@Igor Petyx 

 

Le cerimonie legate al trentennale delle stragi siciliane sono in pieno svolgimento.
«La verità? Provo un grande disagio. Penso che una parte si sia appropriata della memoria, anche indebitamente, monopolizzandola. Cinque anni fa avevo parlato per la prima volta pubblicamente, in occasione della diretta Rai sul venticinquennale. Avevamo deciso, con i miei fratelli Lucia e Manfredi, di riprenderci il diritto alla parola. Denunciai, sempre per la prima volta pubblicamente, la solitudine di mio padre, il tradimento da parte dei suoi colleghi magistrati. Avevo espresso un altro punto di vista. Ho sentito il gelo intorno a me. Nei giorni successivi mi si rispose che i familiari delle vittime sono privi di qualsiasi forma di prudenza verbale. Invece del dialogo, ci fu immediatamente una chiusura».

Da allora sei considerata «verbalmente imprudente»?
«Ho deciso di andare avanti per la mia strada, altrimenti si rischia di farsene una malattia».

In questi anni ci siamo incontrati tante volte. Mi hai sempre detto che alla tv e alle interviste sui giornali preferisci parlare nelle scuole.
«È l’unico posto dove mi trovo a mio agio a raccontare di papà. Solo il contatto con menti pure, disinteressate, senza secondi fini, mi dà serenità».

Quest’anno non parteciperai a nessuna cerimonia ufficiale?
«Mi impegno ogni giorno dell’anno. Non mi sento obbligata dagli anniversari. L’enormità delle richieste di partecipazione… alla fine provo quasi un senso di violenza… È giusto che le cerimonie vengano fatte, ma è più giusto per gli altri. Per noi familiari non può essere che si prema un bottone e si facciano partire i ricordi. Molti non capiscono quanto per noi si tratti ancora di una cosa molto seria e dolorosa. Il bisogno che abbiamo è quello del raccoglimento, del silenzio, dell’evitare le apparizioni».

Tranne che nelle scuole. Quanti incontri hai fatto?
«Fino a tre in una settimana. Lontana dai riflettori. Al massimo finisco nelle pagine Facebook dell’istituto o nei giornalini scolastici. Ci credi? Non mi sono mai rivista in uno schermo, quando sono apparsa in tv. Non mi sono mai riletta sui giornali quando ho rilasciato interviste».

 

(fotogramma)

 

A quante cerimonie ufficiali sei andata in questi trent’anni?
«L’unica cerimonia ufficiale è stata quella promossa da Claudia Loi, la sorella di Emanuela, la prima agente della polizia italiana morta in servizio proprio in via D’Amelio, scortando mio padre. E un’altra volta sono andata a Marsala, dove mio padre è stato procuratore, quando hanno dedicato una piazza proprio a Emanuela».

Eppure si dice che cerimonie e anniversari servano a coltivare la memoria…
«Ho deciso che è inutile andare allorquando ho avuto chiara certezza che personaggi di primo piano delle istituzioni non avevano fatto il loro dovere. La piena consapevolezza di questo l’ho avuta quando le prime sentenze hanno documentato l’esistenza del più grande depistaggio nella storia della Repubblica italiana oggi noto a tutti, quello relativo alle indagini sulla strage di via D’Amelio, per la quale era stato costruito un finto pentito ed erano stati condannati degli innocenti. Mio padre diceva sempre che molte cose non si possono provare, tuttavia se ne possono trarre conseguenze. All’indomani di via D’Amelio, mia madre aveva rifiutato i funerali di Stato. Allo stesso modo, noi figli abbiamo deciso di non partecipare mai più a cerimonie e celebrazioni di Stato finché non sarà chiarito, anche fuori dai processi penali, tutto quello che è accaduto. Per me fare memoria è avere risposte in termini di cose concrete, che ci avvicinino alla verità. Fare memoria non è dire vuote parole».

 

 

Insisti sempre sul tradimento nei confronti di tuo padre e di Giovanni Falcone
Dopo trent’anni resta chiarissima la percezione della grande solitudine in cui sono stati lasciati. Una solitudine che è rimasta anche dopo le stragi, sempre da parte dei colleghi. Le inchieste che sono state svolte hanno rivelato quanto il lavoro investigativo sia stato mal condotto da magistrati e inquirenti. Il percorso verso la verità è stato precluso dai colleghi di mio padre e di Falcone. Hanno remato contro. Per questo parlo non solo di solitudine, ma anche di tradimento».

Nei vari processi avete insistito sul dossier mafia-appalti, su cui tuo padre e Falcone volevano lavorare e che invece è stato archiviato dopo la strage di Capaci e in coincidenza di quella di via D’Amelio.
«Quel dossier avrà avuto molti limiti, ma oggi risulta che mio padre era ben intenzionato a lavorarci. E per quanti limiti potesse avere, se fosse finito nelle mani di mio padre, come lui avrebbe voluto e come gli è stato impedito, non ho dubbi che avrebbe dato risultati».

