ARCHIVIO – Giugno 2022

 

rettifica avv. Trizzino.

 

“Una rettifica si impone: io non ho detto che il giudice si era incontrato con Felice Lima ma che era in contatto con il pm di Catania nei giorni della collaborazione di Giuseppe Lipera.
Ho detto solamente che il 19 luglio 1992 Felice Lima avrebbe voluto incontrare Paolo Borsellino ma sbaglio’ indirizzo e si reco’ alla villa di Giammanco. Poi la strage….”
“È in atto un altro depistaggio.
Non lo dice così chiaramente Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, la figlia maggiore di Paolomorto nella strage di Via d’Amelio il 19 luglio 1992, avvocato di parte civile della famiglia Borsellino, ma torna all’attacco di chi, dice, sposta l’attenzione per nascondere la verità.
L’occasione è un seminario organizzato dal Dems il Dipartimento di Scienze politiche e delle relazioni internazionali dell’Università di Palermo diretto da Costantino Visconti dal titolo “Il danno esistenziale da strage: i 57 giorni della famiglia Borsellino”. Trizzino, affiancato da Gabriella Marcatajo, docente di Istituzioni di diritto privato che ha illustrato i profili innovativi della causa decisa dal Tribunale di Palermo, ha alternato le considerazioni sulla causa ad altre di stretta attualità.
Report sotto accusa
Intanto sulla puntata di Report e la ricostruzione fatta da Paolo Mondani sul coinvolgimento di Stefano Delle Chiaie, esponente della destra eversiva, che sarebbe stato presente a Capaciper un sopralluogo qualche mese prima della strage in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.
Una ricostruzione che, secondo Trizzino, serve a distrarre dalla verità insomma per depistare ancora una volta. 
Trizzino, che ha recentemente sostenuto a Caltanissetta la sua arringa al processo per il depistaggio nelle indagini sulla strage di Via D’Amelioattraverso le imbeccate a Vincenzo Scarantino: in quel processo sono imputati tre poliziotti.
Il legale della famiglia Borsellino ha un’idea precisa: «È nelle indagini su mafia appalti che bisogna cercare la verità. qualche settimana prima di morire mio suocero ha incontrato il magistrato Felice Lima che gestiva il pentito Lipera il quale aveva riferito che qualcuno aveva passato i dossier delle indagini ai mafiosi».
Una ricostruzione che fa il paio con un’altra: «In quei 57 giorni di Via Crucis che separano la strage di Capaci da quella di Via D’Amelio Paolo Borsellino non sorride più. Lucia (la moglie e figlia del magistrato ndr) mi ha raccontato che al padre sono diventati i capelli bianchi in dieci giorni.
Ma a parte questo in quei giorni Borsellino confida a due magistrati di essere stato tradito da un amico e che, riferendosi all’ambiente della procura della Repubblica, a Palermo non ci si può fidare di nessuno. “Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino | Facebook

 


4.6.2022 VIA D’AMELIO: insinuazioni e mistificazioni di Trizzino anche contro Scarpinato
di Giorgio Bongiovanni – Antimafia Duemila

