meglio, tanto che, addirittura, c’era stato il tempo di modificare radicalmente lo stato dei luoghi (cfr. deposizione del La Barbera e del Brusca). In definitiva – disse il Sansone a Gioacchino La Barbera che lo ha riferito in dibattimento – “abbiamo salvato il salvabile” .

Per quanto il La Barbera riferì al Brusca, gli oggetti che potevano essere ricomprati, quali la biancheria ed articoli di vestiario, furono bruciati; mentre i gioielli, l’argenteria, i quadri, i servizi di porcellana, e cioè tutti gli oggetti di valore furono invece dati in affidamento a terzi, prima a Giuseppe Gelardi e poi nel 1994 a Giusto Di Natale che, come deposto in dibattimento, li conservò nella propria villa a Palermo sino al 1996, quando venne arrestato. Quest’ultimo ha riferito che, colloquiando in carcere con Giovanni Riina, apprese che qualcuno era andato successivamente a prelevarli.

Quando “uscirono” le notizie di stampa sulla collaborazione del Di Maggio, il Brusca commentò con il Bagarella ed altri esponenti mafiosi il ruolo che costui doveva aver avuto nella cattura del Riina, ma successivamente seppe, dalla famiglia dei Vitale di Partinico, che Salvatore Bugnano, uomo vicino alle famiglie mafiose operanti in quel territorio ed in particolare ai Coppola ed a Lo Iacono Francesco, era un confidente del comandante della stazione dei carabinieri di Terrasini, il mar.llo Lombardo, per cui si cominciò a sospettare che l’attività di quest’ultimo avesse avuto un ruolo preponderante nell’arresto del Riina e che la vicenda Di Maggio potesse essere solo una copertura a quest’indagine portata avanti dai carabinieri; sospetti che il suicidio del mar.llo Lombardo, avvenuto a marzo 1995, non fece che avvalorare.

Il Lo Iacono, difatti, conosceva Raffaele Ganci ed il figlio Domenico, detto Mimmo, che godeva della completa fiducia del Riina e ne conosceva l’abitazione, e, dunque, tramite questo canale, la notizia sarebbe potuta arrivare al Brugnano; inoltre, sia i Coppola che il Lo Iacono erano uomini di Bernardo Provenzano, il quale, nonostante continuasse ad essere completamente sottoposto al Riina, aveva maturato nei confronti del boss corleonese una “spaccatura” in ordine alla gestione degli affari e delle linee “programmatiche” dell’organizzazione.

I famigerati “documenti” di Riina

In ordine all’esistenza di documenti, Giovanni Brusca ha dichiarato che il Riina aveva sempre tenuto appunti e conteggi delle sue attività criminose, in quanto aveva l’abitudine di scrivere tutto su un block notes che considerava il suo “ufficio volante”, dove teneva pure la contabilità dei profitti provenienti dagli appalti, dal traffico di stupefacenti, dalle estorsioni; tutta documentazione che il Riina conservava in casseforti od in bombole del gas, trasferendola con sé ad ogni trasloco.

Anche Antonino Giuffré ha dichiarato che Salvatore Riina scriveva sempre appunti in relazione alle riunioni dell’organizzazione, agli appuntamenti, alla contabilità degli affari illeciti, e che, inoltre, intratteneva una fitta corrispondenza (i cd. “pizzini”) con Bernardo Provenzano ed altri uomini di “cosa nostra” o fiancheggiatori per la gestione degli appalti. Il Giuffré ha, infine, aggiunto che il nominato Riina utilizzava come porta documenti una borsa in pelle con blocco di chiusura in posizione centrale.

Nessuno dei collaboratori di giustizia ha, però, dichiarato di aver mai visto questi documenti, dopo l’arresto del Riina e negli anni a seguire, o di avere appreso quale sorte abbiano avuto.

Si può solo ritenere, allo stato degli atti, che, se effettivamente esistenti nella villa di via Bernini, essi furono trafugati e consegnati a terze persone rimaste, ancora oggi, ignote, ovvero furono distrutti.

In proposito, Giovanni Brusca ha detto di ritenere che furono bruciati dalla Bagarella, perché, se c’era qualcosa di importante, la moglie sapeva che andava eliminata, come imponevano le regole dell’organizzazione.

Antonino Giuffré, interrogato sulla sorte di questi eventuali documenti, ha riferito che quando ne parlò con Benedetto Spera, poco dopo l’avvenuta perquisizione a via Bernini, e, successivamente, con il Provenzano, entrambi gli dissero che “per fortuna non era stato trovato nulla” nella casa del Riina, con ciò intendendo proprio riferirsi al fatto che non era stato ritrovata alcuna documentazione. E il Provenzano aggiunse anche di temere che potessero essere finiti nelle mani di

Michelangelo Camarda ha dichiarato che nel 1995 si ritrovò a commentare la vicenda dello svuotamento della casa del Riina con il La Rosa ed il Di Maggio, che nel frattempo, pur collaborando con le forze dell’ordine, aveva costituito un proprio gruppo criminale con il proposito di eliminare i rivali e riconquistare il potere (rendendosi responsabile di diversi omicidi per i quali sarà in seguito processato).

