“’Ndrangheta, Como malata grave. Ma molti fanno finta di non saperlo”

 

La ’ndrangheta è una patologia. E «Como è malata grave e stenta a voler guarire». Ma «il paziente è in cura». Pasquale Addesso, pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia, non cerca di indorare la pillola mentre parla agli ospiti della serata del Rotary Club Como, nella Sala bianca del Sociale.
È stato invitato per parlare soprattutto di criminalità organizzata ed economia e lui ha subito sottolineato: «Dobbiamo essere consapevoli di avere un male. E questa consapevolezza, sul territorio, la vedo ondivaga».

Anche perché «viviamo in una provincia colonizzata dalla presenza della ’ndrangheta» dice. Una provincia che, a tratti, sembra «quasi avere un’attrazione verso i clan». Il motivo? «Perché offrono servizi a basso costo e di pronto utilizzo» che molte realtà produttive non solo accettano, «ma cercano».
Il magistrato legge un passaggio di un libro del sociologo Pino Arlacchi, dedicato alla Gioia Tauro degli anni Sessanta. Nella quale il trittico «mercato, conflittualità e debolezza» hanno agevolato le mafie. «Questa realtà sembra quella odierna di un territorio come il Canturino» ammonisce Addesso. Ma più in generale del Nord Lombardia, con le province di Como e Varese in prima linea: «C’è ricchezza, quindi è un territorio che attrae. C’è conflittualità, e quindi concorrenza sleale. E c’è sfiducia nelle capacità dello Stato di rispondere alle esigenze delle imprese».
Esiste un problema storico, sul tema: «Trattare il fenomeno come un problema di ordine pubblico – commenta il pm – Questa è una visione miope. Perché non è che se non c’è l’atto violento, allora non c’è la ’ndrangheta». Anzi, oggi i clan cercano proprio questo: silenzio e basso profilo. Perché dopotutto «hanno meno bisogno di manifestare il volto violento, perché sono una presenza riconosciuta. E quella violenza è insita» nella criminalità organizzata. E ben nota: «A chiunque».
Esistono «parti del mondo economico che dialogano con le imprese mafiose. Sono quelle parti figlie di una cultura per cui il profitto è l’unico obiettivo. Perché se è questo il nostro solo scopo, allora ecco che il rischio di una convergenza di interessi con gli ambienti criminali è» quantomai «attuale».
A chi gli ha chiesto come si possa riconoscere la realtà che offre servizi mafiosi, Addesso ha risposto senza scorciatoie: «Io quando mi dicono “sono inciampato in una impresa mafiosa e non me ne sono accorto” non ci credo. Anche perché nei territori piccoli ci si conosce tutti. La mafia si nutre della forza dei legami deboli. E i legami deboli non sono gli affiliati, ma il capitale sociale che consentono all’organizzazione criminale di respirare, allargarsi, acquisire fette di mercato».
Poi il magistrato ha lanciato un campanello d’allarme fortissimo sugli interessi del clan verso il turismo. E ha parlato proprio di Como: «Ci siamo chiesti mai chi c’è dietro a questo moltiplicarsi di realtà economiche che gestiscono i servizi del turismo? Sapete chi ha i servizi di sicurezza nei locali? E chi si sta accaparrando la ristorazione? Chi fa i controlli antimafia sulle licenze, sulle concessioni? Il turismo ha rivoluzionato il nostro territorio, ma chi compra a quei prezzi?». Ma tra tanti campanelli d’allarme, anche un raggio di speranza: «La parte sana è prevalente. Ma prima questa parte si accorgerà che c’è una malattia, più alta è la possibilità che questo paziente possa curarsi».