Ciò che crea scandalo è che questa avversione non giunge solo dai soliti giornaloni prezzolati, dai libellisti del potere e affini, ma anche da certi familiari vittime di mafia.
Così come aveva fatto durante la propria arringa difensiva al processo sul depistaggio della strage di via d’Amelio è l’avvocato dei figli di Borsellino Fabio Trizzino, genero del giudice ucciso il 19 luglio 1992, a manifestare un certo accanimento.
Lo ha fatto in occasione di un seminario organizzato dal Dems, il Dipartimento di Scienze politiche e delle relazioni internazionali dell’Università di  Palermo diretto da Costantino Visconti, dal titolo “Il danno esistenziale da strage: i 57 giorni della famiglia Borsellino”.
A raccontare dell’evento è “Il Sole 24 Ore”.
Ovviamente non una parola sarebbe stata detta rispetto alla decisione del Gip di Caltanissetta Graziella Luparello di non archiviare l’inchiesta sui mandanti esterni di via d’Amelio.
In quel documento si redarguisce l’operato svolto in questi anni dalla procura nissena in quanto le indagini “non possono ritenersi complete” nel momento in cui “non risultano avere esplorato e approfondito dei temi investigativi di particolare interesse, alcuni dei quali già noti al momento della formulazione della richiesta di archiviazione, altri sopravvenuti e divenuti ‘fatti notori’”.
Ma l’avvocato Trizzino avrebbe preferito parlare degli elementi riemersi sulla strage di Capaci che il programma “Report” ha riportato alla luce sulla possibile presenza, nel luogo della strage, dell’estremista nero Stefano Delle Chiaie.
Una ricostruzione che, secondo Trizzino, servirebbe a distrarre dalla verità e depistare le indagini.
Ma la questione non è come quella, più evidente, messa in atto con le dichiarazioni dell’ex collaboratore di giustizia Maurizio Avola.
Si tratta di una vicenda un po’ più complessa e a dimostrarlo vi è anche la “magra” figura della Procura nissena con la smentita a colpi di comunicato stampa accompagnato dalle perquisizioni condotte contro il giornalista Paolo Mondani e la redazione di Report (prima predisposte e poi revocate).
Parlando di via d’Amelio il legale della famiglia Borsellino, per evidenziare le cause per cui il giudice è stato ucciso, ha insistito sulla solita pista “mafia-appalti”: “Qualche settimana prima di morire mio suocero ha incontrato il magistrato  Felice Lima che gestiva il pentito Lipera il quale aveva riferito che qualcuno aveva passato i dossier delle indagini ai mafiosi”. 
E poi ancora ha parlato della confidenza che Borsellino ha fatto a due magistrati “di essere stato tradito da un amico e che, riferendosi all’ambiente della procura della Repubblica, a Palermo non ci si può fidare di nessuno”. 
Quindi ha insistito: “È sul procuratore Giammanco che bisogna indagare altro che Delle Chiaie. Si gira sempre attorno per non cercare in quella maledetta procura. Si parla di responsabilità istituzionali ma perché i responsabili devono essere altri e non i magistrati? Chi erano i magistrati coinvolti nel depistaggio su Via d’Amelio?”.
“In questi 30 anni mi sono fatto un’idea – ha affermato Trizzino: comincio a dubitare di tutto quello che ci hanno fatto vedere come accaduto. I responsabili sono stati dati in pasto all’opinione pubblica per coprire qualcun altro.
Riina non è il solo responsabile e ci sono altri elementi che hanno contribuito.
Perché c’è ancora tutto sto disinteresse per il depistaggio di  Via d’Amelio e si preferisce parlare d’altro?”.
Leggendo l’articolo del Sole 24 Ore si evince che il legale dei figli di Borsellino ha chiamato in causa l’ex procuratore generale di Palermo  Roberto  Scarpinato, autore assieme ad Antonio Ingroia dell’inchiesta sui Sistemi criminali che segue la pista del neofascismo e della massoneria nelle stragi e nel ’92 ma anche i magistrati Guido  Lo  Forte e Giuseppe Pignatone usando parole al veleno: “Alla fine chi ha fatto le inchieste su mafia e appalti è stato penalizzato, chi invece ha insabbiato tutto è stato premiato”.
Parole gravi, specie se non si tiene conto che la storia di mafia-appalti è tutt’altro che semplice e lineare e nel corso della sua storia ha visto lo sviluppo di vicende processuali contrastanti.
Su queste affermazioni abbiamo chiesto un pensiero a 

Salvatore Borsellino che ha detto di “dissociarsi nella maniera più assoluta dalle affermazioni su Scarpinato. Queste sono parole dell’avvocato Trizzino e al massimo dei figli di Borsellino che rappresenta. Non certo le mie”.