In quell’occasione il La Barbera gli rivelò di avere portato via i familiari lo stesso giorno dell’arresto o quello successivo e che a “ripulire” la casa ci avevano pensato i Sansone che abitavano nello stesso residence, i quali gli avevano raccontato che erano riusciti a portare via tutto, a ristrutturare i locali della villa, e che avevano avuto persino il tempo di estrarre dal muro una cassaforte e murare il vano in cui era posizionata.

Accennò anche alla possibilità che vi fossero dei documenti importanti, manifestando perplessità per il fatto che gli era stato consentito di agire così indisturbati.

La mancata perquisizione di via Bernini – per come hanno riferito i collaboratori escussi – aveva suscitato dubbi, interrogativi, stupore, anche all’interno di “cosa nostra”, che determinarono una ridda di commenti e di strumentalizzazioni della vicenda.

In proposito, Mario Santo Di Matteo dichiarava (a verbale del 17.11.97) di aver saputo dal Di Maggio che erano stati i carabinieri ad entrare nel cd. “covo” per portare via documenti importanti. Tale stupefacente dichiarazione è stata smentita nel presente dibattimento ed è stata smentita anche dal Di Maggio, il quale, a sua volta, ha negato tutta una serie di circostanze riferite dagli altri collaboratori escussi (i suoi propositi omicidiari verso Giovanni Brusca; le confidenze fatte sul gen. Delfino, che riteneva responsabile, a causa del fratello giornalista, di aver fatto trapelare sulla stampa la notizia della sua collaborazione; l’avere commentato in diverse occasioni la vicenda della mancata perquisizione; l’avere riferito dell’esistenza di documenti importanti in via Bernini).

Anche Giusy Vitale ha, infine, dichiarato di avere sentito il fratello Vito parlare con il Brusca di documenti di grande valore in possesso del Riina, tanto che – le disse una volta, commentando un servizio televisivo sulla vicenda – se la perquisizione fosse stata eseguita sarebbe accaduto un “finimondo”.

E poi la sceneggiata della perquisizione di Fondo Gelsomino

D’altronde, c’era la convinzione che il Ros si stesse occupando di via Bernini, mentre invece era impegnato negli accertamenti di carattere documentale sui cd. “pizzini” trovati indosso al Riina ed al Biondino ed in quelli di carattere patrimoniale e societario sui Sansone, oggetto di una specifica relazione del 26.1.93.

Neppure alla riunione del 20 gennaio, nella quale si deliberò a scopo di “depistaggio” dei giornalisti la perquisizione al cd. “fondo Gelsomino”, il Ros era presente, e l’iniziativa fu assunta dalla territoriale concordemente con l’Autorità Giudiziaria.

Come già accennato, il presupposto in base al quale fu ritenuta necessaria questa operazione era costituito dal fatto che numerosi giornalisti, sin dal 16 gennaio come innanzi detto, stavano perlustrando la zona alla ricerca del “covo”; la notizia era pertanto pervenuta alla stampa così come quella relativa alla collaborazione dal Piemonte di tale “Baldassarre” (cfr. lancio Ansa del 16.1.93).

Non v’è dubbio, sul piano logico, che tali elementi avrebbero dovuto indurre gli organi investigativi e gli inquirenti a ritenere il sito ormai “bruciato”, essendo gli uomini di “cosa nostra” già in possesso di tutte le informazioni per stabilire il collegamento via Bernini-DiMaggio-Sansone, ed avrebbero dovuto imporre di procedere subito alla sua perquisizione ma così non fu ed, al contrario, si ritenne cogente l’interesse a sviare l’attenzione dei mass media dal vero obiettivo.

Anche nella valutazione del cap. De Caprio – il quale ha altresì negato di avere mai appreso del lancio Ansa sopra citato che aveva fatto il nome del collaboratore – il sito non era ancora definitivamente “bruciato”, ma la presenza della stampa in zona ne aveva solo reso impossibile l’immediato sfruttamento a fini investigativi, per cui si rese necessario far “raffreddare” il luogo e rinviarne il controllo sino a data utile, la quale, tuttavia, a seguito della perquisizione al “fondo Gelsomino” e del lancio Ansa su via Bernini del 1.2.93 (cfr. al quarto par.), non arrivò mai.