Attorno a quel dossier lo stesso Falcone, in due convegni pubblici e in un intervento relativo ai “paradisi fiscali”, aveva fatto riferimento alla “mafia che si è quotata in Borsa”. Il pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro ha poi detto che Tangentopoli a Milano era partita perché Falcone e Borsellino gli avevano riferito quanto detto dal superpentito Tommaso Buscetta: i miliardi del traffico internazionale di droga dalla Sicilia erano stati riciclati e investiti al Nord. E aveva parlato a questo proposito della holding di Raul Gardini, l’imprenditore suicidatosi nel 1993…
«La pista dei soldi. Non risulta che nei tre decenni successivi alle stragi qualcuno se ne sia mai occupato».

Chissà dove saranno finiti tutti quei narco-miliardi del traffico di droga…
«Dalla mafia il tradimento te lo aspetti. Ma non te lo aspetti dalle istituzioni. Per noi figli di Borsellino questo è stato motivo di una grande rottura. Ci sono magistrati che stanno lavorando e che lo fanno bene, ma per vederlo si è dovuti arrivare al processo Borsellino quater, che doveva essere un punto di arrivo e non di partenza, come invece è stato, e dopo un iter tortuosissimo costato anni e anni. Se tocchi certi poteri, si arena tutto quanto. Neppure le procure più volenterose possono fare qualcosa, se poi anche i testimoni pensano solo a difendere il loro operato, ma non danno nessun contributo per farci comprendere cosa davvero non ha funzionato nel sistema».

All’indomani del venticinquennale delle stragi, tu hai formulato tredici domande per avere verità su via D’Amelio. Hai avuto risposte?
«Nessuna».


Qualche istituzione dello Stato ha chiesto scusa alla famiglia Borsellino per il depistaggio?

«No, solo io ho chiesto scusa agli innocenti condannati ingiustamente. Non sono mai stata avvicinata da nessun addetto ai lavori per un qualsivoglia chiarimento, neppure sul piano personale e umano. In questo c’è stata molta disumanità. Anche quando ho espresso la mia necessità di compiere un percorso di giustizia compensativa o riparativa, sono stata isolata».

Intendi quando hai deciso di incontrate in carcere i fratelli Graviano, condannati quali esecutori della strage di via D’Amelio?
«Sì, l’avevo fatto sull’onda di una urgenza emotiva, che credo sia stata la stessa che mi aveva spinto a parlare per la prima volta».

Oggi c’è una riforma della giustizia all’ordine del giorno.
«Non sono una tecnica, ma penso che quando si varano delle belle e nuove prescrizioni normative, poi resta sempre un altro modo in cui vengono date le risposte concrete. Io avevo deciso di intraprendere quel percorso che mi ha portato a incontrare in carcere i fratelli Graviano. Ma mi sono stati posti ostacoli non motivati di ogni tipo. Tutte le procure competenti avevano dato parere negativo. Nessun addetto ai lavori mi ha mai spiegato il perché».

Però, alla fine, sei riuscita a incontrarli.
«Sì, ma dopo che l’allora procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho ha voluto incontrarmi riservatamente, per convincermi a rinunciare. L’ho ritenuta una intromissione nell’ambito di un percorso dentro il proprio dolore che non compete a quel tipo di istituzioni».

Che percorso avevi voluto intraprendere?
«Ci si deve fare carico di qualcosa e poi gestirla anche con degli aiuti. Questo è previsto dalla giustizia compensativa. Ma dalle istituzioni ho avuto solo disprezzo. Così ho cercato aiuto da sola presso quelle persone che avevano fatto un analogo cammino, anche se in altri ambiti, come quello del terrorismo. Tra gli altri, la figlia di Aldo Moro».

Ma cosa ti ha spinto a incontrare i carnefici di tuo padre?
«A volte l’opinione pubblica considera noi figli di Borsellino quelli forti, quasi dovessimo avere nelle cellule il coraggio di papà. Tante volte siamo noi a dover consolare gli altri. In realtà, la nostra vicenda è stata estremamente triste e circondata da una grande miseria umana. A un certo punto abbiamo reagito, spinti da una esigenza di verità. Personalmente ho avuto una urgenza emotiva di denunciare l’ingiustizia, altrimenti non avrei trovato la forza di raccontare la storia di mio padre. Senza questa spinta non avrei avuto neppure la percezione della verità e delle dinamiche per insabbiarla. E non mi sarei accorta che quelle dinamiche avevano dei volti e dei nomi. La mia sarebbe stata la generica denuncia di un depistaggio, e in quanto generica sarebbe stata meno efficace. Una parte di questo percorso ha comportato anche incontrare chi ci aveva fatto del male».

Cosa ti è rimasto di questa esperienza?
«Il sistema carcerario è incapace di generare percorsi di cambiamento. Gli incontri tra detenuti e vittime, invece, possono innescare tentativi nuovi. Altrimenti il malessere collettivo nelle carceri diventa una bomba a orologeria, generando solo suicidi e recidività. Lo stesso carcere duro per i mafiosi non è più adeguato, se non favorisce percorsi di cambiamento, che non devono passare necessariamente per una collaborazione. È un’altra idea di giustizia, che ho imparato da mio padre».