Una presa di posizione netta e forte così come aveva fatto in passato a difesa del pm Nino Di Matteo.
Tornando a mafia-appalti proprio Scarpinato, che al tempo fu uno dei titolari di quel fascicolo, sentito al processo sul depistaggio della strage di via d’Amelio Scarpinato ha spiegato, producendo ben venti documenti, che in realtà l’indagine mafia-appalti non fu affatto archiviata il 13 luglio 1992, come falsamente alcuni fonti continuano a ripetere in palese contrasto con gli atti processuali. 

L’ex Procuratore generale ha evidenziato come, dopo l’arresto di sette soggetti indagati tra i quali Angelo Siino, il 13 luglio 1992 era stata richiesta solo l’archiviazione della posizione di alcuni indagati perché a quella data non erano ancora state acquisite prove sufficienti nei loro confronti.
Tuttavia, prima di procedere all’archiviazione di tali posizioni residuali, era stato fatto lo stralcio della parte più importante della inchiesta che proseguiva e riguardava la gestione di appalti della SIRAP per mille miliardi delle vecchie lire, e che coinvolgeva il livello politico e amministrativo.
L’inchiesta mafia-appalti, quindi, non fu affatto archiviata, tant’è che a seguito del deposito della informativa SIRAP del ROS del 5 settembre 1992 e del sopraggiungere delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, si procedette alla revoca dell’archiviazione nei confronti di alcuni di tali soggetti e al loro successivo arresto nel giugno 1993.
Nomi di rilievo.
Unitamente a Salvatore Riina, a numerosi altri mafiosi, si procedette nei confronti di politici come l’on.le Salvatore Lombardo, a esponenti di vertice di imprese nazionali, tra i quali Vincenzo Lodigiani, Claudio Rizzani De Eccher, Filippo Salomone, nonché a componenti dello staff dirigenziale della partecipata regionale SIRAP.
Inoltre nell’ottobre 1993 venne arrestato l’onorevole Sciangula, Assessore ai Lavori pubblici.
Nello stesso anno fu formulata al Parlamento richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di vari politici tra i quali l’on.le Mannino e l’on.le Citaristi.
Quando si parla di mafia-appalti, come possibile spiegazione dell’accelerazione della strage di via d’Amelio, vi sono elementi documentali che non possono non essere considerati e che allontanano da tale ipotesi: l’esistenza di una doppia informativa.
Per ricostruire i passaggi può essere utile riprendere la relazione redatta dall’allora Procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, datata 5 giugno ’98, dal titolo alquanto esplicito: “Relazione sulle modalità di svolgimento delle indagini-mafia-appalti negli anni 1989 e seguenti”. Una relazione in cui compaiono diverse anomalie.
La prima: c’è una prima versione del rapporto del ROS, depositata il 20 febbraio 1991, priva del nome di politici come Calogero Mannino ed altri. Giovanni Falcone la riceve in quel giorno ma materialmente non se ne può occupare perché già designato come Direttore degli affari penali al Ministero e quindi la consegna al Procuratore Pietro Giammanco per la riassegnazione.
Il 25 giugno di quello stesso anno la Procura di Palermo, sulla base di quella informativa e di ulteriori approfondimenti investigativi, chiede l’arresto di sette dei soggetti denunciati nel rapporto: Siino, Li Pera, Farinella, Falletta, Morici, Cascio e Buscemi.
Per gli altri indagati il 13 luglio del ’92 viene chiesta l’archiviazione, mentre le indagini proseguivano sul versante degli appalti SIRAP.
Subito dopo l’istanza di archiviazione scoppia una violentissima polemica mediatica contro la Procura di Palermo “rea” di aver fatto sparire la posizione di Mannino e di altri politici importanti.
Di fatto sui giornali vengono pubblicati stralci di intercettazioni, alcuni anche riguardanti Mannino.
Una vera e propria fuga di notizie che fa esplodere enormi polemiche riguardo atti investigativi che in realtà erano solo in possesso del ROS e che a quella data non erano ancora stati trasmessi alla Procura di Palermo.
Accadrà infatti che il 5 settembre del ’92, un anno e mezzo dopo il deposito della prima informativa, il Ros di Subranni si decise a depositare una seconda informativa mafia-appalti che conteneva, diversamente dalla prima, espliciti riferimenti a Calogero Mannino, Salvo Lima e Rosario Nicolosi.
Nel documento vi erano acquisizioni addirittura di un anno antecedenti alla data del febbraio ‘91, e che però erano state inspiegabilmente “escluse, stralciate, nascoste” dal rapporto mafia-appalti.