Il Ros, come testimoniato dal magg. Obinu, venne comunque a conoscenza dei preparativi dell’operazione e della sua esecuzione ma non la condivise, ritenendola un ulteriore fattore di disturbo per l’investigazione sui Sansone, in quanto consistente in un’operazione in grande stile su un obiettivo molto vicino a via Bernini, che faceva scemare l’effetto sorpresa che il reparto si era prefisso di sfruttare nei confronti dei Sansone, ed aveva altresì l’effetto di metterli in ulteriore allarme, impedendo la “normalizzazione” dei loro rapporti e la ripresa dei loro contatti con altri associati mafiosi.

Anche questo evento, nella prospettazione difensiva, comportò l’esigenza di procrastinare ulteriormente l’avvio delle attività di indagine di tipo dinamico sui Sansone e quindi la messa in opera del servizio di osservazione su via Bernini, il che postula, necessariamente, che gli imputati non dovessero avere conoscenza della finalità diversiva posta alla base della decisione di perquisire il fondo perché, altrimenti, avrebbero dovuto manifestare l’inutilità della perquisizione e comunicare che il servizio, invece, non c’era.

In proposito, nessuna risultanza dell’istruzione dibattimentale ha consentito di accertare che gli imputati sapessero qual era lo scopo dell’operazione.

Il cd. “fondo Gelsomino”, con relativo manufatto, era stato indicato dal Di Maggio quale luogo in cui aveva visto il Riina anni prima e come tale era stato oggetto della particolare attenzione investigativa dell’Autorità Giudiziaria e dell’arma territoriale, che già il 13 gennaio 1993 avevano deciso di farvi irruzione, decisione poi mutata dietro l’insistenza del cap. De Caprio, che lo considerava ormai un luogo inattivo, arrivando alla soluzione di compromesso di metterlo sotto osservazione il giorno seguente assieme a via Bernini (v. sopra, primo par.).

Sulla scorta di questo dato di fatto, non può escludersi che il Ros abbia ritenuto quella operazione rispondente ad un interesse investigativo che era sempre stato presente e vivo nella territoriale e nell’Autorità Giudiziaria, ignorandone lo scopo di depistaggio che l’animava, rispetto ad un servizio di osservazione invece inesistente.

Lo stesso magg. Obinu, che ha dichiarato di avere saputo dei preparativi in merito alla perquisizione al fondo il giorno 20 gennaio, quando già sapeva che il servizio era stato dimesso (cfr. sua deposizione già richiamata al terzo e quarto par.), non mise in relazione quell’evento con la necessità che l’osservazione fosse in atto, cosa che altrimenti gli avrebbe imposto una doverosa comunicazione all’Autorità Giudiziaria ed ai vertici dell’Arma. Così come il gen. Cancellieri, dopo la scoperta dell’abbandono del sito, non sentì l’esigenza di riparlare dell’azione che era stata condotta sulla base di un presupposto inesistente, in quanto – ha detto – “andava comunque fatta”.

Ulteriore dato di difficile decifrazione, alla luce delle acquisizioni dibattimentali, è costituito dal fatto che un provvedimento di revoca delle intercettazioni telefoniche sulle utenze dei Sansone, tra le quali quella di via Bernini, risulta essere stato adottato quello stesso 20 gennaio 1993 (cfr. decreto in atti, già citato al quarto par.).

In difetto di ogni altra risultanza, non è stato possibile accertare le motivazioni che indussero a ritenere non più utile l’ascolto delle conversazioni telefoniche dei sopra nominati soggetti.

La mancanza di comunicazione e l’assenza di un flusso informativo tra l’autorità giudiziaria, la territoriale ed il Ros, davvero eclatante e paradossale nel caso dell’operazione “fondo Gelsomino”, appare comunque aver contraddistinto, sotto diversi profili, tutte le fasi della vicenda in esame.

La cattura del boss di Corleone segnata da troppi errori ed omissioni

L’omissione della comunicazione all’Autorità giudiziaria della decisione, adottata dal cap. De Caprio nel tardo pomeriggio del 15 gennaio stesso, di non riattivare il servizio il giorno seguente, e poi tutti i giorni che seguirono, è stata spiegata dal col. Mario Mori, nella nota del 18.2.93, con lo “spazio di autonomia decisionale consentito” nell’ambito del quale il De Caprio credeva di potersi muovere, a fronte delle successive “varianti sui tempi di realizzazione e sulle modalità pratiche di sviluppo” delle investigazioni che si intendeva avviare in merito ai Sansone, una volta che i luoghi si fossero “raffreddati”.

Ciò però non era e non poteva essere, alla luce della disciplina ex art. 55 e 348 c.p.p. delle attività di polizia giudiziaria.