 


MAFIA E ANTIMAFIA NEL COMASCO

 

Servizio TG Espansione TV

22.3.2023 «La ’ndrangheta ha il controllo sia fisico che economico del territorio comasco»

La ’ndrangheta esercita «il controllo del territorio sia fisico che economico» e lo fa attraverso personaggi che «appartengono alla storia della criminalità organizzata calabrese in Lombardia». Il tutto attraverso un «uso sistematico di violenze e di minacce nei confronti di un numero notevole di imprenditori». Aggressioni, estorsioni e violenze per le quali 11 persone sono finite a processo, davanti al Tribunale di Como, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e di una serie di reati, soprattutto di natura economica, che hanno denotato un tentativo di infiltrazione nel tessuto economico comasco.
In sintesi è l’atto d’accusa pronunciato nell’aula del Tribunale di Como dal pubblico ministero Pasquale Addesso, della Direzione distrettuale antimafia di Milano. LA PROVINCIA 22.3.2023


17.1.2023 Comunità mafiose a Como: attive otto locali di ‘ndrangheta

“Uno dei più fulgidi esempi di comunità mafiosa al Nord Italia”. Con queste parole viene presentata la provincia di Como nell’ultimo monitoraggio della presenza mafiosa in Lombardia,presentato il mese scorso dall’Osservatorio sulla criminalità organizzata, in collaborazione con Polis Lombardia. Un documento che richiama le riflessioni emerse ieri, nel giorno della cattura del super latitante Matteo Messina Denaro, durante il convegno sul contrasto alle mafie organizzato dal Sindacato Autonomo di Polizia di Como. “Le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia sono partite dal territorio comasco – ha ricordato il magistrato antimafia Alessandra Dolci – ma se in passato si parlava di piccoli insediamenti, oggi si parla di radicamento”. Anna Campaniello ETV 17.1.2023


10.12.2022 Como, la mafia avanza sul Lario: “Presenti tutte le cosche

Como la mafia non cresce solo d’estate, ma prolifica tutto l’anno come dimostra l’ultimo Rapporto Regionale sulla presenza della criminalità che individua il Lario come una delle aree a più alta infiltrazione di tutta la Lombardia. Sono presenti praticamente tutte le principali associazioni criminali, italiane e straniere, anche se a fare la parte del leone è la ‘ndrangheta con otto locali riconosciute: Como, Appiano Gentile, Senna Comasco, Fino Mornasco, Erba, Canzo-Asso e Mariano Comense. Nel caso di Fino Mornasco basta la definizione fornita dai magistrati che la indicano come “uno dei più fulgidi esempi di comunità mafiosa al Nord Italia”. Cantù non è da meno, dal 2014 al 2016 i rampolli del clan Morabito e le giovani leve della ‘ndrangheta ricorsero a una “strategia militare” a suon di pestaggi e minacce per controllare i locali del centro e imporre loro la gestione di un servizio di sicurezza. Alla fine, nel 2019, furono condannati in nove a oltre un secolo di carcere, pena successivamente confermata in Cassazione. Proprio il contrario del modus operandi seguito dai loro padri e i nonni, visto che la ‘ndrangheta da queste parti è presente dagli anni ’50, che preferivano agire nell’ombra tene ndo un basso profilo per compiere meglio i loro affari. Una strategia quest’ultima che le cosche sono tornate a seguire, secondo gli inquirenti, per svolgere i loro lucrosi affari legati, in particolar modo, al traffico di sostante stupefacenti.
Altre attività centrali sono le estorsioni e l’usura, spesso collegate tra di loro, con gli imprenditori utilizzati come “collaboratori esterni” e l’utilizzo, grazie a commercialisti compiacenti, di architetture finanziarie elaboratissime per riciclare il denaro sporco e reinvestirlo nell’economia legale.
«Il mondo dell’imprenditoria e il mondo della ‘ndrangheta conoscono la logica dei profitti che è il linguaggio comune di questi due mondi – spiega il sostituto procuratore di Como, Pasquale Addesso, in un passaggio della relazione – inoltre vi è un rapporto timoroso tra imprenditoria e Stato, c’è una resistenza a rivolgersi a quest’ultimo”. Negli ultimi anni è aumentato il numero delle imprese “nate per fallire” e destinate alla bancarotta fiscale: le società vengono create per durare pochi anni e consentire l’evasione, infine si avviano al fallimento. In questo modo diversi imprenditori sono stati assoggettati ai gruppi criminali e le loro aziende sono diventate di proprietà delle organizzazioni mafiose. IL GIORNO 10.12.2022

Rapporto 2022


La ‘ndrangheta di casa su quel ramo del lago di Como





2.3.2022 «Politici, basta flirt con la ’ndrangheta» I clan lombardi? «Origini comasche»