Nell’udienza del processo per il depistaggio di Via d’Amelio, Scarpinato ha anche evidenziato che il Ros aveva tra l’altro celato alla Procura della Repubblica di Palermo una importantissima intercettazione del maggio 1990, nella quale l’on.le Lima raccomandava Cataldo Farinella, soggetto arrestato per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. unitamente ad Angelo Siino nel giugno del 1991 nell’ambito della prima tranche dell’inchiesta mafia-appalti.
Non solo di tale intercettazione non vi era alcuna menzione nella informativa del ROS del 20 febbraio 1991, nella quale si parlava solo del Farinella, ma per di più non fu comunicata alla Procura neppure dopo l’omicidio di Lima il 12 marzo 1992.
Quando Trizzino parla davanti agli studenti delle brillanti carriere dei magistrati commette sempre il solito errore di non adoperare i dovuti distinguo.
Perché per quanto riguarda Scarpinato, facendo intendere che in qualche maniera abbia delle responsabilità sulle mancate verità della strage di via d’Amelio, si omette di dire che proprio lui nel luglio 1992, da sostituto procuratore, fu il promotore della rivolta di otto sostituti che firmarono un documento che chiedeva l’allontanamento del Procuratore Giammanco, provocando una inchiesta del Csm a seguito della quale Giammanco lasciò la Procura.
Fu Scarpinato nell’ audizione al Csm del 29 luglio 1992 a denunciare l’isolamento subito da Falcone e da Borsellino e fu ancora lui anni dopo, da Procuratore Generale di Caltanissetta, ad occuparsi della revisione del processo per coloro che erano stati condannati ingiustamente per la strage di via d’Amelio.
E sempre guardando le indagini sulle stragi fu proprio lui a proseguire le indagini sul complesso progetto di destabilizzazione politica sotteso alle stragi del 1992/1993 e sui mandanti occulti, che la Procura di Palermo aprì nel 1996 con l’inchiesta “Sistemi Criminali”.
Un’indagine che nel tempo è confluita in importanti processi come quello calabrese sulla ‘Ndrangheta stragista, a Palermo sul Processo trattativa Stato-mafia, e ancora viene ripresa proprio dalle indicazioni del Gip Luparello alla Procura nissena.
Non solo.
Nel 2012 Scarpinato, in occasione delle commemorazioni, scrisse una lettera a Paolo Borsellino in cui si diceva: “Caro Paolo stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà”.
Parole ineccepibili, prive di alcun cenno offensivo o infamante, nella piena libertà di espressione che rientra in una democrazia compiuta, che pure costarono l’apertura di un procedimento disciplinare da parte del Csm che fu pendente per diverso tempo.
Proprio in quel periodo espresse l’intenzione di presentare domanda per il posto di Procuratore Nazionale Antimafia e ci fu chi disse al giudice che non aveva alcuna speranza perché era un magistrato “troppo caratterizzato”.
Inoltre un componente del Csm gli aveva detto testualmente che non era possibile nominare “una sorta di Che Guevara in un posto simile!”.
Alla fine quel Csm scelse Federico Cafiero de Raho e Scarpinato ritirò la candidatura dopo che la Commissione aveva già fatto intendere che avrebbe preferito l’allora procuratore di Reggio Calabria.
Trizzino è tornato poi a parlare del magistrato Nino Di Matteo omettendo, come già fatto durante la sua arringa, alcuni dettagli chiave sulla questione che riguarda il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza.
“C’è bisogno di disinteresse di chi cerca questa verità – ha detto l’avvocato – La persistenza di conflitti di interesse ha una funzione manipolativa nella ricostruzione dei fatti.
Quando ho letto che Nino  Di  Matteo non voleva concedere il programma di protezione a Gaspare Spatuzza (il pentito che ha svelato la verità sul falso collaboratore Scarantino e quindi il depistaggio, ndr), posso ipotizzare che Di  Matteo avendo legato la sua immagine professionale a Scarantino temesse effetti negativi? Lo posso avere questo dubbio o no? Io voglio dire che la verità collettiva la cerca chi, modestamente, non ha interessi in conflitto”.
Non è stato ricordato che nel 2010 proprio Di Matteo si espose in più sedi per difendere e promuovere il programma di protezione e l’attendibilità di Spatuzza, nel momento in cui la Commissione centrale del Viminale per la definizione e applicazione delle misure speciali di protezione, allora presieduta da Alfredo Mantovano, non stava ammettendo Spatuzza nel programma di protezione definitivo.
Negli ultimi anni è sempre più evidente lo scatenarsi di una guerra sotterranea e sibillina.