Ed infatti, fino a quando il Pubblico Ministero non abbia assunto la direzione delle indagini, la polizia giudiziaria può compiere, in piena discrezionalità, tutte le attività investigative ritenute necessarie che non siano precluse dalla legge ai suoi poteri; dopo essa ha il dovere di compiere gli atti specificatamente designati e tutte le attività che, anche nell’ambito delle direttive impartite, sono necessarie per accertare i reati ovvero sono richieste dagli elementi successivamente emersi. L’art. 348 co. 3 c.p.p., per costante giurisprudenza (Cass. 7.12.98 n. 6712; Cass. 4.5.94 n. 6252; Cass. 21.12.92 n. 4603), pone, una volta intervenuta l’Autorità Giudiziaria, un unico limite alle scelte discrezionali della polizia giudiziaria, quello della impossibilità di compiere atti in contrasto con le direttive emesse.

Nella fattispecie appare indubitabile che la decisione assunta dal cap. De Caprio era incompatibile con la direttiva di proseguire il controllo – prescindendo se fosse da intendersi come video sorveglianza o come osservazione diretta od anche come semplice pattugliamento a mezzo di auto civetta della zona – impartita dall’Autorità giudiziaria e, seppure motivata con gli elementi successivamente emersi, relativi alla presenza in loco di operatori della stampa, alla fuga di notizie che aveva avuto ad oggetto via Bernini e dunque agli aggravati problemi di sicurezza della zona, andava immediatamente comunicata.

Con riferimento a tale aspetto della vicenda, certamente riconducibile al cap. De Caprio, va aggiunto che le acquisizioni processuali non consentono di individuare con esattezza il momento in cui il col. Mori fu messo a conoscenza delle iniziative assunte dal predetto capitano.

In proposito, le argomentazioni del De Caprio secondo il quale ebbe ad informare il proprio superiore verso la fine di gennaio appaiono inverosimili, atteso che il col. Mori, quale responsabile del Ros, era stato voluto dal dott. Caselli per dirigere le indagini che sarebbero scaturite dalle dichiarazioni del Di Maggio. Ed è quindi rispondente a criteri di comune logica ritenere che ogni decisione del cap. De Caprio dovesse essergli comunicata preventivamente o immediatamente dopo la sua assunzione.

Il sito, come già detto, fu abbandonato e nessuna comunicazione ne venne data agli inquirenti.

Questo elemento, tuttavia, se certamente idoneo all’insorgere di una responsabilità disciplinare, perché riferibile ad una erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini dell’affermazione di una penale responsabilità degli imputati per il reato contestato.

Il servizio di osservazione, come già innanzi precisato, non poteva avere una valenza sostitutiva rispetto alla mancata perquisizione del complesso e del cd. “covo”, in quanto non poteva impedire la distruzione od il trafugamento di materiale cartaceo, rilevante per la prosecuzione delle indagini, a mano della stessa Bagarella o dei Sansone che vi abitavano o anche di terzi che vi avessero acceduto, prestandosi solo ad individuare chi si sarebbe recato al residence e dunque i contatti che la famiglia e i Sansone avrebbero avuto, tanto più considerando che, anche nelle valutazioni dell’Autorità giudiziaria, si trattava di un’attività di durata nel tempo.

Il Ros, sulla scorta di questa considerazione, diede importanza precipua all’indagine sui Sansone, in seno alla quale il servizio di osservazione, a suo avviso, aveva senso se ed in quanto fosse stato possibile, in termini di sicurezza, ed utile in termini di risultati, per avere i Sansone ripreso, con la recuperata “tranquillità” dell’area, i loro contatti illeciti.

Contatti che in realtà, al contrario, erano attivissimi, nel senso di consentire lo svuotamento completo del “covo”.

L’omessa comunicazione della cessazione del servizio si innestò, quindi, in una serie concatenata di omissioni, già enucleate, anch’esse significative della eccezionalità del contesto nel quale maturarono quegli accadimenti, quali: il giorno dell’arresto, la omessa specificazione, neppure sollecitata dalla procura, di quali attività avrebbero dovuto essere condotte e con quali modalità; la omissione, da quel giorno in poi, di ogni flusso comunicativo ed informativo tra la procura della Repubblica ed i reparti territoriali con il Ros; la omissione di riunioni che vedessero la partecipazione di tutti e tre gli organismi; l’omesso coinvolgimento del Ros nella perquisizione al fondo Gelsomino; la omissione di qualsiasi richiesta di informazioni e di chiarimenti al Ros, sin dal 17 gennaio, quando fu comunicata la notizia del rientro della Bagarella a Corleone, e per tutti i giorni a seguire, anche dopo la manifestazione di perplessità, da parte degli ufficiali della territoriale e di alcuni magistrati che avevano visionato i filmati su via Bernini, sulla sussistenza in atto dell’osservazione, ed anche dopo la frase accennata dal col. Mori sulla sospensione del servizio.

Tutto ciò nonostante fosse stato arrestato non un criminale qualsiasi ma proprio uno dei latitanti più pericolosi e più ricercati, coinvolto nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio e già condannato all’ergastolo per gravissimi delitti.

Le finalità (mai accertate) del comportamento di Mori e di “Ultimo”

In un processo indiziario, l’accertamento della causale è tanto più necessario quanto meno è grave, preciso e concordante il quadro degli elementi che sorreggono l’ipotesi accusatoria, potendo, se convergente per la sua specificità ed esclusività in una direzione univoca, fungere da dato catalizzatore e rafforzativo della valenza probatoria degli stessi in merito al riconoscimento della responsabilità e così consentire di inferire logicamente, sulla base di regole di esperienza consolidate ed affidabili, il fatto incerto.

È stato accertato che il cap. De Donno a cavallo delle stragi di Capaci e di via D’Amelio prese contatti con Vito Ciancimino, tramite il figlio Massimo che conosceva, per avviare un dialogo e che, insieme all’imputato Mori, si recò ad incontrarlo nella sua casa romana in circa tre o quattro occasioni, in agosto, a fine settembre e nel dicembre 1992, appena prima che venisse tratto in arresto.

Il Ciancimino, inizialmente restio, si decise dopo le stragi a fungere da intermediario per un dialogo con “cosa nostra”, allo scopo di accreditarsi agli occhi dei due ufficiali per poterne trarre vantaggi con riferimento alle sue vicende giudiziarie, che lo vedevano in attesa di una sentenza di condanna definitiva e dunque della prospettiva del carcere.

Trovò un interlocutore con il gotha mafioso nel medico, di cui solo successivamente farà il nome, Antonino Cinà che inizialmente reagì con grande scetticismo ed arroganza all’iniziativa assunta dai carabinieri ma poi, stando a quanto riferito dal Ciancimino nel suo manoscritto “I carabinieri” acquisito al giudizio, gli conferì delega a trattare.

Al nuovo incontro che ebbe luogo a casa sua a fine settembre, arrivato ormai il momento di svelare i termini della proposta, gli ufficiali chiesero la resa dei grandi latitanti Riina e Provenzano limitandosi ad offrire, in cambio, un trattamento di favore per le famiglie.

Fu chiaro, allora, al Ciancimino che in realtà non c’erano i margini per addivenire a nessun accordo e che anche la sua posizione, che giocava sull’ambiguità del suo ruolo di interfaccia tra i carabinieri e la mafia, era ormai irrimediabilmente compromessa, cosa che lo indusse a continuare per suo conto la “trattativa”, prospettando falsamente ai capi mafiosi, da una parte, una soluzione politica per le imprese colpite dal fenomeno “tangentopoli”, ai carabinieri, dall’altra, la sua volontà di inserirsi nell’organizzazione per conto dello Stato, decidendo di collaborare efficacemente con la giustizia.

A tal fine, con il pretesto di averne bisogno per questa sua attività, chiese ai due ufficiali, nell’ultimo incontro nei giorni immediatamente precedenti la sua nuova incarcerazione del 19.12.92, che gli fosse rilasciato il passaporto che gli era stato ritirato, evidentemente al reale scopo di sottrarsi all’esecuzione dei provvedimenti giudiziari che, proprio in quel medesimo frangente temporale, stavano per essere adottati nei suoi confronti, andando a riparare all’estero.

Chiese, pure, che gli fossero esibite le mappe relative ad alcune zone della città di Palermo ed atti relativi ad utenze Amap, in quanto a conoscenza di elementi utili alla ricerca del Riina.

È di fondamentale rilievo, nel presente giudizio, accertare quali furono le finalità concrete che mossero il nominato col. Mori a ricercare questi contatti con il Ciancimino.

Al riguardo, le ipotesi astrattamente prospettabili sono due, e cioè che il Mori volesse intavolare un vero e proprio negoziato con l’organizzazione criminale, oppure che, tramite l’allettante (per la mafia) pretesto di voler aprire per conto dello Stato un canale di comunicazione con l’associazione, così da addivenire ad una sorta di “tregua” con importanti concessioni, intendesse solo carpire informazioni utili alle indagini ed alla individuazione del Riina.

Nella prima prospettiva, escluso ogni interesse personale dell’imputato che neppure a livello di sospetto è stato mai avanzato, può ipotizzarsi che la “trattativa” avesse un reale contenuto negoziale, i cui termini fossero, dalla parte mafiosa, la cessazione della linea d’azione delle stragi, dalla parte istituzionale, la garanzia della prosecuzione degli affari criminali dell’ente ovvero la salvaguardia della latitanza di alcuni suoi esponenti, oppositori del Riina (così Bernardo Provenzano), tramite l’assicurazione che la documentazione in possesso del boss corleonese, sempre che, in via ipotetica, contenesse informazioni sugli uni e sugli altri, non sarebbe stata reperita dalle forze dell’ordine.