Spiace vedere che tra chi prende parte a questo stillicidio vi sono anche familiari del giudice come Fiammetta Borsellino ed il suo rappresentante legale, il cognato Fabio Trizzino, che si prestano a questo gioco al massacro attaccando anche con temi personali e familiari.
Ci riferiamo alle considerazioni inserite nelle dichiarazioni messe a verbale dalla signora Fiammetta Borsellino davanti alla Procura di Messina, nell’ambito delle indagini contro i magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia(entrambi archiviati dal Gip dall’accusa di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra).

Un verbale in cui il dito viene puntato, con supposizioni ed illazioni, contro il magistrato Nino Di Matteo che non era oggetto di quell’indagine e che non è mai stato indagato per il depistaggio.
In quel verbale, che alcune testate hanno riportato in passato, si parla di rapporti personali ed amicizia fraterna tra lo stesso Di Matteo e la famiglia Borsellino, nonché dei motivi per cui si sarebbe poi giunti alla rottura.
Come abbiamo già detto in altra occasione, si tratta di una versione a senso unico che in maniera ingenerosa è stata data in pasto al pubblico senza alcuna possibilità di replica, sul punto, da parte dello stesso Di Matteo. 
E ci desta molta perplessità la scelta del Procuratore capo Maurizio De Lucianel permettere così tanto spazio su illazioni che non riguardano gli indagati.
Viste le ripetute considerazioni dell’avvocato Trizzino sul magistrato Nino Di Matteo è evidente che lo stesso non voglia in alcun modo tenere in considerazione le valutazioni dal Presidente del Tribunale di Palermo, Antonio Balsamo (che fu Presidente della Corte d’assise al Borsellino quater) nella recente pubblicazione “Mafia.
Fare memoria per combatterla”
 edito da “Piccola biblioteca per un paese normale – Vita e pensiero”.
Parole che non fanno sollevare alcun dubbio sulla levatura morale e professionale del consigliere togato del Csm: “Nino Di Matteo è uno dei magistrati che hanno indossato la toga per la prima volta in una notte, quella del 24 maggio 1992, quando lui e gli altri giovani uditori giudiziari in tirocinio al Tribunale di Palermo (tra cui l’autore di questo libro) sono stati chiamati a fare il picchetto davanti ai corpi straziati di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, uccisi il giorno prima nella strage di Capaci.
In quella notte, erano tanti i sentimenti che si agitavano nell’animo di quel gruppo di uditori: dolore, rabbia, ma anche voglia di riscatto per la propria terra, e orgoglio di far parte di una magistratura che aveva tra le proprie fila degli autentici eroi civili, capaci di dare la loro vita per lo Stato. Sono i sentimenti che hanno accompagnato in ogni giorno del suo percorso professionale Nino Di Matteo, che ha dedicato tutta la sua vita alla lotta alla mafia, prima alla Procura di Caltanissetta, poi a quella di Palermo, quindi alla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.
Un impegno coraggioso che è continuato anche quando è stato eletto al CSM nel periodo più difficile della storia dell’autogoverno della magistratura”
.
Tornando alla guerra sotterranea che si sta muovendo, a trent’anni dalle stragi dello Stato-mafia, si scorgono le solite “menti raffinatissime” che volutamente non vogliono la verità sui mandanti esterni delle stragi.
Tra i registi di questa metodologia di stillicidio continuo si alternano politici, giornalisti, avvocati difensori di stragisti sanguinari ed avvocati difensori di uomini oscuri, appartenenti ad apparati deviati dello Stato (forze dell’ordine, servizi segreti, Gladio) che hanno l’obiettivo fisso di allontanare dalla verità quell’opinione pubblica stanca di misteri e segreti.
Un’opinione pubblica che, possiamo capirlo, crede ed ha stima nel buon nome dei Borsellino,