Già, difatti, è stato osservato che, se pure non è stato possibile accertare l’effettiva esistenza ed il contenuto di questi documenti, gli stessi, verosimilmente, erano presenti nella casa e potevano contenere dati rilevanti sulle attività dell’associazione e su altri affiliati o fiancheggiatori della medesima.

Non può quindi escludersi, sul piano delle deduzioni in astratto, che tali documenti contenessero notizie potenzialmente “ricattatorie” per alcuni soggetti, anche appartenenti alle istituzioni e contigui a “cosa nostra” e che vi fosse tutto l’interesse di esponenti dell’organizzazione criminale ad assicurarsene il possesso, anche per garantirsi un’impunità che, quanto al Provenzano ed al Matteo Messina Denaro (indicato dal Provenzano al Giuffré come possibile consegnatario dei predetti documenti) era all’epoca in atto da lungo tempo.

In quest’ottica la consegna del Riina, fautore delle stragi, potrebbe essere stata il prezzo da pagare volentieri per coloro che, nella mafia, intendessero sbarazzarsi del boss per assumere il comando dell’organizzazione, ed al tempo stesso privilegiassero un’opposizione di basso profilo, più produttiva dal punto di vista della salvaguardia degli interessi economici del sodalizio e della sua stabilità.

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Passando dal piano delle mere congetture a quello delle risultanze probatorie, la consegna del boss corleonese, nella quale avrebbe dovuto consistere la prestazione della mafia, è circostanza rimasta smentita dagli elementi fattuali acquisiti al presente giudizio.

L’istruzione dibattimentale ha, al contrario, consentito di accertare che il latitante non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all’intuito investigativo del cap. De Caprio. Ed invero, il Di Maggio rivelò che tale “Pino” Sansone, assieme a Raffaele Ganci, provvedeva ad accompagnare il Riina nei suoi spostamenti in città ed a curarne la latitanza; indicò vari luoghi, nella zona Uditore, dove aveva visto il boss ed il 12 gennaio 1993, nel corso di uno dei vari sopralluoghi cui prese parte, condusse i carabinieri in via Cimabue e poi in via Bernini (ma più avanti di qualche centinaio di metri rispetto al residence, cfr. deposizione del mar.llo Merenda, primo par.), luoghi ove indicò gli stabili dove avevano sede gli uffici del Sansone, che ne consentì l’individuazione in Giuseppe, uno dei fratelli Sansone, inprenditori edili e titolari di numerose società.

Tale nominativo era già emerso nel corso del processo cd. Spatola Rosario + 74 , dunque il cap. De Caprio, che nel corso del servizio contestualmente in atto sui Ganci non aveva riscontrato alcun contatto con il Riina, decise di concentrare l’attenzione investigativa del Ros proprio su questi individui e, per tale ragione, dal 13.1.93 furono sottoposte ad intercettazione telefonica le utenze intestate a Sansone Gaetano, alla moglie Matano Concetta, alla sua ditta individuale ed alle società a r.l. Sicos, Soren, Sicor, nonché quella intestata alla ditta individuale Sansone Giuseppe.

Su ordine del cap. De Caprio, il mar.llo Santo Caldareri eseguì approfonditi accertamenti anagrafici e documentali che portarono alla individuazione della loro residenza anagrafica in via Beato Angelico n.51 ed alla scoperta di un’utenza telefonica, intestata a Giuseppe, sita in via Bernini nn. 52/54.

Il 7 ottobre 1992, Domenico Ganci era stato pedinato sino a via Giorgione, il cui prolungamento andava a terminare proprio su via Bernini, all’altezza del numero civico 52/54.

Nel pomeriggio del 13 gennaio 1993, i mar.lli Riccardo Ravera e Pinuccio Calvi si recarono, su ordine del De Caprio, in via Bernini a verificare i luoghi ed accertarono sul citofono del complesso di villette il nominativo dei Sansone, con le rispettive mogli, che dunque domiciliavano di fatto proprio in quel residence, invece che nel luogo di residenza.

Fu subito inoltrata la richiesta di autorizzazione all’intercettazione telefonica dell’utenza fissa localizzata all’interno del complesso, le cui operazioni di ascolto iniziarono nel pomeriggio del 14.1.93.

E va qui ripetuto che fu sempre il cap. De Caprio, il 13 gennaio 1993, a proporre nel corso di una riunione con la territoriale e con il procuratore aggiunto dott. Vittorio Aliquò, che suggerivano di eseguire una perquisizione nel “fondo Gelsomino”, un altro dei luoghi indicati dal Di Maggio, di non procedere con detta perquisizione, dal momento che riteneva dannosa ogni iniziativa diretta, ed invece concentrare le investigazioni sui Sansone, ottenendo l’autorizzazione a mettere sotto osservazione il complesso di via Bernini purché svolgesse analogo servizio sul predetto fondo.

L’osservazione del 14 gennaio, quindi, aveva ad oggetto il Sansone, che fu anche pedinato nel corso di quello stesso pomeriggio dagli uomini delle auto civetta in servizio, ed invece consentì di video filmare “Ninetta” Bagarella e Vincenzo De Marco, indicato dal Di Maggio come l’autista dei figli, mentre uscivano dal complesso, i quali furono riconosciuti dal Di Maggio nella notte, quando ancora il cap. De Caprio, assieme al magg. Balsamo, al mar.llo Merenda ed al collaboratore, procedettero a visionare le riprese effettuate dall’appuntato Coldesina.

La reiterazione del servizio il giorno seguente, con la presenza del collaboratore sul furgone, consentì l’immediata osservazione del Riina, in auto con Biondino Salvatore, mentre usciva dal complesso.

La presenza del Riina all’interno del residence ove abitava la famiglia non era affatto scontata e difatti il servizio si svolse con le stesse modalità di quello effettuato il giorno precedente, tranne che per la presenza del collaboratore e dello stesso De Caprio, con l’obiettivo certo di pedinare la Bagarella e il De Marco per arrivare al latitante.

Il Di Maggio non sapeva dove abitasse Salvatore Riina, come sempre affermato e riferito, negli anni 1995/1996, ai collaboratori escussi nel presente giudizio La Rosa e Di Matteo, in occasione dei commenti che gli stessi si scambiarono sulla vicenda dell’arresto del boss.

Neppure Giovanni Brusca, d’altra parte, ne era a conoscenza, in quanto sapeva solo la zona ove alloggiava e che ci andavano il De Marco e Pino Sansone; così pure ha riferito Antonino Giuffré.

Inoltre i collaboratori Brusca e La Barbera hanno riferito come avvenne lo svuotamento e la ristrutturazione della casa, fornendo elementi che logicamente escludono ogni ipotetica connivenza da parte degli imputati.

Un’azione dei Ros per ottenere informazioni sui grandi latitanti di mafia

Se gli elementi di carattere logico e fattuale sono idonei a smentire l’ipotesi della “trattativa” mafia-Stato avente ad oggetto la consegna del Riina, deve concludersi che più verosimilmente l’iniziativa del gen. Mori fu finalizzata solo a far apparire l’esistenza di un negoziato, al fine di carpire informazioni utili sulle dinamiche interne a “cosa nostra” e sull’individuazione dei latitanti.

Inizialmente essi si posero il problema che l’abitazione fosse sorvegliata dalle forze dell’ordine e proprio per questo motivo l’incarico di procedere alla eliminazione di ogni traccia relativa al Riina ed alla famiglia venne affidato, tramite il cugino, ai Sansone, che potevano andare e venire dal residence senza problemi in quanto vi abitavano.

La scelta di questi soggetti comprova che la mafia ignorava del tutto che invece proprio loro fossero stati individuati e grazie a questo si fosse pervenuti ad osservare via Bernini ed all’arresto del Riina.

Pertanto, l’intuizione del Ros di non svelare il dato di conoscenza relativo alla via ed agli imprenditori, che fu alla base della scelta di rinviare la perquisizione, fu esatta se riferita alle future proiezioni investigative, ma del tutto errata nel presente di quella decisione, in quanto, proprio perché li credeva sconosciuti alle forze dell’ordine, l’organizzazione mafiosa se ne servì nell’immediato per ripulire l’abitazione.

L’associazione criminale, inoltre, si affrettò ad agire, subito dopo la cattura del Riina, nel presupposto che il complesso fosse osservato, mentre come si è visto così non era, per cui i Sansone, anche se fermati dai carabinieri, avrebbero avuto comunque, in quanto residenti, la giustificazione ad entrarvi.

Solo con il passare dei giorni, hanno riferito il La Barbera ed il Brusca, l’iniziale preoccupazione e timore di essere sorpresi lasciò il posto alla soddisfazione ed alla sorpresa di constatare che non c’erano problemi e tutto stava procedendo al meglio.

Anche le frasi, attribuite dal Giuffré a Bernardo Provenzano ed a Benedetto Spera, i quali commentando l’accaduto avrebbero detto che “per fortuna” in sede di perquisizione del 2.2.93 i carabinieri non avevano trovato nulla, confermano che lo stesso Provenzano non si aspettava un simile esito e dunque non aveva preso parte alla “trattativa”, consegnando il Riina in cambio dell’abbandono del “covo” nelle mani del sodalizio criminale.