ma che ingenuamente non si accorge del trucco generato per distrarli usando proprio i Trizzino di turno.

La verità sulle stragi di Stato dei primi anni Novanta sono come i fili dell’alta tensione ed i clienti di certi avvocati (gli stragisti e gli apparati) non vogliono che venga fatta luce sui misteri.
Non vogliono perché altrimenti si troverebbero messi con le spalle al muro di fronte ad una scelta: collaborare con la giustizia o essere uccisi in carcere per evitare qualsiasi propalazione sul tema.
La storia insegna e sul punto basta osservare i casi dei decessi di Nino Gioè(morto in carcere) e di Luigi Ilardo (ucciso prima di diventare collaboratore di giustizia). Come disse Scarpinato al convegno di luglio dello scorso anno“sono state un atto di intimidazione, una lectio magistralis per cucire le bocche” a chi, potrebbe pensare di parlare di certi temi delicati agli inquirenti. Personaggi come “Biondino, Bagarella, Graviano e Madonia, che stanno in carcere, sanno che c’è un potere capace di entrare nelle carceri e ucciderli.
Sanno che se hanno dei figli un pirata della strada potrebbe investirli”.
Ecco cosa si cela dietro il “depistaggio più grave della storia d’Italia”, come è stato definito dai giudici del processo Borsellino quater il depistaggio sulla strage di via d’Amelio.
Un depistaggio che vide l’impegno di apparati deviati, poliziotti, 007, e non certamente quello di due magistrati come Roberto Scarpinato e Nino Di Matteo che con le loro indagini hanno sempre cercato di svelare il volto coperto dei mandanti di quella stagione di delitti e terrore.
A trent’anni dalle stragi le evidenze su mandanti e concorrenti esterni nelle stragi sono emerse con sempre più forza e delegittimare magistrati come Di Matteo e Scarpinato (che assieme a pochi altri pm “ostinati” come Giuseppe Lombardo, Nicola GratteriLuca Tescaroli ecc… credono sia ancora possibile infrangere questo velo di Maya) diventa l’obiettivo primario per impedire che certe verità celate possano essere riportate alla luce.


Replica dell’AVVOCATO FABIO TRIZZINO
 
Di fronte all’ennesimo attacco alla mia dignità di persona e di Avvocato da parte di Antimafia 2000 non posso che reagire in un unico modo: raddoppiare gli sforzi per essere da stimolo alla collettività e a chi, tra mille difficoltà, dovrà per dovere funzionale cercare di riparare agli enormi danni prodotti da chi concepisce la propria funzione in termini distorti.
Rimane sullo sfondo una considerazione alquanto eloquente: se da Sciascia, Bocca, Panza, D’Avanzo siamo arrivati a Bongiovanni vorra’ dire che il nemico da combattere non è poi così terribile e tremendo. Grazie al sacrificio di quanti hanno da soli combattuto, in tempi terribili, la mafia.