La ricostruzione, coerente e supportata da dati di fatto provati, degli accadimenti relativi allo svuotamento della casa ha consentito di accertare, da una parte, che il complesso di via Bernini fu individuato soltanto grazie alle attività investigative del Ros, dall’altra, che la mafia agì sul “covo” ignorando l’inesistenza del servizio di osservazione ed anzi supponendo che fosse in corso.

Questi elementi consentono, pertanto, di escludere che il latitante venne catturato grazie ad una “soffiata” dei suoi sodali sul luogo ove dimorava, non essendo emerso a sostegno di quest’ipotesi alternativa alcun elemento, neppure di natura indiziaria, se non la stessa supposizione, elaborata a posteriori, sui motivi per i quali furono omessi la perquisizione, prima, ed il servizio di osservazione, poi, sul complesso.

Appare altresì coerente con queste conclusioni la circostanza che neppure si verificò la fine della stagione stragista messa in atto dalla mafia, la quale, anzi, com’è notorio, nel maggio 1993 attentò alla vita del giornalista Maurizio Costanzo e fece esplodere un ordigno a via dei Georgofili a Firenze, nel mese di luglio compì altri attentati in via Pilastro a Milano, a San Giovanni in Laterano ed a San Giorgio al Velabro a Roma, mentre a novembre pose in essere il fallito attentato allo stadio olimpico di Roma.

Se la cattura del Riina fosse stata il frutto dell’accordo con lo Stato, tramite il quale era stata siglata una sorta di “pax” capace di garantire alle istituzioni il ripristino della vita democratica, sconquassata dagli attentati, ed a “cosa nostra” la prosecuzione, in tutta tranquillità dei propri affari, sotto una nuova gestione “lato sensu” moderata, non si comprenderebbe perché l’associazione criminale abbia invece voluto proseguire con tali eclatanti azioni delittuose, colpendo i simboli storico-artistici, culturali e sociali dello Stato, al di fuori del territorio siciliano, in aperta e sfrontata violazione di quel patto appena stipulato.

Anche i progetti elaborati dal Provenzano di sequestrare od uccidere il cap. De Caprio, di cui hanno riferito in dibattimento, in termini coincidenti, i collaboratori Guglielmini, Cancemi e Ganci, appaiono in aperta contraddizione con la tesi della consegna del Riina al Ros.

Se così fosse avvenuto, il boss non avrebbe avuto alcun interesse alla ricerca del capitano “Ultimo”, mentre, da quanto sopra, è stato accertato che effettivamente si cercò di individuarlo, tramite un amico del compagno di gioco al tennis.

Se gli elementi di carattere logico e fattuale di cui sopra sono idonei a smentire l’ipotesi della “trattativa” mafia-Stato avente ad oggetto la consegna del Riina, deve concludersi che più verosimilmente l’iniziativa del gen. Mori fu finalizzata solo a far apparire l’esistenza di un negoziato, al fine di carpire informazioni utili sulle dinamiche interne a “cosa nostra” e sull’individuazione dei latitanti.

Sembra confermare una tale interpretazione anche il rilievo che il comportamento assunto dal cap. De Donno e dall’imputato apparirebbe viziato – ponendosi nell’ottica di una trattativa vera invece che simulata – da un’evidente ed illogica contraddizione, solo se si consideri che gli stessi si recarono dal Ciancimino a “trattare” chiedendo il massimo, la resa dei capi, senza avere nulla da offrire.

Forse, proprio sulla scorta di una tale considerazione, gli uomini di “cosa nostra” credettero che in effetti i due ufficiali fossero disponibili, per conto dello Stato, a sostanziali concessioni nei confronti dell’organizzazione pur di mettere fine alle stragi, rimanendo persuasi della “bontà” della linea d’azione elaborata dal Riina che, difatti, verrà portata avanti anche successivamente all’arresto del boss, sperando, verosimilmente, che si potesse giungere, anche con il “capo” in carcere, ad un “ammorbidimento” della lotta alla mafia portata avanti dalle istituzioni.

Non può non rilevarsi che nella prospettiva accolta da questo decidente l’imputato Mori pose in essere un’iniziativa spregiudicata che, nell’intento di scompaginare le fila di “cosa nostra” ed acquisire utili informazioni, sortì invece due effetti diversi ed opposti: da una parte, la collaborazione del Ciancimino che chiese di poter visionare le mappe della zona Uditore ove si sarebbe trovato il Riina, verosimilmente nell’intento di prendere tempo e fornire qualche indicazione in cambio di un alleggerimento della propria posizione giudiziaria; dall’altra, la “devastante” consapevolezza, in capo all’associazione criminale, che le stragi effettivamente “pagassero” e lo Stato fosse ormai in ginocchio, pronto ad addivenire a patti.

 

EDITORIALE DOMANI. Sentenza 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini


 

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a cura di Claudio Ramaccini, Direttore Centro Studi Sociali contro la mafia – PSF